Storia di Milano, vol. 2

Part 32

Chapter 323,586 wordsPublic domain

[238] In Milano le cose erano in cattivo stato. Non si può meglio conoscerle che dalle carte autentiche di quei tempi; e tale è la lettera di Giovanni Teruffino ai signori Rafaele e Barnaba Adorni, genovesi, che ritrovasi nell'archivio di città — Codice C, fogl. 69. — Essa così dice: _Magnifici Majores honorandissimi._ (Magnifici maggiori onorevolissimi.) — Quamvis altro di nuovo non me occorra, tamen acciò non vi maravigliate che niente scriva, scriverò poco da poi le altre lettere a voi scritte. Io non sono andato dalla excellentia del conte, tum perochè essa se lungo da qui, tum per la novitate de Francesco Piccinino occorse, ma avuto Maragnano, che spero con la gratia de Dio sera in fra pochi dì, delibero di andare a la excellentia sua, tam per lo compromesso de Zenovesi ad Galeotto, quam per altro, e sono certo che la disposizione sua sia eadem. Io desidero che si manda ad executione lo facto de Bosco, secundo che altra volta ne dicesti. Li facti di Milano breviter hanno questa conditione. Frumento ghe pochissimo et hanno vetato quelli signori che pane di frumento non se ne venda, perciocchè quello poco frumento lo quale gli è restato voleno per li soldati, ma non gli può bastare per dexe; di segale e di miglio hanno per tutto il mese che viene. Dapoi sette di che Francesco Piccinino e lo fratello andero a Milano non gli hanno dato dinari, eccetto che due mila ducati de molti promissi. Appropinquandosi apresso Milano la excellentia del conte come se bene, havuto Marliano, verosimile è che Milano non se tegnerà quindici dì per mancamento e de victuaglie, et de dinari, et de strame, e per infinita gente malcontenta. Dio governa la cosa in modo che questa nostra provincia habbia quiete. Bene valete — _Dat. Papiae, die XXVIII aprilis 1449. — Vester famulus Teruffinus — a tergo: Magnificis Majoribus honorandis Domini Raphaeli et Barnabae Adornis et Petro Spinulae etc._ (Dato in Pavia, il giorno XXVIII di aprile 1449. — Vostro servo _Teruffino_. Su la coperta: Ai magnifici maggiori onorevoli i signori _Rafaele e Barnaba Adorni_ e _Pietro Spinola_, ec.)

[239] Sei giorni prima che Milano accogliesse Francesco Sforza, Gaspare Vimercato uscissene dalla città con apparenza di volersi abboccare con Pandolfo Malatesta, comandante delle truppe di Venezia, e probabilmente concertò in vece la dedizione al conte. Il passaporto che gli consegnò trovasi nel codice C, foglio 135 tergo, nell'archivio di città, e dice:[240] _Per illustres dominos Capitaneos et defensores libertatis Illustris et Excelsae Comunitatis Mediolani concessa est licentia strenuo Gaspari de Vimercato exeundi hanc Civitatem cum famulis suis ad numerum usque octo, suisque valixiis, bulgis, rebus et bonis, et hoc tute, libere et impune, omnique reali et personali impedimento prorsus amoto, dummodo se non conferat ad partes hostiles, et vadat ad illustrem dominum Sigismundum Pandulphum de Malatestis Ariminensem ac illustrissimi dominii Venetorum, etc. Capitaneum Generalem. Ambrosius Prior — Antonius, MCCCCL, die XX februarii._

[240] Dagli illustri signori capitani e difensori della libertà della illustre ed eccelsa comunità di Milano viene conceduta licenza al valoroso _Gasparo di Vimercato_ di uscire da questa città con i suoi domestici fino al numero di otto, e con sue valigie, bolge, cose e beni, e questo sicuramente, liberamente ed impunemente, rimosso qualunque impedimento reale e personale, purchè egli non si rechi alle parti dei nostri nemici, e vada dell'illustre signore _Pandolfo_ dei _Malatesta_ riminese, e capitano generale dell'illustrissimo dominio dei Veneti, ec. _Ambrogio_ Priore. — _Antonio_, MCCCCL, il dì X febbraio.

[241] _1449, die 27 mensis decembris._ (1449, il dì 27 del mese di dicembre.) Al nome del Omnipotente et Eterno Dio et del gloriosissimo nostro patrone sancto Ambrosio deliberando li illustri signori capitanei et difensori della libertate che ciascuno quale metta la persona sua a pericolo per farne uno relevato servitio a tutta questa nostra patria, la quale è indegnamente afflicta da li nostri nemici, ne abbia merito e premio qual sia certo grande et honorevole, fanno noto a ciascuna persona di qualunque stato, grado et conditione se sia, che chi ammazzerà il perfido conte Francesco Sforza, overo ferirà mortalmente, guadagnerà ducati dece millia d'oro, e dece millia in possessione, quali instantemente gli serano numerati cotanti, et dati; et se quella persona sera rebelle o bandezata sarà cavata de ribellione et de bando, et restituiti il soy beni, et havere li dicti premii, et se quella persona sera squadrero o conductero de gente d'arme o di majore conditione, ultra li dicti premii, gli sera duplicata la conducta. Et sel serà soldato di menore conditione, ultra li dicti premii, gli sere duplicata la conducta ut supra. Et appresso a questo se la cadesse alcuno mandare ad executione alcuni de li sopradicti partiti et per quello venisse ad esser morto, serano dati li dicti premii a suoi filioli o a suoi heredi indubitatamente, li quali seranno sempre ben veduti et ben tractati da questa prefata comunitate. Et sel fosse persona alcuna quale dubitasse de conseguire li dicti premii, o venga, o manda uno suo fidato secretamente da li prefati signori capitanei, gli sera facta tal chiarezza et segurezza chel sera ben certo e securo de conseguire li dicti premii, rimossa ogni minima dubitazione — _Petrus Prior — Cridata ad scalas palatii et super platea arenghi per Antonium de Arezio Tubetam, die sabbati 27 suprascripti mensis decembris, sono tubarum praemisso._ (_Pietro_ Priore. — Promulgata alle scale del palazzo, e sopra la piazza dell'arringa da _Antonio_ di Arezzo trombetta, il giorno di sabbato 27 del soprascritto mese di dicembre, premesso il suono delle trombe.) Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 121, archivio civico.

[242] Vol. C, gride dal 1447 al 1450, foglio 107.

[243] Codice C, foglio 113.

[244] _1450, die 23 febbruarii._ (1450, il dì 23 febbraio.) — Se in ogni tempo debbe cadauno voglia essere chiamato fidele e devoto cristiano guardarse da fare contro li comandamenti del nostro Signore Dio, molto più è necessario emendare la vita nel tempo della tribulazione et afflictione per impetrare gratia et misericordia da la divina bontà. Intendando aduncha li illustri signori capitanei et deffensori de la libertà nostra prohibire quanto sia possibile, etiam mediante le pene et punitione temporale, la disonestà et detestabile vita de quelli tengano femine a soa posta, et etiandio alcuni quali non temendo il juditio divino, presumano biastemare Dio e la sua gloriosa Madre et li suoi sancti et sancte, li quali duy gravissimi peccati grandemente et pubblicamente si commettono in questa città et in li borghi soi, non senza evidentissimo pericolo de provocare majore ira de Dio contra de noi tutti, denno fare crida et bando che niuno de qualuncha stato, grado, o conditione voglia se sia dal majore al più minimo ardisca ne presuma in questa città borghi et jurisdictione soa tenire in casa sua ne fora de casa femine o sia concubina a soa posta per qualuncha modo se sia, imo cadauno l'havesse o tenesse fra tri dì proximi li debbia avere cazate da se, et esse femine et concubine debiano levarsi et aut spazare la città, aut redurse in loco honesto et tale se intenda che facciano bona, et correcta vita, sotto pena irremissibile de fiorini venticinque a cadun uomo quale sera trovato contrafare, tante volte da essere pagati, quante volte contrafarà, et a cadauna femina contrafaciente, da essere scovata pubblicamente per tutta la città, e poi reducta al publico loco, o cazata fora de la città. Et similmente niuno, come è dicto, ardisca o presuma biastemare Dio, ne la sua gloriosissima Madre, ni etiandio sancto Ambrosio, nostro protectore et patrone, ni alcuno sancto o sancta sotto pena irremissibile, ultra le altre imposte altre volte, de fiorini vinti per cadauna volta a chi contrafarà, et a chi non potrà pagare o non pagarà la dicta pena infra tre dì sotto pena di sguasi tri di corda, vollero ancora et chiarisseno li prefati signori capitanei che cadauno non solo possa, ma etiandio debba accusare qualunque contrafarà li predicti duy casi; accusando, guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria, l'altro quarto sia delli poveri de Cristo et la mità sia della comunità, ma chi non accuserà, et sappia chi abbia contrafacto in tenire et biastemare come è dicto, cada in pena per cadauna volta de fiorini cinque et cadauno possa questi altri accusare et della pena si faccia come è dicto, di sopra. Ancora perchè li prefati signori hanno ordinato et comandato che niuno debba zugare a zugo de dadi, tavole et cartexelle, ne lassare zugare in casa sua sotto la pena che contengono le cride fatte sopra di ciò; Adesso chiariscono et volleno che cadauno non solo possa, ma sia obbligato ad accusare qualunca contrafarà, ed accusando guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria et de li altri tri quarti se dispona et faccia come è dicto di sopra; ma non accusando et sappiando chi vi abbia contrafacto, cada in pena caduna volta del quarto quale devria guadagnare, et cadauno possa questi altri accusare et della pena se faccia ut supra — _Ambrosius Prior — Marcolinus — Cridata ad scalas palatii et per loca solita civitatis per Matteum de Arezio tubetam, die lunae XXIII febbruarii suprascripti_ (_Ambrogio Priore — Marcolino_ — Promulgata alle scale del palazzo, e per i luoghi soliti della città da _Matteo_ di Arezzo trombetta, il giorno di lunedì XXIII di febbraio soprascritto.) — Gride dal 1447 al 1450, vol. C., foglio 136, archivio civico.

[245] Le cose dei Milanesi incominciarono ad andare al peggio. Perciocchè privi di duci, discordi essendo tra di loro i cittadini, giornalmente ripullulavano consigli peggiori dei primi. Non potevano le pubbliche gravezze del popolo convenevolmente governarsi; non potevano i ricchi sostenere i pesi; non poteva alcuno eseguire i comandi: ma come una flotta dispersa dalla procella, qua e là la plebe era portata dalle onde accavallate. Se alcun raggio di speranza splendeva tuttora nei soldati che rimanevano, turbato era dall'ambizione di _Carlo Gonzaga_, il quale dominio del popolo ingiustamente aspirando, tutte le cose con lungo sospettare intralciava. Per la qual cosa tutto era squallido per il timore e per la disperazione. Inoltre le congiure da alcuni tramate maggiori angustia ai singoli cagionata avevano. Conciossiachè presi furono ed al supplizio condotti molti nobilissimi cittadini. Ma nè pure colla morte loro raddolcire potevansi l'atrocità della sciagura... I buoni inoltre, privati degli uffizi, incapaci a recare giovamento a sè stessi e agli altri, languivano nel silenzio; la plebe poi, situata tra la speranza ed il timore, il peso tollerava, esultando per il nome solo di dominio.

[246] _Vita Franc. Sfortiae_, cap. XXXVII; _Rer. Ital._, tom. XX, col. 1041.

[247] Macchiavelli, sulla prima Deca di Tit. Liv., libr. I, cap. XVII, pag. 87.

[248] Nel fabbricar la casa de' signori Delfinoni vicino alla colonna di porta Nuova scavossi nel 1774 un sasso, su cui leggesi: _Franciscus Sfortia Vicecomes, dux, et animo invictus et corpore, anno MCCCCL a IIII Calend. Martias hora XX dominio urbis Mediolani potitus._ (Francesco Sforza Visconti, duca, invitto d'animo e di corpo, l'anno MCCCCL il giorno IV avanti le calende di marzo all'ora vigesima s'impadronì del dominio di Milano.)

[249] Questo è il giorno che il Signore ci ha dato; esultiamo e rallegriamoci in esso.

[250] All'archivio pubblico può esaminarsene da chi lo voglia l'originale.

[251] Osservando come tutti i solenni ingressi e dei duchi e dei governatori e degli arcivescovi si fecero sempre dalla porta Ticinese, mi sembra probabile che quest'usanza discenda sino dai tempi de' Longobardi, quando Pavia fu la capitale e la città regia; e forse l'arcivescovo, dopo d'essere stato riconosciuto dal sovrano o suo luogotenente in Pavia, di là spiccavasi per la pubblica cerimonia. Quando s'assoggettò la chiesa milanese a Roma, e l'elezione e consacrazione si trasferirono in Roma, tutto cambiossi, fuori che questa avvertenza non s'ebbe di farlo entrare per la porta Romana.

[252] In quei contorni trovasi una via che oggidì pure conserva il nome de' Piatti.

[253] I due soli però imminenti alla città furono perfezionati.

[254] _Histoire de François I, roi de France, dit le grand roi et le père des lettres. Par M. Galliard de l'Accadémie des Inscriptions et Belles lettres. — A Paris, chez Saillant et Nyon, tome I, page 105._

[255] Alloggiarono nel palano altre volte del conte Carmagnola, ora detto il Broletto, in cui si radunano i corpi municipali.

[256] Rivolto essendosi quindi all'ornato pubblico della città, e con arena e mattoni riparate avendo le strade, volle con somma magnificenza che dai fondamenti si erigesse il castello della porta di Giove, atterrato da prima per popolare tumulto. La corte altresì dei primi duchi, già cadente per vecchiezza, non solo ristabilì, ampliò ed arricchì di ornamenti. Comandò ancora che, scavandosi il terreno, dall'Adda si derivasse per venti miglia un acquedotto, per mezzo del quale i campi vicini fossero irrigati, e al popolo non mancassero le derrate necessarie.

[257] _Decembrius, Vita Franc. Sfortiae_, cap. XL; _Rer. Ital._, tom. XX, colonn. 1046.

[258] Dalla provincia della Martesana, per cui passa, detta forse anco dal dio Marte.

[259] Veggasi il Benaglio, Relazione istorica del magistrato, che riferisce il decreto del duca Francesco, che è il seguente: — [260]_Franciscus Sfortia Vicecomes, dux Mediolani etc. Papiae Angleriaeque comes ac Cremonae dominus. Cum pro beneplacitis nostris et subditorum nostrorum comoditate fieri debere ordinaverimus Navigium discensarum ex Abdua ad anc inclitam Civitatem nostram Mediolani, deputaverimusque nobilem virum Ruffinum de Prioris, aulicum nostrum praeclarissimum Commissarium, qui cum avisamentis ac partecipatione Bertolae de Novate, dilecti Civis nostri Mediolani, habeat omnia expedire et expediri facere quod ad dicti Navigii perfectionem attineat, eligendum duximus._ Indi destina un tesoriere separato per quest'opera, a cui dalla ducal Camera debbasi sforzare illimitatamente qualunque somma. _Dat. Mediolani, die primo julii 1457._ (Date in Milano, il dì primo di luglio 1457.) Veggasi pure il Settala, Relazione sul navilio della Martesana, ediz. del 1603, pag. 59.

[260] _Francesco Sforza Visconti_, duca di Milano, ec., conte di Pavia e di Angera, e signore di Cremona. Siccome per il nostro buon piacere e per il comodo dei nostri sudditi avevamo ordinato che si dovesse fare un naviglio che discendesse dall'Adda fino a quest'inclita città nostra di Milano, ed avevamo deputato il nobile _Ruffino dei Priori_, nostro illustrissimo commissario di corte, che col consiglio e colla partecipazione di _Bertola_ di Novate, diletto nostro cittadino milanese, debba spedire e fare tutto quello che appartiene alla perfezione del detto naviglio, abbiamo giudicato di dover eleggere, ec.

[261] Così Paolo Frisi, nel secondo tomo delle sue opere stampato in Milano dal Galeazzi 1783, pag. 465. L'immatura perdita che abbiamo fatto di qust'illustre nostro concittadino, mentre era nel pieno vigore della sua mente, ha privato noi e i posteri di maggiori ammaestramenti ch'egli ci avrebbe lasciati. Cessò di vivere il giorno 22 novembre 1784 per una cancrena procuratagli da un taglio, al quale sconsigliatamente venne sottoposto. Morì colla tranquillità d'un'anima virtuosa, e presentò all'avversa fortuna, come in vita così in morte, una virile costanza. L'uomo e l'autore in lui furono allo stesso livello. _Il chiarissimo autore fece erigere a sue spese all'illustre matematico e filosofo _Frisi_, suo amico, un elegante monumento in marmo carrarese con iscrizione latina, nella chiesa di Sant'Alessandro de' cherici Reg. di San Paolo di questa città; valendosi a questo effetto dell'opera del celebre scultore _Franchi_._ (_Nota del Continuatore_).

[262] Tutto ciò più esattamente può leggersi nell'opera del citato Frisi, libro terzo, capo terzo de' canali navigabili.

[263] Nei registri civici delle lettere ducali del secolo XV, foglio 223, leggesi la concessione fatta dal ducal magistrato il 10 decembre 1471 di una bocca d'acqua del naviglio della Martesana da estraersi vicino al Redefosso, in benificio dell'Ospedal grande e dei consorti Ghiringhelli, Bossi e Rebecchi, essendo commissario del naviglio l'ingegnere Pietro da Faino del Malpaga. Altre concessioni poi si trovano nei libri dell'ufficio Panigarola, registro E, foglio 265. Vedesi accordata di più l'acqua al convento de' frati di Santa Maria degli Angioli, l'anno 1468, per ducal concessione. Il che mostra come sin d'allora entrasse l'acqua del naviglio in Milano. Nell'ufficio degli statuti Panigarola trovasi pure il decreto di Bianca Maria, vedova duchessa e tutrice del duca Gio. Galeazzo, fatto il settembre 1467, che invita ad acquistare dalla ducal camera l'acqua del naviglio della Martesana.

[264] Simonetta, nella vita di Francesco Sforza, lib. XXXI, _Rer. Ital._, tom. XXI, col. 778, così dice:[265] _Ea autem utebatur ingenii acrimonia, ac gravitate, prudentia, atque consilio, ut nihil neque in urbanis rebus iniret umquam quod minus fuisset diligentissime antea metitus, omnemque prospexisset eventum, et quod decreverat innata, quadam animi magnitudine et incredibili celeritate conficiebat. Mirum dictu est quam abstineret illecebris, humanisque voluptatibus, atque cupiditatibus: et quod rarissimum in aliis invenies, cum neque in rebus adversis, si qua iniquitate fortunae acciderunt, deprimebatur animo, ita ne secundis quidem efferebatur. Quin potius, sicuti in adversis non frangebatur, ita etiam in prospera fortuna modestissimus semper fuit; et alios ab omni contumelia injuriaque continebat. Et ne id quidem mirum, cum omnibus de se praestaret exemplum, qui cum maxime vinceret, ultione non utebatur._

[265] Era poi dotato di tale penetrazione d'ingegno, di tale gravità, prudenza e avvedutezza, che nulla intraprendeva giammai nelle cose tanto militari, quanto civili, che diligentissimamente, benchè fosse piccola cosa, non avesse da prima considerato, e tutto ne avesse pronosticato l'evento; quelle cose poi che determinato erasi di fare, compieva con una certa innata grandezza d'animo e con incredibile celerità. Mirabile è a dirsi quanto lontano si tenesse dalle seduzioni e dalle umane voluttà e cupidigie, a quello che rarissimo troverassi in altri siccome nelle avversità, se mai alcuna per iniquità di sorte ne incontrava, non perdevasi di spirito, così nè pure nelle prospere punto non insuperbivasi. Che anzi, siccome nelle cose avverse non si avviliva, così ancora nella prospera fortuna fu sempre modestissimo, e gli altri tratteneva da qualunque ingiuria o contumelia. Nè questo in vero è estrano, mentre a tutti egli stesso porgeva l'esempio, e avendo questo grandissima forza, d'uopo non era che facesse uso di gastighi.

[266] Ma oserei certamente affermare che, dopo _Giulio Cesare_, nissun uomo troverassi avere avuto l'Italia, che a buon diritto si potesse col solo _Francesco Sforza_ paragonare. Il quale per verità, vinto avendo sempre, nè mai essendo stato vinto, finì i suoi giorni in modo che a tutti non meno lasciò un vivo desiderio, che un retaggio di lagrime.

[267] _Rer. Italic. Script._, tom. XXI, col. 779.

[268] Corio.

[269] Nella mia raccolta ho alcune monete di Milano che portano il nome d'entrambi.

[270] _Francisci Cicerei Epistolar._, vol. II, pag. 174, _Mediol._ 1782, stampa dell'Imp. Monast. di sant'Ambrogio.

[271] All'anno 1469.

[272] All'anno 1473.

[273] Gli scrittori oltramontani conservano una memoria favorevole del re Mattia I. È da essi risguardato come un principe generoso, guerriero, politico, religioso, amico delle belle arti, uomo colto; ed a lui si attribuisce la biblioteca di Buda, corredata dei migliori libri greci e latini. Il Corio però narra avvenimenti accaduti ai suoi tempi e pubblici.

[274] Di questo Cola Montano si trova nell'archivio pubblico un contratto ch'ei fece l'anno 1473 il 6 d'agosto, rogato dal notaro Antonio Zunico. Il contratto è con uno stampatore tedesco di Ratisbona chiamato _Cristoforo_, ed ha per oggetto una società per istampare. Si vede che Cola Montano era figlio di Giacomo, ed abitava sotto la parrocchia di San Rafaello; ma non si dice che fosse bolognese.

[275] La duchessa Bianca Maria prudentemente gli richiamò.

[276] Eterna vivrà la fama di sì gloriosa impresa.

[277] L'anno seguente si ribellarono di nuovo; poi un'altra volta nel 1488 si assoggettarono.

[278]

Mentre bramo salvar la patria e il duce, Da scaltri traditor son tratto a morte. Ma celebrar lui debbe immensa lode, Che, per serbar la fe, sprezzò la vita.

[279] Rogato dai notai Francesco Bolla e Candido Porro.

[280] Vedi Apostolo Zeno, _Dissertazioni Vossiane_, vol. II, art. _Bernardino Corio_. (_Il Continuatore_).

[281] Queste nozze erano già state concertate undici anni prima, cioè nel 1480, mentre la sposa, figlia d'Ercole d'Este, aveva sei anni.

[282] Risplendenti di toghe purpuree e di scarlatto.

[283] Coi petti ritagliati al disotto delle mammelle, e col pallio alla maniera gabina, scendendo dall'omero destro al lato sinistro.

[284] Con moderazione e venustà.

[285] Il Corio dice: _Lodovico Sforza, già inducto da Hercule Estense e da la mugliere, in tutto cominciò aspirare alo intero governo dil Stato_; all'anno 1489. Rispetto poi alle rivalità dice, all'anno 1491, _Quivi tra Isabella mogliere dil duca e Beatrice, per volere ciascuna de loro prevalere al altra tanto di loco et ornamento quanto in altra cosa, una tanta emulazione e sdegno cominciò tra ambe due, che finalmente, come sarà demostrato nella parte seguente, sono state causa de la totale eversione dil suo imperio_.

[286] Il Corio lo attesta all'anno 1493; il che conferma quanto antecedentemente accennai sullo venuta di Galeazzo Maria dalla Francia a Milano, cioè che vi fossero stazioni regolate pel cambiamento de' cavalli.

[287] Antonio Grumello, nella cronaca MS. che ritrovasi presso il signor principe Alberigo di Belgioioso d'Este al foglio II, disse: _Ritrovandosi il gallico re in la città de Pavia et intexo Jo. Galeaz. Sforzia, ducha di Milano, esser gravemente inferma di una febbre tossichata, vuolse sua maestà vederlo: et prelibato ducha umanamente salutando sua maestà, et re gallico confortandolo a la salute, et che sua maestà mai hera per mancharli. Vedendo Jo. Gz. Sfortia esser al fine di sua vita, ricomandato el suo unigenito figliolo Francesco Sfortia, conte di Pavia, al gallico re, pregando sua maestà lo voglia aceptare per suo figliolo et con humanissime parole fu acceptato da esso re gallico, et non dubitasse che mai hera per mancarli et mantenerlo in stato felicissimo._

[288] Il prefato _Giovanni Galeazzo_ riconobbe dal popolo milanese il ducato stesso e la contea, il che tornò in grandissimo pregiudizio dell'Impero, e perchè è di consuetudine del sacro romano Impero di non mai investire alcuno di qualche Stato da esso dipendente, se questo egli usurpò col fatto, e da altri lo abbia riconosciuto.

[289] Il Corio gli dà per extensum all'anno 1494.

[290] Cambiata, l'anno 1783, per servire al monte di Santa Teresa, recentemente collocatovi. _E qui vuolsi notare che gli scudi in bianco marmo rappresentanti i duchi di Milano, che servivano di ornato alla facciata di questa casa, furono preservati dal nostro storico, e collocati in ordine nel primo cortile della sua casa paterna, ivi dicontro_. (_Il Continuatore_).