Part 8
Se riguardiamo adunque Barnabò Visconti come principe e signore potente, dobbiamo confessare che egli non meritò stima alcuna, poichè la porzione sulla quale ei regnò venne diminuita colla perdita di Bologna, delle terre del Bolognese, della Romagna e del Modanese, ch'egli aveva ereditate dall'arcivescovo Giovanni. Egli con puerili e feroci insulti animò i suoi nemici, e non ebbe forze abbastanza per difenderlo. Osserviamolo come legislatore del suo popolo e conservatore della felicità pubblica. Egli lasciò che la pestilenza desolasse Milano nel 1361, quella pestilenza alla quale ho attribuita la partenza del Petrarca, se pure anche l'indole del governo non isforzò del pari quell'uomo illuminato a tal partito. Quella sciagura distrusse più di settantamila abitatori di Milano, e fece nelle terre ancora strage molto maggiore. Dopo sì gran flagello, mentre Barnabò stava alla guerra nel Modanese, alcune compagnie d'uomini facinorosi devastavano la città, tormentata dalle violenze, e dalle rapine e da ogni genere di dissolutezza. Ritornato Barnabò per rimediare a simil disordine, pubblicò un editto in cui proibì che alcuno in Milano non potesse andar di notte per le strade, sotto pena del taglio d'un piede. Tanto ci attesta l'Azario, che allora viveva[129]. Un ammalato di notte non poteva più avere soccorso in virtù di tal legge feroce. Barnabò lasciò soffrire ai suoi popoli la carestia negli anni 1364 e 1365, senza trovare modo di soccorrere i suoi sudditi. Questa carestia nacque da un fenomeno fisico che riferirò poi.[130] _Attendentes temporum sterilitates, et guerrarum discrimina_, dicesi in un decreto di Barnabò dell'anno 1369, nel quale introdusse il costume di _mettere alle gride_ i fondi per assicurare al compratore la proprietà[131]. L'anno 1372, con altro editto comandò Barnabò che nessuno ecclesiastico potesse allontanarsi dal luogo di suo domicilio, senza suo permesso. L'ordine poteva essere necessario, attese le scomuniche e l'assoluzione del giuramento di fedeltà dette di sopra; ma la pena d'essere subito gittati nel fuoco gli ecclesiastici contravventori, è orrenda. Il Corio ci assicura che Barnabò, dopo la pestilenza e la carestia e le perdite dello Stato, «se volse contra de li miseri sudditi che per quatro anni adietro havevano pigliato porci salvatici, et altre selvaticine, onde a molti di loro faceva doppuo grande tormento cavare gli occhi et inde suspendere per la gola, de li quali si riferisce essere ascesi al numero de cento. Assai magiore summa, de le crudele e tyranice mano fugendo, li faceva proscrivere, d'inde gli pigliava ogni suo facultate, et a molti altri habitanti ne le ville, non havendo il modo di satisfare al fisco per le condemnatione, le case sue faceva brusare... due frati Minori, andandogli per reprendere de si inaudita extorsione, sensa alcuno riguardo gli fece brusare, incolpandoli de nuova heresia[132]». Amava Barnabò la caccia singolarmente dei cinghiali, e manteneva un grande numero di cani; come ciò facesse ce lo dice il Corio all'anno medesimo: «teneva cinque milia cani, e la magiore parte de quelli distribuiva ala custodia de li cittadini et anche a contadini, li quali niuno altro cane che quegli puotevano tenere. Questi due volte il mese erano tenuti a fare la mostra, onde trovandoli macri, in grande summa de pecunia erano condennati, e se grassi erano, incolpandoli dil troppo, similmente erano mulctati, se morivano gli pigliava il tutto, e li officiali o caneteri più che pretori de le terre erano temuti». Pietro Azario, che vivea in quei tempi, ci lasciò scritto che certo Antoniolo da Orta, ufficiale in Bergamo, venne accusato presso di Barnabò di avere esatte delle propine arbitrarie nello spedire certe licenze. L'accusatore era un solo, e Barnabò[133] _sine alia determinatione et defentione praecedente, jussit unum suum domicellum cum litteris suis de praesenti ire, dirigendis Potestati Pergami, ut, visis praesentibus, dictum Antoniolum per gulam laqueo faceret suspendi sub poena suspensionis ipsius potestatis. Qui Potestas, licet invite, dictum Antoniolum in palatio Pergami, nullo alio expectato nisi quod cum sacerdote confiteretur, suspendi fecit_[134]. Se prestiamo fede agli Annali milanesi, Barnabò con un editto proibì che alcuno più non ardisse di chiamarsi Guelfo o Gibellino, sotto pena del taglio della lingua, e furono tagliate le lingue ad alcuni contravventori[135]. Fece bruciar vivi tre uomini ragguardevoli, imputati di tradimento[136]. Fece bruciare due monache del Bocchetto. Due altre monache di Orona miseramente ebbero sorte uguale. Fece crudelmente torturare Tommaso Brivio, vicario generale dell'arcivescovo, perchè aveva ricusato di degradare quelle infelici. Fece bruciare il prete Stefano da Ozena d'Incino, dopo di avergli fatto soffrire atroci tormenti. Fece impiccare l'abate di San Barnaba perchè aveva prese delle lepri[137]. Fece cavare un occhio ad un uomo, perchè trovato a passeggiare in una strada privata di Barnabò. Un povero contadino fu incontrato da Barnabò, e lo fece ammazzare dal suo canattiere, perchè egli aveva un cane. Un giovinetto raccontò d'avere sognato che uccideva un cinghiale, e per questo Barnabò gli fece cavare un occhio e tagliare una mano. Per un decreto di Barnabò nessun giusdicente poteva cominciare a ricever il soldo assegnatogli se prima non aveva fatto tagliar la testa a un uccisore di pernici. Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, suoi cancellieri, furono chiusi in una gabbia di ferro con un feroce cinghiale. Il podestà di Milano Domenico Alessandrino, a forza di bastonate, fu obbligato a strappare la lingua ad un uomo colle sue proprie mani... Chiudasi l'atroce scena: chi ne bramasse più minute circostanze vegga il nostro diligente conte Giulini[138]. Io suppongo che vi sia della esagerazione in questi fatti. Mi sento uomo; ed ho piacere di lusingarmi che un uomo simile a me non possa mai discendere in tale abisso di crudeltà. Credo esagerati i racconti di Nerone, di Caligola e di simili principi. Ma togliendo anche la esagerazione, sempre ne rimane abbastanza per detestarli. I popoli disgraziati che erano sudditi di un tal uomo, gemevano altresì sotto il peso di gravosissimi tributi. Il Corio ci dice che Barnabò ogni anno riceveva centomila fiorini d'oro pe' carichi ordinari, e sessantamila fiorini d'oro pei straordinari; in tutto incassava centosessantamila annui fiorini d'oro dal suo Stato. Egli possedeva Cremona, Bergamo, Brescia, Crema, Lodi, Parma e la metà di Milano, e questo carico contribuito da' suoi popoli allora riusciva insopportabile. Oggidì il solo Cremonese paga altrettanto senza che il popolo sia oppresso; il che sempre dimostra quanto ho detto al capitolo ottavo e ripetuto poi, cioè che il valore dell'oro, reso in questi tempi più abbondante, si è notabilmente diminuito.
Il fenomeno fisico di cui ho fatto cenno, quello cioè per cui l'anno 1364 venne una funesta carestia nello Stato, è per fortuna nostra così insolito nel Milanese, che le persone poco istrutte lo potrebbero collocare fra le favolose invenzioni immaginate per allettare colla meraviglia. Ma ve ne sono prove tali, che non ci lasciano luogo a dubitarne. Tre scrittori che allora vivevano, i quali, oscuramente celati, notavano gli avvenimenti de' loro tempi senza che uno potesse avere cognizione dell'altro, ce lo hanno tramandato concordemente; e sono Pietro Azario, l'autore degli Annali milanesi, ed il cronista di Piacenza. Nell'anno 1364 comparvero nel mese di agosto de' nembi di locuste. Queste occupavano l'aria, come dense e vaste nubi, ed offuscavano il sole. Esse volavano con molta forza, e tutte si dirigevano dalla stessa parte nel volo. Scendevano poi su i campi, e, a vederle discendere, pareva che cadessero fiocchi di neve. L'Azario dice che questi animaletti erano verdi, e col capo e collo grossi. Nel terreno sul quale avevano posato, erbe, foglie, frutta, tutto rimaneva distrutto; e così questi eserciti funesti di locuste, passando da un campo all'altro, isterilirono le terre; e durò il flagello da agosto sino al mese di ottobre[139]. Un simile flagello si dice che l'avesse provato la Lombardia quattrocentonovantun'anni prima, cioè l'anno 873, e ce ne tramandò memoria Andrea Prete. Ma se a quell'autor solo si poteva contrastare un avvenimento maraviglioso, converrebbe rinunziare alla storia se dubitassimo della verità rapporto all'anno 1364. Questo fenomeno, stranissimo per noi, è conosciuto in altre regioni verso il Levante. Carlo XII, re di Svezia, nella Bessarabia ebbe moltissimo a soffrire per i nembi di locuste; e l'autore della storia _Histoire militaire de Charle XII de Suède_[140], ci narra un caso simile, ed eccone le parole: «Une horribile quantitè de sauterelles s'elevoit ordinairement tous les jours avant midi du còté de la mer, premiérement à petits flots, ensuite comme des nuages, à qui obscurcissoient l'air, et le rendeient si sombre, et si épais, que dans cette vaste plaine le soleil paroissoit s'être éclipsé. Cest insectes ne voloient point proche de terre, mais à peu près à la même hauteur que l'on voit voler les hirondelles, jusqu'à ce qu'ils eussent trouvé un champ sur lequel ils pussent se jetter. Nous en rencontrions souvent sur le chemin, d'où ils se jettoient sur la même plaine où nous étions et sans craindre d'être foulés aux pieds des chevaux, ils s'elevoient de terre, et couvroient le corps et le visage à ne pas voir devant nous, jusqu'à ce que nous eussions passé l'endroit où ils s'arrêtoient. Partout où ces sauterelles se reposoient, elles y faisoient un dégât affreux, en broutant l'herbe jusqu'à la racine; ensorte qu'au lieu de cette belle verdure dont la champagne étoit auparavant tapissée, on n'y voyoit qu'une terre aride et sablonneuse». Questi insetti, col favore d'un vento gagliardo, attraversano persino il mare a volo; e in conseguenza della sterilità avvenuta nell'Asia, o di una prodigiosa moltiplicazione accaduta in quell'anno nella specie di quegl'insetti, o d'un vento straordinariamente violento, che gli abbia trasportati oltre i consueti loro confini, o alfine di qualche altra cagione che non posso conoscere, giunsero essi persino a noi l'anno 1364. Se questa devastazione fosse periodica, sarebbe da temersi da' nostri figli, che vivranno l'anno 1855. Ma tali avvenimenti o non hanno periodo, ovvero l'hanno così vasto, che oltrepassa la memoria.
Ritorniamo agli orrori di quel governo, e miriamo l'altra porzione dello Stato soggetta a Galeazzo II. Dopo che egli ebbe nuovamente in suo potere Pavia, ivi collocò la sua sede, lasciando che Barnabò alloggiasse in Milano. Galeazzo non ebbe tante brighe a sostenere colle armi, quante ne ebbe Barnabò; onde, abbandonando da principio ai ministri ogni cura dello Stato, egli null'altro ebbe in pensiero, che di apparentarsi con illustri matrimoni, celebrare regie pompe, e cercare la fama di protettore delle lettere. Le scuole di Pavia vennero da lui fomentate e promosse, e nell'anno 1362 sembra che venisse aperta quell'Università, la quale aveva maestri di leggi canoniche e civili, di medicina, fisica e logica. Radunò una biblioteca pregevole per quei tempi, anteriori quasi d'un secolo alla invenzione benefica della stampa. Per illustrare la sua famiglia, al figlio suo Gian Galeazzo (che non aveva più di sette anni) diede per moglie Isabella di Francia, figlia del re Giovanni, bambina essa pure di pochi anni; e la pompa di quest'illustri sponsali costò ben cinquecentomila fiorini d'oro, cavati con ogni sorta di mezzi dai sudditi, senza eccezione alcuna; il che non bastò a togliere la sofferenza in ciascuno d'un aggravio enorme. Maritò sua figlia Violanta con Lionetto, figlio del re d'Inghilterra Edoardo III. Galeazzo aveva Bianca di Savoia per moglie; e così la casa Visconti, in meno di sessant'anni di tempo, dalla condizione nobile sì ma privata, passò a grandeggiare a segno d'avere le più strette parentele col re di Francia, col re d'Inghilterra e col duca di Savoia. Oltre a questi oggetti sproporzionati di spese, ei si volse a fabbricare senza riguardo. In Pavia si pose ad erigere un parco di più miglia, cinto di muro; ivi aveva le cacce, i giardini, le peschiere, che ricevevano l'acqua per un cavo ch'ei fece dal naviglio di Milano sino colà. Queste spese, e quest'abbandono degli affari pubblici, in tempi di pestilenza e di carestia, mentre una parte dello Stato soffriva le invasioni de' nemici, produssero danni così grandi che, malgrado l'opulenza e l'adulazione che a più giri attorniavano quel principe, ei si dovette alla fine riscuotere. Aprì gli occhi; e vide tutte le cariche venali occupate da vilissimi ministri; i popoli rovinati; le sue milizie mancanti di paghe; il suo erario vuoto; e i suoi pochi sudditi esausti e languenti. In quel momento fece quello che sogliono le anime da poco; dalla inerzia passò alla frenesia. Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Milano. Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Pavia. Il castellano di Voghera, per essere stato assente quando quegli afflitti abitanti scossero il giogo della oppressione, fu strascinato a coda d'asino, poi fu impiccato con un suo figlio. Sessanta stipendiati, perchè furono un poco lenti nell'eseguire una commissione, furono con una sola parola condannati tutti alle forche. Indotto a far loro grazia, se ne rammaricò poi, e fece porre in carcere Ambrosolo Crivello, suo cancelliere, e lo privò d'un anno di salario, perchè era stato sollecito nella spedizione della grazia. Questi fatti ci sono attestati da più autori contemporanei. L'Azario poi ci ha tramandato l'editto col quale quel principe ordinò a' suoi giudici qual carnificina dovessero far eseguire contro i rei di Stato. Egli immaginò il modo per far soffrire atrocissimo strazio per quarantun giorni, riducendo un uomo sempre all'agonia senza lasciarlo morire. La natura freme, Busiri e Falaride non lasciarono altrettanto:[141] _Intentio domini est quod de magistris preditoribus incipiatur paulatim. Prima die quinque bottas de curlo; secunda die reposetur; tertia die similiter quinque bottas de curlo; quarta die reposetur; quinta die similiter quinque bottas de curlo; sexta die reposetur; septima die similiter quinque bottas de curlo; octava die reposetur; nona die detur eis bibere acqua, acetum et calcina; decima die reposetur; undecima die similiter acqua, acetum et calcina; duodecima die reposetur; decima tertia die serpiantur eis duae corrigiae per spallas, et pergottentur; decima quarta die reposetur; decima quinta die dessolentur de duobus pedibus, postea vadant super cicera; decima sexta die reposetur; decima septima die vadant super cicera; decima octava die reposetur; decima nona die ponantur super cavalletto; vigesima die reposetur; vigesima prima die ponantur super cavalletto; vigesima secunda die reposetur; vigesima tertia die extrahatur eis unus oculus de capite; vigesima quarta die reposetur; vigesima quinta die truncetur eis nasus; vigesima sexta die reposetur; vigesima septima die incidatur eis una manus; vigesima octava die reposetur; vigesima nona die incidatur alia manus; trigesima die reposetur; trigesima prima die incidatur pes unus; trigesima secunda die reposetur; trigesima tertia die incidatur alius pes; trigesima quarta die reposetur; trigesima quinta die incidatur sibi castronum; trigesima sexta die reposetur; trigesima septima die incidatur aliud castronum; trigesima octava die reposetur; trigesima nona die incidatur membrum; quadragesima die reposetur; quadragesima prima die intenaglientur super plaustro, et postea in rota ponantur_. Pare impossibile che un sovrano abbia mai dato un comando tanto infernale; pare impossibile che alcun uomo, soffrendo questi martirii, potesse sopravvivere sino al quarantesimoprimo giorno! Eppure convien dire che crudelmente si andassero applicando i rimedii, per prolungare la vita e il tormento; poichè, ci attesta lo stesso autore, che[142] _harum poenarum exequutio facta fuit in personas multorum anno 1372 et 1373_[143]. Così pensarono i principi, così furono governati i popoli di quella città, in cui doveva l'immortale marchese Cesare Beccaria scrivere il libro dei Delitti e delle Pene; libro sacro all'umanità, alla ragione ed alla beneficenza. I principii dl sublime filosofia che l'hanno dettato; la calda e libera eloquenza collo quale ci annunziano; lo compassionevole sensibilità ai mali degl'infelici, assicurano all'illustre nostro cittadino, ed all'amico e compagno de' miei studi una celebrità costante; la onorata tranquillità poi di cui gode, anzi lo stipendio e le cariche delle quali è stato decorato, serviranno agli esteri non solo, ma alla posterità, di vera dimostrazione della felicità e della gloria del governo sotto cui abbiamo la fortuna di vivere.
Sin qui Galeazzo II poteva esser sedotto da malvagi consiglieri; ma il fallo seguente lo mostra quale egli era, senza difesa. Aveva quel principe incorporato nel vastissimo suo parco di Pavia i poderi di molti, e fra gli altri d'un povero cittadino pavese che aveva nome Bertolino da Sisti. Questo povero uomo aveva una famiglia numerosa da alimentare; i figli soffrivano la fame e la miseria, mancando di quel fondo, che non gli era stato pagato. Egli si prostrò avanti del suo sovrano, implorando umilmente soccorso, e il pagamento della sua porzione di terra. Venne accolto da Galeazzo con amarissima derisione e vilipendio, e non potè ottenere compenso alcuno. Quel disperato padre di famiglia aspettò poi, nel parco istesso dove Galeazzo soleva cavalcare, il momento della vendetta, e, il giorno 24 di agosto dell'anno 1369, lo ferì, mentre passava a cavallo, in un fianco; ma la fascia cordonata di seta lo difese. Fu arrestato quel suddito; sempre colpevole, ma degno di commiserazione, e finì, dopo fieri tormenti, squartato dai cavalli[144]. Coloro che esclamano contro i costumi del nostro secolo, vedano se in tutta quanta l'Europa vi sia un angolo solo in cui gli uomini siano trattati come lo erano i nostri maggiori quattro secoli sono! A che attribuirne il cambiamento? All'ardimento che alcuni ebbero di pensare e cercare il vero, indipendentemente dalle opinioni ereditate; al progresso della ragione, all'accrescimento de' lumi; alla moltiplicazione de' libri; al genio della coltura; a quello spirito moderato e benefico di filosofia che ha dissipata la ferocia e il fanatismo, ed ha reso gli uomini benevoli ed umani, sotto di una santa e pura religione di concordia e di pace. Rendiamo umili azioni di grazie al Dator di ogni bene, e guardiamoci da coloro che ardiscono d'insultare a que' felici mezzi co' quali si è operata la consolante rivoluzione. Galeazzo II aveva la bassezza di voler giuocare ai dadi co' sudditi che avessero denaro, e godeva di rovinarli. (1377) Quel principe fece un decreto l'anno 1377 che non ha esempio, a quanto mi è noto. Egli, con un foglio di carta, annullò, cassò, rivocò tutte le grazie e dispense che aveva sin allora concesse. Il decreto è del giorno 13 di ottobre,[145] _Datum in castro nostro Zojoso_, sito nel Pavese, ora chiamato Belgioioso, nel quale soleva passar qualche tempo quel principe. Che un successore revochi le grazie di un sovrano che l'ha preceduto, benchè sia cosa dura assai per chi la soffre, se ne trovano esempi, ma che un principe cancelli, così in un colpo solo, tutte le sue beneficenze, non so che sia mai accaduto altra volta[146].
Paragonando i due fratelli, pare che Barnabò avesse l'animo più forte, e Galeazzo fosse freddamente crudele. Il primo abbandonandosi ad una collera brutale, era capace di ogni eccesso; l'altro lo era sempre, con maligna tranquillità. Barnabò dava gl'impieghi a persone che li sapessero eseguire, e sapeva tenersele affezionate e fedeli; Galeazzo, per denaro, dava le cariche a' più inetti uomini. Barnabò era veridico e palesava i suoi sentimenti; Galeazzo non era definibile. Il primo incuteva spavento, l'altro diffidenza. Barnabò si fece scolpire in una statua equestre di marmo e la collocò sull'altar maggiore di San Giovanni in Conca. Essa ivi si vede, ma non più sull'altare. Galeazzo pazzamente fece distruggere le peschiere, le pitture del Giotto, e tutte le belle cose ordinate da Azzone nel palazzo di corte,[147] _quae domus_, diceva l'Azario, _cum ornamentis et picturis et fontibus, hodie non fieret cum trecentis millibus florenis_[148]. Galeazzo faceva alzare un gran muro con merita spesa; poi parendogli che stesse male, lo faceva demolire. Faceva delle vôlte assai grandi in mezzo del verno, e diroccavano poi; e i mattoni, le travi, la calce si prendevano per suo cenno, ove trovavansi, senza parlare di pagamento. Galeazzo fabbricò il castello di Milano e quello di Pavia: Barnabò, quello di Trezzo. Nessuno di questi due atroci fratelli ebbero commensali, come solevano averne Azzone, Luchino e Giovanni. Costoro offendevano un numero sì grande di persone, che non era poi loro fattibile la scelta di alcuni fra' quali passare giocondamente le ore. Barnabò pagava esattamente i suoi stipendiati, e non permetteva che facessero estorsioni; Galeazzo trascurava di pagarli, e non badava alle loro angherie. Durante tale governo, i due successivi arcivescovi Guglielmo della Pusterla e Simone da Borsano non posero piede mai nella loro diocesi; sia che ciò nascesse per le dissensioni col papa; sia che, per godere le rendite dell'arcivescovato, i principi non volessero concederne a quei prelati il possesso; sia finalmente che la meschina vita che sotto a quel governo vi dovette passare l'arcivescovo Roberto Visconti, fatto porre in ginocchio per ascoltarsi il _nescis, poltrone_, di Barnabò, avesse fatto perdere il coraggio ai successori di presentarsi a vivere sotto quei terribili sovrani, animati anche contro degli ecclesiastici; i quali, con un editto di Barnabò, venivano obbligati a porsi in ginocchio tosto che l'incontravano per le strade, e, non solamente dovevano contribuire la porzione d'ogni tributo al paro di ciascun altro cittadino, ma dovevano portare il più delle tasse che quei sovrani arbitrariamente imponevano sul clero. (1378) Galeazzo II mori in Pavia il giorno 4 di agosto dell'anno 1378, dopo di aver regnato ventiquattro anni; e successe ne' suoi Stati Giovanni Galeazzo, di lui figlio, che portava nome _il conte di Virtù_, per un feudo che gli era stato dato nella Francia per dote della principessa Isabella.