Storia di Milano, vol. 3

Part 14

Chapter 143,085 wordsPublic domain

Durante il suo governo si collocarono sovente negli impieghi uomini di nessun merito, stante che nella scelta egli preferiva i più sommessi ad ogni sua opinione e volere, siccome diceva Tacito di Tiberio[260]; così gli animi più vili ed abbietti ascesero e s'impadronirono degl'impieghi. «Avvelenato da una certa falsa gloria di autorità e protezione, dice il senator Visconti, et quasi affettando il titolo d'onnipossente in questo Stato, come che tutto dipendesse da lui, per radicare negli uomini questa opinione ha innalzate persone indegnissime, che s'hanno saputo accomodare all'adulazione e altre arti et servigi troppo vili... _ma in pari tempo si vide_ tirare ogni cosa a sè, turbando gli ordini dei negozi e de' tribunali. Il che, sebbene egli fece con incredibile vigor d'animo, vigilanza, assistenza, memoria e cura, tuttavia fu necessario che errasse infinite volte, come fece, oltre il patire le male conseguenze che ne risultano. Perciocchè, così facendo, un governatore si tira addosso un'occupazione intollerabile, contrae particolar obbligo di render conto a Dio e al mondo d'infinite cose che non gli toccano, et s'acquista grandissimo odio non solo dei particolari offesi, ma ancora dei magistrati. Dei particolari, perciocchè dei tormenti, privazioni dei beni, esiglj et morti, quando vengono per corso ordinario di giustizia et quasi dalla mano del giudice et tribunali frapposti tra il principe, et il delinquente, niun odio ne tocca al principe che pare non ne habbia parte se non la obbligazione di fare che si renda giustizia, la quale è cosa favorevole et non odiosa; dove che, facendo egli quasi immediatamente et fuori degl'instituti della provincia, ne segue che i delinquenti, non potendo scaricare l'odio sopra il ministro che dovrebbe esser di mezzo tra la suprema podestà e le persone private, tutto lo indirizza contro di lui: e tanto più che, facendo il governatore quello che per l'ordinazione dei tribunali non gli dà occasione di sospettare et dire che così faccia non per zelo di giustizia, ma per passione et capriccio proprio, al quale il vulgo sempre vuol trovare qualche cagione poco honorevole. Dai ministri parimente odiato, perchè parendo loro in questa guisa di essere da lui offesi nella riputazione, alcuni ancora, sentendo il danno dei propri interessi, alienano gli animi da lui; et se bene scopertamente et dincontro non puonno offenderlo, tuttavia quest'odio pubblico s'interna in maniera nei petti loro, che poi quasi naturalmente gli vanno difficoltando tutti i negozi, et gli praticano contro, tanto in materia di stimazione et gusto, quanto nella sostanza delle cose. Finalmente questo stesso fatto di che parliamo, mette i tribunali et ministri in vilipendio et mala opinione appresso a' sudditi, i quali quasi col testimonio del governatore gli stimano mali huomini et con l'esempio suo li dispregiano: dal che nascono pessime conseguenze nella repubblica. Laddove, contentandosi (parlo per ordinario) il governatore della soprintendenza, del riprenderli e castigarli quando inciampano, et frattanto honorarli et ben trattarli, et lasciar correre i negozi a' suoi tribunali, viene a tener bene accordata quest'armonia civile. Del resto la giustizia oggidì potrebbe esser meglio amministrata, poichè, non havendo molti officiali le parti che bisognano a chi maneggia la repubblica, non è meraviglia che i giudicii hanno tardissima espedizione. I giudici s'allontanano senza rispetto dalle leggi et statuti, et giudicano quasi per loro opinione. Non vale alcune volte l'autorità delle leggi e la dottrina, poichè si vince piuttosto con arti ed ambiti machinati, che per buona guerra di giustizia, et si può dubitare che appresso ad alcuni più valga l'avidità della pecunia, che il piacere che nasce dall'azione virtuosa. Et è sempre stata cosa certa appresso ai savii che chi previene ai magistrati per male arti, cerca l'oro come pasto dell'avarizia, quasi rimborsandosi di quello che ha speso per ottenerlo; laddove l'uomo giusto et retto stima le leggi et la giustizia, et l'esercita virtuosamente, quasi per rimunerare il principe dell'honore che gli ha fatto colla collazione della giurisdizione. Dalle cose di sopra dette è seguito nel governo suo, che molti intimiditi e disgustati da lui non pensavano nè curavano il servitio di sua maestà, nè del pubblico, e godevano degli errori che gli vedevano commettere». Così quell'uomo saggio, il senatore Giambattista Visconti, tanto più stimabile quant'erano allora più rare ed oscure le cognizioni di Stato. Se il passo surriferito mostra il profondo politico, ne produrrò un altro a far prova del suo retto pensare in uno de' punti disputati della pubblica economia, l'annona granaria; ed eccone l'occasione. Nel decennio di cui governò il conte di Fuentes, fu una costante fertilità. Tuttavia egli volle imbarazzarsi nel fissare il prezzo de' grani, inclinando a tenerlo sempre più basso. Questa violenza, fatta pure senza specie di bisogno alla libertà delle contrattazioni, porse argomento al senator Visconti di così ragionare: «Circa al prezzo et valore ho sentito uomini savi e molto versati in questa materia affermare che non è bene nè utile in comune che si riduca a gran viltà, et io ne son persuaso, imperciocchè questa viltà di prezzo è dannosa alla maggior parte dei sudditi. I nobili et possessori dei beni non ponno mantenere il loro stato se non cavano mediocremente dai loro frutti. L'infima plebe et tutto quel popolo che vive con le opere diurne, non trova da lavorare, perchè non havendo il ricco denaro non può spendere. Dei contadini, quelli che sono fittaiuoli (che sono per lo più ne' paesi irrigati dalle acque) non ponno soddisfare ai fitti e s'impoveriscono totalmente; gli altri che lavorano a parte (et è tutto quel tratto di provincia che non s'irriga) non hanno con che far denari per comprar bovi, vestiti, pagar carichi camerali et far altre simili spese, se non col prezzo di poco frumento che avanza loro; poichè la maggior parte, pagato il fitto, consuma in semente; et la segale, miglio ed altri grani simili appena bastano per vivere poveramente. Il vino, quando si raccoglie (che, oltre il ricercare spesa grande, è sottoposto a tante ingiurie del cielo), pagava i debiti contratti col padrone negli anni sterili e calamitosi, in modo che, se col pochissimo frumento che gli avanza, non sovviene alle altre sue necessità, è spedito. Il resto dei contadini con le braccia si vede per ferma esperienza che, se il pane è a gran buon mercato, non voglion fare opera, et abbandonano il fittaiuolo ne' maggiori bisogni dell'agricoltura, o il tiranneggiano con prezzi eccessivi; dal che siegue maggior danno, spendendosi molto per raccoglier frutti che valgon poco; in modo che questa gran viltà de' prezzi non giova ad altri che a quella specie di huomini che, exercitando mercanzie, comprano pane e vino, perchè essi, vendendo caro nè più nè meno le merci loro et spendendo poco nel vivere, arricchiscono. Hora giovare ad un membro et nocere a tutti gli altri non è medicina, ma uccidere: laddove con prezzi mediocri tutta questa corrispondenza civile resta ben proporzionata. Basta dunque curare che le cose abbondino, et impedire i prezzi troppo eccessivi, che veramente sarebbono perniciosi. Di quest'uomo che seppe tanto, io non posso credere che ignorasse questa verità, et pure curò tanto di ridurre i prezzi al nulla, non so se per amore d'una certa inane fama appresso al vulgo ignorante, o per odio de' nobili, che stimasse troppo agiati».

Ho voluto trattare a lungo del governo del conte di Fuentes, come del più celebre e forse del miglior governatore mandato dalla Spagna in questi Stati, per dare una più estesa e chiara idea di que' tempi e di que' governi, e perchè tengo ferma opinione che non solo le cose utilmente operate, ma ancor più gli errori degli uomini grandi, sono sorgente ai futuri di più sicuro ammaestramento. (1610) Egli morì in Milano nell'età di oltre ottant'anni, il 21 luglio del 1610, avendo conservato grandissima fortezza d'animo, e regolato gli affari sino al fine. Lasciò un esercito effettivo di ventiquattromila uomini, cioè dodicimila fanti italiani, seimila lanzchinetti, seimila svizzeri e trecento corazze borgognone. I suoi successori, per tutto il periodo di tempo compreso in questo capitolo, trapassarono oscuri; ed alcuni, che più sembravan promettere, non ebbero campo sufficiente di mostrare quanto valessero. Primo tra essi è il contestabile di Castiglia, venuto per la seconda volta, il di cui carattere dolce e umano traeva maggior risalto dalla recente ricordanza del carattere opposto del suo predecessore; ma, per malattia, gli si scemò la mente. Si hanno di lui delle gride vincolanti per i grani, e proibì l'industria de' cambiavalute, dove regnava l'arbitrio della zecca. (1612) Venne dopo due anni, e governò per un triennio, don Giovanni di Mendozza, marchese de la Hynojosa, personaggio cortese e senza fasto. Era dotato di vivacità, di molto ingegno e memoria, facile ad ascoltar chiunque, e indefesso nel suo ministero. Amava i milanesi, e nel tempo stesso (associazione di doti non comune) era fedele e zelante per il servizio del re. Teneva i suoi domestici modesti, lasciava il corso regolare agli affari, promoveva agl'impieghi uomini degni di occuparli. Ebbe fama d'uomo debole, e forse mancava, nel dimenticarsi della propria dignità e nel manifestare quello che sapeva e pensava. (1614) La guerra del Monferrato gl'impedì di lasciar vestigio notabile del suo governo, tranne la milizia civica da lui istituita in Milano, allorchè, per l'occasione di quella guerra, dovette sguernire di truppe i presidii del milanese: istituzione mantenuta di poi, e decorata di privilegi e di distinzioni. (1616) Dopo la pace d'Asti, divenuto sospetto alla corte di parzialità per il duca di Savoia, fu richiamato, e si mandò in sua vece don Pietro di Toledo Osorio, marchese di Villafranca. La potenza di questo governatore era tale, che, senza previa notizia nemmeno del re, levò l'ufficio di gran cancelliere a don Diego Salazar, che n'era investito fino dal 1592, e lo conferì a don Giovanni di Salamanca, presidente del magistrato straordinario. Il senato rappresentò gli ordini reali contrarii; il re, informatone, comandò che si restituisse al suo posto il Salazar; ma il Toledo fu irremovibile[261]. Egli da sè condannava alla galera; «anzi, un certo bravo marchese del Maino, inimico d'un cerio Parpaione, ch'era divenuto genero del suo secretario Montio, sotto pretesto che fosse disertore di milizia, da sè stesso lo fece impiccare senza corso di giustizia nè partecipazione del senato[262]». Sotto di lui i soldati mancavano di stipendio, e illimitatamente saccheggiavano il paese. Frattanto il senato, quasi d'accordo col dispotismo del governatore a far inselvatichire più presto la nazione, occupavasi del processo d'una strega, e, «mosso a compassione per la frequenza de' sortilegi ed altre arti infernali che infestavano la città e l'intiera provincia», sentenziava che fosse bruciata[263]. (1618) Governò il Toledo due anni e mezzo, e fu supplito da don Gomez Suarez de Figueroa, duca di Feria; il quale, benchè durasse per otto anni in questa carica, distratto nell'esterne guerre, poco e interrottamente potè occuparsi dell'amministrazione. (1620) La prima fu la guerra della Valtellina, che, piccola e ravvivata a riprese, durò dal 1620 al 1625; con quella si complicò quindi l'altra del genovesato, condotte entrambe senza piano e senza vigore, sicchè inutilmente ingoiarono uomini e danari, e recarono danni incalcolabili allo Stato di Milano col pretesto di conservarlo. (1621) Erano quelle guerre nel loro principio, quando giunse la nuova dell'immatura morte del re Filippo III, cui succedette il suo primogenito col nome di Filippo IV, in età di soli sedici anni; ma per questa rimota provincia, un tale avvenimento non recò altro effetto, che di veder mutato il nome del sovrano nell'intitolazione degli atti pubblici, e di sapere che vero re delle Spagne, com'era stato il duca di Lerma sotto il padre, era divenuto sotto il figlio il conte d'Olivares. (1626-1629) Dopo il duca di Feria, si succedettero e trascorsero oscuramente don Gonzalo de Cordova, per tre anni, don Ambrogio Spinola Doria marchese de los Balbases, per un anno, e (1630) don Alvaro Bazan, marchese di Santa Croce, per tre mesi. Soltanto si rammentano gli editti vincolanti del Cordova intorno ai granai; egli permise quasi il saccheggio de' granai, tassando il prezzo: così credette quel signore di rimediare alla carestia.

Il personaggio più illustre di quel tempo, ad onore di Milano, è un suo concittadino ed arcivescovo, il cardinale Federico Borromeo. Ricco, di pietà soda e senza ostentazione, saggio, prudente, generoso, protettore degli studiosi, dotto, giudizioso e laborioso scrittore egli stesso, promosse, non solo gli studii ecclesiastici, che per istituto dovea prediligere, ma altresì ogni maniera di lettere, di scienze e di arti, e rese glorioso il suo lungo pontificato coll'erezione della biblioteca Ambrosiana, stabilita sopra un piano sì esteso, che pochi sovrani pareggiarono, e non ha altro esempio in un privato. Biblioteca doviziosissima di preziosi manoscritti, raccolti con sommo dispendio, non solo dall'Italia, ma da tutta l'Europa, dalla Grecia e dall'Asia più rimota, e cui dotò di sufficienti rendite; aggiunse un collegio di dottori, una scuola di lingue orientali, un museo di naturali curiosità, una tipografia lautamente assortita, anche di caratteri esotici; e un'accademia di belle arti, a corredo della quale cumulò un tesoro di capi d'opera, specialmente di disegno e di pittura. In sei anni la maestosa fabbrica fu ridotta a compimento, sicchè nel 1609 la biblioteca fu aperta al pubblico; ed esatto è il giudizio che dell'architetto di essa, Fabio Mangoni, fu dato da un buon intendente[264]: «Quest'uomo, che si cangiava in ragione de' differenti usi delle fabbriche e della varia ubicazione ed estensione de' luoghi, seppe così entrare nello spirito della cosa, che, sopra la più bislunga e stretta area che veder si possa, ideò ed eseguì una biblioteca che può servir di modello a chiunque ama di unire la magnificenza alla comodità. Dopo tanta generosità, si rende ancor più notabile alla modestia del cardinale, mentre non denominò quello stabilimento nè Federiciano, nè Borromeo, come a buona ragione e più che altri il potea, ma preferì di chiamarlo dal nome del santo titolare e protettore della chiesa milanese[265].

Al tempo dell'arcivescovo Federico Borromeo, e in parte per la sua influenza, vide Milano ricostruita la chiesa di Santo Stefano sul disegno di Aurelio Trezzi, eretta la vasta chiesa di Sant'Alessandro, disegno di Lorenzo Biffi o Binago, barnabita; non che l'altra di San Giuseppe presso la Scala, opera dell'architetto Francesco Richini; fabbricati il convento de' Carmelitani Scalzi, e il monastero di San Filippo Neri; chiamati i Somaschi a San Pietro in Monforte, ed aperte nell'anno stesso della biblioteca Ambrosiana le scuole Arcimbolde presso la chiesa di Sant'Alessandro, avendone fornito i mezzi un legato di monsignor Giambattista Arcimboldi, chierico di camera di Clemente VIII. In quelle insegnavano dapprima i Barnabiti umanità e rettorica; vi aggiunsero, nel 1625, la grammatica, e dieci anni dopo la filosofia, la morale e la teologia. Per cura del cardinale, nel predetto anno 1625, fu pure nobilmente riedificata la chiesa di Santa Maria Podone, posta dirimpetto al palazzo della sua famiglia.

Le controversie giurisdizionali si suscitarono a diversi intervalli anche sotto il cardinale Federico; ma appena fu egli assunto all'arcivescovato, si mosse alle pratiche di un sincero accordo: al qual fine delegò per conferire co' ministri regi i monsignori Carlo Bescapè e Marsilio Landriani, vescovo il primo di Novara, l'altro di Vigevano, savii e dotti uomini. In seguito, col consenso del re cattolico, venne rimesso l'esame a Clemente VIII per uno stabile trattato di concordia. Il sommo pontefice mostrò molto impegno; le congregazioni tenevansi avanti di lui, ed erano frequenti; l'arcivescovo di Milano fu chiamato ad intervenirvi, e stette quattr'anni in Roma; ma quantunque il papa abbia vissuto ancora ott'anni dacchè si incominciarono queste pratiche, morì nel 1605 senz'aver nulla conchiuso. Gli fu sostituito Paolo V. Le troppo famose sue contese coi Veneziani e l'interdetto che fulminò contro quella Repubblica, mostrarono tosto che poco si aveva a sperare da esso per la concordia giurisdizionale del milanese, la quale infatti fu protratta di molti anni ancora; e finalmente sollecitata con infinite cure e sommi dispendii[266] dal cardinale Federico in Milano, a Roma, a Madrid, fu segnata nel 1615, sancita due anni dopo dal re e dal papa, e pubblicata il 10 febbraio del 1618, senza quasi aver effetto per le nuove contestazioni che immediatamente dopo sopravennero. Esse ebbero origine dalla pretesa degli ecclesiastici che il privilegio dell'immunità si estendesse ai loro coloni. Gli amministratori rurali vi si rifiutarono, perchè il carico sostenuto dai soli laici sarebbe riuscito insopportabile a cagione del tributo sovrimposto per le guerre del Piemonte. I membri del clero, insorgendo l'uno dopo l'altro, intimarono e promulgarono le censure ecclesiastiche contro i deputati, consoli e sindaci de' comuni; i parochi ricusarono di amministrar loro i Sacramenti, i vescovi di assolverli dalle censure, se non previo il ristauro dei danni e data cauzione di astenersi per l'avvenire. Il senato di Milano s'indirizzò al re esponendo di aver maturamente esaminato l'affare, ed essere l'opinione più vera e più generalmente ricevuta che sia in podestà del principe di esigere la _colletta_ dai coloni della Chiesa sul valore dei frutti ad essi spettanti, così osservarsi in altre province; e così pure essersi osservato in quei tempi poco rimoti in molte parti di questo dominio, e in tutti molti anni addietro. Contuttociò, vedendo il senato che i vescovi e lo stesso sommo pontefice persistevano nelle censure, nè sapeva come rimoverli dal loro proposito, nè con quali mezzi difendere contro di essi i laici che perseveravano nell'esigere i carichi, invocava in tali angustie le prescrizioni di Sua Maestà[267]. Il re Filippo III, con dispaccio del 2 febbraio 1619, prescrisse che dove lo esiga il servizio militare per difesa dello Stato, anche nelle case de' coloni ecclesiastici si pongano a quartiere i soldati, e che pure i detti coloni siano sottoposti al tributo limitandolo all'ottava parte de' frutti. Stabilì in quelle altre norme, che poi lascia al governo d'ampliare o restringere col parere del senato, come si sarebbe trovato conveniente per acquietare gli ecclesiastici. Il governatore duca di Feria più volte intervenne in senato a trattare di ciò, e si concluse di spedire a Roma un senatore. Fu questi il più volte nominato Giambattista Visconti, che vi si recò col fiscale Schiaffinati, e molto appoggio ebbe dal duca d'Albuquerque, allora ministro di Spagna alla Santa Sede. Ma a Roma non si fece altro se non tenerli a bada. S'andavano riunendo delle congregazioni per guadagnar tempo, e frattanto si faceva agire a Madrid il nunzio apostolico col debole re. Il governatore duca di Feria consultava tutto col senato. Gl'invidiosi, che il senatore Visconti aveva e meritava, perch'era uomo d'ingegno e di lettere, come si conosce dal suo scritto, mal sofferendo la commissione datagli dal governatore, e attraversandone l'esito, facevano che il senato desse pareri atti a rompere le negoziazioni, che si sciolsero in fatti. A Roma si sapevano le consulte del senato dai cardinali prima che il Visconti ricevesse le lettere corrispondenti.