Storia di Milano, vol. 3

Part 12

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(1560) L'anno 1560 fu contrassegnato dalla morte del gran cancelliere Francesco Taverna, conte di Landriano. Egli nasceva da una nobile famiglia, e per la via della toga fu dottor collegiato, poi fiscale, indi senatore, poscia presidente del magistrato straordinario, creato per ultimo gran cancelliere del duca Francesco II, e confermato da Carlo V. La probità, i talenti, l'attività, il cuore e la prudenza di questo degno ministro si conobbero in varie legazioni ch'egli felicemente eseguì presso la Repubblica Veneta, a Roma presso Clemente VII, presso il re di Francia e presso dell'imperatore, conciliando trattati di pace e alleanze. Egli ebbe del suo principe la nobilissima commissione di firmare il trattato di nozze colla principessa di Danimarca. Nissun soggetto meritevole di speciale menzione porsero per più anni di séguito i governatori, marchese di Pescara, e duchi di Sessa e di Albuquerque, l'ultimo dei quali morì nel 1571, dopo un governo di sette anni; e fortunatamente sono estranee alla nostra storia le orrende scene della regia famiglia di Madrid e le carneficine dell'Olanda. (1563) Noi abbiamo solo a narrare che sono riusciti inutili i tentativi del duca di Sessa per dare una più ampia consistenza al tribunale dell'Inquisizione, che fino dal 1559 era stato fondato nel convento delle Grazie dal cardinale alessandrino Michele Ghislieri, poi Pio V[204].

(1565) Benchè il cardinale Borromeo fosse stato investito fin dal mese di febbraio del 1560 dell'arcivescovato di Milano per rinunzia del cardinale Ippolito II d'Este, nella di cui casa era rimasto in commenda per più di sessant'anni, egli dovette rimanere in Roma presso lo zio come suo segretario di Stato; e soltanto il 23 settembre del 1565, essendo in età d'anni ventisei[205], potè recarsi alla sua diocesi per assistere al concilio provinciale, la di cui convocazione avea, stando in Roma, ordinata. Il suo ingresso fu sontuosissimo. Le vie della basilica di Sant'Eustorgio fino alla chiesa metropolitana erano ornate magnificamente e affollatissime di popolo. Oltre la lunga comitiva del clero secolare e regolare che il precedeva, ebbe l'accompagnamento del governatore, del senato e delle altre magistrature e di quasi tutta la nobiltà, tra la quale furono scelti quelli che splendidamente vestiti e a piedi facevano corteggio intorno della sua persona, e reggevano il baldacchino che lo copriva[206]. Egli stesso ebbe cura di far avvertito il vescovo di Como che il «governatore, cavalcando alla di lui sinistra, si teneva costantemente ad un minor passo, per modo che la parte posteriore del suo cavallo restava allo scoperto»; e i sensi della maggiore soddisfazione ne scrisse del pari al cardinale Altemps, «commendando in ispecie la religione e la pietà del governatore, e che di averlo trovato devotissimo a sè ed al pontefice sommamente si compiaceva[207].» I vescovi che si considerarono suffraganei di Milano al primo sinodo tenuto dall'arcivescovo Borromeo furono delle seguenti città: Acqui, Alba, Alessandria, Asti, Bergamo, Brescia, Casale, Cremona, Lodi, Novara, Piacenza, Savona, Tortona, Ventimiglia, Vercelli e Vigevano. Appena, finito il concilio provinciale, avea il cardinal Borromeo dato principio alle riforme in quello stabilite, fu sollecitamente richiamato a Roma dalla notizia della grave infermità del papa, e giunse in tempo di assistere alla di lui morte, avvenuta il 9 dicembre, e per prendere una parte attivissima all'elezione del successore. Uno scrittore contemporaneo, e apparentemente bene informato, ci è testimonio che il cardinale Borromeo avea somma autorità, e si era proposto di far papa il cardinale Giovanni Morone, milanese[208]; il quale per le vicende della fortuna, dopo di essere stato perseguitato e fatto carcerare da Paolo IV, come eretico, richiamato in favore sotto Pio IV, avea, come legato apostolico, presieduto e posto termine al concilio di Trento. (1566) I due che più potevano erano il cardinal Farnese e il Borromeo. Aderivano al primo gli elettori fiorentini, inclinando a far nominare il cardinale di Montepulciano; erano per il secondo, Altemps, suo cugino, e le creature di Pio IV. Tra queste gare prevalse un terzo partito, che innalzò alla sede pontificia il cardinale Ghislieri, col nome di Pio V.

Restituitosi il cardinale arcivescovo alla sua diocesi di Milano, riassunse tosto il pieno esercizio delle sue funzioni con quello zelo vivace ed insistente ch'era proprio del di lui carattere. E siccome l'antica milizia ecclesiastica, i Francescani ed i Domenicani, non avevano la di lui confidenza, così prese a suoi coadiutori i Gesuiti, la di cui istituzione era stata approvata da Paolo III. Fin dal 1563 egli erasi fatto precedere in Milano da un drappello di essi, sotto la direzione del padre Palmio. Ad essi conferì la soprintendenza del seminario; tre anni dopo la loro introduzione li traslocò dalla modesta casa di San Vito ed altre presso San Fedele, dove apersero pubbliche scuole; e dopo altri tre anni fece dar principio, sul disegno dell'architetto Pellegrino, alla bella chiesa che tuttora vi esiste, e di cui egli stesso pose solennemente la prima pietra[209]. Intervenne poco dopo opportuna a fornire i mezzi di presto ridurla a compimento la catastrofe degli Umiliati, de' quali la serie delle accadute vicende mi trae a far parola.

L'ordine degli Umiliati, che dalla Lombardia erasi esteso in diverse parti d'Italia, fu in origine un consorzio di persone pie, viventi in comune sotto l'osservanza di alcune regole religiose, il di cui principale istituto era l'occuparsi delle manifatture di lana. Applicarono in séguito al negozio delle loro merci; con che arricchirono, e l'ordine degenerò. All'epoca della quale trattasi, allorchè per lunga consuetudine i capitoli, i monasteri e i vescovadi più ricchi erano dati in commenda ai cardinali e ad altri favoriti della corte di Roma, anche le prepositure degli Umiliati erano passate quasi in patrimonio di varie potenti famiglie, che, con assenso del papa, le trasmettevano in appanaggio ai figli cadetti[210]. Il cardinale, che per propria natura era inclinato alla magnificenza, vide nella riforma di quest'ordine la possibilità di ritrarre i mezzi che gli mancavano per eseguire le grandiose opere da lui divisate; e fin da quando era in Roma presso Pio IV fu sollecito d'informarsi della situazione di esso, e ne ritrasse che gli Umiliati non oltrepassavano fra tutti il numero di cento individui, compresi i prevosti, e che dai conti fatti sui loro redditi, di sessantamila scudi d'oro, una sì scarsa famiglia veniva assai parcamente pasciuta, siccome ne scrisse al prelato Ormaneto, suo confidente[211]. Il Borromeo era protettore dell'ordine. (1567) Si fece fare delegato apostolico per riformarlo, e predisposti i mezzi a render nulla ogni resistenza[212], radunò il capitolo generale a Cremona, ove promulgò la riforma, per la quale i prevosti perdevano ogni proprietà e venivano soggettati alla vita monastica. Era naturale che, come di cosa insolita e per essi sommamente nociva e umiliante, ne concepissero gravissimo sdegno non meno i prevosti che le nobili famiglie cui appartenevano[213]; quindi ne emersero grandi susurri e querele e maldicenze infinite; il papa fu sollecitato a rimettere in parte la severità dei nuovi statuti; i principi, instigati a non lasciar ledere la loro giurisdizione; e quando per nessun'altra via ha potuto aver sfogo il soverchio degli umori, questi proruppero poi e finirono in un attentato vile e vituperevole, colla rovina dei suoi autori.

Con non minore severità diede opera alle altre parti delle meditate riforme: e senza partecipazione o assenso de' magistrati facea citare i laici per titoli appartenenti al suo foro; altri ne facea tradurre alle proprie carceri; accrebbe di molto il numero del satellizio arcivescovile, e pretese che a queste fosse lecito di portare, oltre le altre armi, anche le astate e l'archibugio, che da regii ordini erano generalmente proibite[214]. All'inflessibilità del governo, alla severità dei tribunali oppose l'arcivescovo la scomunica. Da entrambe le parti ne fu scritto al re ed al papa, e varie e gravi mormorazioni corsero nel pubblico[215]. (1569) Nuovi e maggiori scandali insorsero per aver voluto l'arcivescovo visitare solennemente il capitolo della Scala, che, come di regio padronato e per privilegio pontificio, tenevasi esente dalla giurisdizione arcivescovile[216]. Frattanto un accidente estraneo, il tentato assassinio del cardinale Borromeo, rese preponderante la sua causa sì nell'opinione del pubblico, che presso le corti che doveano giudicarne.

Quattro religiosi umiliati, Clemente Mirisio, prevosto di Caravaggio, Lorenzo Campagna, prevosto di San Bartolomeo di Verona, Girolamo Legnano, prevosto di San Cristoforo di Vercelli, e il diacono Gerolamo Donato, sornomato Farina, che insieme abitavano nella loro casa di Brera in Milano,[217] concepirono il disegno di vendicarsi contro il riformatore del loro ordine, uccidendolo, e il Farina incaricossi dell'esecuzione. Il fatto è così narrato in un vecchio codice[218]. «Ultimamente il Farina (e fu il 26 di ottobre), aiutato dal tempo tenebroso ed oscuro, si condusse nel palazzo dell'illustrissimo cardinal Borromeo, et salendo le scale, prive di lume, et per l'oscurità non visto da alcuno camminò alla porta della cappella nella quale, circa un hora di notte, slava con la famiglia il cardinale in oratione, cantandosi in musica alcuni motteti;... et havendo preso tra il legno et l'apertura della porta la mira nella schiena dell'illustrissimo cardinale, che avea la faccia verso l'altare, gli sparò l'archibugietto, carico di una balla et di molti pernigoni, che, come a Dio piacque, non l'offese niente, et la balla gli ammaccò uno poco la carne, et li pernigoni senz'offesa si sparsero per il rocchetto et per le vesti, unde miracolosamente ne scampò: et ciò fatto, l'illustrissimo cardinale con tutto il rumore restò intrepido, nè volse che niuno se movesse, ma si dovesse finire la oratione: nel cui tempo il Farina con l'altro archibugietto in mano, qual s'era riservato per sua difensione, aiutato pure dall'oscurità et con una maschera nel volto per non essere conosciuto, scese le scale, nel fondo delle quali vi si ritrovò uno servitore che teneva uno cavallo, a cui dando uno urtone, ne sfugì per la porta incontro al Domo». Nella notte medesima e ne' giorni successivi il governatore fece eseguire le più diligenti e severe ricerche per la scoperta e manifestazione del reo; ma riescì il sicario Farina di rifugiarsi in Civasso nel Piemonte, dove si arruolò nelle truppe del duca di Savoia. Essendosi poi pubblicato un breve pontificio contro quelli che avessero notizie intorno al commesso attentato e non le palesassero, il Legnano e il Mirisio, prevosti di Vercelli di Caravaggio, «temendo di non essere per altra via scoperti (prosegue il citato manoscritto), consultatisi insieme, determinarono di dire ogni cosa all'illustrissimo cardinale, il quale benignamente et con molta carità gli ascoltò nella sua camera, et gli promisse che, non solo haveria tenuto secreto tutto quello che sopra di ciò gli raccontassero, ma che s'essi ci havevano parte, come ne davano inditio le loro parole, senza nominare li suoi nomi, haveria procurato per loro l'assoluzione di Nostro Signore; ma essi, negando d'havervi partecipazione niuna, accusavano solamente il Farina per malfattore. Et venendo dopo un altro breve di sua santità, che scomunicava ciascuno che per qualsivoglia via sapesse di questi particolari, delegando il rev. vescovo di Lodi per giudice; il cardinal Borromeo, che sapea di questi trattati dalli detti prevosti ciò che si è detto di sopra; dubitando, se non rivelava il fatto, d'incorrere nelle censure di scomunica posta da sua santità nel detto breve, si risolse di far chiamare a sè li detti di Vercelli et Marisio, li quali di nuovo exortò a dire la verità sinceramente, perchè li haveva aiutati presso Nostro Signore: et essi negavano sempre. Ultimamente poi fece intendere che si haveva da pubblicare presto il detto breve, per il quale loro erano tenuti in coscienza di revelare al vescovo di Lodi tutto quello che havevano detto a sua signoria illustrissima, ec.» Essi presentaronsi al vescovo[219], e furono carcerati. Un altro breve pontificio mandato al duca di Savoia procurò la consegna del Farina. Tutti rimasero nelle prigioni dell'arcivescovato sette mesi, _et horridamente tormentati_[220]. (1570) Finalmente li tre prevosti e il Farina, degradati dal delegato pontificio e rimessi alla corte secolare, furono, il 2 di agosto sulla piazza di San Stefano, il Legnano e il Campagna, decapitati per esser nobili, il Merisio e il Farina, appiccati, previo a quest'ultimo il taglio della mano avanti la porta, dell'arcivescovato. Questo fatto a tal segno operò sulle menti, che da quel punto venne il Borromeo considerato come visibilmente assistito dalla Divinità, e se gli spianarono le vie, nonostante che alcuni, che si davan pregio di fino intelletto, asserissero temerariamente, esser ciò un artificio del prelato per procacciarsi opinione di santo[221]. Nell'anno seguente il pontefice Pio V, con bolla del 7 febbraio[222], soppresse intieramente l'ordine degli Umiliati. Il principal frutto di quella generale abolizione fu conseguito dal Borromeo; che, per concessione pontificia, ebbe facoltà di disporre de' beni delle prepositure esistenti nella Lombardia, dell'annuo reddito di oltre venticinquemila zecchini[223], a favore di molti pii ed ecclesiastici stabilimenti, e per le nuove magnifiche fondazioni già incominciate o intraprese ne' seguenti anni, tra cui la fabbrica del Seminario, principiato nel 1570, e presto ridotto a compimento col disegno dell'architetto Giuseppe Meda, salva la porta principale tuttora esistente e ornata secondo il cattivo gusto del tempo, che vi fu aggiunta circa un secolo dopo dall'arcivescovo Alfonso Litta[224].

(1572) Essendo morto dopo la metà del 1571 il governatore duca d'Albuquerque, gli successe, nell'aprile dell'anno seguente, don Luigi di Requesens, commendator maggiore di Castiglia, uomo destro e stimabile[225], ma zelatore non meno fervido, e perseverante della giurisdizione regia, di quello che il cardinal Borromeo il fosse della ecclesiastica[226]. Perciò le controversie giurisdizionali sì riprodussero ancora più vive: e desse continuarono, benchè meno clamorose, anche sotto il moderato governo del marchese di Ayamonte, che succedette al commendatore de Requesens, e resse queste province per otto anni. (1575) Il senato mandò espressamente a Roma, nel 1575, il senatore Politone Mezzabarba, uomo di gran merito, per far valere le sue ragioni[227]. All'opposto le parti del Borromeo erano vivamente protette a Madrid da monsignore Ormaneto, già suo residente in Roma, cui era riuscito di far nominare internunzio apostolico a quella corte. Nel 1581 vi spedì inoltre l'altro suo familiare Carlo Bescapè, prevosto generale de' Barnabiti, e che fu poi il migliore storico della sua vita. Narrasi da questi di aver avuto replicati congressi col domenicano Diego Clavesio, confessore del re, e da lui delegato ad ascoltarlo; e possono leggersi presso di esso i modi moderati e conciliatori coi quali fu licenziato[228].

A calmare maggiormente queste scandalose contese, rivolgendo la comune attenzione ad un oggetto infinitamente più grave e funestissimo, sopraggiunse la pestilenza. (1576- 1577) Questa fu promossa da una delle non insolite sue cause, lo straordinario concorso di gente a Roma per il Giubileo dell'anno avanti. Si manifestò dapprima nei monti di Trento, e, propagatasi a Verona e Mantova, palesò i primi suoi segni verso la fine di luglio in Milano, dove da piccola scintilla divampò in un baleno a vastissimo incendio. Egualmente pronti, benchè non tutti provvidi del pari, furono gli ordini dati dalla pubblica autorità. Le unzioni venefiche che illusero la rozzezza de' Romani nel principio del quinto secolo della loro esistenza, e che centoventiquattro anni dopo l'epoca della quale trattiamo, furono argomento in Milano stessa della più orrenda tragedia, eccitarono l'attenzione del marchese d'Ayamonte, che, con editto del 12 settembre, proposti insigni premii ai delatori, minacciò gravissime pene ai rei; e per la nissuna scoperta di essi si lusingò d'averli frenati. Ma fuori di questo tributo pagato dal saggio governatore all'ignoranza del secolo, tutti gli altri e non pochi provvedimenti emanati sì da lui che dalla magistratura civica resero testimonianza non men di zelo che di saviezza. Era allora vicario di Provvisione Giambattista Capra, che meritò la riconoscenza de' posteri pel bene che fece[229]. Si ordinò che ciascuno non uscisse dalla sua casa. Frequenti erano le guardie per tenere in freno il popolo; le forche, erette in più luoghi della città, indicavano ai disobbedienti la qualità e la prontezza dei castigo. Furono fissate le persone cui era permesso di girare liberamente, sì per servire i relegati nelle case, che per ogni pubblico bisogno. Era cosa miseranda il vedere una città poc'anzi soprabbondante di popolo, lieta di ogni dovizia, florida, vivace, sfarzosa, frequentatissima, ridotta in un istante in un'immensa solitudine. Due terzi de' suoi abitanti per poco che ne avessero i mezzi, si rifugiarono alla campagna, e quelli che furono costretti a rimanere, nella noia del loro forzato ricovero, fra la vicendevole mestizia, nella continua angoscia, cagionata dalla tema di essere istantaneamente sopraggiunti dal mortifero morbo, non avevano altre distrazioni che il periodico pulsare alle porte di chi recava loro un misurato alimento, o il lento trascorrer dei carri per le vie carichi di morti o di semivivi, lo stridore delle di cui ruote era stato reso maggiore coll'arte, affinchè all'appressarsi di quelli ciascuno più prontamente s'allontanasse. Non bastando il vastissimo lazzaretto a contenere i malati, fuori d'ogni porta della città si dispose un recinto dove gli altri si trasferivano. Un difficilissimo oggetto fu pure la cura delle vittovaglie. Per più di sei mesi circa cinquantamila persone furono a spese pubbliche alimentate; e non bastando le rendite civiche, le elemosine dei facoltosi, l'entrate de' luoghi pii, la città vi destinò altresì i capitali che ritrasse dalla vendita de' suoi dazi. Il dispendio prodotto da questo sommo disastro fu calcolato di quasi un milione di zecchini[230]. Il morbo non si estinse del tutto che dopo diciotto mesi. I morti nella sola città ascesero a circa diecisettemila; e il Bescapè, che ho particolarmente seguito in questo doloroso racconto, aggiunge che in quello spazio di tempo v'ebbero quattromila e trecento nati[231]. A questa sciagura debbono i Milanesi l'esistenza di una bella chiesa, quella di San Sebastiano, eretta per voto del corpo civico sul disegno dell'architetto Pellegrino de' Pellegrini, e dotata di ricchissimi arredi[232]. Verso il principio del 1577, però senta colpa della peste, morì Girolamo Cardano, di settantacinque anni, illustre per il suo sapere, per il suo ingegno e per la sua esimia credulità nelle scienze occulte.

Durante quel gran disastro rifulse splendidissima la somma carità del zelante pastore verso l'afflitto suo gregge, cui dedicò ogni sua cura, soccorse colle sue largizioni e cercò persino di giovare colla erezione delle croci ne' quadrivi (con poca opportunità rese poi stabili), perchè i rinchiusi nelle case potessero in qualche modo assistere alle sacre funzioni che si celebravano innanzi ad esse: mezzo assai adatto di distrazione e di rincoramento agli animi sbigottiti; e se la piena del suo zelo non fosse trascorsa a dar causa di più propagarsi il contagio colle processioni, la sua lode sarebbe molto maggiore e intemerata. Nè perciò interruppe l'esecuzione de' molti suoi benefici e magnifici progetti, ed ogni anno era segnato dall'esecuzione di più d'uno di quelli, con una gloria ben più solida e vera che non nel farsi campione delle ambiziose pretese del sacerdozio. Oltre il collegio Borromeo e il Seminario, de' quali s'è già parlato, si succedettero le fabbriche di San Martino degli Orfani, delle convertite di Santa Valeria, ampliata di poi della chiesa jemale del Duomo, però a spese della Fabbrica; de' monasteri di Santa Marcellina, di Sant'Agostino Bianco e di Santa Sofia, allora Orsoline; del collegio delle Vedove, del conservatorio delle fanciulle alla Stella, del palazzo arcivescovile, e del collegio Elvetico, fabbrica delle più insigni, disegnata per l'interno da Fabio Mangoni, pel di fuori da Francesco Richini; dotandolo coi beni delle prepositure degli Umiliati de' santi Jacopo e Filippo di Ripalta in Monza, di Santa Croce in Novara, di Sant'Antonio in Pavia, e dell'abbazia di Mirasole, per rinunzia ottenuta da suo cugino il cardinale Altemps. Fondò pure le cappuccine di Santa Prassede e di Santa Barbara, e con assai maggiore utilità la Congregazione della dottrina cristiana. Costante nella sua massima di preferire i nuovi istituti religiosi, introdusse in Milano i Teatini; distinse, arricchì e favorì i Barnabiti, de' quali approvò le costituzioni; instituì in San Sepolcro la congregazione de' sacerdoti obblati, legati con ispecial voto di obbedienza all'arcivescovo e a' suoi successori, a di cui beneficio nell'anno della sua morte pose la prima pietra della vasta ed elegante chiesa di Rhò, tuttora esistente, architettura del Pellegrini. Ma più di tutti ebbero il suo favore i Gesuiti. Erano appena trascorsi tre anni dacchè avea fatto erigere per essi il collegio e l'elegante chiesa di San Fedele, e la città li vide da lui trasferiti nella più bella prepositura degli Umiliati, in Brera, dotati di molti beni, e tra gli altri di quelli dell'abbazia gentilizia di Arona, per rinunzia del commendatario cardinal Chiesa, non che dell'altra abbazia de' Santi Gratiniano e Felino di Arona stessa, che destinò in casa di Noviziato[233]. Ingrati! che gli resero in séguito amaro il beneficio; sì che gli scriveva monsignor Speciano da Roma nel 1579, ch'essi erano in quella città i suoi più sfrenati detrattori[234]. (1585) Consunto da un ascetismo smoderato in un gracile temperamento, il cardinale arcivescovo Carlo Borromeo mancò di vita il 5 novembre dell'anno 1584, dopo una breve malattia, avendo oltrepassato di pochi giorni gli anni quarantasei. Pastore pio, generoso e sommamente rispettabile; il volgo ammirò la severità della sua vita e la pompa estrema della sua pietà; ma l'uomo di Stato loderà in esso il filantropo e il benefattore de' suoi concittadini. Ventisei anni dopo la sua morte fu egli da Paolo V canonizzato.