Part 4
Il consiglio generale di Milano, nel giorno 17 agosto 1339, cioè nel giorno immediatamente dopo la morte di Azzone, che non lasciò figliuolanza, proclamò signori di Milano Luchino e Giovanni Visconti, zii paterni di Azzone, e i soli figli ancora viventi di Matteo I. Sebbene però a tutti due i fratelli fosse data la sovranità, e che gli atti pubblici per la maggior parte fossero in nome di entrambi, realmente però Luchino da solo disponeva d'ogni cosa. Giovanni era di placido e benigno carattere, e non volle mai contrastare col risoluto e qualche volta violento Luchino, il quale sapeva ben regolare lo Stato. I fatti mostrarono poi, quando Giovanni rimase a regnar solo, che nel partito da lui preso nessuna parte vi ebbero la debolezza o i vizi dell'animo; ma fu guidato dalla sola ragione e dalla virtù. Alle dieci città che lasciò Azzone, aggiunse Luchino Asti, Bobbio, Parma, Crema, Tortona, Novara ed Alessandria; e così divenne signore di diciasette città, la maggior parte sottomesse colle armi; il che gli rese nemici il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i signori Gonzaghi, i Genovesi ed altri Stati d'Italia, sbigottiti dalla forza preponderante collocata in così breve spazio di tempo nella casa Visconti; poichè ne' primi tre anni del suo governo Luchino estese a tale ampiezza lo Stato. Oltre al dominio del marchese d'Este, cui Luchino aveva mosso guerra, le di lui armi eransi innoltrate fino a Pisa, e costrinsero i Pisani a chiedere pace, pagando a Luchino centomila fiorini d'oro, ed obbligandosi a presentargli ogni anno un palafreno con due falconi in segno d'omaggio[54]: ecco ciò che questo principe fece per l'ingrandimento del suo Stato. Molto fece egli ancora per mantenere e introdurre l'ordine sociale nel suo dominio. (1348) Ei preservò Milano dalla peste l'anno 1348. Egli non volle proteggere veruna fazione; e Guelfi e Ghibellini indistintamente erano difesi dalle stesse leggi, e ritrovavano egualmente giustizia. Le strade poi, che per l'addietro erano infestate da' ladri, divennero sicurissime; per ottener la qual cosa Luchino si appigliò ad un partito singolare. Prese egli al suo stipendio i masnadieri medesimi che vivevano in prima saccheggiando i passaggieri, e da costoro le fece custodire, il che mirabilmente si ottenne. Oltre i masnadieri, erano saccheggiati i viandanti da cento angherie che loro imponevano i feudatari nelle giurisdizioni de' quali conveniva loro di passare; il che sembra una prova di più delle antiche prepotenze de' nobili sopra de' popolari, delle quali si è superiormente trattato. Luchino promulgò provvide leggi, che ebbero per oggetto di preservare i poveri dall'oppressione, sollevare il popolo dai carichi, assoggettarvi i ricchi, e togliere ai nobili ogni mezzo d'esercitare impunemente estorsioni e violenze. La politica di Luchino dispensò la plebe dall'obbligo di servire nelle guerre; e, coll'apparenza d'un pietoso beneficio, allontanò così il popolo dal maneggio dell'armi, e piantò l'ordine e la sicurezza pubblica sotto di un'assoluta monarchia. Vegliava egli sulla esecuzione di tai regolamenti, ed era severamente punita la prepotenza di chiunque. Stabilì in Milano un supremo giudice che si nominò _sgravatore_, e nel latino di quella età _exgravator_: magistrato che si rese celebre in quei tempi per l'autorità, non meno che pel buon uso a cui l'impiegava. Questo sgravatore doveva sempre essere un forestiere, e non doveva avere nè moglie, nè figli, nè parenti in Milano. Anzi si portava la diffidenza al segno, che non era mai permesso allo sgravatore di andare a cibarsi in casa di alcuno, ma doveva sempre starsene solo in casa propria. Il ministero dello sgravatore era di decidere sommariamente e senza appellazione le querele di coloro che si credessero indebitamente gravati da qualunque altro giudice, e invigilare sulla retta amministrazione della giustizia. Il sistema delle strade nel circondario delle dieci miglia dalla città, che continuò sino ai giorni nostri, era d'istituzione di Luchino. In conseguenza di tali regolamenti, col favore della sicurezza pubblica, s'introdusse il commercio e l'industria. S'incominciarono a piantare a quei tempi in Milano alcune fabbriche d'oro e di seta[55]. L'agricoltura si rianimò, e se ne cominciarono a conoscere i raffinamenti. Si perfezionò la coltura della vite, e si principiò a preparare un vino più delicato, che chiamavasi _vernaccia_. S'introdussero razze di cavalli e di cani. La popolazione s'andava accrescendo. I costumi s'ingentilivano; e il Fiamma, deplorando, con poco giudizio, questi cambiamenti, rimproverava ai Milanesi dei suoi giorni l'eleganza del vestire, la pompa degli ornamenti, la squisitezza delle mense e lo studio delle lingue forestiere: studio il quale fa conoscere che il commercio era già dilatato in paesi oltramontani.
Sin qui ho rappresentato in compendio le buone qualità di Luchino, ora l'imparzialità storica mi obbliga a dirne ancora i vizi. Francesco Pusterla, nobile ed onorato cittadino non solo, ma uno dei più amabili, più ricchi e più splendidi signori di Milano, aveva in moglie la signora Margherita Visconti, parente del sovrano, donna di esimia grazia e bellezza. Luchino pensò di sedurla, come aveva fatto a Piacenza colla signora Bianchina Landi il di lui fratello Galeazzo I; ma trovò la fedeltà istessa e lo stesso amore verso lo sposo anche nella virtuosa Margherita. La tela era già ordita per far soffrire a Luchino il destino medesimo di Galeazzo; se non che il cauto e sospettoso Luchino fu pronto a scoprirla e lacerarla. Tutto era disposto per discacciare con una rivoluzione questo principe dal suo trono, e si dubita che i di lui nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo fossero complici. Ma Luchino prese talmente le sue misure, che Francesco Pusterla, fautor principale della congiura, appena ebbe tempo bastante di salvarsi colla fuga e di ricoverarsi presso del papa in Avignone. Fin qui si vede un vizio di questo principe; ma in seguito si manifesta un'iniquità bassa ed atroce. Non risparmiò spesa o cura Luchino per attorniare in Avignone istesso il Pusterla d'insidie e di consiglieri, i quali, con simulata amicizia, lo animassero a ritornare nell'Italia, persuadendogli che presso dei Pisani avrebbe trovato un sicurissimo asilo, e si sarebbe collocato più vicino alla patria per rientrarvi ad ogni opportunità. Furono tanto moltiplicati i consigli, e tanto apparenti le ragioni, che alla fine il Pusterla si arrese, s'imbarcò, e per mare si trasferì a Pisa; ove arrestato venne dai Pisani, che temevano le armi di Luchino, e a lui fu consegnato. Francesco Pusterla, trasportato a Milano, terminò la sua vita coll'ultimo supplicio. Un gran numero de' suoi amici diedero al popolo lo stesso spettacolo; e quello che rese ancora più crudele la tragedia, si fu che la nobile e virtuosa Margherita dovette, al paro degli altri, finire nelle mani del carnefice. Il luogo in cui si eseguì la carneficina fu al Broletto Nuovo, cioè alla piazza de' Mercanti, dalla parte ove alloggiava il podestà, ed ove vedesi la loggia di marmo delle scuole palatine collo sporto in fuori, da dove solennemente il giudice pronunziava le sentenze di morte. I nobili venivano ivi su quella piazza abbandonati all'esecuzione: all'incontro i plebei erano trasportati fuori di porta Vigentina al luogo del supplicio. L'industriosa sagacità adoperata da Luchino per cogliere nell'insidia il Pusterla, potrebbe essere una lode per uno sbirro o un bargello, ma è una macchia che disonora un sovrano. La crudeltà poi di far condannare all'orrore del supplicio una donna amata, in pena della sua virtù, è una macchia ancora più obbrobriosa e vile. Luchino esiliò dallo Stato i tre suoi nipoti, figli di Stefano, cioè Matteo, Barnabò e Galeazzo. La ragione di Stato forse giustificava un tal rigore, singolarmente dopo i sospetti di loro complicità nella congiura dell'infelice Pusterla. Pretendono alcuni che Galeazzo, il nipote, fosse anche troppo intimamente unito alla signora Isabella Fieschi, moglie di Luchino, e che il bambino ch'ella partorì, ebbe il nome di Luchino Novello, per questa cagione insieme colla madre vedova passasse poi a Genova, e non entrasse mai nella serie de' nostri principi. Avrà avute quel sovrano le sue buone ragioni per tenersi lontani i nipoti; ma le insidie colle quali incessantemente li perseguitava nei paesi lontani, la miseria e la povertà nella quale gemevano sempre raminghi, sconosciuti ed erranti (ora nella Francia, ora nella Germania e persino nella Palestina, ove Galeazzo fu creato cavaliere del Santo Sepolcro), son prove d'un animo niente generoso, ma anzi vendicativo e crudele. Il Corio ci dice come Luchino «aveva obtenuto che 'l papa haveva declarato che Barnabò e Galeazzo suoi nepoti, per lui relegati ale confine come suspecti de la fede, violatori de la pace, perjuri e detestandi, non puotessino contrahere matrimonio, e morendo manchassino de ecclesiastica sepultura, ne che imperatori ne re con epsi potessino havere confederazione, dil che tri jurisperiti, difendendo li prenominati fratelli, si appellarono de tanta nephandissima declaratione alo imperatore[56]». E in fatti era cosa evidente che, volendosi dividere la signoria d'Azzone, i tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo avrebbero dovuto per giustizia possedere la porzione di Stefano, loro padre e fratello di Luchino e di Giovanni; e può darsi che l'ingiustizia che provavano, essendo esclusi nella divisione, fosse l'origine di questi guai. Gli avvenimenti sono lontani da noi, e non ci sono noti che per quel poco che alcuni ce ne hanno tramandato. L'indole di Barnabò e di Galeazzo era perversa, come dimostrarono poi; quindi Luchino avrà forse avute delle ragioni colle quali giustificarsi.
L'occasione della morte di Luchino la riferirò colle parole istesse di Pietro Azario.[57] _Voverat autem praedicta domina Elisabeth, ejus uxor, visitare ecclesiam Sancti Marci in Venetiis, ut dicebat. Cui itineri dominus Luchinus annuit. Et sociata multis proceribus utriusque sexus, iter arripuit, et tamquam imperatrix et cum maximis dispendiis et curia pubblicata, recepta fuit in Verona per dominum Mastinum. Complevitque iter suum, et dicitur etiam voluntatem suam complevisse circa coitum; et aliae sociae suae de majoribus Lombardiae fecerunt illud idem. Propterea multa scandala sequuta sunt. Sed quia amor et tussis nequeunt celari, nec aliquod tam occultum, quod non reveletur, quum ipsa rediisset, dominus Luchinus scivit et audivit de gestis. Sed tamquam sapiens curavit dare ordinem de vendicta. Et quia una die dixit, quod in brevi facturus erat in Mediolano majorem justitiam, quam umquam fecisset, cum pulchro igne, praedicta ejus uxor percepit quod ipsa erat in justitia; illa intellecta, propter commissa cum persona, non poterat se excusare a praedictis, sicuti alias excusaverat. Qualiter autem processissent negotia, ignoratur, nec scribitur. Sed dominus Luchinus vindictam illam facere non potuit propter defectum vitae_[58]. (1349) Così Luchino Visconti si trovò improvvisamente morto il giorno 24 di gennaio 1349, all'età di cinquantasette anni, dopo di avere signoreggiato nove anni ed alcuni mesi. L'Azario non dice che la moglie lo avesse avvelenato, ma con un verso conclude:
_Nam nulli tacuisse nocet: nocet esse locutum._[59]
Ei ci descrive Luchino così:[60] _Austerus homo visu et opere erat, parcus in promittendo, largus in attendendo._ Sotto il principato di lui in Milano crebbe notabilmente la popolazione, la ricchezza e l'industria; e non poteva a meno che ciò non accadesse in una metropoli mantenuta in pace, situata in un fertilissimo terreno, sotto un sovrano che proteggeva e vegliava su i poveri e popolari, contenendo i potenti, che manteneva l'ordine pubblico e il facile corso alla giustizia: essendo la sede d'un principe che dominava diciassette città del contorno. Il carattere di Luchino è un misto di buone e di cattive qualità: cuore insensibile e mente illuminata per governare, unita a forza d'animo e valor personale, il che può formare un fausto principato, non mai un principe buono o grande; qualità generose, che hanno sempre per base un cuore buono. Le lacrime sparse alla morte d'Azzone erano un encomio per il principe trapassato, e un biasimo preventivo per quello che subentrava; simili desolazioni pubbliche si voglion sempre dividere per metà. Luchino in fatti fu sommamente temuto per la sua risolutezza, per la sua implacabile severità e per la sua profonda dissimulazione
_Ostendebat de paucis curare et de multis curabat,_[61]
dice l'Azario.
Giovanni Visconti, figlio di Matteo I, fino dall'anno 1317 era stato canonicamente eletto arcivescovo di Milano; ma il papa, al quale dava non poco fastidio la rapida fortuna dei Visconti, di propria autorità nominò e consacrò un altro arcivescovo, e fu, siccome dissi, il francescano frate Aicardo; il quale visse sempre ramingo ed esule dalla sua chiesa, dove appena potè ricoverarsi un mese prima della sua morte, accaduta nel 1339. Allora di bel nuovo gli ordinari elessero per la seconda volta Giovanni Visconti. I tempi erano mutati, e quantunque Giovanni avesse accettata la dignità di cardinale della chiesa romana dall'antipapa Nicolò V (dignità ch'ei però aveva deposta al riconciliarsi che fecero i Visconti col papa), Clemente VI lo riconobbe e preconizzò arcivescovo l'anno 1342. Giovanni, il giorno 17 di agosto 1339, era già stato dichiarato signore di Milano dal consiglio generale, insieme col fratello Luchino; quindi, dopo la morte di questi, non v'ebbe bisogno di nuova elezione per dargli la signoria; onde egli, senza altra cerimonia, venne da ognuno obbedito. Si trova però un decreto memorabilissimo, fatto dal consiglio generale, verosimilmente in questo tempo; poichè, oltre al confermare il dominio all'arcivescovo Giovanni, il principato, che sino a quel giorno era stato elettivo, si stabilì ereditario. Tale decreto leggesi in un antico codice segnato A, che si conserva nell'archivio del reale castello, segnato n.º 1, pag. 11. Ecco le di lui parole:[62] _Quod praefatus magnificus et excelsus dominus Johannes, filius quondam bonae memoriae domini Matthei de Vicecomitibus et post ejus domini Johannis decessum, eo modo, quilibet alius masculus descendens per lineam masculinam et ex legitimo matrimonio ex praefato quondam domino Matthaeo de Vicecomitibus sit et sint perpetuo verus et legitimus et naturalis dominus, et veri et legitimi et naturales domini civitatis et totius districtus et dioecesis et jurisdictionis Mediolani._ Questo decreto ivi è mancante e del principio e del fine. Forse vi erano delle condizioni colle quali veniva moderata la perpetua sovranità; anzi è assai probabile che il consiglio non volesse privarsi del prezioso diritto dell'elezione, senza una reciproca ricompensa che assicurasse la immutabile conservazione dei privilegi del consiglio medesimo. Ma questo archivio, stato custodito dai sovrani che in séguito signoreggiarono, non poteva essere un sicuro deposito di simile documento, in quella parte che avrà limitata la sovranità. Il consiglio, composto di cittadini che non erano stati nominati nei comizi generali, ma dal principe istesso, ovvero da un podestà che gli era subordinato, non poteva obbligare la città, la quale non era rappresentata dal consiglio, se non illegalmente. E quand'anche i consiglieri poi avessero una legittima rappresentanza, non potevano conferire ad altri, se non quanto era in dominio della città medesima. La suprema sovranità dell'Impero, per diritto, sussisteva; e la pace di Costanza l'aveva definita centosessantasei anni prima. Onde quest'atto non poteva confidare ai Visconti se non quella porzione della sovranità che, in vigore di quella pace, era rimasta alla città; cioè i tributi, l'elezione dei magistrati, la guerra e la pace; ma non mai toglierci l'appellazione all'imperatore, nè il vassallaggio stabilito nell'anzidetta pace.
Appena l'arcivescovo Giovanni rimase solo alla testa dello Stato, ognuno dovette conoscere che la passata sua non curanza del governo certamente non nasceva da mancanza di talento per governare, nè da indifferenza per la gloria, nè da insensibilità per il pubblico bene. Il virtuoso principe cominciò il suo regno col far la pace coi vicini; col conte di Savoia, coi Gonzaghi, col marchese di Monferrato e coi Genovesi, posti prima in armi per le invasioni che Luchino aveva fatte, dilatando lo Stato proprio a danno loro. Assicuratosi così d'un pacifico dominio, la natura e l'indole sua benefica lo portarono a terminare la miseria degli esuli nipoti. Matteo, Barnabò e Galeazzo furono richiamati dall'esilio ed accolti come a principi si conveniva. Diede Regina della Scala in moglie a Barnabò, e Bianca di Savoia a Galeazzo; e festeggiò quelle nozze illustri con pompe ed allegrezze pubbliche; fra le quali vi furono dei tornei d'una nuova foggia, cioè colle selle alte, usanza che Barnabò aveva insegnata, seguendo la costumanza da lui imparata nella Francia. Oltre lo stato signorile e lieto al quale fece passare i nipoti, quel magnanimo arcivescovo si risovvenne di Lodrisio Visconti, che, dopo la battaglia di Parabiago, da più di dieci anni languiva in carcere, e lo rese libero. L'anima grande e generosa di Giovanni non dava luogo a quelle diffidenze e sospetti che dominavano nel cuore di Luchino. (1350) Appena un anno era passato da che Giovanni reggeva lo Stato, esteso sopra diciassette città, quale glielo aveva lasciato Luchino, che egli, senza umano sangue e senza pericolo, fece un insigne acquisto; e col mezzo di duecentomila fiorini d'oro sborsati a Giovanni Pepoli, comprò il dominio della città di Bologna l'anno 1350[63]. Prevedeva però il sovrano arcivescovo che questa importantissima addizione non poteva accadere senza forti contrasti, singolarmente per parte del papa, il quale, sebbene domiciliato in Avignone, sempre stava vigilante sull'Italia; e se tollerava che il Pepoli, piccolo principe, e che facilmente poteva superarsi, dominasse Bologna, non così tollerante doveva essere poi, passando quella a incorporarsi nella potente dominazione dei Visconti. In fatti Clemente VI mandò un ordine all'arcivescovo Giovanni, acciocchè, entro lo spazio di quaranta giorni, dovesse restituire Bologna alla Santa Sede; minacciando in caso di contumacia di volerlo scomunicare, insieme ai nipoti suoi quanti erano, e porre all'interdetto tutti i popoli del suo dominio[64]. (1351) Giovanni non si cambiò per questo, nè pensò di abbandonare Bologna; onde il giorno 21 di maggio dell'anno 1351 il papa scomunicò l'arcivescovo e i tre nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo, e pose l'interdetto su tutte le diciotto città dei Visconti[65]. Il Corio ci racconta come «il pontefice, sdegnato contra di lui per la presa di Bologna, havendo questa città interdicta, li destinò uno legato, il quale con somma humanità dal Presule fu ricevuto. Duoppo li expuose per parte del summo sacerdote che a Santa Chiesia volesse restituire Bologna, e che anche dil suo dominio una cosa facesse, e che il spirituale o che il temporale solo administrasse: la qual cosa intendendo Giovanne respuose che la proxima domenica nel magiore templo de Milano li darebbe conveniente risposta, dove il deputato giorno convenendosi ogniuno, Giovanne con grande solennitate celebrò la messa, la quale essendo finita, in cospecto dil populo, il legato, secundo l'ordine dato un'altra volta replicò l'ambasciata dil pontefice, onde dappoi il magnanimo arcivescovo evaginò una lucente spada quale haveva a lato, e da la mano sinistra pigliò una croce dicendo: questa è il mio spirituale, e la spada voglio che sia il temporale per la difesa di tutto il mio imperio; e non con altra risposta il legato tornando al pontefice referì quanto da lo arcivescovo Giovanne haveva havuto». Siegue poscia il Corio medesimo a narrarci come, essendo il papa sempre più irritato ed animoso contro dell'arcivescovo Giovanni, lo citasse a comparire in Avignone; e che l'arcivescovo Giovanni, preparato già a comparirvi col séguito di dodicimila cavalli e seimila fanti, venisse poi dispensato dal papa istesso dall'intraprendere il viaggio, e si accomodasse in tal guisa pacificamente ogni cosa. Anche il Giovio e il Ripamonti raccontano questi fatti. Il Muratori ed il conte Giulini non prestano in ciò fede al Corio. Sono però gli autori d'accordo nell'asserire che la scomunica e l'interdetto vennero pubblicati, e che la riconciliazione si fece ben tosto, ritenendo il Visconti Bologna in qualità di Vicario della Santa Sede. Fra le mie monete patrie una ne ho d'oro, valore d'un gigliato, di Bologna, colla biscia Visconti, che credo battuta in questi tempi.
(1353) Bologna erasi acquistata senza pericolo e senza sangue; e senza sangue o pericolo l'accorto Giovanni acquistò un'altra non meno cospicua città, cioè Genova, l'anno 1353, ed ecco come. Erano i Genovesi impegnati sventuratamente a guerreggiare contro de' Veneziani, collegati col re Pietro di Aragona. Erano stati malamente battuti da quelle forze preponderanti i Genovesi. Le loro navi erano quasi distrutte; e Genova si trovava bloccata dalla parte del mare; e per terra ancora, dalla parte di ponente, custodita dagli Spagnuoli; per modo che non le rimaneva altra via per ottenere i viveri, che già mancavano, se non dalle terre possedute da Giovanni arcivescovo. Proibì questi che nè da Alessandria, nè da Tortona, nè da Piacenza, nè dalla Lunigiana, nè da veruna altra parte del suo Stato venisse portato alcun alimento ai Genovesi; e così, anzi che perire o cader nelle mani de' loro nemici, quei cittadini presero il solo partito che loro rimaneva offerendo a Giovanni la signoria della loro città. Quest'offerta venne accettata ben presto, e il nuovo principe, nel mese di ottobre del 1353, prendendo solennemente possesso di quella illustre città; v'introdusse al momento l'abbondanza e la gioia. Così aggiunse Giovanni al suo Stato la decimanona città, e diventò padrone di un porto di mare. Ciò fatto spedì quel principe a Venezia degli ambasciatori, acciocchè cessassero i Veneziani di offendere Genova, divenuta cosa sua. I Veneziani, i quali già dovevano vedere con sospetto la potenza preponderante del Visconti, non vollero ascoltare discorso di pace. (1334) Giovanni fece allestire una poderosa armata navale, la quale lasciò il porto di Genova, spiegando al vento del mare, per la prima volta, le insegne della vipera; e seppe così bene farsi rispettare, che bruciò Parenzo, città marittima dell'Istria soggette ai Veneziani, indi battè la flotta veneziana presso Modone, sulle costiere della Grecia[66]. Quando, ventisei anni prima, Giovanni Visconti trovavasi coi fratelli nel carcere orrendo di Monza, chi avrebbe mai potuto prevedere ch'ei dovesse un giorno rappresentare sul teatro del mondo il personaggio che vi sostenne poi! Chi mai avrebbe potuto accostarsi all'orecchio di Matteo, mentre vivea da povero privato in Nogarola, e dirgli: Tu sarai sovrano, e da qui a quarant'anni i figli tuoi domineranno un principato che potrà nominarsi un regno: Bologna, Parma, Piacenza, Cremona, Crema, Bergamo, Brescia, Como, Milano, Lodi, Pavia, Vigevano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Asti, Genova e Bobbio; dicianove città! L'Ente Supremo regge gli avvenimenti. Il saggio impara ad adorarne i decreti; si tiene modesto nella prospera, e fermo nell'avversa fortuna.