Storia di Milano, vol. 3

Part 16

Chapter 163,656 wordsPublic domain

(1637) Reso libero da que' due nemici il governatore marchese di Leganes, e trovandosi al comando di dieciottomila fanti e quasi cinquemila cavalli per rinforzi avuti dalla Spagna, dalla Germania e da Napoli, si decise a spingere con vigore la guerra nel Piemonte, colla lusinga di facili progressi per la morte accaduta del duca Vittorio Amedeo, lasciando due figli in età infantile sotto la tutela della madre. Prese quindi il forte di Breme nella Lumellina, invase il Monferrato e assediò Vercelli. (1638) Poi, collegatosi col cardinale Maurizio e col principe Tommaso, zii del piccolo duca, applicò a diverse imprese, vagando per il Piemonte, finchè, accintosi all'acquisto di Casale di Monferrato con segreta intelligenza della vedova duchessa di Mantova, venne ivi raggiunto dall'esercito francese comandato dal maresciallo d'Harcourt, e posto in piena rotta colla perdita della cancelleria (1640), delle argenterie, della cassa regia, de' cannoni e d'ogni equipaggiamento, rinvenuti dai vincitori nel campo di San Giorgio verso Pontestura. (1641) Il marchese di Leganes fu richiamato. Ma più che da questa sconfitta, venne il re di Spagna determinato a tal passo dai gravi turbamenti insorti nell'interno della monarchia, la sollevazione dei Catalani e la ribellione del duca Giovanni di Bragranza, la quale produsse poi la separazione del Portogallo dalla Spagna, avendo la sorte delle armi e i fini politici delle altre potenze persuaso il riconoscimento legittimo di quel ribelle. (1642-1645) Per questi avvenimenti l'esercito francese, reso più animoso, unito a' Savoiardi, ridusse in breve tempo gli Spagnuoli alla difensiva, e, ricuperate di seguito le fortezze del Piemonte, penetrò nello stato di Milano, prese Tortona e Trino, indi, varcata la Sesia, Vigevano. La costernazione fu grandissima in Milano. Il governatore marchese di Velada accorse a Mortara, a Novara e ai passi della Sesia a far fronte ai nemici, i quali, per la difficoltà delle vittovaglie, si ritirarono; (1646) nel principio del nuovo anno anche Vigevano fu ricuperato. Nè i danni de' Milanesi si ristrinsero alla paura. La devastazione delle campagne ove seguirono gli osteggiamenti, le vettovaglie somministrate agli eserciti nemici ed amici, gli approvvigionamenti e le opere di difesa alle fortezze minacciate, e il soldo delle truppe che per intiero dovevasi fornire dal paese, furono tali pesi, che più non bastando a supplirvi le ordinarie rendite e le contribuzioni straordinarie, si ebbe ricorso all'alienazione de' dazi ed altri diritti regali. In quest'anno e ne' quattro seguenti si fecero le più grandiose vendite delle regalie, che mai fossero fatte per l'addietro o in seguito. Dal prospetto che se ne stese nell'anno 1772, quando per ordine dell'imperatrice Maria Teresa furono tutte ricuperate alla regia camera, si riconobbero centosessantasei regalie vendute in que' quattro anni: quasi la terza parte delle alienazioni si fecero allora. Durante tutto il secolo precedente e fino alla metà del XVII se ne alienarono sole cinquantuna. Nel rimanente di quel secolo si trovò comodo, e forse fu necessità di proseguire in siffatte vendite; e dall'anno 1649 al 1700 ne furono distratte altre centosessantanove.

(1647) Il cardinale Mazzarino, succeduto al defunto cardinale Richelieu nella suprema direzione del regno di Francia, accrebbe un nuovo fomite alla guerra in Italia coll'essere riuscito a far entrare nella lega contro gli Spagnuoli Francesco I d'Este, duca di Modena. Perciò i gallo-estensi occuparono con grandi forze Casalmaggiore, che tennero per due anni, e assediata inutilmente Cremona, disertarono il Cremonese. Ma la vigorosa resistenza opposta dal governatore marchese di Caracena, l'occupazione da esso fatta di più terre del Modonese, e gli uffici dei duchi di Mantova e di Parma indussero il duca di Modena a rappacificarsi colla Spagna. (1649) Liberati dalle angustie di questa nuova guerra potettero i Milanesi prestarsi più alacremente a festeggiare l'arrivo della loro sovrana, l'arciduchessa Marianna d'Austria, che da Vienna recavasi a Madrid, sposa del re Filippo IV. Essa fece il suo ingresso in Milano il 30 maggio del 1649, il quale è così descritto dal Brusoni[288]: «Entrò la regina privatamente in Milano per porta Tosa, a causa delle grandissime pioggie che diluviarono in quei giorni: e fece poscia la sua solenne entrata per porta Romana, incontrata dal marchese di Caracena, governatore, con tutti i tribunali, e dal clero in processione. Il governatore, messo piede a terra, presentò alla Maestà Sua diciotto cavalieri, coperti di scarlatto guernito di broccato, e altri sessanta, vestiti di tela d'argento, destinati a servirla. Dopo che, collocata sovra una chinea dai duchi di Machedea e di Terranova, venne salutata da una salva di mille e ducento mortaletti e da tutto il cannone della città. Per tutte le contrade e le piazze per le quali passò la regina, oltre agli addobbi che le adornavano, si vedevano spallierate le milizie della città e dell'esercito sotto i loro maestri di campo e generali, con vaghissima e superba mostra. Fu servita fino al Duomo, e poscia al palazzo di sua abitazione, con ordine e pompa veramente regia e meravigliosa. Fermossi la regina per alcuni giorni in Milano con Ferdinando IV re d'Ungheria e di Boemia, suo fratello, onorata dai principi d'Italia o personalmente o per ambasciatori. Durante la sua dimora mostrò di commiserare la sorte di don Odoardo di Bragranza, fratello del nuovo re di Portogallo, e benemerito dell'imperatore suo padre, il quale da sette anni gemeva in stretta carcere nella rocchetta di quel castello, e forse sarebbesi a di lui favore interposta presso il re suo sposo, se in quel tempo appunto non fosse morto dopo brevissima malattia[289]. (1650) Il 16 di agosto dell'anno seguente morì pure il cardinale arcivescovo Cesare Monti, in di cui vece fu promosso alla sede arcivescovile monsignore Alfonso Litta. Questo prelato, nel lungo pontificato di ventott'anni, accrebbe di comodi ed ornamenti il Seminario maggiore, ristaurò il cadente Seminario della Canonica, ed aggiunse nuovi redditi al Collegio de' nobili. Negli affari ch'ebbe a trattare in corte di Roma e ne' varii conclavi ai quali intervenne, si meritò lode di zelo e d'accorgimento; e nelle emergenze di dispareri giurisdizionali si condusse generalmente con moderazione; che se nel fatto che vado a narrare si mostrò dapprima animato da soverchio calore, non fu tardo a piegarsi al più maturo consiglio della saviezza.

Era stato ucciso con una pistolettata il cavaliere Uberto dell'Orto su la porta del procuratore Gadolini, vicino a San Giorgio in Palazzo. Il sospetto cadeva sopra un Landriani che si pose nell'asilo di San Nazaro. Il governatore Ponze di Leon ordinò che il Landriani venisse ad ogni modo imprigionato, e gli sbirri lo presero sull'altare mentre s'era attaccato al tabernacolo. L'arcivescovo ne fece fare acerbe doglianze, accolte dal governatore trascuratamente. Minacciò scomuniche e interdetti, ma il governatore non gli badò. Fece intimare il primo monitorio al capitano di giustizia Clerici, e fu sprezzato. Intimò il secondo monitorio, che venne accolto come il primo. Venne un prete per intimare il terzo monitorio, e gli alabardieri del capitano di giustizia lo ferirono. L'arcivescovo era smanioso. Il governatore gli fece dire che se scomunicava avrebbe fatto impiccare alle porte dell'arcivescovato il Landriani. Stando così le cose, entrò di mezzo il presidente del senato, Bartolommeo Aresi; e persuase all'arcivescovo pensieri più miti, poichè alle chiese si deve rispetto, ma non per ciò che servano di ricovero agli scellerati; che in Venezia non si conosceva immunità, ed eravi anche per le scomuniche l'esempio di Venezia stessa nell'interdetto di Paolo V; e infine che questi privilegi, non avendo altro appoggio che la tolleranza del re di Spagna, non conveniva di compromettere la dignità sua con maggiore insistenza. Il qual unico partito fu seguitato dalla saviezza dell'arcivescovo. Il papa Alessandro VII, nella promozione di cardinali che fece nel principio del 1664, vi comprese anche il coraggioso monsignor Litta, _quantunque la prudenza gli suggerisse di tenerselo in petto fino a men sospetta occasione_[290]; onde la di lui promozione non fu pubblicata che dopo due anni.

Il milanese trovavasi ridotto alla condizione più compassionevole per i danni e gli eccessivi dispendi cagionati dalla guerra. (1651) Avendo esaurito ogni mezzo di dar danari, e sopraccaricato di debiti, al di cui soddisfacimento non bastavano le continuate vendite delle regalie, l'avere impegnato le sue rendite ne' partiti Balbi e Ceva, e le sovvenzioni procuratesi coll'erezione del monte di San Carlo, fu d'uopo staccare dallo Stato Pontremoli col suo distretto, vendendolo al gran duca di Toscana. Venne in seguito da Madrid una regia carta di pien potere, per obbligare ed anche vendere qualunque fondo camerale, estendendosi questa facoltà anche alla concessione de' feudi. Farà sorpresa ai lettori che in sì estreme angustie non siasi mai pensato al più semplice e natural rimedio, il metter fine a una guerra che durava da tanti anni più o men viva, regolata dal solo capriccio, senza piano o stabile condotta, in cui erano sì rari i tratti di valore e di perizia militare nei capi, e nella quale null'altro v'era di certo se non che la distruzione degli averi e delle vite dei sudditi. Ma questo pensiero troppo ripugnava ai fini personali de' governatori di questo Stato, ai quali premeva di perpetuarsi (come dice opportunamente il Muratori) «nel lucroso mestiere di comandare un'armata». (1652) Perciò il marchese di Caracena non ebbe ritegno di destare il quasi sopito incendio con muoversi a discacciare i Francesi da Casale di Monferrato, giovandosi del favore che incautamente gli prestava in questo progetto il duca Carlo II di Mantova, padrone di quella città, e che, per il matrimonio di sua sorella Leonora coll'imperatore Ferdinando III, erasi necessariamente affidato al partito spagnuolo. La mossa improvvisa fu coronata da un felice esito, e nel principio d'autunno sì la città che i forti caddero in potere degli Spagnuoli. (1653) Ma ciò ch'erasi temuto, avvenne, mentre appena due mesi dopo, i Francesi, sollecitamente rinforzati, calarono ad infestare il territorio alessandrino e trascorsero fino alle porte di Novara. I due eserciti altro non fecero per la maggiore parte dell'anno seguente che starsi vicendevolmente in osservazione per esser pronti ad ostare dall'una parte e dall'altra a qualunque avanzamento. Il torbido e impaziente Caracena profittò di questa calma per muovere briga al duca di Modena col pretesto di chiedere spiegazioni per le milizie che assoldava e il fortificare di Brescello. (1655) Invaso il territorio del duca, minacciò di assediare quella piazza e di bloccar Reggio; ma le copiose pioggie della primavera e il crescere del Po lo costrinsero a levare il campo e a ripassare il fiume precipitosamente dopo una spedizione di soli venti giorni, e di aver ridotto un amico sospetto a divenire nemico dichiarato. E di là appena a due mesi trovò ben molto più a fare in casa propria, mentre il principe Tommaso di Savoia alla testa di un esercito francese, che si disse forte di dieciottomila fanti e settemila cavalli, passato il Ticino dalla parte di Vigevano, cominciò a scorrere il territorio milanese, portando dovunque il terrore e la desolazione. Ma la città di Milano, in cui la confusione era cresciuta per le monache sub-urbane che, in folla e tumultuariamente vi si ricoverarono, fu presidiata, e possibilmente munita per la difesa, e i sacerdoti nelle chiese esortavano i cittadini a prender l'armi. Fortunatamente la furia francese declinò da questa direzione, e si rivolse all'assedio di Pavia. Varii accidenti concorsero a liberare il marchese di Caracena dal cattivo passo, ove dalla sua imprudente temerità era stato condotto. I Francesi, distratti nello scortare fino in Piemonte un grosso convoglio di bestiami predati nella Lomellina, furono tardi nell'investire la città mentre era meno provveduta de' mezzi di difesa. Un rinforzo di trecento cavalli sotto il conte Galeazzo Trotti, generale della cavalleria di Napoli, che, passando per caso da Mortara, si unì al presidio di Pavia, l'inaspettato avvicinamento dal Finale di alcune truppe spedite dalla Spagna, l'essere rimasto ferito da una palla di falconetto il duca di Modena, che fu trasportato in Asti, la malattia sopraggiunta al principe Tommaso nella sua grave età di oltre sessant'anni, tutte queste cause, alle quali si aggiunse la difficoltà delle vittovaglie per gli appostamenti fatti dal Caracena a Cassine sulla strada di Pavia, e ne' castelli di Binasco e Chiarella, determinarono i Francesi a levare improvvisamente l'assedio, ch'era durato dal 22 luglio al 15 settembre, abbandonando nel campo una immensa quantità di attrezzi militari, di viveri e di bagagli. L'esercito gallo-estense si ritirò parte nel Modonese e parte a Torino col principe infermo, il quale il 22 del seguente gennaio se ne morì. (1656) Le rimostranze che i Milanesi fecero giungere al trono del sovrano, produssero il richiamo del marchese di Caracena, che passò al governo all'armi in Fiandra, sotto il supremo comando di don Giovanni d'Austria, figlio naturale del re cattolico.

L'allontanamento di quell'ambizioso governatore, se sparse di qualche balsamo le esulcerate piaghe della misera Lombardia, non valse a impedire il nuovo incendio di guerra che si suscitò tosto dopo il ritorno del duca di Modena da Parigi, ov'erasi recato appena fu sano della sua ferita. Prima impresa de' collegati fu l'investire Valenza sul Po, che, ostinatamente difesa, dovette arrendersi il 7 di settembre. (1658) Nei due anni successivi, stando le armi spagnuole unicamente sullo schermirsi, molti danni sofferse lo stato di Milano dalle scorrerie nemiche; quando, nel 1658, l'accorto ed audace duca Francesco venne in risoluzione di condurre la sua parte d'esercito, che consisteva in settemila fanti e cinquemila e ottocento cavalli, a' quartieri d'inverno sul Mantovano. Il duca di Mantova, sorpreso all'improvviso, invocò e ottenne dal governatore di Milano qualche soccorso di truppe, ma insufficiente; laonde fu costretto a stipulare la propria neutralità, ciò che l'espose alla collera dell'imperatore e lo privò del titolo di vicario dell'Impero. Resi sicuri per questa convenzione dal lato del duca di Mantova, i gallo-estensi minacciarono di penetrare nel cuore della Lombardia col passaggio dell'Adda, fiume distante solo dieciotto miglia da Milano. Il governatore munì in fretta le fortezze di Pavia, Lodi, Pizzighettone e Cremona, e fortificò varii posti sul fiume tra Lodi e Rivolta, e da Castelleone a Cassano. Le acque della Muzza, spezzato l'argine, furono travolte in Adda per ingrossare il fiume. Ma il duca di Modena, superato per sorpresa il passo a Rivolta, si stabilì con tutto l'esercito sulla riva opposta, e si fece appoggio del forte e ben munito castello di Cassano, che gli si arrese. Valicata l'Adda, si accinsero tosto i vincitori a deviare le acque del naviglio della Martesana, facendo con una mina rovinare il suo sostegno; e una parte dell'esercito, sotto gli ordini del duca di Noailles, spinse le sue ricognizioni fino ai sobborghi di Milano, e si ripiegò con sì buon ordine, che neppure fu inseguita. Si riunì quindi col restante dell'esercito per Marignano a Sant'Angelo, e tutt'insieme avviaronsi ad aprire le comunicazioni del Ticino più dirette e più brevi col Piemonte. Tragittato il fiume il 1.º di agosto, cinsero d'assedio Mortara, che dopo quindici giorni si arrese; indi presero Vigevano, di cui distrussero le fortificazioni perchè non servissero agli Spagnuoli nel prossimo inverno. Il conte di Fuensaldagna, governatore di Milano, che, come un'opportuna diversione avea tentato di prendere per sorpresa la città di Valenza, ne era stato respinto con grave perdita. La morte inaspettata del duca di Modena, avvenuta in Santià il 14 ottobre, essendo in età di soli quarantott'anni, pose fine alle vittorie dei Francesi. Successe negli Stati paterni e nel generalato dell'armi collegate il giovane duca Alfonso IV. Principe di animo più mite, acconsentì a pacificarsi colla Spagna a vantaggiose condizioni, limitandosi ad una perfetta neutralità, nel qual partito fu indotto dallo stesso ministro francese il cardinale Mazzarino, che stava negoziando lo stabilimento di una pace generale fra la Francia e la Spagna, la quale, conchiusa il 7 novembre dello stesso anno, è celebre sotto il nome di pace de' Pirenei.

(1661) Dopo la pubblicazione della sospirata pace cominciò a respirare l'oppresso popolo milanese, il quale ottenne pure di veder limitata l'obbligazione dell'alloggiamento militare a quattromila fanti e duemila cavalli, con reale dispaccio 30 novembre del 1661. A questo beneficio tenne dietro il _Rimplazzo_, ossia la sistemazione del riparto dell'alloggiamento, di cui si è di sopra parlato, ove si discorsero in compendio le successioni de' governatori. (1665) Null'altro ci si offre di notabile fino al 1665, in cui giunse in Milano la nuova che il re di Spagna Filippo IV avea pagato l'inevitabile tributo alla natura, essendo morto il 17 settembre in età di sessant'anni. Principe pio, ma dominato quasi per tutta la sua vita da un pessimo ministro, il conte d'Olivares, che soltanto poco tempo prima di morire privò della sua grazia. Principe detto grande dall'adulazione, e in fatti grandissimo nelle disavventure, per aver regnato continuamente frammezzo alla miseria pubblica, cui non volle o non seppe mai sovvenire, e circondato dal pubblico malcontento; onde si vide successivamente spogliato del Portogallo e del Rossiglione, ribellata la Catalogna, in continua agitazione l'Aragona, conculcata la sua autorità dalla più infima plebaglia di Napoli, avvolta nella desolazione e in continue mormorazioni la Lombardia; e finalmente, dopo tanto sangue sparso e tanti tesori profusi dal padre e dall'avo, costretto a dar la pace agli Olandesi ed a riconoscerne l'indipendenza. Gli succedette l'unico figlio Carlo II, in età di quattr'anni, sotto la tutela della madre, che fu l'ultimo, egualmente inetto e per esso mal fortunato rampollo di quella famiglia.

Magnifici furono i funerali celebrati in Milano per il defunto re. Nel seguente anno ebbero i Milanesi occasione di facile rallegramento nelle feste fatte per l'arrivo dalle Spagne, di passaggio per Vienna, dell'infante donna Margherita d'Austria, sposa dell'imperatore Leopoldo. Il governatore fece perciò ristaurare splendidamente il palazzo ducale. (1668) Senza rispetto per la miseria pubblica, il lusso sfoggiato dalla nobiltà spagnuola e milanese, e dagli ambasciatori de' sovrani d'Italia nel ricevimento di quella principessa, fu straordinario: e basti per un esempio, che il conte Filippo d'Aglié, ministro del re di Sardegna, si mostrò con un seguito di trecento persone, e il pomposo corteggio di cento tiri-a-sei. Due anni dopo morì il governatore Ponze di Leon, e dopo tre mesi di governo morì pure il suo successore Francesco de Oronco, marchese de Olias, Mortara e San Reale. Fu allora mandato il duca del Sesto, don Paolo Spinola, marchese de los Balbases, il quale appena trascorso un anno cedette la carica a don Gaspare Tellez Giron, duca d'Ossuna, nome reso celebre dal di lui avo don Pietro, vicerè di Napoli. La regina vedova lo spedì governatore a Milano, per consiglio del gesuita Everardo Nitard, confessore, ch'essa avea condotto dalla Germania, e ciò per allontanarlo da don Giovanni d'Austria, ch'erasi insinuato nella confidenza del piccolo re. Governò per quattro anni. Quello che siamo per dire di lui è preso da un raro libretto, venuto allora in luce, che, quantunque sia principalmente un epilogo di scandalose storielle tendenti alla diffamazione di alcune gentildonne e cavalieri milanesi, contiene varii fatti storici che hanno tutta l'apparenza della verità[291]. Fu assai pomposa l'entrata ch'ei fece in Milano. Precedevano alcune compagnie di cavalleria colla pistola alla mano, la corazza sul petto e la celata in capo. Poi venivano più di cento cavalli, carichi di arredi, coperti di panno scarlatto trinato d'oro, colle funi di seta intrecciate d'oro. Ogni cavallo aveva un palafreniere che lo conduceva, vestito in uniforme scarlatto, trinato d'oro e pennaccio nel cappello. Poi venivano i cavalli del duca, coperti pure di scarlatto trinato d'oro con simili palafrenieri. Indi seguivano i carabinieri, con lucidissime armature e ricchi ornamenti. In séguito, in magnifica gala, cavalcavano i gentiluomini milanesi, accompagnati da numeroso stuolo de' loro palafrenieri. Poi venivano tre carrozze del duca superbissime. Il carro e le ruote erano intagliate con sommo lusso, e tutto il legno dorato e i ferri smaltati; i cerchi delle ruote erano d'argento, e gli apparenti e rilevati chiodi nella prima erano d'oro, nelle due altre d'argento dorato; l'interno delle carrozze era tutto ricamato a profusione d'oro. Donna Mizia, moglie del duca, era nella prima carrozza con due sue figlie, e il duca cavalcava, superbamente bardato, alla portiera destra, costeggiati dalla guardia svizzera. Veniva in séguito la compagnia delle lance, indi altra soldatesca. La corte era stata mobigliata da esso duca in modo che un monarca non avrebbe potuto avere di più.

Questa pompa sorprendente annunziava nel nuovo governatore un personaggio ricchissimo o un ladro; forse fu l'uno e l'altro. Per ogni mezzo egli cercava di far danari; il conte Antonio Trotti, per essere eletto generale, dovette sborsargli ottantamila genovine[292]. Il consiglio secreto procurò di porvi qualche argine; ne furono portate forti rimostranze a Madrid, per cui il duca una volta soccombette, avendo dovuto disfare dodici capitani che aveva creati di suo capriccio. Dovette pur scomparire un'altra volta, e pare a torto. Un suo domestico avea percosso un cane della principessa Trivulzi, e i domestici di essa lo uccisero. Il duca ordinò al capitano di giustizia la carcerazione degli omicidi; il capitano si portò nella casa della principessa e li fece imprigionare. La principessa era spagnuola, spedì un corriere alla corte, venne l'ordine che dovessero i detenuti ricondursi nella casa Trivulzi, e il capitano di giustizia ne chiedesse scusa. Così rovesciavasi ogni idea di giustizia e di buon governo per una raccomandazione. Scemato per tal modo il rispetto verso il governatore, si videro affisse delle satire contro di lui; e non potendosi trovare indizio dell'autore, malgrado i premii proposti, il duca ebbe ricorso a un negromante, il qual ciurmatore fece credere che un frate fosse il colpevole. Per caso nominò un frate contro cui, secondo le opinioni religiose di que' tempi, non si poteva altro castigo imporre che il bando, e l'ebbe il padre Giudici, crocifero, sulla prova del mago, ben pagato per questo. Il duca non era affabile, nè cortese; era violento, capriccioso, orgogliosissimo, giuocatore vizioso, scostumato, rapace: così ce lo dipinge l'autore. Come vivessero i popoli sotto il di lui governo e quali esempi ricevessero, è facile il comprenderlo. Se recò maraviglia in Milano il trovarsi quattordici lire nella tesoreria generale alla partenza del duca del Sesto, molto più fece sorpresa l'erario totalmente esausto lasciato dall'Ossuna in tempi meno infelici. I costumi della nobiltà milanese erano allora assai ritirati e gelosi. Fu cosa che spiacque, e che non ebbe seguito, una conversazione che il duca d'Ossuna aprì una sola volta.