Storia di Milano, vol. 2

Part 7

Chapter 73,271 wordsPublic domain

Carlo IV, dopo di essere stato incoronato anche in Roma, se ne ritornò al suo paese; ma non per questo cessarono gli emuli principi d'Italia di eccitare per ogni modo l'animo di quell'augusto a deprimere i Visconti. (1356) I maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del marchese di Monferrato indussero Marquardo, vescovo d'Ausburgo, il quale stavasene in Pisa col carattere di vicario imperiale, a citare i fratelli Visconti per il giorno 11 di ottobre 1356 a comparire dinanzi al suo tribunale e discolparsi d'aver conferite con arrogata facoltà le dignità ecclesiastiche, di aver tessute all'imperatore delle insidie a Pisa, e di aver fatte chiudere le porte delle città, impedendovi l'ingresso al medesimo imperatore nel suo ritorno da Roma[108]. I due fratelli Visconti non pensarono nemmeno a questo viaggio. Il vescovo Marquardo radunò le forze degli emuli: e si pose alla testa di un corpo d'armati rispettabile, incamminandosi verso Milano. S'impadronì di varie città; poichè i Visconti o non avevano preveduta una tale invasione, ovvero avevano negligentate le difese. La stessa campagna di Milano venne esposta alle prede ed ai guasti de' nemici. Si postarono gl'imperiali ne' contorni di Casorate; e i due fratelli finalmente, radunate le loro forze, ne confidarono il comando al vecchio Lodrisio Visconti; a quel Lodrisio che, diciasette anni prima, colle armi alla mano, venne preso a Parabiago, allorchè cercava di togliere la sovranità ad Azzone. Il valore di Lodrisio e la sua perizia produssero la vittoria del giorno 14 di novembre l'anno 1356. I nemici vennero disfatti a Casorate; il vescovo Marquardo d'Ausburgo, loro comandante, rimase prigioniero, fu condotto decorosamente a Milano, e dai Visconti fu poi licenziato, onde ritornossene nella Germania. Lodrisio Visconti ricompensò per tal modo la vita che gli lasciò Azzone, e la libertà che gli diede Giovanni, principi illuminati, i quali conobbero che un generoso perdono ci affeziona più di qualunque altro beneficio un'anima nobilmente energica. I Visconti, signori quasi tutti assai valorosi, affrontarono intrepidamente i pericoli prima che reggessero lo Stato; seduti poi che erano sul trono, ben rare volte si esponevano; ma affidavano anzi ai loro figli o cugini ed altri estranei il comando. La sconfitta di Casorate però non tolse la speranza ai collegati, dai quali non si risparmiavano maneggi. Il papa non vedeva punto con indifferenza il gran potere de' Visconti, e soprattutto da che Bologna era un oggetto delle loro pretensioni; il che ottenendo essi, era aperta loro la strada a nuovi acquisti sulla Romagna. Ai Genovesi non era men gravosa questa estera dominazione sulla loro città, in prima libera, e già illustre per imprese marittime e per ricchezza. Il papa, i Genovesi, gli Estensi, il marchese di Monferrato e i Gonzaghi facevano causa comune. Già Bologna, siccome accennai, si era staccata. Genova fece lo stesso; e il giorno 17 di novembre 1356 si dichiarò libera, e creossi un doge, che fu Simone Boccanegra. (1358) Dopo ciò, seguirono varii piccoli fatti d'armi sul Milanese; ma le cose de' fratelli Visconti non prendevano buona piega; onde furono costretti, cedendo Asti e Pavia al marchese di Monferrato, di cercare la pace, la quale fu stabilita il giorno 8 di giugno dell'anno 1358.

Non era piccol discapito per Barnabò e Galeazzo l'avere, ne' primi quattro anni del loro regno, perduto Bologna, Genova, Asti e Pavia. Questa ultima città singolarmente doveva premere a' due fratelli; poichè a venti miglia di Milano non potevano vedere, senza inquietudine, domiciliata una guarnigione di nemici. Ma nemmeno conveniva mancare apertamente alla fede d'una pace appena giurata, senza una superiorità di forze che ne imponesse alla opinione dei popoli. Le fazioni interne di Pavia fecero quasi spontaneamente nascere l'occasione, e Galeazzo Visconti la seppe cogliere. Il fatto ce lo riferisce l'Azario. Il marchese di Monferrato, nuovo signore di Pavia, non aveva forza d'armi bastante per esercitarvi una piena sovranità. La famiglia de' signori Beccaria era assai potente, e disponeva delle cose della città più che non ne potesse fare il marchese, nuovo sovrano. Egli cercò pure come abbassare i Beccaria, e toglier loro quel favore popolare che li faceva prevalere, e gli venne in pensiere che nessun altro avrebbe meglio potuto ottenergli quest'intento, fuori che frate Giacomo del Bussolari, agostiniano, predicatore rinomatissimo in Pavia, dietro del quale, come a santo uomo, correva ciecamente il popol tutto. Quai mezzi adoperasse il marchese per guadagnarsi questo frate Giacomo de' Bussolari non lo sappiamo: sappiamo bensì ch'egli lo guadagnò, e sì fattamente, che il frate fece passare il popolo pavese, dell'amore passionato che aveva, alla detestazione ed all'odio contro dei Beccaria, per modo che furono costretti a partire esuli dalla patria. Cominciò il frate, nelle sue prediche, a indicarli al popolo, senza però palesemente nominarli:[109] _O frumentarii, o viri sanguinum populi, non expectatis diem judicii?_ Andava costui esclamando, e persuadeva che la carezza del pane fosse cagionata dalla insaziabile avarizia de' fratelli Beccaria:[110] _Ipse praedicando fertur propalasse occulta illorum de Beccaria, quae sibi narrata fuerant nomine poenitentiae, et praecipue de domino Castellino talia dixit, quod universum populum pellexit et animavit ad destructionem universorum de Beccaria, et eorum prolis, et progeniei, et amicorum suorum, et ad ruinam, et populationem eorumdem. Et tunc, sine ulla defensione praecedente, universas illorum ac sequacium domos, aedes et palatia dirui fecit, et asportari lapides, et vendi, praedicans quod quisque Papiensis ipsos lapides teneret sub pulvinari, et capite lecti, ad perpetuam memoriam male gestorum per ipsos de Beccaria_[111]. Gli esuli Beccaria si rifugiarono a Milano presso Galeazzo, implorando soccorso. È assai probabile che da Galeazzo medesimo fossero stati animati i Beccaria, per attraversare le voglie del loro nuovo sovrano marchese di Monferrato. Galeazzo II spedì Luchino dal Verme, valoroso comandante, alla testa d'un conveniente numero di armati, con apparenza di proteggere gli oppressi e di porre l'ordine in una città vicina tumultuante, sotto un sovrano che non aveva forze bastanti per darle la pace. Fu così bloccata quella città, in cui frate Giacomo comandava dispoticamente, creando e cassando a suo arbitrio i magistrati. A tal proposito io riferirò le stesse parole d'Azario:[112] _Nam a carrocio, quo saepius vehebatur (et beatus ille qui poterat tangere id carrocium, pro vehendo palliis cohopertum!) caepit praedicare, et increpare quod homines, et mulieres debebant a laqueis mundanis declinare, nempe a vestibus luxuriosis et sumtuosis, ab argenteis, et gemmis praetiosis, et ornamentis...... et in exequutorem eligi fecit officialem, quem vidi incidendo maniconos guarnazonorum phrigio opere contextos, vel auro, et argento ornatos, et incidendo balthea si quid praetiosi inveniebat circa ea_. Nè tale pure era il limite del potere di questo frate Giacomo de' Bussolari. Egli giunse al segno che[113] _fecit publicam justitiam per capitis obtruncationem.... Venditis ergo praedictis auro, et argento, gemmis, adamantibus, et lapillis praetiosis usque in Venetiis_, radunò una somma destinata a provvedere i viveri alla città. Ma non era facile l'introdurveli, e Luchino dal Verme vegliava intorno da ogni parte. Si cominciò a provare in Pavia la fame, e il frate scorreva per la città nel suo calessetto, gridando al popolo:[114] _ne dubitaret de victualibus, quum sciret ipse, ita enim affirmabat, per orationes.... se impetraturum ut manna similis datas Moysi in deserto defluxura esset ad sufficientiam_. I Pavesi alla fine, ridotti alla estremità, si diedero a Galeazzo II, al quale avevano già ubbidito; e frate Giacomo de' Bussolari ebbe la cura di capitolare, e provvide a tutto per la città, e nessuna condizione ricercò per sè medesimo:[115] _curaverat de aliis, non autem de se ipso, prout semper allegabat praedicando_[116]. Il generale del suo Ordine pregò poscia Galeazzo II, dal quale ottenne il frate, che terminò i suoi giorni in carcere. Così Pavia ritornò in potere dei Visconti.

Non così facile riuscì ai Visconti il riavere Bologna; chè anzi, malgrado l'ostinazione e gli sforzi di Barnabò, questi non potè, sin che visse, averla in suo dominio. Una signoria divisa non è nel momento opportuno d'ingrandirsi. Fra Barnabò e Galeazzo II non trovavasi molta armonia; i vizi loro, la maniera di governare atrocemente, non disponevano i popoli a bramare il loro impero. I principi italiani, tanto più attivi e costanti, quanto più speravano di riuscire contro di uno Stato diviso, non risparmiarono arte e forza in ogni occasione; per modo che non v'è da maravigliarsi come sotto i due fratelli non s'ampliasse lo Stato, ma bensì come ei non cadesse in un totale discioglimento. (1360) Bologna era passata nelle mani del papa, e Barnabò vi spinse le sue armi l'anno 1360, ma senza frutto; poichè Innocenzo VI fece venire nell'Italia Lodovico re d'Ungheria, con buon numero di armati, in soccorso di Bologna, e Barnabò dovette ritirarsi. Quel sommo pontefice scomunicò Barnabò Visconti; e Urbano V, che fugli successore, confermò la scomunica con sua bolla[117]. I delitti che s'imputavano in quella bolla a Barnabò Visconti sono: ch'egli proteggesse gli eretici; ch'egli un giorno, avendo fatto chiamare avanti di sè l'arcivescovo, torvamente gli avesse comandato di porsi in ginocchio, il che fattosi dal timido prelato, Barnabò gli dicesse:[118] _Nescis, poltrone, quod ego sum papa et imperator ac dominus in omnibus terris meis_; ch'egli sugli ecclesiastici esercitasse giurisdizione, obbligandoli a pagare i carichi, facendoli imprigionare, e condannandoli al supplizio, come gli altri cittadini, e che si arrogasse la collazione de' beneficii e l'amministrazione de' beni ecclesiastici. Questa era la settima volta in cui il papa prendeva a scomunicare ed interdire i signori o la città di Milano. Già vedemmo al capitolo quinto gli anatemi pronunziati, nel secolo undecimo, da Alessandro II, all'occasione di sottomettere la chiesa milanese alla giurisdizione di Roma. Vedemmo pure, al capitolo nono, l'interdetto pubblicato sopra Milano da Innocenzo III, l'anno 1216, per fargli abbandonare il partito di Ottone IV; e l'altro interdetto di Urbano IV, di cui ho fatta memoria al capitolo decimo, per abbassare i signori della Torre, nel 1262; poi le scomuniche pronunziate contro Matteo I Visconti, nell'anno 1321, allorchè la potenza di lui cominciava a dar gelosia a Giovanni XXII, di che trattossi al capitolo undecimo. Vedemmo pure come lo stesso sommo pontefice, non contento della scomunica e dell'interdetto sulla città, facesse pubblicare contro Galeazzo I una Crociata, e invadere il di lui Stato. Vedemmo nel capitolo precedente come il papa Clemente VI ponesse all'interdetto la città, e scomunicasse Giovanni Visconti, arcivescovo, e i tre suoi nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo II, perchè aveva l'arcivescovo comprato dal Pepoli il dominio di Bologna. Ora la scomunica cadde sopra Barnabò, il quale era stato già due altre volte anatematizzato di riverbero, come discendente da Matteo e nipote di Giovanni. Il papa, per mezzo d'un cardinal legato, faceva delle proposizioni di accomodamento a Barnabò. Bologna era stata comperata da Giovanni arcivescovo per ducentomila fiorini d'oro. Questo era il solo titolo che poteva Barnabò legittimamente allegare per sostenerne il dominio; e il legato gli offeriva di sborsargli la metà di quella somma, cioè centomila fiorini d'oro, purchè egli abbandonasse le sue pretensioni sopra Bologna. Ma Barnabò non faceva altra risposta se non questa: _Voglio Bologna_. Nuove offerte faceva il legato, e Barnabò rispondeva sempre: _Voglio Bologna_. Per deludere tutte le arti d'un uomo colto, ingegnoso ed accorto, basta ch'egli abbia a trattare con un uomo ostinato, ignorante e feroce. Tali erano i dialoghi tra Barnabò ed il legato. Gli Annali Milanesi e' insegnano che[119] _ipse dominus diebus suis scientificos laicos, clericos, et praelatos, ac quoslibet virtuosos viros odio habuit; et idiotas, crudeles, abjectos viros, infames et homicidas semper sublimavit_[120]. Un principe di tal carattere poteva far tremare gli uomini di merito che avevano la sventura di trovarsi con lui, ma non poteva riuscire felicemente ne' suoi progetti. Le sue armi ritornarono verso del Bolognese l'anno 1361, e più d'una volta vennero malamente battute, senza ch'ei punto acquistasse.

Due fatti accaduti in quel tempo dimostrano qual principe fosse Barnabò, e qual rispetto egli avesse pel gius delle genti. Innocenzo VI gli spedì come nunzii due abati benedettini. Essi erano incaricati di trattar seco lui, per terminare la controversia di Bologna, ed avevano le bolle pontificie da presentargli. Ciò accadde nell'anno 1361. Barnabò stavasene nel castello di Marignano, rintanato colà per allontanarsi dalla ferocissima pestilenza che devastava Milano, abbandonata dai due fratelli al caso, e senza adoperare alcuna di quelle precauzioni colle quali Luchino loro zio, nell'anno 1348, cioè tredici anni prima, aveva saputo preservarla, abbenchè allora quella sciagura avesse desolata gran parte dell'Italia. Ivi attese i due nunzi, e concertò la cosa per modo che il primo incontro con essi loro seguisse al ponte sotto cui scorre il fiume Lambro. Barnabò, scortato da una buona caterva d'armati su di quel ponte, ricevè i due nunzi, i quali se gl'inchinarono, e presentarongli le bolle consegnate loro dal papa. Barnabò seriamente si pose a leggerle, indi biecamente mirando i due ministri: «Scegliete, disse, una delle due, o mangiare o bere». I due nunzi, posti in mezzo agli armati, senza scampo, mirando il fiume che scorreva al disotto, costretti dopo replicate e impazienti istanze alla scelta, mostrarono che non piaceva loro di bere: «Ebbene, mangiate dunque», disse il feroce Barnabò; e furono costretti i due venerabili prelati a mangiare la pergamena tutta quanta, il cordoncino di seta e la bolla di piombo[121]. Con tale insulto atroce ardi Barnabò di violare non solamente la riverenza che si deve al sommo sacerdote, ma i doveri che reciprocamente uniscono i principi e le nazioni fra di loro; e persino le sacre leggi d'ospitalità, che impongono, anche agli stessi popoli agresti e selvaggi, di non abusare della condizione d'uno straniero ricoverato in casa nostra. (1363) Uno di questi due abati era Guglielmo da Grimoaldo di San Vittore di Marsiglia, il quale, pochi mesi dopo di quest'obbrobrio, venne creato sommo pontefice, e chiamossi Urbano V. È facile l'immaginarsi quai sentimenti dovesse poi avere Urbano V verso di Barnabò, da cui era stato insultato con tanta soperchieria. Egli, in fatti, con un breve dato di Avignone il giorno 3 di marzo dell'anno 1363, scomunicò solennemente Barnabò; lo dichiarò eretico, decaduto dall'ordine di cavaliere, spogliato d'ogni onore, diritto e privilegio; e comandò che alcuno non osasse più di trattare con lui[122]. Nel breve della scomunica vi eran queste parole:[123] _Propterea destruet te Deus in finem, evellet te et emigrabit te de tabernaculo tuo, et radicem tuam de terra viventium_[124]. Inoltre, agli 11 di luglio dello stesso anno 1363, dal cardinale Egidio Alburnoz fece pubblicare la Crociata contro Barnabò, come già era stata pubblicata contro suo zio Galeazzo quarant'anni prima; e tale e tanto era in ciò l'impegno del papa, che (quantunque egli venisse istantemente sollecitato e da Pietro re di Cipro, e dal re di Francia medesimo, ad intimare una Crociata contro de' Saraceni, che sempre più si rendevano formidabili ai Cristiani del Levante), egli ricusò di farlo per allora; anzi si protestò ch'ei non avrebbe mai dato mano a Crociata alcuna, sin tanto che non avesse ottenuto esito felice quella giù intimata contro di Barnabò. (1364) Allora però questa Crociata non ebbe effetto; poichè la combinazione degli interessi dei principi gl'indusse ad accordar la pace l'anno 1364, in cui Barnabò cedette Bologna al papa, che s'obbligò a pagargliela cinquecentomila fiorini d'oro[125]. La perdita di Bologna e del Modanese fatta da' Visconti non fu una riparazione bastante al pontefice; poichè con nuova bolla dell'anno 1368, in data 30 maggio, lo stesso papa pubblicò una seconda Crociata contro di Barnabò[126], e fece che lo attaccassero con formidabile esercito l'imperatore, la regina di Napoli, il marchese di Monferrato, gli Estensi, i Gonzaghi, i Malatesti, i Carraresi, i Perugini e i Sanesi collegati insieme coi pontificii. Questo esercito collegato avrebbe svelta dalle radici la sovranità de' Visconti, se non avesse portato seco quel principio di lentore e debolezza, che sono inseparabili dalle armate combinate, ciascuna porzione delle quali, perchè dipendente da un distinto sovrano, si crede la prima di ogni altra, o almeno l'eguale, e si disperde nelle rivalità, che più la tengono occupata di quello non faccia la causa comune. Così potè Barnabò difendersi, e senza nuove perdite ottenere la pace, segnata il giorno 11 febbraio 1369. Nè la morte di Urbano V, che aveva sofferto l'insulto personale, diede costante fine all'odio pontificio: parve anzi che nel successore Gregorio XI venisse trasfuso come un'eredità; poichè Gregorio, l'anno 1372, combinò una nuova lega fra i principi d'Italia, e vedendo che le armi non andavano prosperamente, scomunicò di bel nuovo Barnabò, e liberò i sudditi dal giuramento di fedeltà[127]; poi animò l'imperatore Carlo IV; il quale, con suo diploma dato in Praga il giorno 3 di agosto dello stesso anno 1372, privò i due fratelli Visconti Barnabò e Galeazzo del vicariato imperiale e d'ogni dignità, e Barnabò venne persino degradato dell'ordine equestre[128]. Alle forze degli alleati, per opera del cardinale di Bourge, legato pontificio, si unirono quelle del duca di Savoia; e sebbene nemmeno questa volta l'armata combinata giugnesse a fare conquista sulle terre di Barnabò, ella però potè devastarle, e porre a saccheggio e in rovina una parte del suo Stato. Così la rozza e feroce violazione del gius delle genti produsse a Barnabò delle inquietudini mortali durante il suo regno; e questo è il primo de' due fatti. L'altro fatto si vede originato dall'animo istesso di quel sovrano truce ed ignorante. Sino dall'anno 1362 s'era formata l'alleanza fra il papa, i Carraresi signori di Padova, gli Scaligeri signori di Verona, gli Estensi signori di Ferrara, e un Gonzaga signore di Reggio. Questi principi collegati, prima di commettere ostilità, spedirono i loro ministri a Barnabò, facendogli dire che essi avevano fatto lega col papa, ma unicamente in difesa dello Stato della Chiesa, non mai per invadere gli Stati altrui: onde, qualora il signor Barnabò avesse restituito i luoghi da lui occupati nel Bolognese e nella Romagna, essi non avrebbero mosse le armi contro di lui. Tale era la commissione di que' legati. A questo colto e nobile ufficio Barnabò corrispose nella più villana maniera. Ordinò che i legati venissero a corte; ivi non si degnò di lasciarsi vedere, ma volle che esponessero la loro ambasciata avanti di un notaro; e poichè ebbero ciò eseguito, egli spedì una squadra d'armati e fece attorniare i legati de' principi; indi furono essi dalla forza obbligati a indossarsi alcune vesti bianche preparate apposta per esporli alla derisione della plebe. Vennero poscia costretti, in tal ridicolo arnese, di porsi a cavallo; e per due buone ore volle che in tal meschina e pazza forma rimanessero avanti la porta del palazzo di corte: indi li fece girare per la città, esposti al vilipendio ed alle fischiate della ciurmalia; e con tale infamia vennero scortati poi sino ai confini. Non è dunque da stupirsi che i principi italiani sempre gli fossero poi contrarii, e pronti a secondare contro di lui tutte le proposizioni del papa. Barnabò pensava come l'imperator Federico I, e sarebbe stato nato a proposito, se fosse stato suo contemporaneo e suo nemico. In mezzo alle guerre fra le quali visse, una volta sola Barnabò comparve in campo, e fu l'anno 1363, nel quale si portò sul Modanese alla testa de' suoi. Egli era intrepido, e fu ferito; ma questo non basta per essere un buon capitano: venne sempre battuto. Barnabò era violento, coraggioso e feroce; ma di poco ingegno. Per richiamare intorno di sè i militi sparsi nello Stato, e riparare le perdite che faceva, ei mandò loro ordine che immediatamente si portassero da lui nel Modanese sotto pena della vita. Da questo modo barbaro di comandare minacciando la morte, si deve concludere, o che Barnabò non aveva avuto il talento di scegliere i suoi militi e di formarli, poichè conveniva minacciar loro la morte per indurgli ad accostarsi al nemico, ovvero che Barnabò non aveva il talento di comandare la gente d'onore e sensibile alla gloria, la quale si aliena anzi trattata colle minacce e con viltà. Sempre in quella spedizione Barnabò fu battuto.