Part 6
La politica de' nuovi principi tendeva ad allontanare, siccome dissi, il popolo dal mestiero della guerra, la quale sempre più si andava facendo, per mezzo di stipendiati forestieri. Così nacquero le compagnie di avventurieri, che si vendeano da' loro capi ora ad un principe, ora ad un'altro; e così pure alcuni capi di tali sgherri si resero formidabili ai sovrani medesimi, e giunsero ad acquistare per loro conto degli Stati, come fra gli altri avvenne alla casa Sforza. Conseguenza di un tal sistema era l'accrescimento de' tributi per aver mezzi onde stipendiare quegli estranei, ai quali si commetteva la difesa dello Stato. Oltre il catasto generale de' fondi (che si fece, siccome vedemmo, verso la metà del secolo decimoterzo, e sul quale s'incominciarono a ripartire i carichi pubblici, che prima si distribuivano per capitazione, ovvero sulla stima annua de' frutti raccolti) s'instituì la privativa della vendita del sale, di cui la più antica memoria che abbiamo ce la riferisce il Corio all'anno 1272. In un trattato fra il re Roberto di Napoli e i fuorusciti milanesi del partito de' Torriani, promise il re che egli non avrebbe guadagnato nella vendita del sale se non venti soldi papali per ogni moggio, e ciò per il sale comune; il bianco però e raffinato era libero a lui il venderlo come più gli fosse piaciuto. Questo trattato si fece l'anno 1312. Venti soldi papali del secolo decimoquarto valevano, secondo il calcolo del Muratori, ventiquattro paoli[88]. Il moggio è di staia settanta; e, ciò posto, la gabella si riduceva a cinque soldi de' nostri per ogni staio di sale; così che a un dipresso allora prometteva di venderlo al valore che oggidì corrisponderebbe a soldi quaranta per ogni staio. Per un trattato di commercio che si fece fra i Milanesi ed i Veneziani l'anno 1317, segnalo il giorno 30 d'agosto in Venezia, i Veneziani si obbligarono a dare a quegli il sal marino, e i milanesi si obbligarono a prenderlo tutto da essi, ed a non spanderlo nè sul Comasco nè sul Veneto. A noi rimase però la libertà di venderlo poi agli abitatori delle Alpi. Questo pregievole monumento ritrovasi in un antico codice MS. presso del signor marchese Giovanni Corrado Olivera, signore venerabile per l'integrità e beneficenza, più ancora che per i luminosi titoli e la presidenza del senato. Sono già più di quattro secoli e mezzo da che prendiamo i sali da Venezia, e li vendiamo agli Svizzeri e Grigioni. Al tempo di Luchino, la gabella del sale della città di Milano e del contado gli fruttava tremila fiorini d'oro[89]; presentemente se ne ricava cinquanta volte altrettanto. È vero che l'oro allora aveva notabilmente più di valore che ora non ha, dopo l'abbondanza che ne hanno prodotte le nuove miniere e il commercio, siccome torno a ricordare. Non abbiamo notizie bastanti di quei tempi per indicare i positivi prezzi ai quali siasi venduto il sale alle gabelle. Sappiamo però dai registri civici esaminati dall'instancabile conte Giulini, che verso la fine del secolo decimoquarto si vendeva a soldi cinquanta lo staio; prezzo veramente gravoso, poichè il fiorino d'oro correva a soldi trentadue[90]. Il carico poi della macina alle porte di Milano erasi imposto sino dell'anno 1333, come ce ne fa fede una carta dell'archivio dello spedal maggiore, esaminata dal conte Giulini[91]. La gabella della _Dovana_ eravi pure già verso la fine del medesimo secolo decimoquarto[92]; poichè vi è il decreto che dice:[93] _cum etiam per datiarios Dovanae bestiarum grossarum et minutarum dicti vestri comitatus fiant diversimodae extorsiones_: così faceva scrivere latino il signor di Milano l'anno 1381, dopo il lungo soggiorno fatto in questa città da Francesco Petrarca! Si vede che sino da quel tempo s'era introdotta l'usanza d'affittare le regalie, o, per dir meglio, la pace, la sicurezza e la libertà del popolo ad un impresario:[94] _volumus bene quod incantatoribus datiorum dicti nostri Comunis serventur eorum data_[95]. Era riserbato al glorioso regno dell'augusta Maria Teresa di atterrare quest'obice, che divise i contributori dal principe per quattro secoli. Il carico _Datium imbottaturae vini_, cioè l'_imbottato_, eravi già anticamente, ma si pagava soltanto sul vino raccolto; indi l'anno 1392 vennero assoggettati a questo tributo anche i grani[96]. Chi ne cercasse più esatte prove, le troverebbe presso il conte Giulini[97]. Il carico poi sulle merci si andava proporzionatamente accrescendo; mentre laddove questo era tassato, nel principio del secolo decimoterzo, in proporzione del valore, a poco più dell'uno per cento, come si vede nella tariffa annessa agli statuti compilati nel 1216; nell'anno poi 1333 il carico era asceso a un soldo per ogni lira di valore, il che monta al cinque per cento, come leggesi nel codice MS, del nominato signor marchese Corrado Olivera, presidente onoratissimo del senato. Da un verosimile calcolo preso in massa, oggidì questo tributo corrisponde circa al sei per cento del valore. Oltre questi carichi, v'era la tassa de' cavalli, imposta verosimilmente l'anno 1315, per mantenere le paghe della cavalleria. V'erano le condanne pecuniarie de' delitti, emanazione ancora vigente delle leggi longobarde. V'erano altre antiche gabelle sulle case, su i forni, sopra i mulini, i macelli, i contratti, le misure, i pesi ed altre delle quali ho fatto menzione al capitolo ottavo.
La grandezza dell'arcivescovo e del clero milanese scomparve colla soggezione da Roma, e coll'erezione del principato. Non vi è memoria che, dopo la metà del secolo duodecimo, siansi mai chiamati i nostri ordinari,[98] _sanctae mediolanensis ecclesiae cardinales_, come facevano per lo passato. Essi però, sino dal secolo decimoterzo, portavano la porpora; e questa distinzione, che tuttavia conservano, è antica per lo meno cinque secoli. In que' tempi però assai liberamente vestivansi gli ecclesiastici, ed eran ben lontani da quella edificante uniformità e modestia che ora gli distingue. Manfredo Occhibianchi, canonico di Sant'Ambrogio, fece un testamento il giorno 18 marzo, l'anno 1203, che si conserva nell'archivio di quella basilica, e di cui parla il conte Giulini[99], e lascia[100] _manstrucam unam conilii, cohopertam de violato, et alias duas..... scilicet unam volpinam, cohopertam de scalfanio, et aliam de flanchitis, cohopertam de sagia bruna, et...... capellum meum grisum, cohopertum de sagia nigra, et cohopertorium meum, et scradam seu diproidam meam... cappam meam blavetam........ cappam meam de mantellato... quinque coclearia argenti, et mantellum meum foderatum de zendado..... vestitum violatum meum._ Da ciò osserviamo che di tutte le vesti, nulla v'era di nero fuori del cappello, voce che di già si era inventata per dinotare quelle berrette che allora si ponevano sul capo; ma tutti i vestiti di quell'ecclesiastico erano di colore violato, ceruleo o bruno. La parola _blavetam_ sembra nata dal teutonico _blau_ ossia _bleu_, come noi Lombardi anche oggidì nominiamo quel colore, similmente ai Francesi. I cucchiai d'argento si vede che già erano in uso. Nè gli ecclesiastici si vestivano tampoco con colori modesti, poichè, l'anno 1211, l'arcivescovo Gherardo da Sessa fece un editto in cui leggesi:[101] _Universis praeterea clericis interdicimus vestes rubeas, vel diversi, coloris gialdas et virides_[102]; la quale proibizione non bastò a togliere tale usanza degli ecclesiastici; poichè in un concilio provinciale tenutosi un secolo dopo di ciò, nuovamente si dovette stabilire che gli ecclesiastici non portassero[103] _vestes virgulatas, seu de catabriato dimidiatas, vel listatas, vel frixis, vel maspilis argenteis, vel de metallo aliquo_, e non dovessero portare cappucci a modo dei secolari,[104] _ad modum laicorum capucia non habentes_[105].
Nella guerra i militi erano tutti coperti di ferro, e, calata la visiera, non si potevano conoscere se non dal pennacchio o altra insegna. Filippone, conte di Langosco, poichè ebbe in suo potere il cimiero di Marco Visconti, si presentò co' suoi alle porte di Vercelli, le quali (credendolo Marco i Vercellesi) gli vennero aperte; e con tale astuzia se ne impadronì l'anno 1312. Nella più antica compilazione de' nostri Statuti, fatta, come ho detto, nel 1216, vi si legge la rubrica de' duelli. Si combatteva o in persona, ovvero un campione si batteva per altrui commissione. Si celebrava la messa in presenza de' due combattenti, si deponevano le armi presso dell'altare, il sacerdote le benediceva, indi venivano sigillate e venivano portate al luogo della lizza, ove sedeva il giudice. Ivi si presentavano i due combattenti coi loro patrocinatori. Interrogavano questi il giudice s'egli ivi risedesse affine di giudicare la lite col duello, e il giudice rispondeva che appunto ivi a tal fine si era collocato. Il patrocinatore del pretendente ad alta voce chiedeva la cosa per cui doveva farsi il duello; e ad alta voce il patrocinatore opposto lo negava. Indi s'accostavano i due combattenti al giudice; e ciascuno di essi con giuramento affermava essere vero e giusto ciò che dal suo patrocinatore erasi detto. Il giudice poi faceva che giurassero entrambi, che non si presentavano al cimento con alcuna forza d'erbe di parole o di maleficio; il che fatto, davansi loro lo scudo e le armi. Questa cerimonia a un di presso così facevasi in tutta l'Europa in quel secolo. V'erano ancora altri giudizj di Dio; quello del ferro rovente da portarsi nella mano nuda non era permesso in Milano:[106] _illud autem scire opportet quod ferventis ferri judicium in nostra civitate non admittitur, licet in quibusdam locis jurisdictionis dominis archiepiscopi secus obtineat_; così nei nostri Statuti di quei tempi. Bensì era ammesso il giudizio di Dio coll'acqua fredda, e questo da noi non era punto crudele; poichè si prendeva un fanciullo, e con una fune, senza pericolo, si tuffava nell'acqua, e immergendosi il fanciullo, che tosto s'estraea, il reo era assoluto.
Finalmente vorrei poter dare un'idea della coltura nostra verso quell'età, ma le notizie non erano copiose in nessuna parte dell'Europa. Avemmo un medico che compose le pandette della medicina, dedicate al re di Napoli Roberto. Questi si chiamava Matteo Silvatico, milanese, che scrisse l'anno 1317. Quel libro si stampò a Venezia l'anno 1498. Un altro milanese ebbe nome presso dei giusperiti, cioè Signorollo Omodeo, le opere del quale non sono ignote ai forensi. Ma di bella letteratura non ne abbiamo vestigio alcuno. Uno dei più antichi poeti italiani fu Pietro da Bescapè, nostro milanese. Egli scrisse i suoi versi nell'anno 1264, nel quale pretese di tradurre in poesia la storia del Vecchio testamento. L'autore così comincia:
«Como Deo a facto lo mondo, E como la terra fo lo homo formo. Cum el descendè de cel in terra In la Vergine Regal polzella, E cum el sostenè passion Per nostra grande salvation, E cum verà el dì del ira La o sarà la grande roina Al peccator darà grameza Lo justo avrà grande alegreza, Ben è raxon ke l'omo intenda De que traita sta legenda».
Il fine di questo canto, poema o diceria, qualunque si voglia chiamare, è ancora più rozzo del principio, e così termina:
«Petro de Bescapè, ke era un Fanton, Si a facto sto sermon, Si il compilò e si la scripto. Ad onor de Ihu Xpo In mille duxento sexanta quattro Questo libro si fo facto, Et de junio si era lo premier dì Quando questo libro se finì, Et era in seconda diction In un venerdì abbassando lo sol».
L'antico manoscritto trovasi nella scelta libreria del signor conte Archinto. Non più felice del Bescapè fu il nostro frate Bonvicino da Ripa, i di cui poveri versi si trovano nella Biblioteca Ambrosiana, fra i quali vedesi che fino dall'anno 1291 si conoscevano quei versi che nei tempi a noi vicini si chiamarono Martelliani. Frate Bonvicino con tal metro compose le _Zinquanta cortesie da Tavola_, le quali così cominciano:
«Fra Bon Vexin da Riva, che sta in Borgo Legnano, D'le cortexie da descho ne dixette primano: D'le cortexie cinquanta che s'de osservare a descho Fra Bon Vexin da Riva ne parla mo de frescho.»
Costoro scrissero prima che Francesco Petrarca dimorasse in Milano; ma certo Galliano scriveva l'anno 1391; e ne conservano l'antico MS. i monaci di Sant'Ambrogio. Costui non lesse mai le dolci e sensibili rime del Petrarca; nè pose mai il piede nel suo Linterno; così questo rozzo scrittore terminò la sua cantilena:
«E se di chi l'ha facta alcun se lagna Digli che sta alla Pietra Cagna in Milano E facta sotto l'anno MCCCLXXXX.uno Indictione quarta decima Per man d'uno Che non decima denari Perchè gli sono sì selvaggi e contrari Che non se ponno domesticare Ne stare con lui A dirlo contra vui El se giama dalla Terra che fronteggia Cantu».
Queste sono le sole reliquie che siano da quei tempi trapassate alla cognizione nostra; e ben a ragione il signor abate Paolo Frisi, che ci vantiamo d'aver per concittadino, e che mi onora colla sua amicizia, nell'Elogio del Cavalieri, sul proposito della venuta a Milano del Petrarca e dello stato delle lettere milanesi in que' tempi, così s'esprime: «I tempi dell'antica anarchia, le guerre intestine ed estere del principato, la fiera e bellicosa indole dei nostri principi, avevano lasciato appena qualche adito tranquillo e libero agli studi della pace... que' semi esotici non trovando il terreno bastantemente preparato a riceverli, non allignarono molto sotto del nuovo cielo. Non vi si videro spuntare per molto tempo che informi compilazioni, popolari leggende, storie non ragionate, prose snervate e languide, poesie che di poetico non avevano altro che il metro e la desinenza delle parole, ec.»
CAPITOLO XIII.
_Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo Visconti._
Nella successione de' Visconti non si vede seguita una legge costante. Matteo I aveva quattro figli: dopo la di lui morte restò unico signore Galeazzo I, a cui successe Azzone di lui figlio. Pareva adunque il principato ereditarsi dal primogenito. Ma dopo di Azzone, morto senza figli, la signoria passò a' due fratelli Luchino e Giovanni, senza che i figli di Stefano vi avessero parte; i quali pure avrebbero dovuto possedere l'eredità paterna, se lo Stato fosse un bene divisibile. In fatti, morto Giovanni, i tre soli discendenti di Matteo riconosciuti legittimi, cioè Matteo, Barnabò e Galeazzo, figli di Stefano, diventarono padroni e si divisero lo Stato. Non vi erano in que' tempi idee chiare di gius pubblico. Il principato era un podere, non una dignità instituita per il bene dello Stato. Tutto il bene che un sovrano faceva al suo popolo non era considerato allora come il più sacro dovere adempiuto, ma bensì come un'accidentale beneficenza d'un animo generoso. Terminata che fu la vita di Giovanni, la divisione si fece di comune accordo fra i tre fratelli. A Matteo toccarono le città che s'inoltrano nell'Italia, a Barnabò la provincia che s'accosta a Venezia, ed a Galeazzo toccarono le terre che ora sono appartenenti al Piemonte. Milano e Genova rimasero indivise sotto la comune dominazione. Matteo così ebbe in sua separata porzione Bobbio, Lodi, Piacenza, Parma e Bologna. Barnabò ebbe Cremona, Crema, Bergamo e Brescia. Toccarono a Galeazzo Pavia, Alessandria, Tortona, Novara, Vigevano, Asti, Vercelli; e Como, che rimaneva come isolata, fa pure assegnata a Galeazzo. Con tal modo altro non mancava se non la dissensione o diffidenza per distruggere una signoria ragguardevolissima. Ma nelle cose umane comunemente accade che nè si ottenga tutto il bene che ragionevolmente si poteva sperare, nè si soffrano tutt'i mali che con ragione si dovevano prevedere; e talvolta le più scomposte ed assurde organizzazioni di sistemi, le quali pareva che dovessero rovinare uno Stato, si sono ridotte ad effetto, senza che per ciò siane accaduto il danno che compariva inevitabile: poichè nell'esecuzione, gl'interessi degli uomini che vi si adoperano, essendo quelli d'evitare la rovina, rimediano e correggono l'imperfezione del sistema. Così lo Stato si conservò, crebbe anzi, come vedremo, e potè lusingarsi il successore de' tre fratelli d'essere dichiarato re d'Italia; e forse lo sarebbe stato, se la morte non troncava il filo della di lui ambizione.
Lodovico il Bavaro, ossia Lodovico V, quel contrastato imperatore, avea terminato i suoi giorni, ed era stato eletto legittimamente imperatore Carlo IV, marchese di Moravia, figlio di Giovanni re di Boemia, e di Elisabetta, che era figlia di Enrico di Lucemburgo. Carlo IV era riconosciuto e dai principi della Germania e dal papa e da tutta l'Europa, come vero re de' Romani. La di lui elezione era accaduta l'anno 1347, e in quel punto le dispute già da trentanni incominciate fra il sacerdozio e l'Impero erano terminate. Carlo IV se ne venne in Italia per ricevere le due corone del regno italico e dell'impero romano. I principi d'Italia, che temevano la potenza de' Visconti, non mancarono di profittare dell'occasione, e d'animare quell'augusto ad abbatterla, promettendogli ogni aiuto e vantaggio. Ma sia che a Carlo premesse maggiormente l'acquisto del denaro per sè medesimo, anzi che la difesa di quella autorità che per caso era annessa alla persona di lui; sia che l'esempio de' suoi antecessori l'avesse istrutto a non adoperare la forza delle armi ausiliarie, per non correre ei pure il pericolo di vedersi abbandonato da' suoi, prima di avere ridotti i progetti a fine; sia che le forze dei Visconti fossero tali da non lasciargli sperare un buon esito; sia finalmente che il genio mite e rivolto alle lettere di quel re lo distogliesse da simile briga, certo è ch'egli allora si mostrò anzi amico dei Visconti. I fratelli Visconti mandarongli incontro i loro ambasciatori a Mantova, invitandolo a passare a Milano e ricevervi la corona; e il re accettò l'invito. Appena Carlo IV si trovò sulle terre dei Visconti, non dovette aver più pensiero alcuno; poichè ogni cosa eravi magnificamente preparata per alloggio, ristoro e trasporto di quell'augusto e di tutta la corte che veniva seco. I Visconti non risparmiarono nè spesa, nè attenzione. A Lodi se gli presentò Galeazzo, e, resogli omaggio, lo accompagnò con cinquecento militi alla vòlta di Milano. A Chiaravalle gli andò incontro Barnabò con altri militi, e fece dono al re di trenta superbi cavalli, coperti di velluto, di scarlatto e di drappi di seta, tutti in ricco e magnifico arnese. (1355) Entrò in Milano quel Cesare il giorno 4 di gennaio dell'anno 1355; e venne da tutto il popolo festosamente accolto con rumore di nacchere, cornamuse, tamburi e trombe, siccome allora era il costume. Venne splendidamente alloggiato nel palazzo ora della regia ducal corte, dove avevano presa dimora i suoi antecessori Enrico VII, che noi diciamo VI, suo avo materno, e il combattuto Lodovico V. Non vi è dimostrazione di rispetto e di benevolenza che i Visconti abbiano dimenticata. Protestarono di riconoscere la loro signoria dall'Impero: e l'imperatore, al quale regalarono duecentomila fiorini d'oro, dichiarò i tre fratelli vicari imperiali ne' loro Stati. Si fecero giostre, feste e corti bandite per onorare l'augusto ospite, fra le pompe che i Visconti immaginarono in quella occasione, una singolarmente fu significante; e fu quella di passare schierati sotto le finestre di corte, ove alloggiava l'imperatore, seimila uomini a cavallo, signorilmente equipaggiati, e diecimila fanti; e i Visconti dissero a quel monarca che quelle forze e le altre molte che tenevano nelle altre città del loro Stato, erano tutte pronte per servigio suo. Per que' tempi erano queste forze di molta considerazione. La cerimonia della incoronazione si celebrò in Sant'Ambrogio dall'arcivescovo Roberto Visconti, il giorno 6 di gennaio: e in quell'occasione il re Carlo creò milite il figlio di Galeazzo, cioè Giovanni Galeazzo, bambino di due anni. Questo bambino fu poi il primo duca, e diventò un potentissimo principe, come vedremo. Alcuni giorni dopo partì il re Carlo, e s'incamminò alla vôlta di Roma. Pretende Matteo Villani che questo re non fosse stato nelle mani dei Visconti senza inquietudine. Sarebbe questa una prova della pusillanimità di quel principe, giacchè non potevano sperare alcun vantaggio i Visconti nè da un affronto, nè da un tradimento che gli facessero, allorchè era abbandonato nelle loro mani.
Prima che terminasse l'anno, il triumvirato fu tolto, e colla improvvisa morte di Matteo II lo Stato si divise in due sole parti fra Barnabò e Galeazzo II. Matteo II aveva molto vigor fisico e poca forza di mente. Dopo ch'egli ebbe in sua porzione Bologna, la perdette, per aver cercato di scemare lo stipendio a quei che potevano soli conservargliela. Matteo operava in modo da perdere la signoria, e trascinar seco in rovina anco i fratelli; poichè, diventato padrone, cercava di possedere per autorità e senza mistero quello che tutt'al più si carpisce industriosamente fra le tenebre. Egli giunse a minacciar la morte ad un cittadino ammogliato con una bellissima donna, perchè contrastava di cedergli i suoi diritti. Questi presentossi a Barnabò chiedendo giustizia, e dichiarandosi con molto impeto di esser pronto a morire, anzi che acconsentire a tanta infamia. Barnabò lo accolse con freddezza ed indifferenza; poichè, trattandosi del suo maggior fratello, a lui, disse, non toccava il correggerlo: poi concertato l'affare con Galeazzo II, vedendo che Matteo era incorreggibile nella scostumatezza, che già serpeggiavano nel popolo delle sorde e tronche voci, e che correvasi rischio, temporeggiando e lasciando moltiplicare gl'insulti, di vedere lo Stato in rivoluzione, per evitare il fatto de' Tarquini, divennero fratricidi come Romolo; almeno così ci racconta Matteo Villani[107]. Si dice altresì che a questo timore un altro vi si accoppiasse per unire o indurre a tale estrema risoluzione i due cadetti Barnabò e Galeazzo, e fu che, trovandosi i tre fratelli insieme cavalcando, nell'osservare il fecondo e ridente paese del quale erano signori, uno de' cadetti dicesse che era pure la bella cosa l'esservi sovrani; e che incautamente allora al primogenito fuggisse di bocca, che bella cosa era l'esser solo; la quale risposta (non essendovi stato prima d'allora altro esempio di signoria promiscua veramente, meno poi di signoria divisa) doveva dar molto da temere ai due principi minori. Qualunque ne fosse la cagione, Matteo II morì il giorno 26 di settembre dell'anno 1355; e Barnabò e Galeazzo si divisero la di lui porzione. Anche Milano venne divisa: Barnabò ebbe la parte d'oriente e mezzodì; l'aquilone e l'occidente della città l'ebbe Galeazzo. V'ha chi pretende altresì che nessun altro motivo vi fosse stato per escludere dalla successione Luchino Novello, e farlo comparire illegittimo, fuori che le minacce e le brighe di Barnabò e Galeazzo, colle quali intimorissero la Fieschi, già colpevole della licenziosa peregrinazione non solo, quant'anche del veneficio, e la inducessero a dichiarare il figlio macchiato nella sua origine, e a contentarsi d'uscire illesa dalle loro mani; onde l'essere vivo il legittimo successore sempre più rendesse sospettosi e Barnabò e Galeazzo II. Fors'anco la divisione dello Stato mostra ch'essi piuttosto si divisero una preda. Non sono divisibili le sovranità passate per legittima successione.