Storia di Milano, vol. 2

Part 29

Chapter 293,694 wordsPublic domain

Il contestabile duca di Bourbon, governatore e luogotenente del re, venne richiamato per uno di quegl'intrighi, i quali non son rari nelle corti, quando il monarca non giudichi co' suoi principii, ma si lasci indurre ad abbracciare i partiti che destramente gl'insinuano le persone che se gli accostano più da vicino. La duchessa di Angoulême aveva molto ascendente sull'animo del re suo figlio. Non minor potere aveva nel cuore di quel giovine e vivace sovrano la contessa di Chateau-Briant, che era nel fiore dell'età, il fiore della bellezza e della grazia; ed era amata dal re[379]. La duchessa favoriva il duca di Bourbon, senza ch'egli se ne avvedesse, per inclinazione naturale; la contessa bramava che si desse a Lautrec, di lei fratello germano, il comando nell'Italia delle armi francesi. Perciò nel 1517 egli venne a Milano governatore, e fu il settimo. Odetto di Foix, signore di Lautrec, maresciallo di Francia, era cugino e compagno d'armi del celebre Gastone di Foix. Alla battaglia di Ravenna egli fu de' pochi che non l'abbandonò, quando, per uno sconsigliato ardimento si scagliò incontro alla sua morte. Si battè, lo difese quanto un uomo solo lo poteva contro di una folla di armati. Lautrec gridava agli Spagnuoli, mentre combatteva, avvisandoli che Gastone era il fratello della regina loro. Ferito egli pure in più guise, giacque creduto morto a canto a Gastone. Riconosciuto poi ed assistito, ripigliò Lautrec il suo vigore, e sotto del contestabile continuò a dar saggi del suo valor militare. Le ferite che Lautrec aveva ricevute sul viso nella battaglia di Ravenna, l'avevano reso di aspetto truce e deforme, nè il di lui carattere contrastava colla fisonomia[380]. (1518) Lautrec, governatore di Milano, mal sofferiva il maresciallo Trivulzio, il quale viveva con una magnificenza reale, ed era più considerato nella città, che non lo fosse Lautrec. Trivulzio era maresciallo, era stato governatore, aveva acquistato alla Francia il milanese, viveva indipendente. Il perchè venne accusato e indicato per sospetto, per essere egli il capo della potente fazione de' Guelfi, e per essersi fatto ascrivere alla naturalizzazione elvetica, e perchè il di lui nipote serviva i Veneti. Queste accuse del Lautrec vennero nell'animo del re malignamente rinforzate dalla contessa di Chateau-Briant, la favorita di quel monarca. Trivulzio, franco e sensibile, informato dell'attentato, al momento partì, e quantunque avesse ottant'anni, nel cuore dell'inverno, superate le Alpi, si presentò alla corte di Francia, dove però non potè avere udienza dal re. Questo rispettabile vecchio si fe' condurre in luogo per cui doveva passare il monarca; e poichè fu alla distanza di essere ascoltato, disse: «Sire, degnatevi di accordare un momento d'udienza ad un uomo che s'è trovato in diciotto battaglie al servigio vostro e dei vostri antenati». Il re, sorpreso, lo guarda, lo ravvisa, e passa oltre senza far motto. Tale fu la mercede di quarant'anni di servigi resi alla Francia. Trivulzio si ammalò gravemente. Il re gli fece fare delle scuse; ed il Trivulzio gli rispose che era sensibile alla bontà del re, ma che lo era stato pure ai rigori, ed il rimedio era tardo[381]. Frattanto il Lautrec profittò dell'assenza del Trivulzio per arrestare a Vigevano la vedova ed i figli del conte di Musocco, nuora e nipoti del Trivulzio. Il maresciallo fu sepolto a _Bourg de Chartres_, sotto _Montlehery_, dove aveva trovata la corte, e dove morì[382]. Burigozzo dice che ei morì il giorno 4 di dicembre del 1518. Nel vestibolo di San Nazaro Maggiore della nostra città avvi un tempio di assai grandiosa e nobile architettura, intorno al cui architrave veggonsi collocate in alto le tombe della famiglia Trivulzio; il qual edifizio credesi fatto fabbricare dal maresciallo, la tomba del quale sta nel mezzo, colle due sue mogli poste ai lati; e sta scolpito:[383] QVI NVNQVAM QVIEVIT HIC QVIESCIT. TACE. Della sconoscenza ed ingratitudine del re Francesco I ne scrive anche il Prato; «havendo non una, ma due et tre volte, dic'egli, con tanta fatica et arte in bona parte dato il stato di Milano a Francesi, et hora ne ha pagato di sì meritevole guiderdone». Il Trivulzio fu un gran soldato, un signore magnifico, e d'animo reale. L'ambizione sua però fu rivolta più a soggiogare i nemici viventi, ed a vendicarsene, che a procacciarsi una fama generosa presso la posterità. Ei non temette la voce imparziale della storia. È tristo quel popolo che è dominato da un ambizioso che non la teme! Trivulzio, con la sua ambizione, rovinò la patria, scaccionne i naturali suoi duchi, e la immerse nelle miserie che l'afflissero per più di un secolo. Egli non ha diritto veruno alla nostra riconoscenza.

Dell'atrocità di que' tempi, o degli effetti dell'ignoranza e delle torture può esserne pure chiara testimonianza il fatto orribile di Isabella da Lampugnano, la quale, il giorno 22 di luglio del 1519, sulla piazza del castello, fu arruotata viva ed abbruciata. Si credette che per _sola crudeltà_ ella colle lusinghe si facesse venir in sua casa i bambini, e loro togliendo il sangue, gli salasse e divorasse poi. Si asserì che la cosa venisse a sapersi, perchè una gatta di lei fu osservata avere in bocca la mano d'un bambino: «Fu subito detenuta, dice il Prato, et stata per alcun tempo perseverante ne' tormenti horribili, negando sempre il vero, finalmente confessò il tutto». La logica non permette di credere che si commettano siffatti orrori _per sola crudeltà_ e senza un fine. La cognizione del cuore umano nemmeno consente di crederne preferibilmente capace una donna, più sensibile alla compassione che non è l'uomo. La ragione e la sperienza ci dimostrano che questa è una prova di più, che coll'uso dei tormenti _horribili_, finalmente si costringe un innocente ad accusarsi di qualunque più chimerico delitto. Ci accaderà di trattarne più diffusamente, mi lusingo, in avanti, proseguendo la storia.

La condizione de' Milanesi era assai infelice sotto il duro e dispotico governo del maresciallo Lautrec: aggravi indiscreti, indiscretamente percepiti; patiboli, confische, proscrizioni; quest'era l'arte colla quale colui governava. Io non riferirò quanto ne scrivevano gl'Italiani di quel tempo, che potrebbe forse anco credersi dettato dallo spirito di partito nazionale. Brantome così parla nella vita di Lautrec. «On dit qu'avant qu'il fust chassé de Milan, venoient au roy plusieurs nouvelles et plaintes de luy, et qu'il estoit trop sévère et mal propre pour un tel gouvernement.... mais pour gouverner un état il n'y estoit bon. Madame de Chasteaubriant, soeur de mons. de Lautrec.... en rebatit tous les coups, et le remettoit tousjours en grace». E lo storico Gaillard, nella vita di Francesco I re di Francia, dice: «Le maréchal de Lautrec gouvernoit depuis lon tems le Milanés avec une rigueur bien contraire à la clemence de son maître. Les proscriptions avoient depeuplé Milan. Les bannis étoient en si grand nombre qu'on les voit jouer un rôle dans l'histoire, se rassembler, former des entreprises, et susciter beaucoup d'affaires aux François. On remarqua que la plus part de ces bannis étoient les plus riches citoyens da Milanés[384]». Fu ben diverso il regno di Lodovico XII da quello di Francesco I, non già per cattiva indole di quest'ultimo, ma perchè, sotto il nome suo spensieratamente lasciava in balía d'un favorito il destino dei sudditi. In quel torno morì il nostro celebre Bernardino Corio[385], d'anni sessanta, e fu l'anno 1519. Quattro anni prima lo storico Tristano Calco lo avea preceduto.

FINE DEL TOMO SECONDO.

INDICE DI QUESTO TOMO

CAPITOLO XI. _Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti, signori di Milano_ Pag. 5

CAPITOLO XII. _Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della città sino verso la metà del secolo XIV_ » 37

CAPITOLO XIII. _Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo Visconti_ » 70

CAPITOLO XIV. _Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano_ » 104

CAPITOLO XV. _Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, Filippo Maria_ » 132

CAPITOLO XVI. _Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco Sforza_ » 170

CAPITOLO XVII. _Francesco I Sforza, duca di Milano » 211

CAPITOLO XVIII. _Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto duca_ » 229

CAPITOLO XIX. _Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta del re di Francia Lodovico XII_ » 251

CAPITOLO XX. _Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla lega di Cambrai_ » 275

CAPITOLO XXI. _Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca_ » 297

CAPITOLO XXII. _Di Francesco I re di Francia, e suo governo nel ducato di Milano_ » 319

NOTE:

[1] Cassone ecc. Agli uomini, così fossero prudenti! Matteo Visconti, vicario e rettore, o sia capitano, al podestà, ai sapienti ed anziani, ai consiglieri, ai consoli, al consiglio, al comune della città di Milano, e a Galeazzo, Luchino, ec.

[2] E per questo tu, Matteo Visconti, e voi altri come sopra nominati, se non vi emenderete delle predette cose, scomunichiamo in perpetuo, anatematizziamo, e priviamo di qualunque commercio umano, della ecclesiastica sepoltura e dei sacri ordini.

[3] Corio all'anno 1314.

[4] _Flamma, Manipul. Fior., et Annales Mediolan. ad ann. 1317._

[5] _Flamma, Manipul. Flor., ad annum. 1313._

[6] Di pessimi delitti e di eresia, benchè non fosse colpevole.

[7] _Bonincontrus Morigia_, lib. 3, cap. 2.

[8] Villani, Ughelli e Buonincontro Morigia.

[9] _Raynaldus, ad an._ 1317, n. 8.

[10] _Bonincont. Morigia_, lib. 2, cap. 27.

[11] _Raynald., num. XI, ad annum._ 1320.

[12] _Idem, num. X, ad an._ 1320.

[13] Lib. IX, cap. 108.

[14] _Flamma, Manipul. flor._

[15] Tom. X, pag. 547.

[16] Tanto perchè il giudizio o la punizione del reato di sacrilegio spettano al foro ecclesiastico, quanto ancora perchè, nella vacanza dell'Imperio, come ancora al presente si riconosce vacante, a noi ed alla apostolica sede appartiene il reprimere l'ardire di questi facinorosi che nell'Imperio si trovano, il togliere di mezzo l'oppressione, e l'amministrare la giustizia agli offesi ed agli oppressi.

[17] Il profano ed empio autore di grandi sceleratezze e di delitti, Matteo Visconti di Milano, rabbioso devastatore delle parti della Lombardia, ec.

[18] _Ughelli, Ital. Sacr._, tom. IV.

[19] Ughelli, col. 206.

[20] Fece portare il vessillo della Chiesa sopra il tetto della casa, e colà fu proclamato che qualunque uomo o donna seguitare volesse quel vessillo, affine di distruggerò il detto Matteo e i di lui fautori, libero e mondo sarebbe tanto da colpa quanto da pena.

[21] _Chronic. Astens._, cap. 103.

[22] Pronunziando sentenza di scomunica, coi tesori della Chiesa aperti, e da qualunque parte arruolando soldati agli stipendi contra il predetto signor Matteo e i suoi seguaci e quelli della sua stirpe fino al quarto grado.

[23] Edizione in quarto. Milano, 1771, pag. 29.

[24] All'anno 1332.

[25] Certamente consta che i censori della fede, nel condannare per titolo di eresia alcuni Ghibellini, indotti furono oltremodo dallo spirito di partito.

[26] _Raynald. ad annum_ 1341.

[27] Trovato abbiamo essere iniquamente fatti i processi e le sentenze suddette, per certe ragioni legittime e giuste che in essi abbiamo ravvisate, e col consiglio del fratelli nostri e coll'autorità apostolica, dichiariamo iniquamente fatti e nulli ed irriti gli stessi processi e i giudizi, fatti e pronunziati dai prefati arcivescovo, Pasio, Giordano, Onesto e Barnaba, e da ciascuno di essi intorno alle predette cose, in comunione o separatamente, contra i predetti Giovanni e Luchino (_erano allora que' due figli di Matteo signori tranquilli di dodici città_) e tutte le cose che sono seguite in forza di que' giudizi o per cagione di quelli.

[28] Ughelli, tom. IV, in _Archiep. Mediol., ubi de Johanne Vicecomit._

[29] Che gli altri tutti in probità superava.

[30] Pag. 36.

[31] _Bonincontr. Morigia_, lib. III. cap. 21.

[32] All'anno 1323.

[33] Non mancavano tuttavia a Lodovico molti argomenti di ragione coi quali, presso il maggior numero delle persone, scusare si potessero le cose da esso fatte; la controversia con Federico austriaco intorno all'Imperio, già decisa colla spada: Milano poi difesa, non affine di assistere l'eretico Galeazzo, ma di rivendicare a sè stesso i diritti dell'Imperio, e di impedire che occupata fosse da Roberto re di Sicilia un'amplissima provincia dell'Imperio, che non mai forse si sarebbe ricuperata. Non però da que' motivi di ragione fu Giovanni rimosso dal meditato disegno.

[34] _Raynald. ad ann._ 1323, cap. 29 et 30.

[35] Intorno alla di cui morte nulla si sa di certo.

[36] Pag. 70.

[37] Lib. III, cap. 37.

[38] _Anecdot._, tom. II, pag. 301.

[39] Molto dal vero si allontana.

[40] _Bonincontr. Morigia, R. I._, tom. XII, col. 1750 D; — e la cronaca d'Azario, pag. 54.

[41] _R. I._, tom. X, col. 901 B. — _Martene, Thesaur. nov. Anecdot._, tom. II. — _Cod. Italic. Lunig._

[42] Pietro tornato in sè, disse: Venne l'angelo del Signore, e ci liberò dalle mani di Erode e di tutte le fazioni de' giudei.

[43] Gio. Villani, Storia, lib. X, cap. 71. — Albertino Mussato, _R. I._, tom. X, col. 774 C.

[44] _Med. Æv._, tom. VI, col. 186.

[45] Giorno e notte gridavano a vitupero del Bavaro: O Gabrione, ebrione, bevi, bevi, ho, ho, Babii, Babo.

[46] _R. I._, tom. XII, col. 1001.

[47] Villani, cap. 289.

[48] Messale ambrosiano, stampato l'anno 1475 in Milano da Antonio Zarotto; e Breviario, stampato dal medesimo, l'anno 1490.

[49] Tom. X, pag. 482.

[50] Vita di Giotto, tom. I, pag. 95.

[51] _Ivi_, pag. 46.

[52] Lomazzi, Arte della pittura, pag. 35.

[53] Giulini, tom. X, pag. 332.

[54] Gio. Villani, lib. XII, cap. 37.

[55] Giulini, tom. X, pag. 410.

[56] All'anno 1348.

[57] Aveva la predetta signora Elisabetta, di lui moglie, fatto voto di visitare la chiesa di San Marco in Venezia, come essa diceva. Al quale viaggio acconsentì il signor Luchino. E, fatta una comitiva di molti grandi dell'uno e dell'altro sesso, si pose in cammino, e come una imperatrice, e con grandissime spese e corte bandita, fu ricevuta dal signor _Mastino_ in Verona. E compiè il suo viaggio, e si narra che anche la sua volontà compiesse intorno a carnale congiungimento, e le altre di lei compagne delle primarie della Lombardia fecero la cosa stessa. Per questo nacquero di molti scandali. Ma perchè l'amore e la tosse non si possono nascondere, nè tanto è occulta alcuna cosa che non si riveli, tornata essendo la medesima, il signor _Luchino_ seppe ed udì quello che avvenuto era. Pure, siccome sapiente, pensò a dare le disposizioni per la vendetta. E perchè disse un giorno, che in breve era per fare in Milano la giustizia più grande che mai fatta avesse, con bellissimo rogo, la predetta di lui moglie ben si avvide che essa era l'oggetto di quella giustizia. Essa altronde, che ben conosceva il commesso delitto con tale persona, scusare non potevasi delle cose predette, siccome altra volta erasi scusata. In qual modo andasse quella faccenda si ignora, nè viene agli scritti confidato. Ma il signor _Luchino_ non potè compiere quella vendetta per essere egli stesso mancato di vita.

[58] _Petri Azarii, Notarii Novariensis, Syncroni author. Chronicon... Mediolani_, 1771, pag 93.

[59]

«Non nuoce aver taciuto, ma parlato».

[60] Uomo era austero nell'aspetto e nell'opere, parco nel promettere, largo nell'attendere.

[61] Mostrava prendersi cura di poche cose, ma di molte curavasi.

[62] Che il prefato magnifico ed eccelso signor _Giovanni_, figliuolo del fu signor _Matteo de' Visconti_ di buona memoria, e dopo la morte di quel signor _Giovanni_, nello stesso modo, qualunque altro maschio discendente per linea mascolina e di legittimo matrimonio dal prefato fu signor _Matteo de' Visconti_, sia e sieno a perpetuità vero e legittimo e naturale padrone, e veri e legittimi e naturali padroni della città e di tutto il distretto e della diocesi e della giurisdizione di Milano.

[63] Matteo Villani, lib. I, all'anno 1350.

[64] _Raynald. ad ann._ 1330, n. VII.

[65] Matteo Villani, lib. I, all'anno 1351.

[66] _Georg. Stellae Ann. Genuens., ad ann. 1354._

[67] Tutta poi trovo la valle del Reno abitata da coloni mandati da _Augusto_; questa mutazione però di sedi non cambia punto la patria alla quale si va, ma coloro che vanno. Adunque e i Galli andati nell'Asia, Asiani, e gli Italiani andati nella Frigia, Frigii, e questi, dopo l'eccidio di Troia tornati nell'Italia, di nuovo diventarono Italiani. Così i nostri, trasportati nella Gallia o nella Germania, s'imbevettero della natura di quelle parti e de' costumi barbarici, e i Milanesi, stabiliti dai Galli, e Galli una volta, ora come uomini dolcissimi, non serbano alcun vestigio della vetusta loro origine; così da forza celeste sono modificati gli umani ingegni.

[68] _Francisci Petrarchae V. C. contra cujusdam Anonymi Galli calumnias, ad Ugutionem de Thienis Apologia_, tom. II, pag. 1083.

[69]

«O caro al cielo, e per illustre schiatta Venerato dai popoli superbi, Almo fanciullo, a te dolce la vita, E sia vivace nell'infanzia il brio! Lieto t'innoltra, o lungamente atteso, Dono alla patria, ai padri ed a noi tutti; E di vita il cammino astri felici T'additin certo tra secondi eventi! Te il Po signore attende...»

[70]

«Ma all'egregio garzon, già grandicello, Questa coppa si doni, e ad essa accosti Le rosee labbra; a' piccioli conviene Picciolo dono: minimo son io; Ei massimo; ma ancor l'etade è scarsa; Appena egli apre a nuova luce gli occhi, E trepido lo sguardo al ciel rivolge. All'età s'offron, non al grado, i doni. Giuoco or farà del nitido metallo, Che altero sprezzerà d'anni più grave, Qualora ei sappia che lucente feccia Dalle profonde viscere si tragge D'alpestre terra; ma a lui forse grati Saranno allor miei carmi, e, rileggendo, Rammenterà ch'io lo levai dal fonte. Tanto onor mi concesse il genitore».

[71] _Francisci Petrarchae Florentini V. C. operum_, tom. III, pag. 113.

[72] La città di Milano, capitale dei Liguri e metropoli, sin quasi all'invidia ignara tuttora di queste calamità, e per la salubrità e dolcezza dell'aere, e per la frequenza del popolo gloriosa, nell'anno sessantesimoprimo deserta rimase e squallida.

[73] _De Rebus Senilibus Epistolar._, lib. III, epist. I _ad Johannem Bocatium._

[74] Benaglia, Del magistrato straordinario, cap. 12.

[75] Tom. XI, pag. 426.

[76] Tom. VII, pag. 392.

[77] Giulini, tom. XI, pag. 32.

[78] Cioè, di pane di frumento buono e ben cotto e bianco, e di vino buono e puro in quantità sufficiente; e di capponi, uno cioè intero per ogni due persone, e di carne di bue e di porco con buone salse di pepe, cioè un frammento o un pezzo di carne di bue, competente e buona per ogni due; ed un altro frammento o un pezzo di porco con buone salse di pepe per ogni due; ed un frammento o un pezzo di carne porcina fritta o arrostita col pane gratuggiato per ogni due; e tutte queste cose, secondo che è convenevole, appresti in ciascun anno a sufficienza.

[79] Tom. VIII, pag. 653.

[80] Ora però nell'età presente, agli antichi costumi molte cose si sono aggiunte, come irritamenti a danno delle anime; perciocchè le vesti preziose sono da ogni parte coperte di superflui ornamenti: nelle stesse vesti, tanto degli uomini, quanto delle donne, si inseriscono l'oro, l'argento, le perle. Larghissimi fregi si sovrappongono alle vesti. Bevonsi vini forastieri e delle parti oltramarine; tutte le vivande sono sontuose, ed in grandissimo prezzo si tengono i maestri dell'arte della cucina.

[81] _R. I._, tom. XII, col. 1034.

[82] Che il luccicare degli specchi superavano. Perciocchè i soli fabbri delle corazze montano a parecchie centinaia, senza contare innumerabili operai ad essi subordinati.

[83] Perciocchè gli stessi mercatanti scorrono la Francia, la Fiandra, l'Inghilterra, comperando lana fina, colla quale in questa città si tessono panni fini in grandissima quantità, che si tingono in qualunque sorta di colore e che si portano per tutta Italia.

[84] _R. I._, tom. XI, col. 1320.

[85] Giulini, tom. VII, pag. 65.

[86] Giulini, tom. XI, pag. 149, 167, 475, 497 e 502.

[87] MCCCLXXXVIII nel giorno XXII di luglio. Dai signori vicario e XII di Provvisione del comune di Milano, e dai sindaci del detto comune eletti furono gli infrascritti cittadini di Milano, che sono e s'intendono di essere il consiglio dei DCCCC del comune di Milano.

[88] _Med. Æv. Dissert._ 38, pag. 815.

[89] _Signorol. Omodeus, Cons. XXII._

[90] Giulini, tom. XI, pag. 514.

[91] Il detto, tom. XI, pag. 119.

[92] _Decreta antiqua_, pag. 51.

[93] Siccome ancora si fanno estorsioni di diversi modi dai gabellieri della dogana delle bestie grosse e minute del detto vostro contado.

[94] Vogliamo bensì che agli impresari dei dazi del detto nostro comune si mantengano i loro patti.

[95] _Decreta antiqua_, pag. 50.

[96] _Ibid._, pag. 173.

[97] Giulini, tom. XI, pag. 118 e 557.

[98] Cardinali della santa chiesa milanese.

[99] Giulini, tom. VII, pag. 196.

[100] Una pelliccia di coniglio, coperta di violato, ed altre due... cioè una di volpe, coperta di _scalfanio (specie di panno)_, ed altra di fianchetti, coperta di saglia bruna, e... il mio cappello grigio, coperto di saglia nera, ed il mio _copertorio_ e la _sorada_ o la mia veste doppia... la mia cappa turchina, la mia cappa di _mantellato_... cinque cucchiai d'argento, e il mio mantello foderato di zendado... il mio vestito violato.

— _Mastruca_, come porta l'originale, è veramente pelliccia, e non solamente quella de' Sardi, come opina il _Du Cange_. Trovansi nei codici del medio evo altre vesti e pelliccie di fianchetti, fatte forse di pelle dei fianchi. Il _mantellato_ era pure una specie di veste e di panno.

[101] A tutti poscia i cherici proibiamo le vesti rosse o di diverso colore, gialle e verdi.

[102] Sormani, Gloria de' santi milanesi, pag. 211.

[103] Vesti vergate, o bianche e nere per metà, o listate, o con fregi, o con bottoni d'argento o di alcun altro metallo.

[104] Non portanti cappucci alla maniera dei laici.

[105] Giulini tom. VIII, pag. 642 e 644.

[106] Conviene però sapere che il giudizio del ferro rovente nella città nostra non si ammette, sebbene altrimente si osserva in alcuni luoghi posti sotto la giurisdizione del signor arcivescovo.

[107] Lib. V, cap. 81.

[108] _Raynald. ad annum_ 1356, num. 30.

[109] O monopolisti delle granaglie, o uomini nutriti del sangue del popolo, non aspettate il giorno del giudizio?

[110] Predicando egli, dicesi che propalasse i peccati occulti di quelli della famiglia Beccaria, che ad esso erano stati narrati nel sacramento della penitenza, e specialmente del signor Castellino disse tali cose, che tutto il popolo sedusse ed animò all'esterminio di tutti i Beccaria, e della prole e discendenza loro e de' loro amici, e alla ruina e al saccheggio delle loro case. Ed allora tosto, sena premettere alcun avviso, tutte le case, abitazioni e palagi di essi e dei seguaci loro fece atterrare, e portar via le pietre e venderle, promulgando che ciascun Pavese tenere dovesse quelle pietre sotto il capezzale e a capo del letto, a perpetua memoria, delle furfanterie commesse dai Beccaria.

[111] _Petri Azarii Chronic._, pag. 237.