Storia di Milano, vol. 2

Part 21

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(1489) Il duca di Bari, Lodovico il Moro, poichè Giovanni Galeazzo, suo nipote, duca di Milano, giunse all'età di venti anni nel 1489, pensò di accompagnarlo colla principessa Isabella di Aragona, a cui era già stato promesso dal defunto duca. Ermes Sforza e il conte Gian Francesco Sanseverino furono destinati ambasciatori alla corte di Napoli per tal solenne inchiesta. Il Calco ce ne rappresenta la pompa. Erano questi accompagnati da trentasei giovani nobili milanesi. Fra essi vi fu una gara maravigliosa nel cambiare vestiti magnifici; chi dieci, chi dodici e chi sedici domestici conduceva seco, nobilmente vestiti di seta, con gemme e perle all'armilla del braccio sinistro. L'usanza di queste armille, ossia braccialetti gemmati, costava assai; poichè i padroni ne avevano al loro braccio del valore di settemila fiorini d'oro, ossia zecchini. Il Calco dice che veramente sembravano tanti sovrani, e portavano collane pesantissime d'oro della grossezza di un pollice. Questa comitiva giunse a Napoli, ed era composta di circa quattrocento persone. Tutto ciò che mostra il costume dei rispettivi tempi, debbe aver luogo nella storia[280]. Perciò riferirò il magnifico pranzo che si presentò in Tortona alla sposa, a guisa di un'accademia poetica. Ogni piatto era presentato da una persona vestita poeticamente, e l'abito era relativo alla cosa che presentava. Giasone compariva portando il velo d'oro rapito in Colco. Febo offeriva il vitello rapito dalla mandra di Admeto. Diana poneva sulla mensa Atteone trasformato in cervo; e come la dea avea cambiato un uomo in un animale, augurava che questi si trasformasse in un uomo nel seno d'Isabella. Orfeo presentò diversi uccelli, ch'ei diceva essergli volati intorno per l'armonia della sua cetra or ora, mentre sull'Appennino cantava le divine sue nozze. Atalanta portava il cignale caledonio, da tanti secoli custodito, offrendo volentieri a sì illustre principessa quel trionfo, riportato in faccia di tutta la gioventù della Grecia. Iride venne poi offrendo un pavone tolto dal carro di Giunone, e rammentò il destino di Argo. Ebe, figlia di Giove e ministra di néttare ed ambrosia tolta dalla cena de' Numi, porse i vini più pregiati. Apicio dagli Elisii portò i raffinamenti del gusto, formati di zucchero. I pastori d'Arcadia presentarono varie cose di latte, giuncate, ricotte, caci, ec. Vertuno e Pomona posero sulla mensa frutti rarissimi, e perchè era inverno. Poi le Najadi, dee dei fonti, portarono pesci. Glauco portò frutti e pesci marini. Il Po, l'Adda, Silvano offerirono i pesci dei fiumi e laghi maggiori. Terminata la mensa, proseguì uno spettacolo composto degli attori medesimi, allusivo alle nozze. I costumi erano allora, come si scorge, ingentiliti e quasi troppo ricercati e rimoti dalla natura. Però si conosce che generalmente doveva essere colta la nobiltà del paese, e sapere la favola e gustare la poesia. La maggior parte di questi personaggi presentò le vivande cantando versi appropriati. Ciò basti dal Calco. La sposa da Vigevano venne al castello di Abbiategrasso; d'onde sul canale detto _Naviglio grande_ passò a Milano il giorno primo di febbraio del 1489, accompagnata dalla duchessa Bona, dal duca di Bari Lodovico, da don Fernando d'Este e da molti altri signori e matrone della più illustre nascita, e dagli oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Il giorno 2 febbraio uscirono gli sposi dal castello in abito bianco; ed alle staffe eranvi il conte Giovanni Borromeo e Gianfrancesco Pallavicino, primari vassalli. Lodovico il Moro cavalcava in séguito alla testa dei principali ministri. Le vie erano tutte coperte dal castello al Duomo di parati magnifici. Così celebraronsi le nozze del sesto duca Giovanni Galeazzo Sforza. Queste nozze ci fanno dubitare che allora forse Lodovico non avesse in mente il progetto di usurparsi il ducato di Milano.

Lodovico reggeva lo Stato come governatore a nome del duca, e nelle monete eravi da una parte l'immagine del duca: _Johannes Galeaz Maria Sfortia Vicecomes Dux Mediolani Sextus_, e dall'altra l'immagine di Lodovico colla leggenda: _Ludovico Patruo gubernante_. Ma questo governatore sotto varii pretesti rimosse dalle fortezze i castellani affezionati al duca, e sostituì uomini interamente dipendenti da esso Lodovico. (1491) Poi pensò ad ammogliarsi: e l'anno 1491, al 31 gennaio, condusse a Milano la sua sposa, la principessa Beatrice d'Este. Ella aveva diecisette anni, Ludovico contava il quarantesimo[281]. Si fecero pompe grandissime per queste nozze, e il Calco le descrive. Allora l'abito de' dottori collegiati era più allegro di quello che ora lo sia:[282] _Purpureis vel coccineis togis fulgentes_ comparvero in quelle feste; e gli abiti delle matrone erano[283] _falcatis infra ubera pectoribus, ac pallio, ritu gabino, dextro ab humero laevum in latus subducto_. Avevano le matrone un lungo strascico, ed era pomposo, elegante e grave il loro vestito, in guisa che ballavano con graziosa lentezza:[284] _Modicè et venuste_, dice il Calco. Per questi sponsali si fecero pure magnifiche giostre: «ed il pretio de sì illustrata giostra per egregia virtute hebbe Galeazzo Sanseverino e Giberto Borromeo».

Poste a convivere insieme le due principesse, cioè la duchessa Isabella e la principessa Beatrice, duchessa di Bari, nacquero de' dissapori. Isabella, come moglie del duca regnante, pretendeva d'essere sola sovrana; e che Beatrice fosse considerata suddita. Isabella era figlia di un re. Beatrice, moglie del tutore del duca, considerava la duchessa come la pupilla. L'avo d'Isabella era Ferdinando nato da illegittima unione. Le meschine vicende della casa di Aragona nel regno di Napoli erano argomenti di cronologia contraposti all'illustre sangue estense[285]. (1492) Il fatto di tai domestici partiti fu che Lodovico il Moro si rese padrone dell'erario, e passò a disporre il tutto da sè. Promoveva alle cariche, faceva le grazie, appena lasciava al nipote il nome di duca. Il duca Giovanni Galeazzo e la duchessa Isabella scarsamente erano alimentati e penuriavano d'ogni cosa, sebbene fosse già feconda la duchessa d'un bambino, nato in febbraio 1491. Posta in tale angustia la Isabella, trovò modo di renderne informato Alfonso, di lei padre. Il re di Napoli spedì a Lodovico il Moro i suoi oratori, i quali, con somme lodi innalzando quanto come tutore aveva fatto, conclusero chiedendogli che abbandonasse il governo dello Stato al duca Giovanni Galeazzo, che già contava il vigesimo terzo anno dell'età sua. Lodovico trattò con onorificenza gli oratori del re Ferdinando, avo della duchessa; ma sul proposito di rinunziare al governo non diè risposta alcuna.

(1493) Dopo di ciò Lodovico il Moro attentamente osservava i movimenti del re di Napoli. Seppe che si allestiva un'armata contro di lui, e si preparava una flotta a cui doveva comandare Alfonso, padre della duchessa, principe valoroso e prudente. A un tal nembo avrebbe potuto resistere Lodovico colle forze proprie, se avesse potuto fidarsi de' sudditi che governava. In ogni governo vi è sempre un buon numero di malcontenti, essendo le voglie de' popoli sempre maggiori del potere sovrano; e questi malcontenti avrebbero abbracciato il partito del loro sovrano, l'oppresso duca Giovanni Galeazzo, di cui la condizione moveva a pietà, sì tosto che si fosse avvicinata un'armata a sostenerlo. Conveniva suscitare un potente nemico all'aragonese re di Napoli, e distoglierlo così dal pensiero degli Stati altrui, per difendere il proprio. Carlo VIII, re cristianissimo, era nel bollore dell'età; aveva ventiquattro anni; amava le imprese grandi; era capace di riscaldarsi l'animo. Lodovico, che aveva vissuto alcuni anni nella Francia e conosceva la nazione, formò il progetto di far prendere le armi al re Carlo, per ricuperare il regno di Napoli. Spedigli come ambasciadore Carlo Barbiano, conte di Belgioioso, il quale lo animò a scacciare da Napoli gli usurpatori aragonesi, e rivendicando le ragioni della casa d'Angiò, unire quel regno alla corona di Francia. Il re aveva già in mente di frenare i Turchi, che minacciavano la cristianità; e nessun paese era a ciò più vantaggioso, quanto il napoletano. Oltre a ciò si rappresentò al re Carlo, che il denaro di Lodovico, le sue milizie erano agli ordini suoi, i desiderii de' Napoletani erano per lui; i principi d'Italia, il papa, i Fiorentini, i Veneziani, tutti avrebbero favorita la impresa. Così offerivasi a Carlo VIII di rinnovare nell'Italia la memoria di Carlo Magno. Già i Turchi minacciavano la Dalmazia e l'Ungheria. La gloria di salvare i regni cristiani era riserbata al primogenito fra i cristiani, il re di Francia. In tal guisa il conte di Belgioioso destramente persuase il re. Vinse colle maniere accorte e col denaro di Lodovico alcuni primari favoriti. L'impresa venne decisa, e il re, convocati gli Stati a Tours, pubblicò la guerra pel regno di Napoli; ed ivi anticipatamente distribuì i feudi di quel regno, e si appropriò il titolo di re di Gerusalemme e di Sicilia, oltre quello di re di Francia. Alcuni ministri francesi, per comandare più liberamente colla lontananza del re, applaudirono. Vi era chi conosceva non essere facile l'impresa; essere il re Ferdinando avveduto; essere valoroso Alfonso di lui figlio; aver essi il fiore della milizia al loro stipendio; essere tuttora dubbioso qual partito prenderebbero il papa, i Fiorentini e i Veneziani; doversi temere l'imperatore Massimiliano e il re di Spagna Ferdinando, pronti forse ad invadere la Francia, se ella rimaneva sprovveduta.

Lodovico si adoperò per togliere le dissensioni fra Massimiliano imperatore e Carlo VIII. Senza di ciò poteva il re cristianissimo venir costretto a retrocedere per difendere la Francia. Massimiliano era animato contro il re Carlo, che gli aveva ripudiata la figlia, e tolta la sposa ed una provincia. Lodovico cominciò a dar timore a Massimiliano, che Carlo VIII in Roma non si facesse incoronar dal papa imperatore; giacchè quell'augusto non per anco avea fatta cotesta cerimonia. Indusse il re Carlo ad usare tutti gli ossequi all'imperatore. Finalmente Lodovico coll'imperator Massimiliano concluse di dargli in moglie la principessa Bianca Maria di lui nipote, figlia del duca Galeazzo. Concertò, coll'imperatore di essere egli dichiarato duca di Milano; e quattrocentomila fiorini d'oro, ossia zecchini, vennero pagati all'imperatore. Le nozze della Bianca Maria seguirono nel Duomo di Milano il giorno 1º dicembre 1493, avendo qua spediti i suoi procuratori Massimiliano. Così Lodovico liberò il re Carlo dal timore di una sorpresa dei cesarei. Colla Spagna pure segui l'accordo; per cui si cedettero a Ferdinando ed Isabella Perpignano e Roncilione. Assicuratosi per tal modo Carlo VIII la quiete interna, si dispose a passar le Alpi. Lodovico il Moro era un usurpatore, ma lo era grandiosamente. Egli si era sottratto alla morale, ed erasi scelta per giudice quella funesta ragion di Stato, che suol preferire i misfatti illustri alla oscura virtù. Arbitro fra l'imperatore e il re di Francia, dà una nipote per moglie al primo; fa passare il re nell'Italia. La scena ch'ei rappresentò sul teatro di Europa, è da monarca assai superiore alla condizione di un semplice duca di Milano. Poichè il re Ferdinando di Napoli vide il fulmine che stavagli imminente, spedì a Lodovico il Moro Camillo Pandone, pregandolo acciocchè volesse allontanare il re Carlo dalla impresa, e promettendogli di essere pronto dal canto suo a guarentire a Lodovico tutto quello che più gli fosse piaciuto pel Milanese. Il conte Carlo di Belgioioso da Parigi volò in cinque soli giorni nella Lombardia[286], e a nome del re di Francia venne a proporre a Lodovico una perpetua confederazione, offerendogli anche il principato di Taranto. Ma il saggio conte, da ministro fedele, cercò di sconsigliare Lodovico, mostrandogli l'incertezza della impresa e il pericolo dell'Italia e suo, qualora mai riuscisse. Lodovico, accettando i consigli del conte e le offerte del re Ferdinando, avrebbe potuto gloriosamente usurpare il dominio; egli volle nondimeno persistere nel primo impegno. Perchè poi ricusasse quell'ottimo partito e preferisse una guerra pericolosa al godimento tranquillo dello Stato, non lo dice la storia. Forse egli non si fidò del re Ferdinando, nè dalle forzate offerte di lui; finchè, passato il timore, non dovesse nuovamente vederselo nemico. Forse egli ascoltò le personali passioni più che non si conviene ad un sovrano; e l'odio contro la casa di Aragona, o la benevolenza verso gli amabili francesi, presso i quali era vissuto, prevalsero ai sentimenti che doveva adottare come uomo di Stato. Il vero motivo non si sa: unicamente ci è noto che Lodovico promise al re Carlo di Francia cinquecento uomini d'armi, quattro navi, dodici galere, il suo erario e la sua persona. (1494) Inutilmente il papa Alessandro VI spedì emissari nella Francia per frastornare la venuta del re. Lodovico se ne avvide, ed animò il re Carlo a non differire, acciocchè i Napoletani, il papa ed Fiorentini non avessero tempo di radunare un'armata e disputargli i difficili passi degli Appennini. Il re Carlo VIII si ritrovò in Asti il giorno 11 settembre 1494. Poi, il giorno 14 ottobre, nel castello di Pavia, venne magnificamente accolto da Lodovico il Moro. Ivi il re visitò il duca Giovanni Galeazzo, ammalato di consunzione, _e non senza qualche suspecto_, dice il Corio; l'infermo raccomandò alla pietà del re Francesco suo figlio e la duchessa sua moglie; e fra pochi giorni terminò la sua vita al 22 ottobre nella età di venticinque anni[287]. Il di lui figlio Francesco poi visse nella Francia e fu abate di Marmoutiers. Lodovico somministrò al re non poca somma di denaro. Corio dice della morte del duca, che parve ad ognuno «crudele cosa che non attingendo anche il vigesimo quinto anno di sua etate, come immaculato agnello, senza veruna causa fusse spinto dal numero de' viventi». Il re di Francia si mostrò sensibile a tal morte. Volle in Piacenza, ove lo seppe, onorare il defunto con funerali, e vestì gran numero di poveri col danaro suo; il che fu forse cagione onde fosse da Lodovico fatto trasportare in Milano e tumulare in Duomo colle cerimonie consuete l'infelice nipote, che fu il sesto duca di Milano, non perchè abbiavi comandato giammai, ma perchè ne portò il titolo; e le monete coniate ed i diplomi spediti furono in di lui nome e colla di lui effige.

CAPITOLO XIX.

_Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta del re di Francia Lodovico XII._

Lodovico aveva il diploma imperiale che lo dichiarava duca di Milano; ma lo teneva nascosto. Già vedemmo che l'imperatore Federigo non concesse mai il ducato di Milano nè a Francesco Sforza, nè a Galeazzo Maria. Giunto alla suprema dignità dell'Impero Massimiliano I, ei ne conferì il ducato non già al primogenito dell'ucciso Galeazzo, ma al tutore di esso, Lodovico il Moro. Il diploma venne spedito in Anversa il giorno 5 settembre 1494. In esso diploma dichiara quell'augusto che preferiva Lodovico, perchè esso fu generato da Francesco Sforza mentre possedeva il ducato; il che non poteva dirsi di Galeazzo. Pare che avrebbe dovuto l'estensore del diploma omettere questa cavillazione, superflua presso l'imperatore, che non riconosceva altri duchi di Milano, se non i nominati ne' cesarei diplomi. Con altro diploma 8 ottobre 1494, dato pure in Anversa, l'imperatore dichiara che Lodovico gli facesse istanza per ottenere l'investitura del ducato in favore di Giovanni Galeazzo; ma che l'imperatore Federigo, suo padre, ed egli lo aveano ricusato, perchè[288] _praefactus Joannes Galeaz ipsum ducatum et comitatum a populo Mediolanensi recognovit, quod quidem fuit in maximum Imperii praejudicium; et quia est de consuetudine sacri Romani Imperii neminem unquam investire de aliquo statu sibi subjecto, si eum de facto sibi usurpavit, vel ab alio recognoverit_[289]. Lodovico, mentre in segreto possedeva questi diplomi imperiali, convocò nel castello i primari dello Stato; e notificando la morte seguita del duca Giovanni Galeazzo, propose loro d'acclamare per duca Francesco, bambino primogenito del defunto. Il presidente della camera, Antonio Landriano, vi si oppose, attesa l'età del fanciullo: e ricordando le inquietudini della minorità passata, lo stato d'Italia col re Carlo alla testa d'un'armata, i pericoli imminenti, propose che Lodovico medesimo fosse da riconoscersi duca, come quel solo che nelle procelle attuali poteva difendere lo Stato. Nessuno ardì di uniformarsi alla proposta di Lodovico; e il voto del Landriano venne secondato da tutti. Ben tosto, uscendo dal consiglio, lo proclamarono duca nel mentre appunto che nel Duomo, allo spettacolo dell'estinto Giovanni Galeazzo, esposto colla pompa funebre allo sguardo di ognuno, si versavano lagrime di compassione sul misero di lui fato. La vedova duchessa Isabella, coi poveri bambini suoi, stavasene in Pavia, rinchiusa entro una stanza, ricusando la luce del giorno, giacendo per tristezza sulla nuda terra, in mezzo a lugubri abbigliamenti, ivi inteso una tale proclamazione, che toglieva la sovranità anche ai meschini avanzi del giovane suo sposo, e poneva il colmo al trionfo della rivale duchessa Beatrice. (1495) Quando il popolo invidia la condizione de' signori grandi, ha egli sempre ragione? Due ministri imperiali vennero a Milano per conferire la dignità ducale a Lodovico; ed era appunto allora che si compieva il secolo in cui la stessa cerimonia erasi fatta per il primo duca. Il giorno 26 di maggio del 1495, alla porta del Duomo, _con stupende cerimonie_, dice il Corio, ornarono Lodovico del manto, berretta e scettro ducale, sopra un eminente trono. Giassone del Maino, celebre legista, pronunziò l'orazione; poscia si andò a Sant'Ambrogio; «d'unde in castello, dove furono celebrati li stupendi triumphi quanto a nostro secolo fussino d'altri»; così il Corio.

Stacchiamo lo sguardo, almen per poco, dai tristi avvenimenti della politica, e rimiriamo oggetti più ameni, cioè i progressi che la coltura fece presso di noi sotto il governo di Lodovico il Moro. Lodovico dapprincipio fabbricò il vastissimo claustro del Lazzaretto secondo l'uso di quei tempi; ma in appresso egli pose all'architettura per maestro il Bramante da Urbino, alla pittura Leonardo da Vinci. Questi grandi uomini erano cari a Lodovico. Sotto la scuola di quest'ultimo si formarono Polidoro da Caravaggio, Cesaro da Sesto, Bernardo Luino, Paolo Lomazzi, Antonio Boltrasio ed altri, dai quali ebbe vita ed onore la scuola milanese. L'architettura era ne' primi anni sotto Lodovico resa elegante bensì, ma conservava capricciosi ornamenti, siccome scorgevasi nella facciata della casa de' signori conti Marliani[290]. Poi s'innalzò il magnifico tempio della Madonna di San Celso; si eresse la facciata del palazzo arcivescovile; si fabbricò il chiostro, veramente nobile e grandioso, dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio[291]; e così si esposero allo sguardo pubblico modelli di bella architettura. Lodovico grandiosamente stipendiava gli abili artisti e gli uomini d'ingegno; accordava loro piena immunità da ogni carico; animava i progressi della coltura. Demetrio Calcondita, Giorgio Merula, Alessandro Minuziano, Giulio Emilio erano fra noi gli illustri letterati protetti e beneficati dal Moro. Bartolomeo Calco, segretario di Stato ed uomo colto, per secondare il genio del suo principe, instituì le scuole pubbliche, le quali sino ai giorni nostri ne portano il nome. Tommaso Grassi eresse e dottò altre scuole per gratuita istituzione della gioventù; e queste pure conservano il nome del loro fondatore. Tommaso Piatti, che sommamente era in favore presso Lodovico, instituì pubbliche cattedre di astronomia, geometria, logica, lingua greca ed aritmetica. Con tali beneficenze pubbliche si otteneva l'amicizia di Lodovico; il che certamente fa sommo onore alla memoria di lui. Non è dunque da meravigliarsi se di que' tempi le belle lettere venissero in fiore, e se da quella scuola uscissero poi Girolamo Morone, di cui accaderà in breve ch'io parli, Andrea Alciato e Girolamo Cardano. Scrivevano allora la storia patria Tristano Calco, memorabile per l'elegante suo stile latino, e per la molta accuratezza; Bernardino Corio, inelegante scrittore bensì, e creduto compilatore delle antiche favole, ma accurato e fedele espositore delle cose de' tempi più vicini. Allora la poesia, la musica, tutte le belle arti ebbero vita e onore. Il cavaliere Gaspare Visconti in quella età scriveva rime degne di leggersi[292]. Ecco quasi per saggio tre sonetti di lui fra i molti che ho esaminati. Il primo, singolarmente nei due quaderni, mi pare assai robusto e poetico.

«Rotta è l'aspra catena e il fiero nodo Che l'alma iniquamente già mi avvinse; Rotto è il gruppo crudel che il cor mi strinse, Onde mia sorte ne ringrazio e lodo.

Fuor del pensiero ho l'amoroso chiodo, Che poco meno a morir mi sospinse; E il volto che nel petto amor mi pinse, Lì dentro è casso, e senza affanni or godo. Ringrazio il cielo, il qual m'ha liberato Dalla cieca prigion, piena d'orrore, Dove gran tempo vissi disperato. E quando a sè pur mi rivolgi amore, Me leghi a un cuor che sia fedele e grato, Ch'io servirò per fino all'ultim'ore».

L'altro sonetto seguente parmi assai leggiadro, e ci fa vedere che l'allegria e la sociabilità erano conosciute da que' nostri antenati. Anco un'altra osservazione sul costume ci si presenta; ed è che, usando allora le gentildonne abiti pesantissimi di broccato, non potevano altrimenti ballare vivacemente come ora si costuma; ma unicamente potevano moversi con graziosa lentezza, _modice et venuste_, siccome nel capitolo precedente vedemmo[293]: perciò Gaspare Visconti nel seguente sonetto, fra i pregi delle ballerine, annovera il mover _lenti lenti_ i piedi. Ecco il sonetto:

«Io vidi belle, adorne e gentil dame Al suon di soavissimi concenti Co' loro amanti mover lenti lenti I piedi snelli, accese in dolci brame. E vidi mormorar sotto velame Alcun degli amorosi suoi tormenti, Dividersi, e tornare al suono intenti, E cibar d'occhi l'avida sua fame; Vidi stringer le mani, e lasciar l'orme Dolcemente stampate in lor non poco, E trovarsi in due cor desio conforme. Nè mirar posso così lieto giuoco, Ch'a pensier lieto alcun possa disporme Senza colei che notte e giorno invoco».

D'un altro genere, men elevato sì, ma pregevole per la facilità, è il sonetto seguente ch'ei scrisse a messer Antoniotto Fregoso, da cui veniva avvisato che una indiscreta vecchia non cessava d'infamarlo. Così rispose:

«Omai, Fregoso, io son come il cavallo Che porta il tuon delle pannonie schiere, O come quel qual usa il schioppettere, Che al bombo del schioppetto ha fatto il callo. Riprenda pur la plebe ogni mio fallo, Che tanto fa il suo dir quanto il tacere, Qual son l'opere mie, quale il volere, Chi il vero intende, apertamente sallo. Che diavol sarà poi con questa femmina, La qual non altra cosa che zizania Nel steril orto del rio volgo semina! Sola sè stessa infin, non altri lania; E quanto più suo pazzo error s'ingemina, Tanto a chi sa, dimostra più sua insania.»

Dal fine d'un sonetto ch'egli scrisse alla Beatrice d'Este, si conosce qual ascendente quella principessa avesse sull'animo di Lodovico:

«Donna beata, e spirito pudico, Deh, fa benigna a questa mia richiesta La voglia del tuo sposo Lodovico. Io so ben quel che dico: Tanta è la tua virtù, che ciò che vuoi Dello invitto suo cor disponer puoi[294]».