Storia di Milano, vol. 3

Part 13

Chapter 133,407 wordsPublic domain

Avendo cessato di vivere il governatore d'Ayamonte nell'aprile del 1580, tenne il suo luogo, per quasi tre anni, il castellano don Sancio di Guevara, del quale l'arcivescovo Borromeo era assai contento, come appare da una di lui lettera a monsignor Speciano; ad un suo cenno furono banditi ciarlatani, commedianti, e tolto ogni divertimento, il che non avea potuto ottenere dagli altri governatori. È gaio l'aneddoto riferito dal marchese Lorenzo Isimbardi nella sua cronaca[235], in proposito de' figli del marchese d'Ayamonte. Trovavasi egli alla sua villa del Cairo in Lomellina, quando «occorse avere ad alloggiare in casa una notte li figlioli del marchese d'Ayamonte, governatore dello Stato di Milano; il qual, essendo morto pochi giorni prima, questi figlioli se ne ritornavano in Spagna, de' quali il maggiore era di circa dieci otto anni. Ed essendo a tavola, cenando, successe caso assai ridicoloso, ma tanto più misterioso, quanto che procedette da semplicità contadinesca; perchè, trovandosi a caso in quell'ora sotto al portico un contadino, qual, veduto venire dalla credenza quattro paggi senza cappello o berretta in testa, con torce accese in mano, che accompagnavano nel mezzo di loro un altro, pur scoperto, qual teneva in mano una tazza d'argento, coperta, sopradorata, e questi passando per detto portico per entrar in sala a dar da bere al padrone, con la cerimonia che suol usar alcuni grandi di Spagna, il buon contadino, non sapendo altro, sùbito all'improvviso si buttò a terra in ginocchione, col cappello in mano, battendosi il petto; il quale, interrogato perchè facesse tal atto, ed ammonito di levarsi su, rispose: Non volete ch'io adori ed onori il mio Signore? Persino le bevande che dovevano entrare nello stomaco di un grande di Spagna erano onorate, venerate, adorate quasi! Dopo il Guevara venne al governo del Milanese il duca di Terranova, che, per esser dottore, prediligendo il senato, ordinò non doversi esso più intitolare serenissimo re, ma potentissimo re, stabilì il titolo di magnifici ai senatori, e altre cose simili; gli successe Juan Fernando de Velasco, contestabile di Castiglia, che governò per otto anni, sebbene interrottamente. Egli diede il nome ad una delle contrade della città, aperta al suo tempo, ed emanò varii ordini per contenere gli ecclesiastici, e, tra gli altri, nelle congregazioni si posero gli assistenti regii[236].

Nominato, verso la fine del 1584, monsignor Gaspare Visconti al vacante arcivescovato di Milano, alla metà del seguente anno ne prese il possesso. (1590) Cinque anni dopo, la nostra città vide promosso alla Santa Sede il cardinal Nicolò Sfondrati, col nome di Gregorio XIV. Questo fu il quinto papa milanese, essendo stati i quattro precedenti Anselmo da Baggio, che, nel 1061, prese il nome di Alessandro II, Uberto Crivelli, innalzato nel 1185 col nome di Urbano III, Goffredo Castiglioni, fatto papa l'anno 1241, col nome di Celestino IV, e Pio IV, ch'era in prima Gian-Angelo Medici, creato l'anno 1559, del quale si è parlato nel capitolo precedente. Sotto l'arcivescovo Visconti, la chiesa di San Lorenzo, caduta nel 1573, fu rifabbricata sul disegno di Martino Bassi[237]; furono pure erette le chiese del Paradiso e della Maddalena[238], e il convento dei Cappuccini in Porta Orientale[239]; i Somaschi a Santa Maria Secreta, e stabiliti i religiosi ospitalieri, detti _Fate bene Fratelli_[240]. (1595) Il Visconti resse l'arcivescovato di Milano fino al 1595, e gli fu dato in successore il cardinale Federico Borromeo, in età d'anni trentuno, che governò la chiesa Milanese per il lungo corso di anni trentasei. Nel 1587 morì lo scultore Annibale Fontana, e fu sepolto nell'insigne tempio di Santa Maria presso San Celso, ove osservansi varii bei lavori della sua mano; e il 17 aprile del seguente anno cessò pure di vivere, nel convento di Sant'Eustorgio, frà Gaspare Bugati dell'ordine de' Predicatori[241], che nelle sue storie mostrò generalmente un criterio ed un'imparzialità superiore alla sua condizione.

(1598) In tutta quest'epoca, sterile di notizie civili, null'altro ci si offre da riferire se non che l'ingresso in Milano di Margherita d'Austria, sposa dell'infante don Filippo, che fu poscia Filippo III; e la morte quasi contemporaneamente accaduta in Madrid del re Filippo II, dopo lunga malattia, essendo d'anni settantadue. L'arciduchessa era stata sposata in Ferrara dal pontefice Clemente VIII, che, in quell'anno medesimo, aveva tolto quella città alla casa d'Este, fece l'entrata in Milano il 30 novembre, e vi si trattenne per circa due mesi. Per questa occasione il corpo civico fece erigere dall'architetto Martino Bassi, a foggia di magnifico arco, la Porta Romana, quale ancora si vede, ornata con emblemi ed iscrizioni in cui la moda per simili solennità andò d'accordo coll'ampolloso gusto del secolo. L'arciduchessa e regina entrò alle ore ventidue, accompagnata dall'arciduchessa Maria di Baviera, sua madre, dall'arciduca Alberto, dal cardinale Aldobrandino, nipote del papa e legato, dal governatore di Milano, contestabile di Castiglia, e da un gran numero di principesse e principi: i tribunali andarono in séguito. V'erano centocinquanta giovani principali milanesi, vestiti superbamente di bianco con ricami d'oro, di perle e di gemme. Ciascuno portava un'accetta dorata, coll'asta coperta di velluto bianco e ornata a frange d'oro[242]. Poi venti cavalieri milanesi, in uniforme di scarlato riccamente trinato d'oro. La regina sedeva sopra di una chinea bianca, era vestita a lutto per la morte di Filippo II, e marciava sotto un baldacchino di seta d'argento ricamato d'oro a gran frange. I dottori di collegio portavano il baldacchino, ed erano vestiti con vesti lunghe di damasco, foderato di velluto, e col cappuccio d'oro, foderato di vaio[243]. Per onorare la sposa, venne pure il duca di Savoia, Carlo Emanuele, col principe Amedeo, suo figlio, il marchese d'Este, e molti principi e vassalli, al numero di trecento. L'arciduca Alberto andò alla porta della città ad incontrarla, col governatore, col principe d'Orange, e con tutta la nobiltà, forestiera e milanese[244]. Le feste furono varie e magnifiche; e, per renderle più splendide, il contestabile fece fabbricare un teatro in corte, che durò fino al 1708, nel quale anno rimase distrutto da un incendio.

In que' tempi le arti cavalleresche, e singolarmente il ballo, avevano la loro sede in Milano. A convincersene, basta leggere il libro già rammentato di Cesare de' Negri, che contiene i precetti del ballo, varii balletti, relazioni di mascherate e feste de' suoi tempi, e i nomi delle più distinte dame e cavalieri che ballavano sotto della di lui scuola. Qui si vede che i Francesi, i Romani, gli Spagnuoli imparavano allora il ballo dalla scuola milanese. Pietro Martire, milanese, era il ballerino stipendiato dal duca Ottavio Farnese in Roma sotto il pontificato di Paolo III. Francesco Legnano, milanese, fu stipendiato da Carlo V e da Filippo II, e venne largamente premiato. Lodovico Pavello fu caro al re di Francia Enrico II e al re di Polonia. Pompeo Diobono, pure milanese, era d'una nobilissima e graziosissima figura dalla testa ai piedi, di somma agilità e leggerezza nei movimenti. Il re Enrico II di Francia lo fece maestro del suo secondogenito, il duca d'Orleans, che, fatto poi re col nome di Carlo IX, lo amò sempre. Enrico III pure gli confermò le pensioni. Virgilio Bracesco, milanese, insegnò il ballo al re Enrico II di Francia e al primogenito, il delfino. Francesco Giovan Ambrogio Valchiara fu preso al soldo del duca di Savoia Emanuele Filiberto, e fatto maestro del principe Carlo Emanuele, suo figlio. Gian Francesco Giera, milanese, fu maestro di Enrico III, prima re di Polonia, poi di Francia, e sempre da lui stipendiato. Beccaria, milanese, fu maestro della corte di Rodolfo II, imperatore; Claudio Cozzo, milanese, maestro stipendiato alla corte di Lorena. Anche in ciò la cultura e l'eleganza cominciarono nell'Italia, d'onde le altre nazioni le presero. Allora il ballo comprendeva molti altri esercizi ginnastici, come volteggiare il cavalletto, la scherma e simili. Il Negri descrive[245] come il giorno 8 dicembre, mentre la regina donna Margherita d'Austria era nel palazzo ducale di Milano, vi si portò con otto valorosi giovani, suoi scolari, ed ivi, alla presenza della regina e dell'arciduca Alberto, «fecero mille belle bizzarrie, e fra l'altre un combattimento colle spade lunghe et pugnali, et un altro con le baste, aggiungendovi poi certe altre inventioni nuove di balli». I balli avevano i loro nomi. Alcuni, presi dall'imitazione delle nazioni, come la _Spagnoletta_, l'_Alemanna_, la _Nizzarda_, ec. Altri, da argomento d'amore: il _Torneo amoroso_, la _Cortesia amorosa, Amor felice_, la _Fedeltà d'amore_, ec. Altri, a capriccio, come la _Barriera_, il _Brando gentile_, la _Pavaniglia_, il _Bianco fiore, Bassà delle ninfe, So ben io chi ha buon tempo_, ec: argomenti e nomi tutti di balli descritti dal Negri. Gli abiti dei ballerini d'allora erano assai gentili. Il Negri stampa la lista delle dame e dei cavalieri, ballerini e ballerine ne' suoi tempi in Milano. Sotto il governo del contestabile di Castiglia, cioè dopo il 1592 sino al termine di quel secolo, i cavalieri che ballavano sono centoquindici nominati dall'autore[246], e le dame sono sessantasei, oltre trentasei zitelle; in tutto centodue donne. Osservo che i nomi delle dame allora erano meno divoti che non sono oggidì, ma più eroici:_ Cornelia, Livia, Lelia, Giulia, Aurelia, Camilla, Virginia, Lavinia, Ottavia, Flaminia, Emilia, Claudia, Drusilla, Lucilla, Deidamia, Elena, Ippolita, Diana, Artemisia, Dejanira, Zenobia, Andronica, Olimpia, Beatrice, Costanza, Ersilia, Bianca, Laura, Vittoria, Violante, Silvia, Delia._ In Roma fino dal 1553 era uscito un _Trattato di Scienza d'armi_ di Camillo Agrippa, milanese[247]. Quest'opera, corredata di molte figure assai ben disegnate, comprende i precetti della scherma, presso a poco quali si osservano anche presentemente; tratta delle diverse maniere di battersi con spada e pugnale, spada e mantello, con due spade, colla spada e lo scudo, colle alabarde, ec. Si vede che l'arte allora era anche più coltivata e variata di quello che non lo sia presentemente.

(1599) Nel mese di luglio del seguente anno furonvi nuove feste in Milano per l'ingresso dell'infanta donna Isabella d'Austria, sposata coll'arciduca Alberto, che venne con lei[248]. Per questa occasione nel teatro di corte si fece una bellissima festa con maschere a quadriglie, oltre una rappresentazione teatrale, intitolata: l'_Armenia_. Parmi di vedere il primo germe dell'opera in musica ne' due intermezzi, i quali vennero cantati. Si scelsero due argomenti adattati alla musica. Il primo fu l'Orfeo, il quale con flebil canto sfoga il suo dolore per la morte della cara sua Euridice. L'Eco rispondeva, e un dialogo tra Orfeo ed Eco insegnò al vedovo sposo che colla magia del suo canto poteva tentar la via d'Averno, placare i mostri e rivedere Euridice. S'accosta all'antro funesto, e al suono della sua lira si spalancano le porte, si scopre quella terribile contrada. Plutone, Proserpina in trono, i giudici, le furie, Caronte, Cerbero, insomma tutto vedevasi quello che Virgilio e Ovidio hanno cantato. La soavità del canto d'Orfeo, gradatamente interrotta dalle grida infernali, poco a poco vince, e, ammutoliti gli spiriti, sembrano resi umani dalla dolcezza della voce d'Orfeo, il quale supplichevolmente implora Euridice. Un basso risponde in musica, concedendo la grazia col noto patto ch'egli non la rimiri sintanto ch'entrambi non siano usciti dall'Averno; e qui, dice il Negri[249]: «E se ben non pare che il decoro et virisimilitudine della favola admetta musica in Plutone, fu ciò introdotto per maggior soddisfazione degli aspettatori et ascoltanti, e per gusto di chi poteva comandare»; il che sembrami che dimostri non essere stata prima di quel tempo cantata un'intiera azione drammatica presso di noi. Il secondo intermezzo rappresentava il viaggio degli Argonauti, e, per introdurvi un tratto di musica, si posero le Sirene su varii scogli, col loro canto cercando d'invitare i passaggieri ad accostarvisi. Orfeo si pose sulla prora della nave, e sciogliendo una voce imperiosa con canto sublime, rincorò gli Argonauti a proseguire l'impresa immortale, e a non curare l'insidioso canto. L'abate Arteaga, spagnuolo, nella sua opera sulle _Rivoluzioni del teatro musicale italiano_, c'insegna come sotto Leone X in Roma siasi rappresentata in musica la _Disperazione di Sileno_, poesia di Laura Guidicioni, dama lucchese, posta in musica da Emilio del Cavalieri. Questo dramma allora riuscì male; si abbandonò il tentativo, onde poteva in Milano comparire una vera novità. Nell'anno 1646 il cardinal Mazzarino fece rappresentare, nel palazzo reale a Parigi, delle opere in musica da cantori che fece venire dall'Italia, e Voltaire dice che «questo nuovo spettacolo era da poco tempo nato in Firenze[250]».

CAPITOLO XXX.

_Governo del conte de Fuentes e de' suoi successori. Morte del re di Spagna Filippo III. Fondazioni pubbliche, reggendo l'arcivescovado di Milano il cardinale Federico Borromeo. Progresso delle controversie giurisdizionali. Peste del 1630._

(1600) La massima di non lasciar troppo a lungo una stessa persona ne' grandi governi, si trovò d'accordo colla gelosia del duca di Lerma, favorito del re Filippo III; onde, destinato ad altre funzioni il contestabile di Castiglia che reggeva il milanese da otto anni, fece nominare in sua vece don Pietro Enriquez de Azevedo, conte di Fuentes. Allontanò così un uomo, sebbene settuagenario, ardito, avveduto e d'animo elevato, e che, non avendo figli, faceva professione di parlar franco. Egli godeva inoltre d'un gran credito alla corte per aver avuto la confidenza di Filippo II, che correva voce si fosse meritata col prender parte alla morte dell'infante don Carlos. Perciò il senatore Giambattista Visconti, che seguirò particolarmente nel parlare di questo personaggio, dicea di esso: «Et di lui è costante fama, che acquistasse la grazia di Filippo II col macchiarsi la mano nel sangue di persona, la di cui morte per interesse d'onore egli comandò[251]»: tant'era, in prossimità del fatto, generale e indubitata l'opinione che don Carlos fosse perito di morte violenta, che che ne dica un recente storico sulla fede dei registri dell'inquisizione, quasi che l'arte delle reticenze non fosse antica quanto il mondo.

Il conte di Fuentes fece il solenne ingresso in Milano il 16 ottobre. Volle che il consiglio, benchè non fosse che un aggregato di ministri scelti e non avesse rappresentanza, facesse corpo con lui e precedesse il senato. Già erasi mostrato aspro e impaziente, senza cortesia, co' deputati che gli erano stati spediti incontro a Genova per complimentarlo, e nell'entrata pure con cinica sincerità mostrò di non pregiar nulla delle disposizioni onorevoli fatte per lui. (1601) Le circostanze dell'Italia gli porsero tosto occasione di dar prove di quel risoluto vigor d'animo che gli era proprio, stante la guerra mossa dal re di Francia Enrico IV al duca di Savoia per la successione nel marchesato di Saluzzo. (1602) Col tenere l'esercito forte, pronto e sotto buoni ordini, serbò in credito le armi spagnuole; acquistò il Finale e la piccola, ma allora importante, città di Monaco; e ricuperò Novara, che trovò ipotecata al duca di Parma. (1603) I Grigioni, che già stavano sotto la protezione della Francia, essendosi collegati coi Veneziani, eccitarono la di lui gelosia; egli fece appoggio di molto apparato militare alle negoziazioni, e quasi all'estrema sponda del lago di Como, di fronte alla Valtellina, fece erigere un forte (1604) chiamato dal di lui nome, che, dopo di aver servito talvolta come prigion di Stato di minor ordine a comodo de' lontani padroni, fu demolito nel 1797. Con questi modi ridusse i Grigioni ad accondiscendere ad un accomodamento, che fu segnato in Milano dai loro deputati, e garantito dagli Svizzeri. Reso più libero dalle cure esterne, attese a procurare l'ornato della città. Fra le disposizioni di questo genere eseguite sotto il suo governo si noverano il riattamento della strada che dal palazzo di giustizia conduce alla real corte, e che ha ancora il nome di _Strada Nuova_, e la ricostruzione di quel palazzo. (1605) Egli volle che la memoria di queste opere fosse tramandata alla posterità con due iscrizioni, nelle quali il gusto ampolloso del secolo sembra aver preso i suoi colori dallo stile orientale. Leggesi nella prima che il governatore «aperse quella via dalla reggia al pretorio, per rendere più facile e certo l'accesso e il ritorno dalla giustizia alla clemenza[252]»; e nell'altra, che il governatore stesso, «vincitore dell'esterna guerra e domatore invitto della guerra domestica, amabile colla destra, formidabile colla sinistra, regnando Filippo III, potentissimo re delle Spagne, pose di fronte le porte delle carceri alla regia corte, perchè l'occhio del principe vigilante è la più fida custodia della giustizia[253]». Rimase senza titolo onorifico un altro beneficio probabilmente procurato dal conte di Fuentes, la donazione fatta dal re alla città di Milano della vasta casa che oggidì chiamasi _il Broletto_, e altre volte fu del conte di Carmagnola[254]. Essa era allora destinata ad uso di pubblici granai; ivi nel 1714 venne collocato il banco di Sant'Ambrogio, e circa l'anno 1772 vi si trasferì il consiglio generale, il tribunale di Provvisione, e tutti gli uffici civici che prima stavano alla Piazza de' Mercanti. Egli fece mettere i parapetti ai ponti della città, tentò di abolire i varii pesi, e di dare al commercio il comodo di un peso uniforme, siccome di abolire le stadere e di sostituirvi le bilance; ma non vi riuscì. Col proibire l'esportazione delle armi, rovinò la famosa e ricchissima manifattura di esse[255], al segno di non più risorgere. (1607-1608) Con infelice esito fu pure sotto di lui incominciato il canale che da Milano dovea decorrere a Pavia, «ma per non voler credere a chi doveva, et governarsi col parere di chi gli piaceva, fu ingannato, et gittò gran somma di danari[256]». Ce ne rimane l'inscrizione senza l'opera, poichè immaturamente da quella si volle incominciare. In essa è detto che «con questa insigne opera le acque dei laghi Maggiore e di Como, fin qui condotte, furono immesse nel Ticino e nel Po, fiumi irrigatorii e navigabili, all'oggetto di ampliare, colla facilità delle comunicazioni e del commercio, la feracità e l'abbondanza de' campi, l'industria degli artefici, e la ricchezza pubblica e privata[257]». Ciò che nel 1608 fu onorato di una lode gratuita e precoce, si verificò dopo due secoli; e il canale di Pavia, incominciato e proseguito oltre due terzi dell'opera sotto il regno d'Italia, fu dal presente governo felicemente ridotto a compimento.

La figura del conte era alta, capo piccolo, faccia sanguigna, occhi piccoli e vivaci, e guardatura fiera, voce acuta, stridula e femminile. Vestiva semplice; a mezzodì e mezzanotte pranzava e cenava, e stipendiava cuochi eccellenti. Teneva lontani i medici. Ogni sabato sentiva la messa a San Celso, le altre volte nella cappella pubblica. Per via amava assai d'essere corteggiato da' ministri, nè gliene mancava mai buon numero; e amava d'essere ascoltato a rimproverarli, mentre, strada facendo, parlava d'affari. Egli era frizzante e motteggiatore. Aveva una prodigiosa memoria. Era facile ad ammettere chiunque, ma riusciva difficile il parlargli, perchè d'ordinario interrompeva e rimandava malcontenti e strappazzati. Sebbene non inclinasse ai divertimenti, pure dilettavasi delle pubbliche feste e de' balli, come mezzi di palesare la sua magnificenza, e vi si tratteneva tutta la notte. Il suo carattere era quello degli uomini forti e superbi, dispotico. Non seguiva altra legge che il suo volere. Fece carcerare il tesoriere, perchè pagò il dovuto senza l'ordine suo; relegò un questore nel castello di Finale, perchè co' suoi amici avea parlato in di lui biasimo; fece porre nel castello di Milano il vicario e i XII di Provvisione, perchè non gli consegnarono gli atti che cercava, e un'altra volta perchè si opposero ad una gravezza da lui posta senz'assenso della corte[258]. Da sè e indipendentemente dal senato condannava alla galera; nè valsero a frenarlo le rimostranze di quella suprema magistratura, nè le ammonizioni di Madrid. Vegliava sul fisco per incassare, e le paghe non si davano che quasi per grazia; onde nacquero due vizii, corruzione e adulazione, inevitabili dovunque i pagamenti sono incerti e debbonsi al favore. Anche sulla zecca procurò di profittare, e introdusse la moneta di puro ramo, che fu allora un peggio non conosciuto dapprima. Lasciò che gli ecclesiastici, che sapevano corteggiarlo e mostrargli ossequiosi, dilatassero le usurpate esenzioni; e perciò, malgrado lo spirito fiscale, l'erario fu sempre esausto. Il re gli donò il marchesato di Voghera. Egli non riceveva regali, ma «fu servito da secretari avarissimi... Oltre di ciò mise mano clandestinamente et da sè stesso all'erario, come si vede dal suo testamento, dal quale anco si conosce che generalmente intaccò di danari tutti quelli che puotè et i suoi più domestici et favoriti[259]». Era astutissimo, e sapeva accomodare le parole e i gesti alla opportunità, e quando avea bisogno di alcuno era il più gentile e grazioso uomo del mondo. Teneva molte spie, e si curava di sapere le più minute e private curiosità delle famiglie. Aveva uno sbirro, al quale avea data somma autorità. Alcuni gravissimi delitti pubblicamente protesse. Ma generalmente mantenne l'ordine nella città, contenne i _bravi_, e sotto di lui si godè della sicurezza maggiore che permettesse la condizione di quei tempi facinorosi.