Storia di Milano, vol. 2

Part 5

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Se Azzone aveva invitato, siccome ho detto, i migliori artisti, e gli aveva condotti a Milano, Giovanni vi accolse e vi onorò sommamente il più dotto ed elegante letterato di quel secolo, Francesco Petrarca. Egli venne a Milano l'anno 1353 per vedere la città; e l'arcivescovo Giovanni, sensibile al merito, lo onorò tanto, che lo indusse a fissarvi la sua dimora. Il buon principe era magnifico e sociale. La corte era aperta agli uomini di merito, nazionali o forestieri. Egli amava la società della mensa; e tanto crebbe presso di lui la stima del Petrarca, che lo fece sedere nel suo consiglio, e lo spedì a Venezia suo ambasciatore all'occasione detta poc'anzi. Petrarca, nelle sue lettere si esprime che egli amava in Milano gli abitanti, le case, l'aria, i sassi, non che i conoscenti e gli amici. L'unica figlia sua la maritò in Milano a Francesco Borsano; e la tenerezza che egli aveva per quella e per il figlio adottivo Borsano, ch'egli poi istituì suo erede, gli rendevano caro questo soggiorno come una nuova sua patria. Scrivendo Petrarca della prepotente influenza del clima, oggetto sviluppato nel nostro secolo dall'immortale Carlo Secondat, ma non intentato dal Petrarca, ei così dice de' Milanesi:[67] _Totam praeterea Rheni vallem colonis ab Augusto missis habitatam invenio; verum haec sedium mutatio non patriam ad quam pergitur, sed pergentes immutat. Itaque et Galli in Asiam, Asiani, et Itali in Phrygiam profecti, Phryges, et post Troyae excidium in Italiam reversi, Itali iterum facti sunt. Sic nostri, in Galliam vel Germaniam traslati, naturam illarum partium imbiberunt moresque barbaricos, et Mediolanenses, a Gallis conditi atque olim Galli, nunc mitissimi hominum, nullum servant vestigium vetustatis; ita vis coelestis humana moderatur ingenia_[68]. Petrarca aveva tanta passione per l'Italia, che potevasegli imputare a ragione la ingiustizia colla quale detestava i costumi oltramontani; dal che però ne risultava una lode esimia ai Milanesi. Egli alloggiava dicontro a Sant'Ambrogio; anzi nel suo testamento, pubblicato nelle opere sue, ordinò d'essere ivi tumulato, qualora fosse morto in Milano. Questo testamento lo fece in Padova l'anno 1370. Aveva Petrarca una piccola villa, poco discosta dalla città, nelle vicinanze della Certosa di Garignano; e quel casino solitario lo chiamava _Linterno_, col nome della villa di Scipione Africano; comunemente poscia acquistò nome _l'Inferno_, parola più nota della prima. Si dice che Giovanni Boccaccio, per amore del suo amico Petrarca, vivesse qualche tempo con lui in Milano, e al suo Linterno. Si dice ancora che, dopo la morte Giovanni arcivescovo, cadendo la signoria di Milano nelle mani de' tre figli di Stefano, Matteo, Barnabò e Galeazzo, Petrarca recitasse l'orazione inaugurale nella chiesa maggiore, ove celebravasi la funzione di consegnar loro il dominio; e che un impudente astrologo, ad alla voce gridando, lo interrompesse asserendo che in quel momento i pianeti erano faustamente collocati; e non si doveva perderlo, per non avventurare la prosperità del nuovo governo. Si pretese anzi, che, essendosi consegnato il bastone del comando a Matteo fuori del tempo, da ciò ne accadesse poi il misero e presto suo fine. La credulità e l'ignoranza erano certamente grandi a quei tempi; e alcuni pochi uomini illuminati non bastavano a sgombrarla sì tosto dai popoli, che le avevano ereditate dalla lunga notte de' barbari secoli precedenti. Petrarca fu da' Visconti spedito ambasciatore al re di Francia Giovanni, ed all'imperatore Carlo IV, che trovavasi in Praga, e tanto venne considerato il di lui merito, ch'egli stesso fu trascelto all'onore di levare al sacro fonte il primogenito che nacque dalle nozze di Barnabò, e in quella occasione compose il _Genethliacon Marci Mediolanensium principis_, che così comincia:

_Magne puer, dilecte Deo, titulisque parentum_ _Praefulgens, populis olim venerande superbis,_ _Sit modo vita comes, teneris sit spiritus annis;_ _Expectate diu nobis, patriaeque patrique,_ _Laete veni, vitaeque viam foelicibus astris_ _Ingredere, et rebus gaudens accede secundis;_ _Te Padus expectat dominum, etc._[69]

poi, dopo di aver descritti i fiumi del vasto di lui Stato, passa a fargli dono d'una coppa d'oro co' versi seguenti:[70]

_Quum tamen egregius vivendo adoleverit infans,_ _Hanc habeat pateram, et roseo bibat ore jubeto:_ _Parva decent parvos: minimus sum, maximus ille,_ _Parva sed est aetas, lucis nova limina nuper_ _Attigit, et coelum trepido suspexit ocello;_ _Aetati, non fortunae, munuscula dantur_ _Apta suae, ludet, nitido mulcente metallo;_ _Spernet idem ex alto fuerit dum plenior aetas,_ _Et rutilam terre faecem sciet esse profundae._ _At fortasse sibi tunc carmina nostra placebunt;_ _Perleget, et secum, sacro dum fonte levabar._ _Tanto humilem excelsus genitor dignatus honore est_[71].

Probabilmente Petrarca (che non poteva stare in Firenze, sua cara patria, immersa nelle fazioni), disingannato dai viaggi fatti nella Francia e nella Germania, non avrebbe mai più abbandonato il nostro paese, dove vivea ammirato da ognuno e distintamente onorato dai sovrani, e dove aveva stabilmente collocata la figlia, e creatasi una famiglia per adozione, se il disastro spietatissimo della pestilenza, che desolò Milano, non lo avesse costretto a rifugiarsi altrove.[72] _Mediolanum, urbem Ligurum caput et metropolim,_ dice egli, _usque ad invidiam hactenus horum nesciam laborum, et coeli salubritate, et clementia, et populi frequentia gloriantem, sexagesimus primus annus et vacuam fecit et squallidam_[73]. Galeazzo II molto si regolò col consiglio del Petrarca e nel formare la biblioteca, che radunò in Pavia, e nel piantarvi gli studi dell'Università. È celebre la distinzione che gli venne fatta in Milano, quando, nella pompa delle nozze di Violanta Visconti, Galeazzo II volle che Petrarca sedesse commensale, insieme collo sposo Lionetto, figlio di Edoardo III re d'Inghilterra.

Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano e di altre diciotto città, fra le quali Genova e Bologna, cessò di vivere il giorno 5 di ottobre dell'anno 1354, dell'età di sessantaquattro anni, dopo d'aver regnato sei anni appena; poichè il tempo in cui comparve ch'ei correggesse con Luchino non può contarsi, tanto poco s'immischiò egli allora negli affari dello Stato. Giovanni fu un principe umano, benefico, giusto, liberale, fermo e d'animo signorile, e merita un luogo fra i buoni principi vicino ad Azzone. Il tumulo di lui si vede nel coro della Metropolitana.

Milano, nei ventiquattr'anni nei quali regnarono Azzone, Luchino e Giovanni, i primi che apertamente si dichiararono sovrani, battendo moneta col loro nome, godette la pace, e provò alfine i beni dell'ordine sociale e della civile sicurezza. I Milanesi abbandonarono il mestiere dell'armi, e si rivolsero a più miti e più industriosi pensieri, alla mercatura cioè, alla coltivazione delle arti e delle terre. La popolazione e la ricchezza crebbero in proporzione, e qualche coltura appresero gl'ingegni, onde questi oggetti meritano dilucidazione.

La prima epoca del risorgimento dell'agricoltura milanese io la trovo nel blocco che Federico I pose intorno della città; allorquando fece devastare le piante e le campagne, ed atterrare i boschi che ci stavano intorno. Il bene è sempre figlio del male. Liberati che fummo da quel nemico terribile, poichè la libertà civile fu cimentata colla lega lombarda, si dovettero ridurre a coltura i boschi incendiati; unico mezzo per cui i proprietari, ai quali non rimaneva più legna spontanea, non ricavassero qualche profitto dal loro fondo. Infatti verso quei tempi pensarono i Milanesi a promovere l'irrigazione, a fecondare i loro campi colle acque, e si scavarono il Tisinello e la Muzza; il primo verso l'anno 1179, e l'altra l'anno 1220[74]. Indi il Tisinello venne allungato sino a Milano verso la metà del secolo decimoterzo, cioè l'anno 1257; operazioni tutte le quali non ebbero allora per oggetto la navigazione, ma bensì la semplice irrigazione delle terre. Io ho per qualche tempo creduto che i Milanesi, ritornati dalle crociate, avessero portata dall'Egitto nella loro patria la coltura del riso, e che questi scavi di canali e questa diramazione di acqua sulle terre venissero fatti a tal fine. Ma ho poi dovuto essere convinto che la coltivazione del riso presso di noi è di molto posteriore a quelle opere pubbliche; e ne serve d'invincibile prova la tassa che il tribunale di Provvisione faceva delle droghe; e quella singolarmente che ha pubblicata l'esattissimo nostro conte Giulini[75], ove scorgesi che il giorno 18 aprile 1386 venne ordinato che gli speziali e i droghieri non possano vendere il riso più che a dodici imperiali la libbra. Questo decreto trovasi nell'archivio del tribunale di Provvisione, d'onde l'ha tratto il chiarissimo autore. Se il riso fosse stato, come oggidì, un prodotto della nostra agricoltura, non sarebbesi venduto dagli speziali droghieri. Il prezzo poi di un soldo per libbra (avuto ragguaglio alla moneta di quei tempi) lo mostra ancora con maggiore sicurezza, anche paragonandolo alla tassa del mele sottile e fino, che in quel medesimo decreto viene fissato ad un terzo meno del riso, cioè ad imperiali otto la libbra. Quest'irrigazione adunque serviva ai soli prati, e forse allora il clima di Milano era più salubre di quello che ora non è; da che si è ogni anno sempre più dilatata l'irrigazione, ed introdotta singolarmente la coltura dei risi; e perciò il Petrarca, fra le qualità che rendevano allora pregevole Milano, vi pose _coeli salubritate_, come poco anzi si è veduto. La nostra agricoltura ci produceva, siccome ho già altrove indicato, varie sorta di grani, frumento, segale, miglio, seligine, orzo, scandella. La coltura parimenti del lino e delle viti è antichissimo presso di noi. I prati si andavano moltiplicando, perchè s'erano introdotte razze di cavalli, e il lusso aveva dilatato il bisogno di questi tanto utili e generosi animali. Se poi tanto grano si raccogliesse quanto occorreva al nutrimento del popolo, non è così facile il deciderlo; poichè in una concordia che si fece fra i nobili e i popolari, l'anno 1225, venne pattuito fra gli altri articoli, che il comune di Milano dovesse ogni anno far venire da paese estero de' grani, pel valore di seimila lire di terzoli. Il che non saprei se debbasi considerare come una forzata compiacenza de' nobili terrieri verso di un error popolare, come inclina a crederlo il nostro conte Giulini[76]; ovvero come una prudente precauzione, in tempi ne' quali questo commercio era vincolato. Parmi che se le terre fossero state bastantemente feraci di grano, si sarebbe dalla plebe domandata, non l'introduzione del grano estero, ma del più vicino e nazionale, per assicurare l'alimento alla città. Generalmente si mangiava in Milano pane di mistura; e l'anno 1355 vi era in tutta la città un forno solo che fabbricasse il pane bianco di puro frumento; pane che allora era di lusso; e questo forno privilegiato chiamavasi _il prestino dei Rosti_, ed era vicino alla piazza dei Mercanti[77]. È bensì vero che l'uso di servire con pane di frumento puro e bianco, nei pranzi d'invito, era anche un secolo prima conosciuto presso di noi; e ne fa prova una sentenza favorevole ai canonici di Varese, pronunziata l'anno 1248, in cui venne condannato un beneficiato a dar loro la domenica avanti Natale un pranzo composto,[78] _videlicet, panis frumentini boni et bene cocti et albi, et vini boni, et puri ad sufficentiam et capponorum, videlicet unum inter duos plenum, et carnium bovis et porci cum bonis piperatis, videlicet frustum unum, sive petiam bovis competentem et bonam inter duos; ed aliud frustum seu petiam porci cum bonis piperatis inter duos, et frustum, sive petiam unam carnis porcinae assatae, sive rostitae cum paniciis inter duos; et hec omnia ad sufficientiam, secundum quod decet, praestet singulis annis_. La carta si conserva nell'archivio della collegiata di Varese, e l'ha pubblicata l'erudito nostro conte Giulini[79]. Verso la fine dei capitolo sesto ho ricordato un altro pranzo, preteso un secolo prima, da altri canonici, i quali chiedevano _lombulos con panitio_; ora si trattava _cum panitii_. Potevano forse essere pagnotelle più fine, di mero fiore di farina apprestate sul finir della mensa. _La piperata_ si è veduta nominata in quella carta del 1148, si vede in questa del 1248, si usava ai tempi del Corio; e l'abbiamo anche oggidì scritta nella tariffa della mercanzia, col tributo di trentasei soldi e mezzo per ogni rubbio, sebbene ora non sappiamo più cosa ella si fosse. Io la crederei una salsa stimulante, e in cui entrava singolarmente il pepe, simile a quella che ora adoperiamo colla senape.

Il Fiamma, che viveva appunto ai tempi di Giovanni arcivescovo, ci lasciò un'idea della ricchezza e del lusso di quel tempo:[80] _Nunc vero in praesanti aetati priscis moribus superaddita sunt multa ad perniciem animarum irritamenta: nam vestis praetiosa, et ornatu superfluo circumtecta per totum; in ipsis vestibus, tam virorum quam mulierum, aurum, argentum, perlae inseruntur. Frixa latissima vestibus superinducuntur. Vina peregrina, et de partibus ultramarinis bibuntur: cibaria omnia sunt sumptuosa: magistri coquinae in magno praetio habentur_[81]. Lo stesso Fiamma ci attesta che in Milano al suo tempo eranvi delle manifatture assai perfette e stimate al di fuori, e fra le altre vi si lavoravano gli elmi, le corazze e tutte le armature di ferro,[82] _speculorum claritatem excedentes. Soli enim fabri loricarum sunt plures centum, exceptis innumerabilibus subjectis operariis_; e di queste nostre manifatture, dice quell'autore, che ne somministravano a tutta l'Italia non solo, ma se ne trasportavano per sino ai Tartari ed ai Saraceni. Questa manifattura, di cui troviamo la materia ne' monti vicini, si mantenne per molto tempo in Milano, e vediamo nell'estratto fatto poi, all'occasione del censo, dai libri delle gabelle dell'anno 1580, che si considerarono, dal ragionato dall'estimo Barnaba Pigliasco, da Milano trasportate agli esteri: armature di cavalli N. 100, a lire 55. 10, lire 5650; armature di fante N. 390, a lire 33. 15, lire 13,162. 10. Il Fiamma pure ci attesta che le nostre razze de' cavalli erano della maggiore altezza e forza; e tali dovevano appunto ricercarsi nel secolo in cui dovevano portare alla guerra gli uomini tutti coperti di ferro, e talvolta gli arnesi istessi del cavallo erano del metallo medesimo, per assicurarlo dalle ferite. De' cavalli nostri ne facevano smercio assai nella Francia, a quanto ci attesta quell'autore contemporaneo; e tale era probabilmente il frutto dell'irrigazione estesa, e de' nostri prati. Oltre questi due articoli di commercio, erari già piantata l'industria del lanificio in Milano ai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti; e il Fiamma dice de' nostri mercanti:[83] _Ipsi enim mercatores discurrunt per Franciam, Flandriam, Angliam ementes lanam subtilem, ex qua in hac civitate texuntur panni subtiles in maxima quantitate, qui tinguntur omni genere tincturarum, qui per totam Italiam deferuntur_. Quest'industria del lavoro de' pannilani, la quale crebbe dappoi e formò la ricchezza cospicua di Milano, era già presso di noi conosciuta anche prima del Fiamma, e poco dopo l'epoca di Federico I. Almeno in Como ed in Monza si lavoravano de' pannilani fino dal 1216; poichè nell'antico esemplare degli Statuti di Milano compilati in quell'anno, esemplare che ritrovasi nella biblioteca Ambrosiana, vedonsi tassati i pannilani di Como e di Monza a pagare quattro imperiali per ogni pezza, entrando in Milano. Anche delle tele di cotone e de' lini nostri se ne faceva spaccio, singolarmente in Levante, col mezzo dei Veneziani e de' Genovesi, ch'erano diventati assai ricchi e commercianti; avendo, i primi singolarmente, approfittato moltissimo col trasporto dei crocesignati, colla somministrazione de' viveri alle Crociate, allorchè prudentemente tranquilli, in mezzo alla fermentazione universale colsero l'occasione d'impratichirsi del mare e de' porti del Levante, onde si resero arbitri del commercio d'Europa coll'Asia; la qual ricchezza si sparse anche sopra di noi ed animò la nostra industria. Nè i soli cavalli, le armature, e i pannilani e i pannilini erano i capi del nostro commercio utile cogli esteri. Sino da' primi anni del secolo decimoquarto eranvi da noi degli artefici che fabbricavano anche drappi di seta; e Niccolò Tegrimo, nella vita di Castruccio Antelminelli, ci narra che, avendo Castruccio ed Uguccione della Fagiuola occupato Lucca l'anno 1314, i fabbricatori di drappi di seta vennero a rifugiarsi in Milano[84]. La seta allora era sommamente cara; e un drappo di seta si valutava lire venti d'allora la libbra; e ognuno sa che la lira d'allora era quasi due terzi d'un fiorino d'oro, ossia gigliato, che correva per trentadue soldi; così che la libbra di seta costava dodici gigliati e mezzo. Facilmente pure ognuno comprende quanto maggior pregio in que' tempi dovesse aver l'oro, che nei secoli a noi più vicini è diventato assai più abbondante, per i paesi scoperti, per le nuove miniere scavate, e per la comunicazione del vasto commercio aperta fra tutti i popoli conosciuti della terra.

Della popolazione di Milano ce ne ha lasciato memoria Buonvicino da Ripa verso l'anno 1288. Quell'autore vivente dice che v'erano tredicimila porte di case, seimila pozzi, quattrocento forni per cuocere pane, e mille taverne di vino, cento cinquanta alberghi pei forestieri, tremila ruote da mulino, e seimila giumenti che portavano la farina nella città; in cui dice ch'eranvi ducentomila abitanti, fra i quali quarantamila atti alle armi; che si mangiavano ogni giorno in Milano mille e ducento moggia di farina; che entravano ogni anno nella città cinquantamila carri di legna, ducentomila carri di fieno e seimila carri di vino, e si consumavano di sale in Milano staia seimilacinquecento. Questa descrizione facilmente si conosce che non merita fede. Seimila giumenti impiegati a portare mille e ducento moggia di farina al giorno sono incompatibili, mentre un moggio lo porta sulle spalle un villano robusto. Quarantamila uomini atti alle armi sono pure una cosa sconnessa. La popolazione di ducentomila abitanti, suppongasi metà di uomini e metà di donne; dagli uomini si deducano i bambini, i fanciulli ed i vecchi; non rimarranno quarantamila uomini atti alle armi. Seimila carri di vino, suppongasi portar ciascuno dieci brente, saranno sessantamila brente di vino che entravano in città per uso di ducentomila abitanti: ora centoventimila, quanti abitano in Milano, consumano più del quadruplo. Anche le staia seimila e cinquecento di sale sarebbero proporzionate alla popolazione di ventiseimila abitatori, e non mai di dugentomila. Poca e nessuna fede merita quella relazione fatta da un uomo che descrive diciotto laghi e sessanta fiumi abbondantissimi di pesci nel contorno di Milano. Abbenchè consideriamo ragionevolmente come scritti piuttosto a caso quei numeri, che per vera cognizione, difficile assai ad aversi in que' tempi, egli è però assai probabile che fosse numerosa la popolazione d'una città alla quale dovevano, come a residenza e a dominante, ricorrere, al tempo di Giovanni arcivescovo, i cittadini di diciotto città del contorno. Petrarca la qualificò, siccome vedemmo, _populi frequentia gloriantem_; e Pietro Azario, che viveva mentre la pestilenza del 1361 devastò Milano, asserisce che in Milano perirono per quella sciagura settantacinquemila abitatori; il che può verosimilmente farci credere ch'essi fossero più di centocinquantamila. Nè è difficile il concepire come una popolazione maggiore dell'attuale fosse contenuta entro di una città di un recinto più angusto di quanto ora lo sia: poichè sappiamo che tutte le case nobili e vaste sono state formate colla incorporazione di più e più case piccole; che molti monasteri e conventi e chiese sono piantate oggidì in luoghi che servivano allora all'abitazione del popolo; e che finalmente il lusso di abitare per pompa uno spazio vasto di luogo, e il conservare signorilmente un buon numero di stanze, al solo uso che siano trascorse da chi ci viene a visitare, prima che ci ritrovi, non era il lusso di quel secolo nè di questa popolata città. Nel principio del secolo decimoterzo v'erano in tutto in Milano tredici monasteri, sei di frati e sette di suore[85].

Il governo civile di que' tempi era una vera dominazione di un solo, con qualche apparenza di repubblica; poichè il consiglio degli ottocento, che poi a' tempi di Luchino diventò, non saprei come, di novecento, di tempo in tempo si radunò, sino verso la fine del secolo decimoquarto. Ma le deliberazioni che si pretendevano, non erano altro che giuramenti di fedeltà, acclamazioni al nuovo signore, e convalidazioni del sistema monarchico. Questi consiglieri, che non erano a vita, ma bensì trascelti per rappresentare la città in occasioni passeggiere, non erano altrimenti nominati dal popolo; ma originariamente traevano la loro commissione dalla nomina del principe o del suo ministro; onde quel consiglio era, siccome anche di sopra ho accennato, una mera popolare illusione, che rappresentava una apparente libertà. Verso la metà del secolo decimoquarto si creò il vicario di provvisione, che presedeva ai dodici. _Vicario_ significava lo stesso che _vicegerente_, ossia _luogotenente_; un ministro insomma che teneva il luogo e faceva le parti del sovrano. Quel tribunale nella sua origine non fu un dicastero civico, ma bensì fu un tribunale eletto dal sovrano; al quale era commessa la percezione e direzion de' tributi, la cura dell'abbondanza, e la vigilanza sopra i giudici della città, per modo che sembra fosse questo allora il solo dicastero che si radunava in Milano, e avesse riunite le separate cure che oggidì occupano il senato, il magistrato camerale e il tribunale di Provvisione medesimo[86]. Ora questo tribunale di Provvisione, poichè fu consolidata la signoria dei Visconti, eleggeva ei medesimo i novecento consiglieri, ogniqualvolta occorresse di avvalorare con questa formalità il volere del sovrano; di che ce ne serve di prova l'antico registro della città segnato num.º 1, ove, alla pag. 107, si legge:[87] _MCCCLXXXVIII, die XXII Julii. Per dominos vicarium et XII Provixionum Comunis Mediolani et sindicos dicti Comunis electi fuerunt infrascripti cives Mediolani, qui sunt et esse intelliguntur consilium DCCCC Comunis Mediolani._