Storia di Milano, vol. 2

Part 9

Chapter 93,238 wordsPublic domain

Prima di terminare questo capitolo, credo di far cosa grata a' miei lettori, informandoli d'un curioso dialogo che ebbe Barnabò con un villano, da cui non venne conosciuto. Io lo tradurrò, perchè la storia della patria può interessare anche persone che non sappiano il latino. Ho dovuto inserire anche troppi squarci, scritti in tal lingua, o per contestare l'autenticità dell'asserzione, o per non diventarne io medesimo responsale, ovvero per non annunziare colle mie parole, cose che mi sarebbe dispiaciuto di dover dire. Il dialogo si trova nella Cronaca di Azario[149], e consiglio ai curiosi lettori di vederlo nel suo originale; perchè, frammezzo a quella trascurata e rozza latinità, vi è certo lepore ingenuo, e una certa domestichezza di frasi che piacciono sommamente e dipingono il costume. Barnabò soggiornava parte dell'anno in Marignano: i contorni erano ancora pieni di boschi ed opportuni alla caccia, e questo era il motivo per cui Barnabò amava di trattenervisi. Egli a cavallo ben sovente si allontanava dalla comitiva, e s'innoltrava solo nel più interno dei boschi. Un giorno fra gli altri aveva smarrita ogni traccia, nè sapeva più donde uscirne per ritornare al suo albergo. La stagione era assai fredda; l'ora avanzata, e rigido il verno. Per caso Barnabò s'avvidde che taluno era in quel bosco. S'accostò; e riconobbe ch'era un povero contadino, assai lacero, che s'affaticava a tagliar legna. Ecco il dialogo che con lui tenne Barnabò: «Il cielo t'aiuti, galantuomo. — _Villano:_ Ne ho bisogno. Con questo freddo ho potuto far poco. L'estate è ita male, potesse almeno andar meglio l'inverno! — _Barnabò, scendendo dal suo cavallo affaticato:_ Amico, tu dici che la state è ita male; e come? L'annata è stata anzi felice; vi è stato abbondante raccolto di grano, vendemmia abbondante. E che l'è ito male? — _Villano, mentre continua a tagliar la legna:_ Oh abbiamo di bel nuovo il diavolo per nostro padrone. Si sperava che, allorquando venne scacciato il signor Bruzio Visconti, il diavolo fosse morto, ma ne è comparso un altro peggiore ancora. Costui ci cava il pane di bocca. Noi poveri lodigiani lavoriamo come cani, e tutto il profitto colui ce lo carpisce. — _Barnabò:_ Certamente, quel signore opera male assai.... Ti prego, guidami, amico, fuori del bosco; l'ora è tarda: la notte è vicina; e m'immagino che tu ancora non avrai tempo da perdere, se brami ritornartene a casa tua. — _Villano:_ Oh! per andare a casa non ho alcun pensiero. L'imbroglio, padron mio, sarà a ritrovarvi da cenare; e davvero ho gran paura che non ne faremo nulla; mia moglie e i miei figli gli ho lasciati a casa con poco pane. — _Barnabò:_ Ebbene, conducimi fuori del bosco, e guadagnerai qualche cosa. — _Villano:_ Tu mi vuoi distrarre dal mio lavoro.... saresti tu mai uno spirito infernale.... i cavalieri non vengono per questi boschi... Sia tu chiunque ti piaccia, pagami prima, e ti scorterò dove vuoi. — _Barnabò:_ Ebbene, cosa vuoi ch'io ti dia? — _Villano:_ Un grosso di Milano. — _Barnabò:_ Fuori che saremo dal bosco ti darò il grosso, e ancora di più. — _Villano:_ Oh sì domani! Tu sei a cavallo, e, fuori che tu sia dal bosco, prendi il galoppo, ed io rimango come un cavolo! Così fanno gli ufficiali di quel diabolico nostro padrone; vengono scalzi, e ruban poi tanto, che passeggiano come grandi signori a cavallo. _Barnabò:_ Amico, poichè non mi vuoi credere, eccoti il pegno», e gli diede la fibbia d'argento che aveva alla cintura. Il villano se la gettò in seno nella camiscia, e cominciò a precedere per uscire dal bosco, ma stanco come era, camminava lentamente. «_Barnabò:_ Galantuomo, monta in groppa sul mio cavallo. — _Villano:_ Credi tu che quella rozza potrà reggere a due! Tu sei tanto grosso! — _Barnabò:_ O, benissimo; porterà te e porterà me; tanto più che, a quanto dicesti, non hai mangiato troppo a pranzo. — _Villano:_ Tu dici il vero.... proviamoci»; e qui si pose a sedere in groppa, e mentre così proseguivano attraverso del bosco, continuò Barnabò: «Amico, tu mi hai date delle cattive nuove del tuo padrone: e del signor Barnabò, che sta in Milano, che se ne dice? — _Villano:_ Di lui se ne parla meglio. Benchè sia feroce, egli almeno fa osservare l'ordine; e s'egli non fosse, non avremmo osato nè io, nè gli altri poveri entrar nel bosco a tagliar legna, per timore degli assassini. Il signor Barnabò fa osservare esatta giustizia, e quando promette, mantiene. Ma quest'altro che sta in Lodi, fa tutto al contrario». E così, proseguendo il discorso, gli riferì come un castellano gli aveva rubato un pezzo di terra ed alcuni pochi mobili; indi, usciti che furono dal bosco, disse il villano: «Signore, tenete la campagna da questa banda, la notte viene, fate presto, perchè altrimenti vi potrete trovare in mezzo d'una strada. — _Barnabò:_ Amico, mi vorresti gabbare, e con questo bel modo portarmi via la fibbia». Tremava di freddo il villano, perchè a piedi almeno si riscaldava, e sedendo era, senza moto, esposto al rigore della stagione, e disse: «Per Dio! non mi ricordava nemmeno più della fibbia; prendetela, signore. Se mi volete dar qualche cosa per amor di Dio, fatelo; se non vi piace, il cielo vi aiuti, e andate colla vostra fibbia. Correrei pericolo d'essere impiccato, se questa fibbia si ritrovasse presso di me; si direbbe che l'avessi rubata. Tenetela. Credo bene che, se mi volete fare la carità, non vi mancano in tasca denari. — _Barnabò:_ Amico, fa a modo mio; accompagnami ad un albergo e ti prometto un grosso, e di più un buon camino per riscaldarti, e poi anco di più una buona cena: e così domattina di buon'ora tornerai da tua moglie». Il villano si consolò pensando a questi beni, e come la mattina vegnente con quel grosso avrebbe potuto comprare dodici pagnotte e darle alla sua povera famiglia. Scese dalla groppa, e riprese il cammino, calpestando lo stoppie attraverso dei campi; e Barnabò cavalcava dietro lui. — _Barnabò:_ «E dove anderemo noi ad albergare? — _Villano:_ Andremo a Marignano: vi sono delle buone osterie; vi si può entrare giorno e notte, e alloggeremo bene, e noi ed il cavallo, che mi pare ne abbia bisogno. _Barnabò:_ Dici bene. E da questo tuo Marignano siamo noi molto discosti? — _Villano:_ Cosa ti preme? Se non vi giugneremo di giorno, vi giugneremo di notte. Non t'ho dett'io che ivi non si chiudono le porte? — _Barnabò:_ Va dunque, sia come tu vuoi». Così proseguendo con tai discorsi il cammino, si videro da lontano comparire molte e grandi fiaccole, e Barnabò disse: «Vedi tu quei fanali e tante faci? — _Villano:_ Le vedo. — _Barnabò:_ E che vuol dir questo? — _Villano:_ Vuol dire che vanno cercando il signor Barnabò, che tante volte s'innoltra nei boschi per amore della caccia; vuole essere solo, si perde, e i suoi domestici poi vanno la sera facendo dei fuochi, acciocchè veda per dove possa ritornarsene. — _Barnabò:_ S'ella è così, fanno bene: è segno che quei domestici hanno premura pel loro padrone». Discorrendo per tal modo s'andarono accostando a quei che portavano le faci; e tosto che questi videro Barnabò, scesero da cavallo; e salutato con riverenza quel sovrano (_inclinatis capuciis_, dice Azario), e rispettosamente attorniando lui e il villano, tutti giunsero a Marignano. Allora il povero villano s'avvide qual fosse l'uomo col quale aveva fatto il dialogo. Desiderava di essere già morto; tanto timore aveva dei tormenti che s'aspettava di dover patire nel castello di Marignano! Giunti che vi furono, il signor Barnabò, scoppiando dalle risa, raccontò a' suoi domestici tutta l'avventura; e ordinò che il villano, tal quale era, stracciato e sporco, fosse condotto in una sala, e se gli accendesse un gran fuoco. Poichè fu ben ristorato dal freddo, fu chiamato il povero villano a cena, e dovette sedere di contro al signor Barnabò. Essi due soli sedevano; e volle che il villano venisse in tutto servito come egli lo era. Il contadino non voleva tanti onori; tremava; e Barnabò: «Son galantuomo, mantengo la parola. Ti ho promesso un buon fuoco, e te l'ho dato. Ti ho promessa una cena, e te la mantengo. Ti ho promesso un grosso di Milano, e domattina l'avrai. — _Villano:_ Ah! signore, misericordia! io ho parlato da stolido qual sono! sono un povero uomo, che vive nei boschi solitario, non so quello che convenga di parlare: per pietà, mi lasciate partire: per carità, perdonatemi». Il villano combatteva fra lo spavento e la fame, stimolata da' cibi insoliti; e la fame la vinse; mangiò bene assai. Poscia venne congedato dal principe e condotto in una bella stanza; lavato con un bagno tepido, posto a dormire sopra di un magnifico letto; e la vegnente mattina fu condotto avanti del signor Barnabò, che gli disse: «Ebbene, amico, coma bai passata la notte? — _Villano:_ Come in paradiso; ma, con vostra buona grazia, vorrei andarmene. — _Barnabò:_ Se così ti piace, vi consento»; indi rivolto ad un suo cameriere: «Dagli un grosso»; e questi immediatamente lo consegnò al villano, poi Barnabò: «La mia promessa ora è compiuta; pure ti ho lasciato sperare qualche cosa di più; cercami quella grazia che brami. — _Villano:_ Signore, basta che mi lasciate partire vivo e sano. — _Barnabò:_ Questo lo accordo; chiedi qualche altra grazia. — _Villano:_ Se mi faceste restituire il mio piccolo podere toltomi dal castellano....». Súbito fecegli dare lettere colle quali il villano riebbe il suo, e tranquillamente se ne ritornò allo stato di prima. L'Azario, che allora viveva e che ci ha tramandata la memoria di questa scena, non ci riferisce chi fosse il governatore di Lodi che era succeduto a Bruzio Visconti. Questo avvenimento ha tanta verosimiglianza, che lo credo veramente accaduto; e Barnabò, avendolo súbito raccontato ai suoi cortigiani, è naturale che venisse poi divulgato come una novella di quel tempo. Non avranno trascurato alcuni d'interrogarne il villano medesimo, e così potrà essersi ancora più esattamente risaputo. Il carattere di Barnabò mi pare che vi sia dipinto al vivo. Non permetteva egli che si commettessero vessazioni ed ingiustizie; amava la sicurezza e l'ordine; manteneva la parola data. Ma un buon principe non avrebbe impresso nel cuore dei sudditi uno spavento generale, a segno che, per qualche incauta parola, temessero d'essere condannati alla carnificina da lui medesimo, nel di lui palazzo. Nessun principe oggidì avrebbe piacere di far soffrire a quel meschino la barbara incertezza che lo tormentò per laute ore; e la prima parola gli annunzierebbe ilarità e pace. Poi lo sborso di un grosso, ossia il solo valore di dodici pagnotte, oggidì sembrerebbe affatto indecente. Il povero villano aveva dovuto lasciare la moglie ed i figli con poco pane; stanco e mal pasciuto, aveva camminato per ricondurre il sovrano senza sapere ch'ei fosse altro che un uomo; meritava adunque qualche cosa di più d'un grosso. Se il fatto fosse accaduto alla maestà dell'adorabile augusto Giuseppe II, o ad alcuno dei reali arciduchi, la sera medesima avrebbe la famiglia del villano avuto di che cenare; e invece di tremare, come avrà fatto, avrebbe sparse lagrime di tenerezza, benedicendo la sovrana pietosa munificenza. Non bastava poi alla giustizia la restituzione del podere rubato dal castellano. Un principe buono non si sarebbe determinato a cosa alcuna colla esposizione di un solo. Avrebbe disposte le cose in modo d'essere esattamente informato del fatto, e d'ascoltare anche il castellano, per dargli campo a giustificarsi; indi, se egli aveva oppresso una povera famiglia, non bastava disfare il mal fatto. Voleva il ben pubblico che quel prepotente venisse contenuto per l'avvenire, e col suo esempio allontanasse i suoi pari dal meditare altrettanto. Nè avrebbe mancato un principe buono di prendere informazione sul governatore di Lodi e sugli ufficiali rapaci che l'attorniavano. Barnabò, anche in questa scena, manifesta un carattere duro, insensibile, atroce nei momenti istessi della giocondità, ed appare violento, e niente addottrinato nella scienza di governare.

CAPITOLO XIV.

_Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano._

Per lo spazio di sette anni ancora, dopo la morte di Galeazzo II, continuò ad essere separato in due parti lo Stato de' Visconti, reggendo l'eredità del padre il conte di Virtù, e continuando a regnare Barnabò sulla sua porzione. Il Gazata nella sua Cronaca ci racconta che Barnabò aveva comprata la città di Reggio da Feltrino Gonzaga, collo sborso di cinquantamila fiorini d'oro; e che per diventar padrone di alcune rocche e castelli di quel distretto, egli s'impadronì di Francesco Fogliano; ed avutolo nelle sue mani, gli fece intimare che o doveva indurre Guido Fogliano, di lui fratello, a consegnare a Barnabò le fortezze che egli possedeva, ovvero questi sicuramente lo faceva impiccare, quantunque tra il Fogliano e Barnabò non vi fosse mai stata altercazione alcuna. Il povero Francesco Fogliano fece ogni sforzo per indurre colle sue lettere il fratello a riscattarlo. Guido credette che non si sarebbe mai imbrattato il Visconti con una così obbrobriosa macchia; ma s'ingannò, perchè Barnabò fece sospendere Francesco alle forche, sulle mura di Reggio, il giorno 7 dicembre 1372. Il conte di Virtù aveva questo terribile collega. Il conte era giovine di venticinque anni. Egli s'era più volte presentato al nemico con valore, allorquando i collegati invasero lo Stato; ma non aveva dato saggio nemmeno d'avere i talenti d'un buon comandante. Aveva egli stretti vincoli di sangue colla casa di Francia, colla casa di Savoia, colla casa d'Inghilterra: ma Barnabò non era meno appoggiato ad illustri e potenti parentele. Barnabò ebbe tanti figli, che (ommettendo i bambini ed i fanciulli periti) se ne contarono trentadue, de' quali quindici legittimi, nati dalla signora Beatrice della Scala, da altri chiamata Regina della Scala. Barnabò aveva date le sue figlie in matrimonio a potenti signori. La casa d'Austria, la casa di Baviera, il re di Cipro, la casa di Wirtemberg, la casa di Turingia, i Gonzaghi avevano delle principesse figlie di Barnabò. La principessa che entrò nella gloriosissima casa d'Austria si chiamava Verde Visconti. Ella sposò il duca Leopoldo. Questo principe, giovine di quattordici anni, venne a Milano l'anno 1365, ed il giorno 23 di febbraio celebrò le sue nozze nel palazzo del signor Barnabò Visconti, presso San Giovanni in Conca. Barnabò diede in dote alla figlia centomila fiorini. Indi andarono gli sposi a Vienna; e da queste nozze discende l'augusto sovrano che ora, per nostra felicità, domina su questo Stato. Chi bramasse più minute notizie di queste memorabili nozze (per le quali il sangue de' Visconti, sublimato a più elavata condizione, e depurato colla virtù e colla beneficenza di quattro secoli, trovasi attualmente sul trono, dal quale i Milanesi ricevon legge) vegga il nostro conte Giulini, che ne ha pubblicati i monumenti sinora inediti.

A fronte d'uno zio terribile, stavasene circospetto ed attentissimo il conte di Virtù. Milano, siccome dissi, era divisa in due padroni: Galeazzo II possedeva il castello di Porta Giovia, cioè il castello che ancora in parte internamente sussiste; e Barnabò possedeva un altro castello alla torre di porta Romana, di cui veggonsi anco oggidì le vestigia dalla parte del naviglio. Il conte di Virtù stavasene in Pavia: era una volpe che adocchiava destramente il vecchio leone. Mostrava il giovine conte di Virtù d'essere timido, irresoluto, debole in ogni sua azione. Bramava d'imprimere nell'animo di Barnabò tale opinione, che, considerandolo egli giovane da nulla ed incapace d'intraprendere un colpo ardito, nemmeno pensasse a tenersi difeso; e tanto seppe dissimulare in ogni azione, anche domestica, tanto attento fu nel rappresentare il meschino personaggio propostosi, che ingannò supinamente lo zio, quantunque avesse giorno e notte al suo fianco Caterina Visconti, figlia di Barnabò, da Galeazzo sposata, sebben cugina, dopo la morte di Isabella di Francia, sua prima moglie. Barnabò deriderà l'imbecillità del nipote, il quale ne' suoi editti ancora spirava umanità, beneficenza e moderazione, mentre l'altro continuava a spaventare i sudditi con inesorabile ferocia. Poteva comparire agli occhi dello zio un nuovo tratto di pusillanimità la cura che ebbe il conte di Virtù di procurarsi la grazia del nuovo augusto Venceslao, succeduto al defunto Carlo IV di lui padre. Ma in fatti egli solo venne da quel monarca confermato vicario imperiale l'anno 1380, senza che nel diploma venisse fatta menzione di Barnabò. Così nel silenzio andava il conte di Virtù preparando la mina che doveva scoppiare un giorno, e rovinando il collega, riunire la sovranità dello Stato sopra di lui solo. Barnabò, dal canto suo, senza accorgersi, somministrava sempre nuove armi al nipote contro di lui; poichè disponeva una nuova divisione dello Stato suo ne' cinque suoi figli legittimi, e già a ciascuno di essi aveva assegnato il governo nel distretto che gli aveva destinato in sovranità dopo di lui. Marco aveva la metà di Milano; Lodovico aveva Lodi e Cremona; Carlo aveva Parma, Crema e Borgo San Donino; Rodolfo aveva Bergamo, Soncino e la Ghiara d'Adda; Giovanni Mastino, ancora bambino, aveva finalmente Brescia colla Riviera e Valle Canonica. Questo avvenire non poteva essere caro ai popoli, che diventavano sudditi d'una piccola sovranità, e soggetti ad un principe debole. Così insensibilmente, e simulando debolezza ed incapacità, Gian Galeazzo lasciava maturare gli avvenimenti; e andava contrapponendo l'apparenza di un saggio principe a quella di un capriccioso e crudele despota. (1385) Giunse il momento, e fu il giorno memorando 6 di maggio dell'anno 1385; giorno in cui venne tolta a Barnabò ed a' suoi figli, per sempre, ogni sovranità, e concentrossi nel conte di Virtù ogni potere. Il caso è noto, ed è il seguente. Il conte fece intendere al signor Barnabò ch'egli pensava di portarsi alla Madonna del Monte presso Varese; che sarebbe venuto da Pavia a Milano, la mattina del 6 di maggio, ma non amando di entrare nella città, costeggiandola fuori dalle mure, sarebbe andato a smontare nel suo castello a porta Giovia; e che sarebbe stata pure grande la sua consolazione se avesse potuto abbracciare uno zio che tanto onorava. Si sapeva che il conte voleva condurre la scorta di quattrocento lance. Un domestico del signor Barnabò non mancò di fargli osservare che quel corredo era troppo per portarsi ad un santuario e ad un borgo dello Stato, in tempo di pace. Questo domestico si chiamava Medicina, e cercò di persuadere al suo padrone di starsene cauto e non avventurarsi. Ma Barnabò disprezzava il nipote, e attribuì alla pusillanimità sua questa schiera d'armati. I due figli maggiori di Barnabò furono spediti incontro al conte due miglia fuori di porta Ticinese. Questi accolse co' maggiori segni di cordialità i suoi due cugini e cognati Rodolfo e Lodovico, i quali, dopo le accoglienze, con apparenza di onore, furono circondati dalle armi di cui erano comandanti Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e il marchese Giovanni Malaspina. S'incamminò il conte verso Milano, e giunto che fu avanti della porta Ticinese (che allora era ove oggidì sta il ponte del naviglio) prese la sinistra, e per la via che ora fiancheggia il canale, andò colla sua comitiva cavalcando, sin che alle ore sedici, ossia verso mezzo giorno, trovatisi vicino al ponte che da Sant'Ambrogio conduce a San Vittore, per esso videro scendere Barnabò a cavallo con uno o due domestici di seguito. Il conte, dopo i primi saluti, diede il segnale concertato; e Jacopo dal Verme il primo spronò il cavallo, e pose le mani adosso della persona del signor Barnabò, dicendogli: _Siete prigioniere._ Ben tosto Ottone da Mandello gli levò dalle mani la briglia; altri gli tagliò il cingolo; e così al momento Barnabò fu disarmato, togliendogli altri la spada, altri la bacchetta dalle mani. Contemporaneamente lo stesso venne fatto ai due suoi figli Rodolfo e Lodovico; e presto presto, in mezzo alle armi, vennero tradotti nel castello di porta Giovia, poco di là lontano. Barnabò venne cautamente trasportato poi al castello di Trezzo, ove anco oggidì vedesi la stanza, in cui sopravvisse sette mesi colla sua o moglie o amica Donnina de' Porri sin che morì avvelenato, a quanto si dice. Tanto seppe simulare il conte! Egli aveva trentadue anni.