Storia di Milano, vol. 2

Part 3

Chapter 33,252 wordsPublic domain

Lodovico il Bavaro, entrato che fu in Roma, intese come nuovamente papa Giovanni XXII dalla Francia l'avesse scomunicato e dichiarato illegittimo cesare[41]. Quindi, vedendo anche il popolo di Roma assai malcontento del papa, che stavasene in Avignone, sentenziò che il papa Giovanni (ch'ei non altrimenti nominava se non col suo primo nome, cioè Giacomo da Euse, e come altri dicono, d'Ossa) come scismatico, profano ed eretico, era cassato, rifiutato; e che non più alcuno dovesse riconoscerlo per pontefice. Poscia, il giorno 12 maggio 1328, radunatisi in San Pietro il clero e i capi di Roma, venne proclamato papa frate Pietro di Corvaria, che prese il nome di Nicolò V, e il popolo lo riconobbe come vero papa. Frate Nicolò da Fabriano allora recitò una solenne orazione, di cui il tema fu questo:[42] _Reversus Petrus ad se dixit: venit Angelus Domini et liberavit nos de manu Herodis, et de omnibus factionibus Judaeorum._ Questo Pietro di Corvaria era francescano, e i Francescani accusavano il papa XXII di avere delle opinioni sulla visione beatifica; il che anche venivagli rimproverato dai teologi di Parigi, censurando tre omelie da lui pubblicate. Il papa prima di morire ritrattò quelle sue private opinioni. Di Pietro di Corvaria ne scrivono bene alcuni, qualificandolo buono, pio e quasi contro sua voglia diventato antipapa[43]. Egli terminò poi i suoi giorni in Avignone in carcere, dopo di aver chiesto perdono a Giovanni papa. Ciò avvenne perchè Lodovico ogni giorno di più s'andava indebolendo; e la ragione era la medesima per cui la maggior parte de' re de' Romani dalla Germania entrarono fortissimi nell'Italia, e videro tutto da principio piegarsi; indi poco a poco svanirono le forze loro. Nelle diete de' principi di Germania molte volte si pensò a far cadere la dignità cesarea sopra di un principe che non avesse forze da opprimere. Eletto che egli era, secondo le leggi dell'Impero, ciascun sovrano della Germania era obbligato a scortare il nuovo augusto alla spedizione romana colle sue armi. Quindi il nuovo eletto scendeva le Alpi comandando una rispettabile armata, e si trovava arbitro dell'Italia. S'innoltrava a Roma. L'armata cominciava a soffrire un clima infuocato. Le malattie, il tedio della spedizione, l'amore della patria, la mancanza de' viveri facevano che, un dopo l'altro, i principi prendessero congedo dal nuovo augusto, più sollecito degli Stati propri e de' propri sudditi, che d'altro pensiero. E quindi vediamo molti Cesari costretti a ricorrere ai maneggi, ai partiti, alle brighe per protrarre la loro dominazione e soggiornare più a lungo nell'Italia. Così dovette fare Lodovico, forzato, per non inimicarsi Castruccio, ad accordare la libertà ai Visconti; laonde (1320), per ottenere sessantamila fiorini d'oro, che gli erano necessari per pagare lo stipendio alle truppe tedesche che gli rimanevano, dovette vendere ad Azzone Visconti il vicariato imperiale; il che avvenne il giorno 15 di gennaio dell'anno 1329. Indi il falso papa Niccolò V creò cardinale della santa romana chiesa Giovanni Visconti, zio di Azzone, e lo costituì legato apostolico nella Lombardia, invece di Bertrando del Poggetto. Quasi tutto il clero e popolo di Milano si gettò dal partito di papa Niccolò; e molti frati, francescani singolarmente, declamando nelle prediche, annunziavano al popolo che Giovanni, ossia Giacomo da Euse, non era altrimenti pontefice, ma era anzi un eretico, uno scomunicato, un pessimo omicida; e che il solo vero e legittimo papa era il saggio, il pio, il virtuoso Niccolò V. Queste grida potevano sedurre la moltitudine, e piaceva ai Visconti che ella così fosse persuasa; ma gli uomini un poco informati non potevano dubitare che il legittimo papa era Giovanni XXII canonicamente eletto e riconosciuto, vivo e sano, focoso e imprudente bensì, ma non mai eretico, nè legittimamente deposto. L'affare però era serio per papa Giovanni, e tale ch'ei facilmente perdeva ogni influenza sull'Italia, se non piegava a tempo siccome fece, riconciliandosi coi Visconti, e liberando finalmente i Milanesi dagl'interdetti che da otto anni erano stati pronunziati. La data del breve è del giorno 15 settembre 1329, in Avignone[44]: e il mediatore dì questa pace fu il marchese d'Este. L'imperatore Lodovico fremeva contro Azzone. Venne colle sue armi sotto Milano; ma egli era troppo indebolito, e nulla potè occupare. Il Fiamma ci ha trasmesso la cantilena che i Milanesi dalle mura ripetevano:[45] _die et nocte clamabant in vituperium Bavari: O Gabrione, ebrione, bibe, bibe, hò, hò, Babii Babo_[46]. Cosa volessero significare quelle voci ultime, e quel _Gabrione_ non lo sappiamo. Egli è certo che non si parlava latino, anzi da più di cinquantanni s'era cominciato anche a scrivere volgare italiano, e probabilmente il Fiamma ha guastato il senso traducendolo nel suo barbaro latino. In quell'occasione è probabile che, uscendo i Milanesi dalla porta Ticinese, abbiano battuti gl'Imperiali; poichè le monache, le quali sino a quel tempo si chiamavano _le signore bianche sotto il muro_, cambiarono dappoi il nome, e si chiamarono _Della Vittoria_, denominazione che attualmente ancora conservano.

Azzone Visconti, unico figlio di Galeazzo I e di Beatrice d'Este, era diventato, siccome dissi, vicario imperiale, al prezzo di sessantamila fiorini d'oro. Ma poichè egli fu rappacificato col sommo pontefice (da cui non era conosciuto Lodovico per imperatore), il titolo di vicario eragli di nessun uso; perchè dato da chi non poteva più considerarsi da Azzone come munito della facoltà di concederlo. Perciò egli ottenne la signoria di Milano dal consiglio generale della città, il giorno 14 marzo 1330; e così si ritrovò sovrano e principe senza contrasto alcuno. Azzone veramente meritava d'essere il primo della sua patria; e già mentre signoreggiava Galeazzo I, di lui padre, s'era guadagnato un nome distinto nella milizia, avendo egli acquistato borgo San Donnino[47], aiutato il Bonacossi a battere i Bolognesi, ed assistito Castruccio Antelminelli a battere i Fiorentini. Azzone in quest'incontro non dimenticò di far correre il palio sotto le mura di Firenze, per bilanciare il trattamento che i crocesegnati fiorentini avevano fatto, due anni prima, ai Milanesi. Allora fu che egli acquistò la stima e l'amicizia di Castruccio; il che poi fu cagione per cui egli e il padre e gli zii riacquistarono, siccome dissi, la libertà.

Appena si trovò Azzone alla testa d'uno Stato tranquillo, ch'ei pensò a circondare di mura la città. Le antiche di Massimiano Erculeo, cioè quelle che sono parallele al sotterraneo condotto delle acque e delle chiaviche, erano state demolite al tempo di Federico I. Le mura di Azzone si fabbricarono al luogo medesimo in cui si formò il terrapieno, ossia il _fossato_, nell'assedio di Barbarossa, e s'innalzarono nelle parti della città che ancora oggidì chiamansi _Terraggio_, con vocabolo che nasce dalla barbara latinità, per indicare un terrapieno, ossia un rialzamento di terra e di legna, ad oggetto di preservare i cittadini dalle incursioni e dagl'insulti dei nemici. Celebrò Azzone le sue nozze con Caterina di Savoia, figlia del conte Lodovico, e magnificamente le celebrò. Azzone stese la signoria sopra Bergamo, Vercelli, Vigevano, Treviglio, Pizzighettone, Pavia, Cremona e Borgo San Donnino; e ciò nei primi due anni del suo principato. Indi diventò signore di Como; prese Lecco; fabbricò il bel ponte sull'Adda, che anche oggidì vi si ammira; s'impadronì di Lodi e Crema. A lui premeva anche Piacenza, ma ella era posseduta dal papa, col quale non conveniva di urtare. Francesco Scotti ambiva d'avere Piacenza, ed Azzone non lo stornò dall'impresa. L'ebbe Francesco; e allora il Visconti si pose in campo, la tolse all'usurpatore del dominio pontificio; e così, colla rispettosa apparenza di vendicare la Santa Sede, riacquistò Piacenza, che Galeazzo I, suo padre, aveva imprudentemente perduta. Azzone ebbe pure Brescia in dominio; e mentre così andava dilatando lo Stato, più per dedizione e per accordi, che per violenza delle armi, egli introduceva nella città una pulizia ed un ordine sconosciuto nei tempi rozzi precedenti. Abbellì egli le strade, e sbratolle dalle sozzure; all'acque di pioggia, che prima le allagavano, diè sfogo con opportuno scolo nelle cloache; dettò provvide e moderate leggi per la conservazione dell'ordine civile: tutto insomma fu rianimato dalla cura indefessa di quel buon principe.

La gloria e la felicità di Azzone erano un tormento atroce nell'animo di Lodovico, ossia Lodrisio Visconti, cugino in quarto grado del principe. Lodrisio era buon soldato; pareva che fosse trasfusa in lui l'anima orgogliosa e forte di Marco. Già vedemmo come Lodrisio fosse celato in sua casa da Matteo, nel giorno in cui scoppiò la sollevazione contro del re Enrico. Veduto pure abbiamo come Matteo gli avesse dato il comando di Bergamo. Morto che fu Matteo, nessun caso più si faceva di Lodrisio. Lo Scaligero, signore di Verona, aveva licenziata una di quelle compagnie militari che prendevano in quei tempi servizio indifferentemente; e che pronte erano ad uccidere e devastare dovunque, in favore di chi voleva più pagarle. Lodrisio assoldò questa truppa, per tentare il colpo di scacciare il cugino, e collocarsi sul trono. Entrò nel milanese e fece guasto largamente; e coll'improvvisa intrusione, sbigottì e sorprese. Ma Lodrisio aveva preso a combattere contro di un principe che era buon soldato e che era amatissimo da tutti i sudditi. Nobili, popolari, tutti a gara corsero intorno di Azzone; cercando quanti erano capaci di portare armi, di combattere volontari per lui. Lodrisio si era attendato a Parabiago, e la sua armata era composta di duemila e cinquecento militi, ciascuno de' quali aveva due altri combattenti a cavallo di suo séguito; in tutto settemila e cinquecento cavalli. Aveva di più un buon numero di fanti e di balestrieri; il che formava un corpo d'armata poderosa per quei tempi: uomini tutti veterani e di somma bravura nel mestiero delle armi. L'armata d'Azzone andò a raggiungere l'inimico, e talmente lo distrusse, che la giornata 21 febbraio 1339 è notata ancora ai tempi nostri nei calendari del paese, e se ne celebra la commemorazione. Dopo lunghissimo conflitto, in cui Luchino Visconti rimase ferito, più di tremila uomini e settecento cavalli restaron morti sul campo; duemila e cento cavalli furono presi; e fra i combattenti ben pochi furono quei che restarono illesi e senza ferita. Tanto ostinata fu la battaglia in cui, per colmo della vittoria, Lodrisio istesso rimase prigioniero d'Azzone! Federico I poneva i prigionieri sulla torre contro Crema, gli faceva impiccare, o per clemenza, loro faceva cavar gli occhi. Federico II li conduceva nudi, legati a un palo, in trionfo, poi, trasportandoli nel regno di Napoli, li consegnava al carnefice. Azzone non incrudelì contro alcuno de' prigionieri; e Lodrisio istesso, che pure meritava la morte come un suddito ribelle, fu umanamente trasportato prigioniero a San Colombano. Questa battaglia famosa di Parabiago viene riferita da due nostri cronisti che allora vivevano; da Galvaneo Fiamma e da Bonincontro Morigia; i quali, per rendere più maraviglioso il loro racconto, asserirono d'essersi veduto da molti sant'Ambrogio che stara in alto, e con una sferza nelle mani andava combattendo per Azzone Visconti. La chiesa milanese però non adottò tal visione, e unicamente attribuì alla protezione del santo l'esito fortunato della vittoria[48]; anzi ora più nemmeno se ne celebra la messa. Al luogo della battaglia presso Parabiago s'innalzò una chiesa dedicata a sant'Ambrogio; la quale nel secolo passato fu distrutta, per edificare la più grandiosa che oggidì vi si osserva. Tutte le immagini di sant'Ambrogio che hanno la destra armata d'uno staffile, sono posteriori all'anno 1339, ossia all'epoca della battaglia di Parabiago. Si cominciò, sulla tradizione di questa visione, a rappresentare il saggio, prudente e mansuetissimo nostro pastore con volto furibondo, in atto di sferzare; e si è portata l'indecenza al segno di rappresentarlo sopra di un cavallo, a corsa sfrenata, colla mitra e piviale, e la mano armata di flagello in atto di fugare un esercito, e schiacciare co' piedi del cavallo i soldati caduti a terra. Il volgo poi favoleggiò e crede tuttavia che ciò significhi la guerra di sant'Ambrogio cogli Ariani; coi quali il santo pastore non adoperò mai altre armi che la tolleranza, la carità, l'esempio e le preghiere. Sarebbe cosa degna de' lumi di questo secolo, se nelle nuove immagini ritornassimo ad imitare le antiche; togliendo la ferocia colla quale calunniamo il pio pastore. Nelle monete milanesi da me vedute, le prime che portano quest'iracondia da pedagogo, sono posteriori di quindici anni alla battaglia; e le mie di Azzone, di Luchino e di Giovanni hanno sant'Ambrogio in atto di benedire. Il conte Giulini ne riferisce una di Luchino collo staffile, ch'ei dice tratta dal museo di Brera[49]: ora non credo che vi si trovi quella moneta; almeno nel museo di Brera a me non è accaduto di riscontrarla. Come mai questo fatto d'armi si rendesse tanto celebre, e come nei giorni fausti siasi tanto distinto il 21 febbraio, e nessuna menzione trovisi fatta del giorno, ben più memorando, 29 di maggio, in cui l'anno 1176 venne totalmente battuto Federico I dai Milanesi; potrebbe essere il soggetto d'un discorso. Nel primo caso un ribelle che non aveva sovranità o Stati, fu sconfitto da un principe che dominava dieci città; nel secondo una povera città, che aveva sofferto i mali estremi, sconfisse un potentissimo imperatore che avea fatto tremare la Germania, l'Italia e la Polonia. Nel primo caso si combatte per ubbidire più ad Azzone che a Lodrisio; nel secondo si combattè per esser liberi, o per essere schiavi. Pare certamente che meritasse celebrità assai maggiore la giornata 29 di maggio. Ma la fortuna ha molta parte nel distribuire la celebrità. Ê vero che una nascente repubblica nel secolo duodecimo non aveva nè l'ambizione nè i mezzi che poteva avere un gran principe nel secolo decimoquarto, per tramandare ai posteri un'epoca gloriosa.

Le dieci città sulle quali dominava Azzone Visconti erano Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Bergamo, Brescia, Vigevano, Vercelli e Piacenza. Oltre le fabbriche pubbliche, delle mura, de' ponti, delle strade, questo principe rifabbricò ed ornò, in modo maraviglioso per que' tempi, il palazzo già innalzato dal di lui avo Matteo I, dove ora sta la regia ducal corte. Il Fiamma, autore allora vivente, ce ne dà una magnifica idea. V'era un gran numero di sale e di stanze, tutte fregiate di assai pregevoli pitture. Il gran salone era sopra tutto ammirato per le pitture eccellenti; il fondo era d'un bellissimo azzurro; e le figure e l'architettura erano d'oro. Quel salone rappresentava il tempio della Gloria, cd è strana la riunione degli eroi che vi si vedevano dipinti; Ettore ed Attila; Carlomagno ed Enea; Ercole ed Azzone Visconti. La storia era poco conosciuta in quei tempi, e le idee della gloria e dell'eroismo non erano chiare. Queste pitture erano opera del famoso Giotto, che diede vita alla pittura, giacente da mille anni; e il Vasari ci attesta ch'ei da Firenze venne a Milano[50], e vi lasciò bellissime opere[51]. È anche probabile che vi lavorasse Andrino da Edesia, pavese, uno de' più antichi ristoratori della pittura che viveva in quel secolo[52]. Nè la sola pittura era premiata e promossa da questo buon principe, tanto più degno di stima, quanto che allora appena spuntava l'aurora delle belle arti. Egli invitò e protesse Giovanni Balducci, pisano, esimio scultore per quei tempi, di cui si può conoscere il valore nell'arca di marmo di San Pietro martire, poco fa da me ricordata[53]. Col mezzo di questi artisti, i primi del loro tempo, Azzone abbellì la sua corte, e insegnò ai nobili un genere di lusso colto ed utilissimo ai progressi delle belle arti. La torre di San Gottardo è il solo avanzo che ci rimane per avere un'idea del gusto dell'architettura di Azzone; ed è un pregevole monumento, singolarmente perchè erano i primi passi che si facevano dalla somma barbarie al nobile ed elegante modo di fabbricare. Anche un altro motivo rende quella torre degna d'osservazione; ed è che ivi Azzone fece collocare un orologio che batteva le ore: macchina allora affatto nuova e sorprendente, dalla quale prese nome la via delle ore, come anche in oggi viene chiamata. Anticamente eranvi le guardie per le strade, le quali colle clepsidre, ovvero cogli oriuoli a polvere, misurando il tempo, ad ogni ora gridavano, avvisando i cittadini come ancora si suole nella Germania. Questa macchina ingegnosa, che batte tanti colpi sulla campana quante sono le ore, fu inventata da un monaco benedettino, inglese, per nome Wallingford, e posta ad uso pubblico in Londra l'anno 1325. Ma probabilmente allorchè Azzone la collocò sulla sua torre, ancora non ve n'era alcuna nell'Italia; poichè il famoso orologio che fece porre in Padova Giovanni Dondi, per cui la famiglia acquistò il sopranome Dondi Orologio, vi fu collocato cinque anni dopo morto Azzone, cioè l'anno 1344; e l'orologio in Bologna si conobbe dopo che era celebre quello di Padova. Così Azzone aveva rivolto il lusso e la magnificenza verso gli oggetti che tutti animavano il paese a illuminarsi, a risorgere, ed avanzarsi al buon gusto ed alla perfezione. Egli amava le curiosità, e aveva nella corte i serragli di fiere. Leoni, scimmie, babbuini, struzzi, ec., oggetti tanto allora più rari, quanto meno in quei tempi era la fratellanza e la sicurezza tra nazione e nazione. Aveva delle vaste uccelliere, coperte di rame, come si fa ancora presentemente, e queste popolate da uccelli rari e di paesi lontani. In mezzo al cortile v'era una magnifica peschiera, entro della quale dalle fauci di quattro leoni, scolpiti in marmo con nobile lavoro, sgorgava l'acqua limpidissima ed abbondante; e quest'acqua, la quale presentemente passa coperta sotto della regia ducal corte, l'aveva Azzone raccolta da due sorgenti ritrovate fuori di porta Comasina, nel luogo detto alla Fontana, e per canali sotterranei l'aveva condotta sino al suo palazzo. S'ingannano coloro che confondono quest'acquedotto col _Seveso_, colla _Cantarana_ o col _Nirone_. Non so se presentemente potrebbe quell'acqua sgorgare, come prima, entro di una peschiera; poichè il suolo, colle ripetute demolizioni e fabbriche accadute in quel palazzo, si è notabilmente innalzato, come si vide l'anno 1779, allorquando si abbassò la strada che divide il Duomo dalla Corte, la quale si era alzata più di tre braccia da che venne fabbricato il Duomo. Il Fiamma ci racconta che in quella peschiera vi stavano diversi uccelli acquatici, e che eravi in piccolo formato, da un canto, il porto di Cartagine, con figurine rappresentanti la guerra Punica. Ciò basta per dare una idea del gusto di quel buon principe, il quale terminò i suoi giorni il 16 di agosto dell'anno 1339, senza lasciare figli. Undici anni soli regnò quell'amabile signore, che gli autori contemporanei, tutti concordemente ci descrivono di bella figura, di nobile aspetto, grazioso, buono, giusto, e adorato da' suoi popoli; che rimasero inconsolabili, dovendo perdere un tanto caro protettore della patria, nell'età ancor fresca di trentasette anni. Più di tremila persone vestirono il lutto alla di lui morte. La figura di questo amato principe si vede nel di lui mausoleo, che trovasi presso del signor conte Carlo Anguissola, nobilissimo amatore delle belle arti e dell'antichità della patria. Azzone fu il primo che veramente fosse sovrano; e laddove nessuno dei Torriani, nè Ottone Visconti, nè Matteo I, nè Galeazzo I ardirono mai di porre il loro nome nella moneta; la quale anzi sempre fu coniata o col nome solo di Milano e di sant'Ambrogio, ovvero coll'aggiunta del nome del re de' Romani o dell'Imperatore; Azzone pose il suo nome e la biscia nelle monete milanesi. E in ciò è degna d'osservazione la gradazione tenuta; avendo io delle monete milanesi di Lodovico il Bavaro coniate sul modello di quelle di Enrico di Lucemburgo; indi una di Lodovico, la quale ha nel campo unicamente le due lettere A Z. Fu questo il primo tentativo di Azzone, in seguito a cui, trascurò poi interamente il nome imperiale, e sostituì il proprio, apponendovi lo stemma del suo casato.

CAPITOLO XII.

_Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della città sino verso la metà del secolo XIV._