Storia di Milano, vol. 2

Part 26

Chapter 263,057 wordsPublic domain

Dopo la battaglia di Ravenna, in cui si disse che rimanessero morti sul campo ottomila fanti e mille cavalieri pontificii, e prigionieri il vicerè di Napoli don Pietro di Navarra, il cardinale dei Medici, il marchese di Pescara, Fabrizio Colonna, il marchese di Padule, il figlio del principe di Melfi, don Giovanni Cardona ed altri; l'armata francese, sebbene vincitrice, si trovò totalmente rovinata, che il cavaliere Bayard, nella lettera citata, assicura[339] che in cento anni di tempo la Francia non poteva risarcire la perdita che aveva fatta. Dopo questa tal battaglia, il papa Giulio II sempre più si strinse co' Veneziani per discacciare i Francesi, i quali a nome del concilio avevano cercato di occupar la Romagna. L'interesse dei Veneziani consigliavali a dar mano alla rovina dei Francesi per ricuperare Brescia e il restante della terra-ferma, e collocar sul trono di Milano un principe da cui non dovessero temere invasione. Innoltrò il papa i suoi maneggi coll'imperatore Massimiliano per restituire il ducato di Milano a Massimiliano Sforza, cugino dell'imperatore medesimo. L'imperatore, con un proclama, richiamò alla patria tutti i Tedeschi che militavano nell'armata francese; e questi abbandonando i loro stipendi, resi poco sicuri, e sempre più s'indebolirono le forze comandate dal signor De la Palisse. Dall'attività di papa Giulio II gli Svizzeri, incessantemente animati, scesero questi nuovamente in Italia; e profittando della confusione e debolezza de' Francesi, occuparono i tre baliaggi di Lugano, Locarno e Mendrisio, i quali continuarono a possedere gli Svizzeri dappoi, come al presente. I Grigioni s'impadronirono di Chiavenna, Bormio e della Valtellina, attualmente possedute da essi. Il papa occupò Parma e Piacenza[340]. In questo stato di cose il signor De la Palisse si ricoverò a Pavia, città forte, e abbandonò Milano. Il consiglio generale de' novecento si radunò per dare le ordinarie provvidenze alla città, e porre qualche riparo alla pestilenza che l'affliggeva. Gli Svizzeri, sotto il comando del cardinale di Sion, invadono lo Stato in nome della _Santa Lega_: occupano Cremona, indi Lodi: si unisce al cardinale svizzero il vescovo di Lodi Ottaviano Sforza, cugino di Massimiliano. Milano riconosce la Santa Lega il giorno 16 giugno: il giorno 20 giugno entra il vescovo di Lodi in Milano come luogotenente del duca Massimiliano. Il papa libera la città di Milano dall'interdetto, in cui la considerava incorsa per esservisi ricoverati i cardinali suoi nemici. L'assoluzione venne il giorno 6 di luglio, e quella fu l'ottava volta in cui Milano si trovò in siffatta circostanza[341]. I Francesi, non essendo numerosi a segno di custodire Pavia, l'abbandonarono, e per la fine del 1512 non ve ne rimasero se non ne' castelli di Milano e di Cremona.

Massimiliano Sforza dall'età di nove anni sino al vigesimoprimo era stato esule dalla patria e ricoverato sotto la protezione dell'imperator Massimiliano, suo cugino. Egli, scortato dal cardinale di Sion e dagli Svizzeri, entrò solennemente in Milano il giorno 29 dicembre 1512. L'ingresso si fece al solito da porta Ticinese con più di cento gentiluomini che lo precedevano, usciti ad incontrarlo con un abito uniforme, composto dei colori medesimi che il duca aveva scelti per sue livree, cioè pavonazzo, giallo e bianco. I gentiluomini però, oltre l'essere vestiti di seta, erano altresì ricamati d'oro; per lo che non si potevano confondere coi domestici del duca. Il duca cavalcava vestito di raso bianco trinato d'oro; portavangli il baldacchino i dottori di collegio. Cesare Sforza, fratello naturale del duca, portava immediatamente avanti di esso la spada ducale sguainata. Lo seguitavano il vescovo Valese cardinale di Sion, e i legati del re de' Romani, del re di Spagna e di altri sovrani. Non mancarono a tal funzione i soliti archi trionfali. Egli finalmente andò a risedere nella corte ducale; giacchè il castello, nel quale solevano alloggiare i duchi, era in potere de' Francesi. Il potere ducale Massimiliano lo ricevette dagli Svizzeri; e, come dice Guicciardini[342]. «Il cardinale (Sedunense lo chiama il Guicciardini, ed è il vescovo di Sion), in nome pubblico degli Svizzeri gli pose in mano le chiavi ed esercitò quel dì, che fu degli ultimi di dicembre, tutti gli atti che dimostravano Massimiliano ricevere la possessione da loro; il quale fu ricevuto con incredibile allegrezza di tutti i popoli per il desiderio ardentissimo di avere un principe proprio, e perchè speravano avesse a essere simile all'avolo o al padre, la memoria dell'uno dei quali per sue eccellentissime virtù era chiarissima in quello Stato, nell'altro il tedio degli imperi forestieri aveva convertito l'odio in benevolenza».

(1513) Giulio II, il primo motore degli avvenimenti dei tempi suoi, quel papa che, coll'usbergo sul petto e l'elmo in capo, diresse l'assedio della Mirandola, e vi entrò per la breccia, terminò la sua vita la notte dal 20 al 21 di febbraio del 1513. Questo colpo cambiò nuovamente le combinazioni politiche di Europa. I Veneziani, che tre anni prima, per ricuperare la terra ferma occupata da' Francesi, uniti coll'imperatore, avevano cedute al papa le città marittime della Romagna, ascoltarono le proposizioni che fece loro la Francia, la quale prometteva ad essi la terraferma, Verona, Vicenza, Brescia, Bergamo e Crema, e con tali condizioni si collegarono con Lodovico XII nel trattato di Blois 13 marzo[343]. Con tale nuova confederazione si obbligavano i Veneziani ad assistere il re per ricuperare il Milanese; ed il re obbligavasi ad aiutare la repubblica per riacquistare le terre della Romagna perdute colla lega di Cambray[344]. Contro del papa si mossero parimenti gli Spagnuoli; ed il vicerè di Napoli s'impadronì di Parma e di Piacenza, sebbene per poco, costretto a restituirle al papa[345]. Mentre si andava disponendo nella Francia una nuova invasione nel Milanese, a respingere la quale forza era rivolgere le spalle a' Veneziani collegati colla Francia, il duca Massimiliano Sforza si abbandonava alla molle lascivia, che appena si perdona ai principi sicuri nel loro Stato. Per festeggiare il soggiorno che la marchesa di Mantova faceva in corte col nostro duca, ad altro non pensava egli che a giuochi ed a pompe, quasi ch'ei fosse nel seno della pace. Fece fare, fra le altre cose, un torneamento; il che accadde il giorno 13 febbraio 1513, dimenticandosi che nel castello stavano i Francesi. Il duca vide, per le palle di cannone ch'essi gli fecero piovere sulla corte, che aveva inopportunamente scelto il tempo ed il luogo[346]. Questo principe non sembra che avesse alcuna energia nè elevazione d'animo; egli spensieratamente portava il titolo di duca, e in mezzo all'umiliazione propria ed alla miseria de' sudditi pensava a passar giocondamente il suo tempo. Donava feudi, donava regalie, regalava denaro, roba a tutti i suoi favoriti con profusione, in guisa che aveva sempre l'erario esausto. Donò a Girolamo Morone la contea di Lecco: la città di Vigevano al cardinale di Sion; Rivolta e la Ghiara d'Adda ad Oldrado Lampugnano. Coteste sue profusioni facevansi da esso lui, «come se nulla fossero» dice il Prato, il quale si esprime a tal proposito così: «ma poco delle dicte cose curandosi il duca nostro, facea, como dice il proverbio, manco roba, manco affanni; et solo attendeva a piaceri; unde essendo venuto a Milano la moglie del marchese di Mantova con alquante sue zitelle, o per meglio dire ministre di Venere, tanto piacere de conviti e de balli e de altri che io non scrivo, se prendeva assieme con lo effeminato vicerè di Spagna, che era una cosa a ogni sano judicio biasimevole, et non so se me dica una parola, tuttavia, essendo dicta da Salomone, nella Cantica, la posso dire anch'io».[347] _Veh tibi terra cuius rex est puer_; così il Prato. Ma chi è fanciullo a ventun'anni, non è giunto mai a diventar uomo. Questa scioperatezza dovea ricadere a danno dei sudditi, ai quali forza era d'imporre maggiori aggravii; e non osandolo fare da sè, il duca Massimiliano, prima di accrescere la gabella del sale di trenta soldi ogni staio, ne impetrò dal papa il permesso; della qual supplica ho letta io stesso una copia scritta di quei tempi e conservata nella signorile raccolta dei manoscritti nell'insigne archivio Belgioioso d'Este, e dice così:[348] _Beatissime Pater: — Manifesta est et satis nota apud S. V. immoderata nimium longe lateque dominandi ambitio, et aliena indebite usurpandi cupiditas Gallorum regis, adeo ut non modo principatum Mediolanensem, verum et universae Italiae subjugandae omnibus votis aspirare videatur_; e conclude alla fine: _quare ad B. V. confugere cogor pro re quae (sic) in evidentem totius Italiae commodum cedet et mihi et tam immensae pubblicae necessitati consulet; etiam supplicando quatenus, in praemissis opportune providendo, B. V. auctoritate Apostolica qua fungitur, motu proprio, ex certa scientia et de plenitudine potestatis etiam absolutae, licentiam potestatem et auctoritatem indulgere dignetur in universa ditione ducatus Mediolani imponendi praedictas additiones solidorum triginta pro stario salis etc._[349]. Nè ciò bastando, delegò il duca Bernardino ed Enea Crivelli per esigere dai feudatarii uno straordinario tributo[350]. Vendè persino i due canali navigabili, il Naviglio grande e quello della Martesana alla città di Milano[351]. In un sol mese vendette tante regalie, che ne incassò dugentomila ducati; alienazioni tutte fatte in ragione del sette per cento[352]. Impose nuovi aggravi sopra le terre irrigate[353]. I sudditi, al paragone del governo francese, conobbero quanto avessero peggiorato sotto di questo sventato principe naturale. Lodovico XII, re di Francia, ne' tredici anni che signoreggiò nel Milanese non impose alcuna taglia nè tributo straordinario. Fu un buon principe, moderato nelle spese, popolare, amante dell'ordine e della giustizia. Egli piantò nel Milanese quel sistema di governo che durò sino a' tempi nostri. Questo monarca, prima di regnare, era dominato dall'amore; la gioventù, la grazia, la bellezza lo seducevano: poichè salì sul trono, seppe frenarsi, e nobilmente signoreggiare sopra di sè medesimo. Ei meritò dai posteri il glorioso nome di _Padre del popolo_. Il paragone colla spensierata condotta del duca Massimiliano era svantaggioso pel successore.

Non sarà discaro a' miei lettori, s'io sottopongo al loro sguardo lo specchio delle spese fisse che si facevano sotto il duca Massimiliano dall'erario ducale. Questo prezioso aneddoto, siccome molt'altri, fu da me tratto dall'insigne collezione poc'anzi ricordata[354].

_Spese dello stato di Milano sotto il duca Massimiliano Sforza._

Pensioni agli Svizzeri ducati 100,000 Alle guardie de' castelli di Milano, Cremona, Novara, guardia della corte, e capitano di giustizia » 72,000 Alla gente d'armi » 74,600 Alla compagnia del Bregheto, computata la provvisione sua » 3,000 Al signor Manfredo da Coreggio, per esso e cavalli cento » 6,800 Alla casa ducale, computata la stalla » 26,000 Spese delli cavallari » 8,000 Agli oratori e famigli cavallanti » 12,000 Alla munizione e lavoreri ducali » 12,000 Alle guardie delle fortezze, oltre le dette disopra » 6,000 Spese straordinarie » 25,000 Officiali salariati » 25,000 Vestiario del duca » 30,000 Spese di sanità » 4,000 Elemosine ducali » 2,000 Staffieri del duca » 660 Trombetti » 540 Interessi passivi di debiti » 10,000 Ristauri per guerra e peste » 6,000 Lettere e bollettini di esenzione » 2,000 Beneplacito del duca » 5,000 A conto del signor duca di Bari » 3,350 Legna e altro per la cancelleria ducale e camera » 2,000 Al signor Giovanni e a Maddalena Lucrezia per suo vivere » 1,700 Annuali ed obblazioni » 500 ——————— Ducati 438,150

Le rendite poi del duca a quel tempo veggonsi nel codice medesimo[355] ascendenti a scudi d'oro del sole 499,660, soldi 64, denari 8. Ora computati gli scudi del sole come erano, una mezza doppia, e i ducati in valore di un gigliato, apparisce che il duca aveva ogni anno una spesa eccedente di più di ventiquattromila ducati, quand'anche nelle spese di capriccio ei non avesse ecceduto.

I Francesi adunque, nel numero di dugento uomini d'armi e ventimila fanti, sotto il comando di Luigi De la Trémouille e del maresciallo Trivulzio, superate le Alpi, scesero verso lo stato di Milano. A tal nuova i Veneziani si accostarono e si resero padroni di Pizzighettone, di Martinengo e di Cremona. Molti fra i sudditi del duca, malcontenti del governo di un tal principe, bramavano di ritornare sotto il dominio del re Lodovico XII. Un tumulto popolare si eccitò in Pavia, un simile contemporaneamente comparve in Alessandria. Già queste due città non avevano aspettato l'arrivo dei Francesi per considerarsi suddite della Francia. Messer Sacramoro Visconti, che aveva il comando degli sforzeschi posti a bloccare il castello di Milano, lasciava segretamente che entrassero di notte le vettovaglie ai Francesi del presidio; il che scoperto, egli si ricoverò nella Francia, ed ebbe dal re la collana, pregevolissima allora, dell'ordine di San Michele. Insomma le cose andavano come forz'era pure che andassero sotto di un principe sfornito di mente e di cuore che lo innalzassero sugli uomini volgari, e lo mostrassero degno di comandare agli altri uomini. Gli Svizzeri però vollero sostenere questo duca, e con ciò conservarsi non solamente i baliaggi che avevano occupati, ma il dominio del Milanese, che realmente esercitavano già sotto il nome del duca Massimiliano. Si radunarono ne' contorni di Novara nel numero di diecimila, a quanto scrive il Guicciardini[356], o settemila, come scrive il Prato; e il giorno 6 di giugno del 1513 assalirono l'armata francese con tanto impeto e sì impensatamente, che, quasi per sorpresa, impadronitisi dell'artiglieria de' nemici, la rivoltarono contro dei Francesi medesimi; e questo arditissimo impeto sgomentò talmente i Francesi (i quali s'immaginarono essere sopraggiunta una nuova armata di patriotti svizzeri), che senza consiglio si abbandonarono alla fuga; e da un drappello di fantaccini, senza cavalleria, senza artiglieria, venne siffattamenie distrutto un corpo di armata, che si contarono rimasti sul campo ben diecimila de' Francesi, ed il rimanente con somma sollecitudine ripassò le Alpi. Così gli svizzeri in quel luogo medesimo ove tredici anni prima erano stati accusati di aver tradito il padre, avendo a fronte lo stesso Trivulzio, in quello stesso luogo, e contro del generale medesimo, col loro valore mantennero lo Stato al figlio Massimiliano Sforza, ripararono l'onore delle loro armi e della fedeltà loro. Il Prato attribuisce quella sciagura de' Francesi al disprezzo che imprudentemente essi fecero de' loro nemici; non supponendo possibile ch'essi ardissero di provocar l'armata francese. Attribuisce però singolarmente allo sbigottimento che ebbe colla sorpresa il comandante supremo La Trémouille, il poco onore che in quella giornata si fecero le armi francesi; e il Trivulzio, costretto a fuggire cogli altri, andava ripetendo, a quanto il Prato scrive: «Noi fuggiamo et la victoria è nostra». Nella Francia La Trémouille vide, «non senza carico di vituperio», cassato il suo nome dalla lista dei stipendiati, «la qual cosa non avvenne al Trivulzio; ma sia come si voglia, la fuga fu vituperosa»[357]. Gli svizzeri raccolsero in quella giornata un prezioso bottino, avendo perduti i Francesi tutti i loro attrezzi. Dopo un tal fatto i Veneziani sgombrarono il paese; ritornarono le cose come se nulla fosse accaduto; e il duca, acceso d'una passione degna del suo animo, si recò a stanziare nei contorni di Pavia per vagheggiare una mugnaia che vi stava domiciliata[358].

La gloria delle armi francesi non poteva essere riparata nell'Italia con nuovo esercito, poichè gl'Inglesi, avendo allora appunto mossa la guerra a Lodovico XII, ei doveva adoperare le sue forze per impedire i progressi di trentamila Inglesi e ventitremila Tedeschi, i quali erano spediti nella Francia da Enrico VIII e Massimiliano Cesare collegati. Quindi i pochi Francesi che stavano al presidio dei castelli di Milano e di Cremona, esausti di munizioni e di viveri, oppressi da miserie, disperando soccorso, cedettero le fortezze ed uscirono, salve le persone e robe loro. Il castello di Milano per tal modo venne in potere dello Sforza il giorno 19 novembre 1513, e da quel giorno non rimase più dominazione alcuna nell'Italia al re Lodovico XII. (1514) Ma lo Sforza altro di duca non conservò che il titolo; vivendo egli meschinamente come un ostaggio sotto la tutela degli Svizzeri, e sopra tutto del terribile Cardinale di Sion, il quale col nome del duca adoperava ogni mezzo per cavar danaro dai popoli, abbandonati ad un'anarchia militare; e così senza alcun memorabile avvenimento passò l'anno 1514. (1515) L'anno seguente 1515 incominciò colla morte del re Lodovico XII senza figli, e colla incoronazione di Francesco I, l'avo paterno del quale era zio paterno del defunto, anche egli discendente dalla principessa Valentina Visconti. Il nuovo re era nel ventesimo primo anno dell'età sua. Trovò la Francia in pace pel trattato seguito poco prima della morte di Lodovico XII. Il suo primo pensiero fu di ricuperare il milanese; ed a fine di radunare nell'erario quanto bastasse alla spedizione, pose, con esempio infausto, in vendita le cariche della giudicatura della Francia. Si collegò nuovamente co' Veneziani. Dichiarò reggente del governo la duchessa d'Angouleme sua madre; e si dispose a venire egli stesso alla testa della sua armata nel Milanese. Il duca prese al suo stipendio, in qualità di capitano delle genti d'armi, Prospero Colonna. E come tutto ciò che dà idea de' costumi di quei tempi deve aver luogo nella mia storia, così io non ometterò un magnifico convito che il Colonnese imbandì in quella occasione, e di cui ci lasciò memoria il Prato. Ciò seguì il giorno 20 di febbraio 1515. Il duca e i cortigiani furono invitati, ed inoltre trentasei _damiselle milanesi_, dice il Prato. Fabbricò apposta un superbo salone di legno, riccamente dorato e dipinto, e dagli architetti fu stimato _cosa notandissima_, come dice il nostro scrittore. Quattro ore durò la mensa. Si continuava il costume di servire in piatti separati ciascuno degli invitati. Ognuno avea una pernice, un fagiano, un pavone, un pesce, ec.; contemporaneamente dinanzi a ciascuno si riponeva una finta pernice, un fagiano, un pavone, un pesce finti, o di marzapane, o d'altra materia, dorati, inargentati, ec., e vi furono abbondanti e deliziose pastiglie ed acque odorose. In fine della cena comparve un finto gioielliere che recava collane, braccialetti ed altri vezzi di gemme e d'oro; presentò le sue preziose merci alle damigelle, come se cercasse venderle; ed allora il Colonnese s'intromise quasi volesse rendersi mediatore dei contratti, e con generosa urbanità regalò ciascuno delle convitate senza far mostra di regalarle. Ciò veramente fu materia di non picciolo valore, e dice il Prato che venisse fatto al solo fine «per potere la sua amata senza biasimo d'infamia con le proprie mani presentare». Il che dimostra quanto venissero rispettate le damigelle e il costume. Cose siffatte sembrano romanzesche; ma contemplate saggiamente dimostrano una nazione ingentilita e generosa. La mattina vegnente ciascuna delle invitate ricevette un canestro inargentato con entro la colazione. Al duca fece egli recare venticinque carichi di selvaggiume.