Part 15
Fervevano ancora quelle moleste contese, allorchè venne di nuovo ad affliggere i Milanesi la pestilenza, e più sterminatrice di quella che avevano sofferto cinquantaquattro anni avanti. (1629) Per soprabbondanza di mali fu dessa preceduta dalla carestia e accompagnata dai disastri della guerra che combattevasi nel vicino Piemonte. La plebe di Milano, ridotta a pascersi d'erba e nel pericolo di morir di fame, siccome alcuni se ne trovarono morti per le strade[268], diede il sacco ai prestini, ed assalita la casa del signor Lodovico Melzi, vicario di Provvisione, e atterratene le porte, fu in procinto di assassinarlo[269]. Il consiglio generale della città si affrettò di approvvigionare di grano il Lazzaretto fuori di porta Orientale, e colà raccolse la più mendica plebe; nè bastando quel vastissimo recinto al numero eccessivo degli affamati, destinò allo stesso fine lo spedale della Stella. Si distinse in questa pubblica calamità l'arcivescovo Borromeo coi soccorsi di cui fu prodigo, sì che meritossi d'esser chiamato il padre dei poveri[270]. Ma le incessanti querele di que' mendichi a pretesto della cattiva qualità del pane, la loro insubordinazione, i loro feroci clamori, facendo temere più gravi eccessi, indussero il governo della città a scioglierli dai loro pietosi ergastoli, restituendoli tutti alla beata libertà del mendicare. Fra una turba sì grande di popolo, estenuata dalla fame ed oppressa da ogni genere d'indigenza, la peste che sopraggiunse non potea trovare più pronti veicoli per diffondere rapidissimamente il mortal suo veleno. Questa volta fu essa recata in Italia dalle truppe imperiali per la guerra di Mantova, e un soldato milanese di quell'esercito, venuto a visitare i suoi, la recò in Milano nel novembre del 1629. Sì egli che gli abitanti della casa dove alloggiò, tutti morirono; e queste furono le prime vittime[271]. (1630) La casa fu isolata da ogni comunicazione; ma poco più vi si badò; e le feste, che anche in tanta miseria si celebrarono nel principio del seguente anno per la nascita dell'infante primogenito di Spagna[272], fecero che facilmente quel funesto avviso fosse posto in dimenticanza. Il fatal vulcano rimase sopito, o almeno diede segni non osservati fino al mese di marzo, quando l'esplosione si fece in un tratto violenta ed invase tutte le parti della città. Il popolo, compreso dallo stupore, s'attenne per lungo tempo al partito che più s'accomodava alla sua ignoranza e pigrizia, il non credere; e allorchè fu tratto d'inganno per lo spaventevole moltiplicar de' malati e de' morti, e col produrre agli occhi di tutti i marciosi cadaveri, esponendoli lungo le vie, o facendoli condurre intorno ammucchiati e scoperti sui carri, si abbandonò ad ogni sorta di deliri e di eccessi. Quell'ostinata e prolungata incredulità lasciò libero al contagio di estendersi immensamente, e fu in ciò secondata dall'indolenza dapprima, poi dagli scarsi, inefficaci o improvvidi ordini de' magistrati. La lunga successione de' cattivi governi avea fatto dilatare l'avvilimento, l'inerzia, la stolidezza dalla plebe alle classi superiori, per modo che in quelle difficilissime circostanze il consiglio generale, il tribunale di Provvisione, quello di Sanità, il senato, il governo, tutti non si mostrarono che plebe, ed ebbero con essa comuni le stravaganze e i vaneggiamenti. Tranne il ricoverare gli appestati nel Lazzaretto, nessun altro opportuno provvedimento fu adottato in quest'occasione di quelli che pure il furono nella peste del 1576. A reggere quella repubblica di appestati fu delegato un frate con illimitata autorità, il padre Felice Casati, guardiano de' Cappuccini di porta Orientale[273]. «Si è comandata con una mal intesa pietà una processione solenne, nella quale si radunarono tutti i ceti de' cittadini, e trasportando il corpo di san Carlo per tutte le strade frequentate, ed esponendolo sull'altare maggiore del Duomo alle preghiere dell'affollato popolo, prodigiosamente si comunicò la pestilenza alla città tutta, ove da quel momento si cominciarono a contare sino novecento morti ogni giorno[274]». Il cardinale arcivescovo avea ricusato di aderirvi, ma tali furono le sollecitudini e le istanze, che, quasi forzato, vi acconsentì[275]. Il Ripamonti ci fa fede che da quel giorno la pestilenza ha acquistato tal forza e predominio, che veramente corrispondeva al suo nome[276]. E soprabbondando il numero degli appestati che presentavansi ogni giorno al Lazzaretto, «arrivarono ad essere un tempo nel detto luogo quattordicimila e cinquecento annoverati, restandone più volte le centinaia di fuori attorno a quella fossa, aspettando che la morte facesse loro qualche luogo[277]». Per la qual cosa fu duopo erigere de' Lazzaretti sussidiari a San Barnaba al Fonte, a San Vincenzo in Prato e alla Trinità. Un altro ne fu fatto disporre dal cardinale arcivescovo nel seminario della canonica per gli ecclesiastici.
Ma il delirio più scandaloso, e ch'ebbe più tragici effetti, fu quello delle unzioni venefiche. La storia ci attesta che si è prestata credenza a questa sciocca cagione in altri contagi, ed abbiamo veduto che l'opinione ne corse anche nella peste del 1576. Ora a darle maggior voga venne un dispaccio del re Filippo IV, che avvisava il governatore di far invigilare che non s'introducessero nel milanese alcuni uomini portatori di unguenti pestiferi, ch'erano stati veduti in Madrid e di là fuggiti[278]. Queste precedenze erano più che sufficenti perchè si asseverasse che siffatte unzioni già facevansi in Milano, e così avvenne. Un editto del tribunale di Sanità, del 19 maggio, asserendo il fatto per indubitato, promise il premio di ducento scudi a chi avrebbe data certa notizia de' rei, e di più l'impunità al denunciante qualora fosse uno de' complici, ma non il principale[279]. Poche settimane dopo, per racconto di donne, si divulgò che il commissario della Sanità, Guglielmo Piazza, era stato veduto a far tali unzioni; egli confessò ne' tormenti che l'unto gli era somministrato dal barbiere Gian-Giacomo Mora; e questi e molti altri sono pur carcerati e tormentati. La compassionevole narrazione di questo nefando processo è già nota[280] e qui basterà il dire che il Piazza e il Mora, e altri non pochi, dichiarati rei di un delitto impossibile, furono condannati ad essere condotti al patibolo su di un alto carro; ad aver nel cammino arse le carni da tenaglie roventi, tagliata la mano destra; indi fracassati dalla ruota, e intessuti ancor vivi fra le gaviglie della ruota stessa, scannati dopo sei ore, finalmente abbruciati, e sparse le ceneri al vento. Tutto ciò fu eseguito; e stando i miseri fra le mani del carnefice si protestarono innocenti innanzi al popolo, e di morir volontieri per gli altri peccati loro, ma di non avere mai esercitata l'arte di ungere, nè aver pratica di veleni o sortilegi[281]. Quanto possedevano quelle due vittime fu confiscato; la casa del Mora, distrutta dai fondamenti, e sull'area di essa eretta una colonna per pubblico decreto dichiarata infame, accompagnata da un'iscrizione in marmo per tramandare la memoria del fatto alla posterità. E la posterità l'ha giudicato: nel 1778 la colonna si trovò clandestinamente atterrata; l'iscrizione fu levata di poi, la casa rifabbricata; onde non rimane più traccia visibile dello scellerato giudizio[282]. Nè il Piazza e il Mora, e i molti soci ch'ebbero nel processo furono soli sacrificati al fanatismo del volgo e all'ignoranza togata. Si volle scoprire un disturbatore d'unzioni anche tra gli appestati del Lazzaretto, Gian Paolo Rigotto, il quale «andò al patibolo li sette di settembre, e l'accompagnò il padre Felice, cappucino, con un altro padre teatino, che là dentro amministrava li Sacramenti; et affermarono questi che, al solito degli altri aveva costui rivocata la confessione e sin all'ultimo fiato protestato di morire innocente[283]». Quali tempi, quai giudici, e quanto infelice nazione! A compiere l'orrenda scena basterà che si sappia aver quella pestilenza mietuto centoquarantamila vite di cittadini milanesi, secondo il più moderato calcolo che desunse il Ripamonti dalle tabelle del tribunale della Sanità[284], mentre il Somaglia l'accresce di altre quarantamila. La città non fu del tutto sana che circa due anni dopo, nel 1632.
Le persone notabili morte ne' decorsi trent'anni furono frà Paolo Moriggia, gesuato, autore di molte opere mediocri o cattive sulle Antichità milanesi, morto nel 1605, d'anni settantanove; Carlo Bescapè, vescovo di Novara, che morì il 6 ottobre 1618, contando sessantacinque anni di età e ventidue di episcopato, uomo assai dotto e pio, e il più sincero scrittore della vita di san Carlo, benchè ne fosse famigliarissimo e ammiratore; e Giovanni Pietro Carcano, morto il 5 agosto 1624, che destinò le sue molte ricchezze a beneficare splendidamente lo spedale Maggiore e la chiesa metropolitana di Milano, e ad erigere un monastero di vergini, dette dal nome del fondatore le _Carcanine_. Chiude questa lista necrologica il più grande e il più utile cittadino del suo tempo, il cardinale arcivescovo Federico Borromeo, che cessò di vivere il 21 settembre del 1631, nell'età di circa anni sessantasette.
CAPITOLO XXXI.
_Successione di governatori. Guerre nel Piemonte, nella Valtellina e in Lombardia. Morte del re Filippo IV. Governo del duca di Ossuna. Morte del re Carlo II. Sacre e pie fondazioni, e morti di persone distinte._
Nel progredire in questa storia, la materia che debbo trattare quasi mi scoraggisce. Sterile ed ingrata necessariamente per la condizione del paese dopo l'estinzione de' principi sforzeschi, lo diviene ancora maggiormente, giacchè alla mancanza de' fatti storici va succedendo quella dei grandi caratteri, rimarchevoli per sublimi virtù o per vizii illustri; onde il vasto, fertile e già ricco stato di Milano in questa epoca non può essere rappresentato da una più vera imagine di quella di un gran podere, quasi in ira al cielo e agli uomini, abbandonato dalla non curanza di uno sconosciuto padrone, all'imperizia e al capriccio dei succedentisi amministratori. Nel corso di quasi settant'anni, su cui versa questo capitolo, i buoni governatori furon rari, e per maggiore sventura del paese sono quelli che vi fecero più breve dimora. I danni del milanese crebbero per le guerre che ripetutamente si suscitarono in questo intervallo nella Valtellina e nel Piemonte, tanto per i campeggiamenti e le rapine degli eserciti, quanto per doverli provvedere di viveri e di soldo, giacchè se anche ne' migliori tempi di Carlo V e di Filippo II ben poco danaro era qui spedito dalla Spagna, a quest'epoca non poteva aspettarsene sussidio veruno, non bastando neppure le scarse rendite di quell'indolente e degenerata nazione a saziare l'avarizia de' favoriti e dei cortigiani. Tali poi furono gli effetti di più di un secolo di cattivo governo straniero, dell'agricoltura in più luoghi abbandonata, della scoraggiata industria, della sofferta fame e di due pestilenze sterminatrici, che rese esauste tutte le sorgenti della pubblica prosperità: la popolazione per la penuria del vivere non potè riprodursi; e Milano, che da lungo tempo e per tutto il secolo decimoquinto fu ricca, florida e popolosa di oltre trecento mila abitanti, nel decimosettimo non giungeva a centomila, e in questo limite se ne stette quasi stazionaria, mentre l'indistruggibile fertilità del suolo impedì all'ignoranza e al mal volere degli uomini di farla maggiormente retrocedere.
(1632) Il vacante arcivescovato di Milano fu, il 28 novembre del 1632, conferito dal papa Urbano VIII al patrizio milanese Cesare Monti, già insignito della dignità di patriarca d'Antiochia e nunzio apostolico nella Spagna, e nell'anno seguente fatto cardinale. E poichè la storia civile non ci offre altra occasione di parlar di lui, soggiungeremo ch'egli resse la chiesa milanese con pace e dignità per quasi diciotto anni, fece ridurre a compimento le chiese del Lentasio e di Sant'Agnese, stabilì il conservatorio di Santa Febronia per le figlie povere, eresse la chiesa e il convento di Concesa e il monastero di Santa Maria di Loreto, istituì il seminario di Monza, e, morendo, legò per testamento agli arcivescovi suoi successori una scelta raccolta di ducentoventun quadri, il di cui catalogo leggesi presso il Lattuada[285], e che, riordinata e ristaurata pochi anni sono da mano maestra, forma tuttora un magnifico ornamento al palazzo arcivescovile.
(1633) Nel 1631 era tornato al governo di questi Stati don Gomez Suares di Figueroa e Cordova, duca di Feria; ma dopo due anni avendo egli dovuto, d'ordine del re cattolico, recarsi in Germania in soccorso dell'imperatore Ferdinando II con un esercito di diecimila fanti e mille e cinquecento cavalli, parte spagnuoli e lombardi, e parte napoletani, venne in suo luogo il cardinale infante di Spagna, fratello del re; ma non rimase al governo che circa un anno, essendo passato a governare le Fiandre. Dal poco che ci rimane delle sue leggi, appare ch'egli avea di mira l'esatta amministrazione della giustizia. I successivi governatori fino al 1670 furono il cardinale Egidio Albornoz, il marchese don Diego di Leganes, il duca d'Alcalà, il conte don Giovanni di Sirvela, il marchese di Velada, don Bernardino Fernandez de Velasco, contestabile di Castiglia, il conte di Haro, don Luigi Benavides, marchese di Caracena, il cardinale Teodoro principe Trivulzi, il conte di Fuensaldagna, il duca di Sermoneta, don Luigi de Guzman Ponze di Leon, il marchese d'Olias e Mortara e don Paolo Spinola, marchese de los Balbases, duca del Sesto. Sono in trentasei anni quattordici governatori, tra i quali il marchese di Caracena durò per otto anni, e il conte di Fuensaldagna per quattro. L'inettitudine, l'inesperienza, il breve governo, la distruzione delle guerre furono cagione che que' signori fecero poco bene al paese, e lasciarono intatti i disordini, se pure non li accrebbero. Gioverà a dare un'idea del loro modo di governare il sapersi che mentre la provincia, rovinata dai disastri della peste, dalle lunghe guerre e dalla pessima e tenebrosa amministrazione, esigeva i più seri provvedimenti, il marchese di Caracena non trovò altro di meglio a fare per il ben pubblico che vietando alle meretrici di andare in carrozza ai corsi, e il conte di Fuensaldagna di proibire che nel carnevale si ballasse dopo la mezza notte, e che alcuna donna si mascherasse da uomo, o uomo da donna. Quel marchese accrebbe le fortificazioni del castello di sei mezze-lune. Più importanti furono i provvedimenti del governatore Ponze di Leon. All'intento di soccorrere alle angustie del pubblico banco di Sant'Ambrogio, che, disordinato e soccombente sotto il peso de' suoi debiti, avea ridotto alla metà il pagamento degl'interessi, ordinò, con decreto del 18 luglio 1662, che i fondi e i dazi destinati dalla città di Milano per dote di quello, passassero in libera amministrazione di una congregazione da lui delegata; con che per allora fu assicurata la pubblica fede. Egli fu autore di un altro insigne beneficio a suggerimento del conte Bartolommeo Arese, presidente del senato, personaggio di gran senno ed influenza, ed amantissimo del suo paese, l'instituzione del così detto _Rimplazzo_. Esso regolava l'alloggiamento militare sotto la direzione di un provveditore generale, il quale forniva d'alloggio l'esercito in tempo di pace ad un determinato prezzo per ciascuna razione da pagarsi in via d'imposta sopra tutto lo Stato, secondo la fatta ripartizione. Così furono procurati opportuni e comodi alloggiamenti alle truppe, liberati i pubblici e i cittadini dalle vessazioni, e assicurata l'uguaglianza del carico. Ma questo Ponze di Leon era uomo sì arbitrario e violento, che, senza rispetto alla giurisdizione de' tribunali e del senato, facea esercitare la giustizia a suo piacere: e ne basti un esempio. Un cieco, conosciuto col nome di Alessandrino, andava cantando per le vie della città una canzone popolare in cui deridevansi gli Spagnuoli. Il governatore se lo fece condurre innanzi, gli fe' dar a bere e volle udir la canzone; indi ordinò che immediatamente fosse condotto alla piazza de' Mercanti, ed alla mezza notte, a porte chiuse, fosse impiccato e súbito seppellito. Egli stesso nel giorno vegnente a comune terrore, fece dare pubblicità alla sentenza ed all'esecuzione. È però da confessarsi che i tempi erano convenienti per simili violenze; e i nobili in ispecie, resi brutali dall'ignoranza, invasi dalla boria spagnuola e degradati dalla prepotenza valorosa dei loro avi, eransi abituati alla prepotenza facinorosa, che col mezzo di mani mercenarie procacciasi comoda e senza pericolo la vendetta, la quale infame costumanza si mantenne in vigore fin oltre la metà del secolo scorso[286]. Per siffatte prepotenze la città di Milano era in tanto disordine, che i privati cautamente si facevano scortare per le strade da uomini armati. Persino il residente del gran duca di Toscana, Gian-Francesco Rucellai, in porta Vercellina, verso mezzodì, venne assalito da molti armati, per cui, dopo valida resistenza, costretto a sottrarsi al maggior numero, il governatore e il senato, mancando di altro mezzo, fecero pubblicare «che chiunque suddito del re cattolico avesse in quest'occasione prestata assistenza al residente, sarebbe stato dalla maestà sua assai gradito»; e il marchese Annibale Porroni lo fece servire da certo capitano Ampio con un centinaio di bravi, e così scortato, il residente prese congedo dal governatore, dall'arcivescovo e dal presidente del senato. La stessa scorta lo accompagnò fino a Piacenza; il fatto avvenne nel 1656[287].
(1634) Per essere più libero e sicuro d'impiegare le sue forze nella Germania e ne' Paesi Bassi, il re di Spagna si era adoperato per trarre al suo partito il duca di Savoia, e già il principe Tommaso, uno de' fratelli di esso, impegnatosi a militare nelle Fiandre in favore del re cattolico, avea mandato a Milano la consorte ed i figli, quasi ostaggi in garanzia della sua promessa. (1635) Ma al principio del 1635 una nuova ed aspra guerra insorse tra la Spagna e la Francia, suscitata dall'ambizione o dalla rivalità degli onnipotenti ministri delle due corti, il cardinale di Richelieu e il conte Olivares. In conseguenza il re di Francia Luigi XIII si collegò con varii principi protestanti e coll'Olanda a danno de' Paesi Bassi, e spedì un esercito nella Valtellina, comandato dal duca di Rohan, per attaccare lo stato di Milano; riuscì pure a ridurre nella sua lega il duca di Parma Odoardo Farnese e il principe Carlo Gonzaga, duca di Mantova, che varie cagioni avevano di dolersi della Spagna. Anche il duca di Savoia, disapprovata altamente la condotta del principe Tommaso, e privatolo de' suoi stipendi e possedimenti nella Savoia e in Piemonte, aderì alla Francia e fu fatto comandante generale delle armi francesi e collegate in Italia. Il governatore di Milano cardinale Albornoz non fu lento a guernire i confini dello Stato, e costrinse i Francesi a desistere precipitosamente dall'intrapreso assedio di Valenza. All'opposto, gli Spagnuoli nella Valtellina, benchè rinforzati da quattromila fanti e quattrocento cavalli tedeschi sotto il barone di Fernamont, riportarono dai Francesi una grave sconfitta. (1636) In principio del nuovo anno uscì in campo il duca di Parma, ma fu respinto con perdita dagli Spagnuoli spediti dal milanese, associati al duca di Modena Francesco I. In questo apprestamento di un vasto incendio, che minacciava tutto all'intorno lo stato di Milano, l'interposta mediazione del papa Urbano VIII e di Ferdinando II, gran duca di Toscana, riuscì a conciliare una tregua, che fu seguita da una pace effimera, mentre, per il pretesto del compenso dei danni recati dagli Spagnuoli nel Parmigiano e nel Piacentino, il duca di Savoia e il maresciallo di Crequi invasero nel mese di giugno il pavese e il novarese, e passato il Ticino, spezzarono il grand'argine, per cui da quel fiume si conduce a Milano il naviglio grande; onde la nostra città ne fu costernata. Il governatore marchese di Leganes si oppose ai nemici a Tornavento, ove, il 23 di quel mese, seguì un sanguinoso contrasto; e benchè la vittoria fosse rimasta indecisa, l'effetto ne fu che i Francesi e i Savoiardi di lì a pochi giorni si ritirarono. In questo grave pericolo fu di nuovo instituita in Milano la milizia civica, nella quale si videro in breve ascritti più di seimila cittadini, e dal governatore ebbe, con decreto del 29 settembre, confermati i suoi privilegi. Il duca di Parma, che aveva invaso il Cremonese e il Lodigiano, sconfitto da don Martino d'Aragona colla mediazione del papa e del gran duca, fu ammesso a far pace separata cogli Spagnuoli, ai quali cedette Sabbionetta, piazza in allora importante, tra Casalmaggiore e Mantova. Anche il duca di Rohan, assalito dai Grigioni, dovette ritirarsi dalla Valtellina.