Part 17
(1674-1698) Dalla partenza del duca d'Ossuna nel 1674 fino al termine del secolo, vide Milano succedersi cinque governatori, che tutti trapassarono insignificanti, il principe di Ligne, i conti di Melgar e di Fuensalida, il duca di San Lucar, marchese di Leganes[293], e don Carlo Enrico di Lorena, principe di Vaudemont, che, venuto nel 1690, durò nel governo per otto anni. Quest'ultimo abbellì la corte ducale, introdusse società fra i nobili inselvatichiti, fece conoscere costumi gentili e colti, e la nazione passò dalla rusticità al libertinaggio. È celebre la memoria della villa fuori di porta Orientale, la _Belingera_, ove quel principe passava l'estate; i giardini erano frequentati da cavalieri e dame. Prima non conversavano i due sessi se non tra prossimi parenti. Il conte Verri, che ci ha lasciati questi cenni, ci è pure testimonio di avere egli stesso ascoltate le declamazioni sul costume allora corrotto. Nello stesso periodo di tempo si succedettero tre arcivescovi, e furono i cardinali Federico Visconti nel 1681, Federico Caccia, eletto nel 1693, ma che trovandosi nunzio a Madrid, si è recato alla sua sede soltanto tre anni dopo, e Giuseppe Archinto nel 1699, che resse poi per tredici anni la Chiesa milanese. Intorno alla solenne entrata che fece in Milano il cardinale arcivescovo Caccia, l'11 dicembre del 1696, abbiamo un libro pubblicato dal segretario del consiglio generale dei LX decurioni, Baldassare Paravicini[294]. Può esser grato alla boria municipale il sapere che in tale occasione fu mandato a Roma ambasciatore della città di Milano il conte Uberto Stampa, il quale era cavaliere d'Alcantara, maestro di campo nelle armate spagnuole, e sedeva nel consiglio secreto. Il duca di Medina-Celi, ambasciatore cattolico in Roma, gli diede ogni assistenza, così pregato dalla città. Lo Stampa partì per Roma, accompagnato dal conte Vincenzo Ciceri e da don Guido Brivio. L'ambasciatore del re cattolico e i prelati nazionali spedirongli incontro le loro mute, i cardinali gli spedirono i loro gentiluomini, e l'ambasciatore milanese andò all'udienza del papa Innocenzo XII coll'ombrella e cuscino di velluto nero trinato d'oro. Egli entrò con spada e cappello e presentò le credenziali della città. Visitò i cardinali e venne da essi visitato, come lo fu anche dall'ambasciatore cesareo e da altri ministri esteri.
Nel restante di questo secolo rimase il milanese quasi libero dalle guerre, se non che la cessione di Casale nel Monferrato fatta alla Francia dal duca di Mantova Ferdinando Carlo, e l'occupazione di quella città per parte de' Francesi sotto gli ordini del marchese di Bouftiers e del signore di Catinat, obbligarono la Spagna a far più grosso l'esercito in Italia; col quale poi prese parte alla guerra suscitatasi nel 1690 tra la Francia e Vittorio Amedeo di Savoia in causa delle aderenze da lui strette coll'imperatore, da cui era stato innalzato al rango di re, e successivamente per essersi questo sovrano, con un'improvvisa mutazione di partito, nel 1696, confederato di nuovo colla Francia, avanzandosi minaccioso alla testa di un forte esercito di francesi alle frontiere della Lombardia; e avendo cinta d'assedio Valenza, dal quale pericolo fu questa provincia inaspettatamente salvata dalla neutralità stipulatasi nel trattato di Vigevano del 7 ottobre, mediante il pagamento di trecentomila doppie, ripartite a carico de' principi italiani, de' Genovesi e Lucchesi, e degli altri minori vassalli dell'Impero. Ma pur troppo avremo ad occuparci nel seguente capitolo de' fieri turbini di guerra addensatisi e scoppiati sulla misera Italia, attesa la morte del re Carlo II, con cui si estinse la linea austriaca de' sovrani di Spagna. Questo principe, che all'età di sedici anni, sdegnando di stare sottomesso alla tutela della regina Marianna sua madre, l'avea rilegata indecorosamente in un monastero, che due anni dopo, nel 1679, condusse in isposa Maria d'Orleans, nipote del re di Francia Luigi XIV, per cui si fecero grandi feste in Milano, colla quale convisse dieci anni, essendo morta senza successione; (1700) trasse poscia una vita neghittosa ed infermiccia fino al primo giorno di novembre del 1700, in cui, nell'età di soli trentanove anni, fu rapito dalla morte.
Oltre le sacre e pie fondazioni dovute alla munificenza de' cardinali arcivescovi Monti e Litta, di cui abbiamo fatto cenno, si ha a commendare l'istituzione fatta, nel 1637, dal patrizio Giovanni Ambrogio Melzo di un luogo pio, che portava il di lui nome, per distribuire ai poveri, specialmente vergognosi, larghi sussidii di viveri, panni per decentemente coprirsi, e varie doti per il collocamento di oneste zitelle[295]. La chiesa di Santa Maria alla Porta fu ricostruita nel 1652 sul nobile disegno di Francesco Richini, essendo concorso alla spesa con ragguardevol somma il conte Bartolomeo Aresi, che n'era parrocchiano. Lo stesso conte, dopo di aver giovato colle sue ricchezze all'abbellimento o al ristauro di varie altre chiese, sì dentro che fuori della città, eresse, nel 1665, nella basilica Porziana di San Vittore, col disegno di Gerolamo Quadrio, la ricca cappella gentilizia dedicata alla Vergine Assunta[296]. Quattro anni dopo fu ridotta a compimento la chiesa della Vittoria a spese del cardinale Omodeo, che vi aveva una sorella, essendone architetto Giambattista Paggi[297]. Nel 1674 si eresse il monastero delle Carmelitane Scalze; nel 1688, essendo caduta la basilica Naboriana, detta poi di San Francesco, fu rialzata con maggiore eleganza e maestà; e nel 1698 si fabbricarono i nuovi sepolcri dell'ospedale Maggiore, essendo il maestoso portico di essi stato perfezionato ventisette anni dopo da Giambattista Annone, ricco mercante di seta, che non avea prole. Infine, in occasione del solenne ingresso del cardinale arcivescovo Federico Visconti, fu demolita l'antica facciata del Duomo, che rimaneva tre arcate più interna della facciata presente.
Primo tra le persone distinte mancate di vita in questo tratto di tempo ci si presenta quel Lodovico Settala, protomedico, che sì male ha figurato nel processo della strega da cui si disse ammaliato il senator Melzo; ma la sua credulità alle arti magiche, quasi generale in allora, non gli toglie il merito di uomo dottissimo in più scienze e anche nella politica, e di essersi col massimo zelo adoperato in favore de' suoi concittadini nelle pestilenze del 1576 e del 1630. Egli morì il 12 settembre del 1633, nell'anno ottantesimo della sua età, essendo nato il 27 febbraio 1882[298]. Circa la fine dei 1641 cessò di vivere il canonico Giuseppe Ripamonti, autore di molte opere, descritte dall'Argellati[299]: cattivo ragionatore, buon latinista, cronista inesatto, ma sincero espositore delle cose de' suoi tempi[300]. Bonaventura Cavalieri, allievo del Galileo e di Benedetto Castelli, autore della _Geometria degl'Indivisibili_, maestro di Stefano degli Angeli e del Torricelli, lasciato oscuro nella sua patria, dove soltanto gli fu offerto dalla filantropia del cardinale Federico Borromeo un posto di dottore nel nuovo collegio dell'Ambrosiana, del tutto estraneo a' di lui studi, morì professore in Bologna il 3 dicembre del 1647, di soli quarantanove anni[301]. Il conte Bartolomeo Arese, più volte nominato, uomo di grand'ingegno e destrezza, che fu per molti anni reggente nel supremo consiglio d'Italia, e quindi presidente del senato, dopo di essere stato assai volte adoperato in commissioni difficilissime ed importantissime, giunto all'anno sessantesimoquarto di età, finì di vivere il 23 settembre del 1674. Essendo prossimo agli ottant'anni terminò pure il mortal corso, il 16 febbraio 1680, il canonico Manfredo Settala. Era figlio dell'illustre protomedico Lodovico. Fu allevato a Siena. Viaggiò l'Italia, la Sicilia, l'Egitto, Cipro, Candia, Negroponte, Costantinopoli, Smirne, la Siria, e ritornò in patria ricco di cognizioni, scrivendo bene più lingue e conoscendo le orientali. Possedeva la musica, aveva molta abilità delle sue mani, e moltissimo ingegno e amore delle curiosità naturali o esotiche. Fu egli che formò il museo tuttora celebre sotto il suo nome, descritto da Paolo Maria Terzago e da Pietro Francesco Scarabelli, e del quale fece dono alla biblioteca Ambrosiana[302]. Il di lui funerale fu decorato con orazione recitata dal padre Giambattista Pastorino, gesuita, e il marchese Giovanni Battista Visconti descrisse e stampò la relazione di queste solenni esequie. «Pare che allora (dice il conte Verri) vi fosse qualche senso di stima e di gratitudine verso di un cittadino che onorava la patria». Il 22 aprile del 1699 morì infine, di sessantanove anni, il segretario del senato Carlo Maria Maggi. Avea fatto i suoi studi in Bologna, e vissuto lungamente nella sua gioventù in Roma e Napoli. Era dotto nella letteratura greca, latina e italiana; dee però la sua maggiore celebrità alle commedie e poesie che scrisse nel dialetto milanese, in cui con tanto corredo di sapere non è meraviglia se sia così ben riuscito. Non dee escludersi da questa lista necrologica un milanese d'altissimo ingegno e meritevole di compassione più pe' suoi deliri che per le sue tristi vicende, il cavaliere Giuseppe Francesco Borri. Egli fu il Cagliostro del secolo XVII. Eretico, visioniario, alchimista, medico, ebbe la sorte di guarire in Roma il duca d'Estrés, dato per ispedito dagli altri medici, e per di lui interposizione gli fu cambiato il perpetuo carcere nella prigionia in castel Sant'Angelo, dove morì di settant'anni, il 20 agosto 1695[303].
CAPITOLO XXXII.
_Cause della guerra detta di Successione. Guerra in Italia. Morte dell'imperatore Leopoldo I, cui succede il figlio Giuseppe I. Liberazione di Torino. Il principe Eugenio di Savoia governatore dello Stato di Milano, conquistato dagl'Imperiali. Carlo VI imperatore. Nuova guerra d'Italia. Pace di Vienna._
Mentre, essendo tolta ogni speranza di successione, declinavano rapidamente la salute e la vita del re di Spagna Carlo II, l'ambizione delle principali potenze di Europa non fu lenta a predisporre macchine e leghe onde ripartirsi i possedimenti della vasta monarchia spagnuola; e già fino dal mese di marzo del 1700, dopo una negoziazione di due anni, il re di Francia avea conchiuso un trattato col re d'Inghilterra e gli Olandesi, in cui, tra l'altre disposizioni, aveasi convenuto che il milanese fosse dato al duca di Lorena invece della Lorena, che dovea incorporarsi alla Francia. Ma diversi erano i titoli che si allegavano dai sovrani esteri, e specialmente dal re di Francia e dall'imperatore, in appoggio delle loro pretese[304], e giova di riferirli brevemente.
Di due prime figlie avute dal re Filippo IV, le infanti Maria Teresa e Margherita, la prima era stata data in isposa al re cristianissimo Luigi XIV, la seconda all'imperatore Leopoldo I. Per volere del padre l'infante Maria Teresa aveva rinunciato alle ragioni che le competevano al trono di Spagna, ciò che all'altra figlia non era stato richiesto. In conseguenza da entrambi que' sovrani aspiravasi alla successione; dal re di Francia, a favore dell'unico suo figlio il Delfino, riputando inattendibile la rinuncia; e dall'imperatore, per l'arciduca Carlo che gli era nato nel 1685. Conoscendosi che il re Carlo II si avvicinava al termine della sua vita, crebbero gl'intrighi e le pratiche dalle due parti. Per trovarsi libero all'imminente nuova lotta, non ostante la memorabile vittoria di Zenta, conchiuse l'imperatore col gran Turco la tregua di Carlowitz. Il re di Francia, all'opposto, strinse con fina astuzia un nuovo trattato con l'Inghilterra e l'Olanda, di cui base era lo smembramento della Spagna, non perchè questo avesse effetto, ma al solo fine che la nazione spagnuola, per ciò sbigottita, si volgesse a favorire la successione del Delfino, siccome avvenne. Aggiunse a questo maneggio due altre arti, la promessa che, premorendo il re di Spagna, il Delfino ne avrebbe sposato la vedova, e una dichiarazione procuratasi dal papa, che giudicava prevalente la pretesa della Francia e convenevole al bene comune. Questa dichiarazione finì di vincere l'animo irresoluto dell'infermo re di Spagna, per cui, il 2 ottobre del 1700, istituì, con secreto testamento, erede di tutta la monarchia spagnuola Filippo di Borbone, duca d'Aniou, secondogenito del Delfino, intanto che non cessava di assicurare l'imperatore della sua predilezione. (1701) Manifestatasi la testamentaria disposizione dopo la morte del re Carlo II, avvenuta, come si disse, il primo giorno del successivo novembre, non era ancora la corte imperiale rinvenuta dalla sorpresa per questo inaspettato avvenimento, che il duca Filippo, proclamato in Parigi re delle Spagne col nome di Filippo V, era di già partito per Madrid, dove fece il suo solenne ingresso il 14 del seguente aprile. L'imperatore oppose a questo fatto la pubblicazione di un manifesto, in cui dimostrava la prevalenza delle sue ragioni, intanto che dalle due parti preludevasi all'imminente guerra coi più formidabili apparecchiamenti.
I Gallo-Ispani, avendo per generalissimo il duca di Savoia, sotto il comando del maresciallo di Catinat, marciarono alle rive dell'Adige per opporsi all'esercito imperiale, che, sotto gli ordini del principe Eugenio di Savoia, giovane in allora di circa trent'anni, si avanzava rapidamente. L'opposizione riuscì inutile, poichè il principe Eugenio, lasciato il nemico in disparte, per strade credute impraticabili, discese senz'ostacolo, il 9 luglio, nella pianura veronese, e dieciotto giorni dopo, valicato il Mincio, si stese nelle ubertose campagne del bresciano, e mise a contribuzione lo Stato di Mantova. (1702) Il maresciallo di Villeroi, mandato in successore al Catinat con un rinforzo di nuove truppe, trovò gl'Imperiali trincerati a Chiari, e volendo forzarli, fu battuto colla perdita di circa diecimila uomini, tra morti, feriti e prigionieri; indi, appena uscito da' quartieri d'inverno, si lasciò sorprendere e far prigione in Cremona, benchè gl'Imperiali non abbiano potuto riuscire ad impossessarsi della città. Nuovi rinforzi vennero spediti di Francia col principe di Vendome, al quale tenne dietro lo stesso re Filippo V per dar maggior vigore alle offese colla sua presenza. Corteggiato dal governatore principe di Vaudemont, egli fece il suo solenne ingresso in Milano il 23 giugno, e dopo pochi giorni, si trasferì al campo. L'esito della battaglie di Luzzara, per cui ricuperarono Guastalla, riconfortò i Gallispani; e il re Filippo V, tornato a Milano e trattenutovisi per alquante settimane, sul principiare dell'inverno si restituì in Ispagna. Anche il principe Eugenio partì per Vienna, lasciando al comando dell'esercito imperiale il maresciallo conte Guido di Staremberg. (1703) Egli vi giunse opportuno per essere impiegato a rendere più vigorosa e più corta la guerra in Ungheria contro il ribelle Ragotkì, intanto che la corte di Vienna dava uno sviluppo più vasto al piano della guerra contro la Francia, collegandosi da una parte colla regina Anna d'Inghilterra e col re Pietro II di Portogallo, e dall'altra facendo inclinare a suo favore la versalità della casa di Savoia, per cui il duca Vittorio Amedeo, scosso tra le altre cause, dalle laute promesse degl'imperiali, ed irritato dall'insultante iattanza de' generali francesi, e dallo sprezzo con cui erano trattati gli affari suoi dai ministri di Versailles[305], accedette alla nuova lega. In ricompensa della sua adesione, nelle solenni stipulazioni degli 8 novembre, gli fu promessa dall'Austria tutta la porzione del Monferrato spettante al duca di Mantova, le città di Alessandria e Valenza, la Lomellina e la Valsesia, e oltre ciò un sussidio mensile di ottantamila ducati di banco. E già fino dal 12 settembre l'imperatore Leopoldo e il di lui figlio Giuseppe, re de' Romani, aveano ceduto all'arciduca Carlo ogni loro diritto sopra la monarchia spagnuola, ond'egli assunse il titolo di re col nome di Carlo III; nel mentre che un forte esercito inglese e imperiale radunavasi verso le frontiere francesi nel Belgio, sotto gli ordini di due sommi capitani, il duca di Marlborough e il principe Eugenio, dai quali fu poi nell'anno seguente vinta la celebre battaglia d'Hochstedt, in cui settantamila francesi, comandati dal maresciallo di Tallard, ebbero una piena sconfitta.
(1704) Mosso il re di Francia dal doppio intento di deviare il turbine che assembravasi verso le sue frontiere del Reno, e di vendicarsi del duca di Savoia, spedì contro di questi il duca di Vendome, di cui prima istruzione e mossa fu di intercettargli le comunicazioni collo Stato di Milano. Il maresciallo conte di Staremberg, coi soccorsi che fu pronto a condurre in Piemonte per l'interdetta e malagevole strada del lago Maggiore, fece più commendevole la sollecitudine che notabile il vantaggio; tanto era il contrasto delle forze nemiche. Queste si estesero e stabilironsi successivamente in una gran parte del Piemonte. Trino, Vercelli, Susa, la Brunetta, le città d'Ivrea e d'Aosta, e il forte di Bard caddero in loro potere. (1708) Verrua e Guerbignano, piazze assai forti, strette di lungo assedio e difese con vigore, dovettero pur cedere. Il duca di Savoia fu obbligato di ritirarsi a Civasso, e lasciar Crescentino in mano ai nemici. Non mancava che di assediar Civasso perchè fosse libero ai Gallispani di penetrare fin sotto Torino. La politica che reggeva allora il gabinetto austriaco, era evidente di lasciare che il nuovo amico e il naturale nemico egualmente si consumassero, sicchè il primo restasse in fede, o, quando mai se ne dipartisse, non fosse temibile, e l'altro, assalito poi con forze intiere, potesse facilmente esser vinto. Ma quando il duca di Savoia trovavasi ormai ridotto a non poter dir proprio che lo spazio occupato dallo stanco e infiacchito suo esercito, vide la corte di Vienna che un più lungo temporeggiamento poteva mettere in pericolo la somma delle cose, per cui si decise a rispedire in Italia il principe Eugenio con nuove forze, senza che l'imperatore Leopoldo potesse vederne l'esito, avendo cessato di vivere il 5 maggio nell'età di quasi sessantacinque anni, succedendogli nell'impero il figlio Giuseppe I.