Part 2
Se la guerra contro di Matteo Visconti fosse stata mossa per motivi personali, colla di lui morte sarebbe terminata, ed avrebbe Milano nuovamente goduta la tranquillità; ma l'oggetto della ostilità era di opprimere una nascente potenza; e perciò Galeazzo I, al quale Matteo aveva rinunziato avanti di morire il governo dello Stato, si trovò esposto alle persecuzioni, più animose ancora di quelle che afflissero gli ultimi anni della vita di suo padre. Già vedemmo che Galeazzo, coll'inquietudine sua incautamente indisponendo i Milanesi, era stato cagione della perdita della signoria, del ritorno de' Torriani e dell'esilio a cui soggiacque la sua casa. La sperienza di venti anni che erano trascorsi, non aveva reso molto prudente Galeazzo; il quale, nell'anno medesimo in cui morì Matteo, perdette il dominio di Piacenza per un'inconsideratezza appena perdonabile nel primo bollore della gioventù. Il signor Vessuzio Lando era uno dei primari nobili di Piacenza, distinto per il valore, per i costumi e per le ricchezze; egli aveva in moglie la signora Bianchina Landi, bellissima giovine, che amava teneramente il suo sposo. Galeazzo credette, con poca accortezza, di renderla infedele, ed essa informò il caro sposo dell'insidie che se gli tessevano; e così il Lando, unitosi al cardinal legato Bertrando del Poggetto, occupò Piacenza a nome del papa. In quella sorpresa corse gran rischio d'essere preso il giovine Azzone, figlio di Galeazzo, il quale trovavasi in Piacenza, con Beatrice d'Este, di lui madre. Questa virtuosa donna lo salvò, sottraendolo con poca scorta, al primo avviso ch'ebbe della sorpresa; indi ebbe la fermezza di rimanere esposta al rischio degl'insulti nel suo palazzo, acciocchè non si dubitasse della partenza d'Azzone, e frattanto egli profittasse del tempo per salvarsi; anzi andava ella gettando delle monete ai vincitori, e così fece perdere più lungo tempo. Ma quando s'avviddero poi che in nessun ripostiglio si trovava il giovine principe, troppo tardi s'accorsero del pietoso inganno della principessa madre, la virtù della quale venne rispettata dai nemici, i quali onorevolmente la scortarono fuori di Piacenza. Galeazzo I non aveva insomma le virtù di suo padre, e perciò, quantunque in Milano avesse un forte partito che lo sosteneva malgrado gli anatemi, fu egli costretto di fuggirsene il giorno 9 dicembre di quell'anno 1322; sebbene un mese dopo vi rientrò come privato, e prima del terminar di quell'anno, a grido generale del popolo, venne proclamato signore di Milano il giorno 29 dicembre. Ma il papa non lo lasciò tranquillo. Pubblicò una bolla per cui ordinò a tutto il clero di Milano che immediatamente uscisse dalla città, e non si accostasse a quella per lo spazio di tre miglia. Ognuno s'immaginerà qual turbamento doveva nel popolo cagionare questa novità, che toglieva la possibilità d'assistere ai sacri misteri, privava i moribondi del soccorso dei ministri dell'altare, ed esiliava dalla patria i cittadini nei quali stava comunemente collocata la maggiore confidenza e venerazione. Nè quivi pure ebbe confine la controversia. Fece il papa predicare nell'Inghilterra, nella Francia e nell'Italia un'indulgenza generalissima in beneficio di chiunque prendesse le armi contro de' Visconti; e così venne a formare una Crociata contro di essi, come si era fatto contro de' Saraceni. L'armata dei crocesignati già aveva occupato alcuni borghi del milanese. La comandava Raimondo di Cardona, nipote del cardinal legato Bertrando del Poggetto. Le cose de' Visconti andavano alla peggio. (1323) Il giorno 13 giugno 1323 l'esercito sacro s'impadronì dei sobborghi di Milano, e singolarmente quelli di porta Nuova, porta Renza e porta Comacina furono in preda alla licenza dei crocesignati, che, violando le donne, passando a fil di spada gli uomini e distruggendo colle fiamme le case, portarono gli eccessi al colmo[31]. Nella città però essi non poterono entrare. La città era bloccata, e ci riferisce il Corio che i Fiorentini ch'erano nell'esercito pontificio, il giorno del loro santo protettore san Giovanni Battista, fecero correre il palio sotto le mura di Milano[32]; sorta d'insulto che talvolta si usava per dimostrare che non si temeva in verun conto dell'inimico, non credendosi in lui coraggio nemmeno di uscire per interrompere i giuochi degli assedianti. Talvolta ancora si usò di contare moneta sotto le mura nemiche, ponendo una preziosa officina, che non può sottrarsi con celerità, sotto gli occhi de' nemici, in segno di disprezzo. Tale era la condizione de' Visconti, che pareva inevitabile la totale loro rovina. Due cose però concorsero ad impedirla; il valore, l'attività, la condotta militare di Marco Visconti, e la riunione degli interessi di Lodovico il Bavaro con quei de' Visconti. Il papa dichiarava vacante l'impero; pretendeva di far egli frattanto l'ufficio dell'imperatore; creava vicario imperiale Roberto, re di Napoli. Lodovico di Baviera, che si considerava imperatore legittimo, non poteva preservare il regno italico e impedire l'intrusione di questo preteso vicario imperiale, se non soccorrendo i Visconti; poichè da solo non aveva forze bastanti per tentare l'impresa. Infatti Lodovico il Bavaro aveva spedito ai Visconti un corpo di truppe comandate dal conte di Mährenstädten. L'instancabile papa Giovanni XXII non bilanciò punto a scomunicare Lodovico di Baviera, incolpandogli fra le altre cose l'aiuto ch'egli aveva dato ai Visconti. Il Rainaldi, che ne pubblicò la bolla, così ridette:[33] _Non deerant tamen Ludovico plures rationes; quae ipsius gesta apud plerosque excusarent. Controversiam de Imperio cum Federico austriaco jam direptam ferro. Mediolanum vero defensum non ut Galeatio haeretico studeret, sed ut assereret, sibi Imperii jura, neque a Roberto Siciliae rege amplissimam Imperii provinciam nunquam forte recuperandam occupari pateretur. Non his tamen Johannes a meditato consilio revocatus est_[34]. Lodovico venne così impegnato più che mai a sostenere i Visconti. L'armata dei Crociati aveva l'interno vizio d'un'armata combinata di drappelli di varii principi e di varie nazioni; basta il tempo per indebolirla colle gelosie, le rivalità e i sospetti. (1324) Nel giorno 28 di febbraio 1324 a Vaprio venne potentemente battuta. Il generale Raimondo di Cardona fu preso: egli era nipote, siccome dissi, del cardinal legato; Simone della Torre restò ucciso sul campo; Enrico di Fiandra se ne fuggì a piedi; molti rimasero sul campo; molti, fuggendo, s'affogarono nell'Adda; insomma la vittoria fu compita per i Visconti. Marco Visconti voleva profittare del momento, e marciare a sloggiare da Monza i crocesignati che vi avevano trovato ricovero. Ei conosceva che l'opinione decide nella guerra più che la forza fisica; che le battaglie non si vincono per aver ridotto l'inimico all'impossibilità di continuare la contesa, ma per lo spavento che gli si è potuto imprimere; e che, assalendo una armata nel punto in cui gli uomini sono sgomentati per una rotta, la vittoria è sicura. Così pensava Marco; ma il primogenito Galeazzo, forse perchè il progetto era del fratello, non lo volle secondare. I crocesignati in Monza si premunirono, ripresero animo, si prepararono una difesa contro di qualunque insulto; e Marco, deridendo Galeazzo, gli diceva poi: «Fratello, va a Monza che si vuol rendere». Otto mesi di blocco dovette spendere Galeazzo per averla. Infine poi, dopo di avere sofferti tutti i mali della fame e della libidine militare, Monza si rese il giorno 10 dicembre 1324; e così Galeazzo vide terminar la Crociata mossa contro di lui.
Mentre era Monza bloccata e abbandonata in preda alla violenza che usavano questi avanzi di un'armata collettizia, i canonici di San Giovanni di quel borgo avevano somma inquietudine che le rapine non si estendessero sopra del pregevolissimo tesoro della loro chiesa; il quale allora, siccome dissi, era valutato ventiseimila fiorini d'oro, oltre il pregio delle cose sacre antiche. Deputarono quindi quattro canonici del loro ceto, ai quali commisero di pensare a un sicuro nascondiglio, ed ivi riporlo. Fecero giurar loro un inviolabile secreto, da non rivelarsi se non in punto di morte. Poichè da essi fu eseguita la commissione, e il tesoro collocato, non si sapeva dove, il capitolo obbligò i quattro depositari del secreto a partirsene, e separatamente frattanto vivere altrove; acciocchè non potesse colle minacce, e fors'anco colle torture, costringersi alcun d'essi a parlare, e in potere di que' licenziosi non rimanesse alcun presso cui fosse il secreto. Pensare non si poteva più cautamente, eppure Monza perdette il tesoro. Uno de' quattro canonici, che aveva nome Aichino da Vercelli, stavasene in Piacenza, ove venne a morte, e palesò il secreto a frate Aicardo, arcivescovo di Milano. Da esso ne fu bentosto informato il vigilantissimo cardinale legato, Bertrando del Poggetto; il quale non perdè tempo, e incaricò Emerico, camerlingo di santa Chiesa, che trovavasi in Monza, di trasmettergli quel tesoro, siccome eseguì puntualmente, e indi fu trasportato in Avignone, dove dimorava il papa, d'onde, venti anni dopo, signoreggiando Luchino, venne restituito l'anno 1344. Io lascerò al chiarissimo signor canonico teologo don Antonio Francesco Frisi la cura di verificare se la restituzione siasi fatta senza alcuna perdita. Il valore dell'oro e delle gemme che oggidì ivi si mostrano, non giunge fors'anco a duemila fiorini d'oro. Egli, che con varie dissertazioni ba illustrate le antichità di Monza, ci renderà istrutti esattamente anche di ciò nella dissertazione che si è proposto di pubblicare sul tesoro di quella chiesa.
Poichè Galeazzo ebbe Monza in suo potere, e si vide liberato dalla Crociata, pensò tosto a rendere quei luogo munito in avvenire contro simili accidenti. Importava molto il non avere alla distanza di sole dieci miglia da Milano un borgo facilmente prendibile, e nel quale i nemici, con molto numero d'armati, potessero sostenersi per alcuni mesi, siccome poco anzi era accaduto. (1325) Per tal motivo Galeazzo I, l'anno 1325, fabbricò un castello in Monza, di cui vedesi anche oggidì la torre rovinosa. Il modo col quale fece quel principe fabbricare quella torre ci prova sempre più quanto poco ei rassomigliasse al buon Matteo suo padre. Veggonsi anche al dì d'oggi le prigioni orrende, destinate a far soffrire l'umanità, calandovi gli uomini come entro un sepolcro per un buco della vôlta; ove discesi posavano sopra di un pavimento convesso e scabroso, tanto vicino alla vôlta da non potervisi reggere in piedi. Così egli aveva immaginato il modo di aggiugnere all'angustia, alla privazione della libertà, al timore dell'avvenire, al maligno alimento del cibo e dell'aria, anche il tormento di far succedere una positura dolorosa ad un'altra dolorosa. Galeazzo I questa unica memoria ci lasciò come sovrano, poichè la signoria di lui fu breve, e la cagione la troviamo nella domestica discordia. Marco, che col suo valore aveva conservato e difeso lo Stato, non poteva soffrire il fasto di Galeazzo I, a cui il padre aveva lasciata la signoria. La distanza che passa fra un sovrano ed un suddito, rendeva insopportabile a Marco la sua condizione. I principi cadetti delle due case sovrane, sono educati sin dalle fasce a venerare nel primogenito il venturo signore: ma a ciò non era disposto dall'educazione l'animo di Marco. La dominazione di Matteo Visconti, loro padre, fu tanto eventuale, precaria ed incerta, che nessun uomo, per illuminato ch'ei fosse, avrebbe potuto con ragione antivedere s'egli avrebbe finito come privato, siccome nacque, ovvero qual principe, siccome avvenne. Perciò la disparità fra i fratelli sopragiunse come un avvenimento impensato, il quale doveva eccitare la vampa delle passioni nei cadetti. Giovanni era di carattere mite, e la condizione sua d'ecclesiastico moderava l'invidia. Luchino aveva egli pure la prudenza di accomodarsi ai tempi. Stefano aveva moglie e figli. Marco era quello che più si mostrava intollerante. Egli s'era fatto conoscere e stimare dagli stipendiati tedeschi, spediti da Lodovico il Bavaro, onde non gli fu cosa difficile l'indurre quell'eletto imperatore a venire nell'Italia, per celebrare le incoronazioni a Milano ed a Roma. Si pretende ch'egli trovasse il modo d'irritare l'animo di quell'augusto contro de' suoi fratelli, e contro di Galeazzo I singolarmente, supponendogli dei maneggi col papa Giovanni XXII, dal quale, siccome ho detto, Lodovico era stato maltrattato. (1327) Quello che sappiamo di certo si è che, nel giorno 17 di maggio dell'anno 1327, Lodovico il Bavaro entrò solennemente in Milano, accompagnato da quattromila cavalli. Egli e la regina Margherita, sua moglie, stavano sotto di un baldacchino. Andarono a prendere alloggio nel palazzo del Broletto vecchio, cioè dove oggidì trovasi la corte; e il giorno ultimo di maggio Lodovico fu incoronato in Sant'Ambrogio. Il giorno 5 di luglio, per ordine del nuovo re d'Italia, vennero arrestati Galeazzo, Luchino e Giovanni. Azzone, figlio di Galeazzo, ebbe la medesima sventura. Stefano Visconti, morì improvvisamente nella notte precedente. Gli arrestati vennero collocati nelle nuove carceri della torre di Monza, ove Galeazzo fu il primo a far prova dell'architettura che aveva così malamente raffinata. Il re ebbe dalla città il dono di cinquantamila fiorini d'oro, e partì da Milano alla volta di Roma il giorno 5 d'agosto, avendo nel suo séguito Marco Visconti. Questa serie di fatti, e quello che accadde dappoi, ci rendono verosimile l'opinione che Marco avesse parte della sciagura de' fratelli. Galeazzo lo credeva; e andava dicendo: «Marco ferisce sè medesimo;» e ciò risaputosi da Marco, in contraccambio diceva: «Galeazzo vuol esser solo, e solo si regga.» Sperava forse Marco di ottenere dal nuovo augusto la signoria di Milano; ma anche allora si dovette conoscere che nelle altercazioni domestiche è facile il recare danno ad altri; ma difficilissimo il trarne bene per noi. Lodovico formò un consiglio di ventiquattro cittadini, e vi pose a presedere suo luogotenente il conte Guglielmo Monforte. Così diede nuova forma al governo della città; mentre i tre fratelli ed un nipote giacevano nello squallore della torre di Monza, e Marco, confuso, negletto, e forse disprezzato, languiva nella folla de' cortigiani che accompagnavano Lodovico a Roma. L'annientamento della sua famiglia di riverbero aveva abbassato Marco Visconti, il quale, non avendo più speranza alcuna di rialzarsi col favore di Lodovico, si rivolse a Castruccio Antelminelli, signore di Lucca, uomo potente e celebre nella storia di que' tempi, ed Amico de' Visconti; e col di lui mezzo ottenne dall'imperatore, debole e bisognoso di soccorso, la liberazione dei suoi congiunti, i quali erano in Monza custoditi da truppe bavaresi. Marco tentò poi di avere una sovranità sulla città di Pisa, ma gli andò il colpo a vuoto. Egli ritornossene a Milano, sempre impetuoso ed impaziente di non vedervisi sovrano; sintanto che, il giorno 8 di settembre dell'anno 1329, cadde da una delle finestre della corte ducale, alcuni dicono dopo di aver sofferta una morte violenta, e l'Azario dice:[35] _de cujus morte certum ignoratur_[36].
Si cerca come siasi fatta l'incoronazione di Lodovico in Milano, poichè trattavasi di consacrare uno scomunicato in una città posta all'interdetto. L'arcivescovo Aicardo era assente; e, come aderente al papa Giovanni XXII, non avrebbe mai osato di venire a Milano nel tempo in cui vi si trovava il re de' Romani Lodovico. Bonincontro Morigia, autore che allora vivea, ci dice[37], che Lodovico creò arcivescovo di Milano Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, e che questi lo incoronò, assistendovi alcuni pochi vescovi, cioè Federico Maggi, vescovo di Brescia, Arrigo, vescovo di Trento e alcuni altri ben pochi, essendosi ritirati gli altri vescovi, per non concorrere a incoronare e riconoscere un principe che dal papa era scomunicato e non riconosciuto imperatore. Il Muratori non credette che Guido Tarlati facesse le funzioni d'arcivescovo[38]. Il conte Giulini è dell'opinione del Muratori. L'autorità di questi due eruditi uomini è presso me di gran peso; ma nè l'uno nè l'altro dicono la ragione del loro dissenso. Il Muratori s'accontenta d'asserire che Bonincontro Morigia[39] _a vero longe abest_; il conte Giulini s'appoggia all'aulorità del Muratori. Io ingenuamente confesso che le asserzioni loro non mi persuadono abbastanza, per abbandonare il testimonio d'un autore contemporaneo; tanto più che, essendo sempre stato lontano della sua sede frate Aicardo, e dovendosi la consacrazione in Milano fare dall'arcivescovo, niente vi trovo d'incredibile se Lodovico, che aveva in Trento deposto il papa come eretico, e che in Roma ne fece creare un nuovo, altrettanto facesse in Milano creando un arcivescovo; sebbene in séguito quel posticcio metropolitano non abbia più nemmeno preteso di conservarsene il titolo.
Della improvvisa morte di Stefano Visconti (dal quale discesero Barnabò, Galeazzo II e i tre duchi Visconti, siccome vedremo) varie sono le opinioni degli autori; alcuni attribuendola a veleno, altri ad eccesso di vino; tutti però sono d'accordo nel riconoscerla improvvisa[40]. Il mausoleo di Stefano vedesi nella Chiesa di sant'Eustorgio, nella cappella di san Tommaso d'Aquino; lavoro il quale probabilmente si fece verso la metà del secolo decimoquarto. Poichè allora, oltre l'incertezza nella quale trovavasi la signoria de' Visconti, anche l'interdetto avrà impedito questi onori funebri; molto più a Stefano Visconti, scomunicato, perchè figlio di Matteo, quantunque egli non abbia mai avuto parte nel governo dello Stato e nelle dispute col papa. Quel mausoleo merita d'esser osservato, per avere idea della magnificenza de' Visconti in que' tempi; e in quella chiesa medesima merita più d'ogni altra cosa osservazione il nobilissimo deposito di marmo cui stanno le reliquie di san Pietro martire; opera che è delle prime e delle più antiche per servire d'epoca al risorgimento delle arti, e da cui si può conoscere quanto fossero già onorate e risorte verso la metà del suddetto secolo decimoquarto. Le figure e i bassorilievi sono di un'artista pisano, che travagliò con una maestria e grazia affatto insolita a' suoi tempi.
Galeazzo I fu liberato dal _forno_ (che tal nome aveva l'orrido suo carcere di Monza) il giorno 25 di marzo 1328. Furono parimenti resi liberi Luchino, Giovanni ed Azzone. Egli per più di otto mesi aveva dovuto soffrire que' mali istessi che aveva immaginati per gli altri. S'incamminò nella Toscana per ricoverarsi presso dell'amico e benefattore Castruccio; ma nella prigionia aveva tanto sofferto, che in Pescia, nel contado di Luca, morì il giorno 6 d'agosto dell'anno 1328, all'età d'anni cinquantuno. Cinque anni durò la combattuta signoria di Galeazzo I; giacchè, dopo il principio di luglio del 1327, da che fu posto in carcere, nulla gli rimase più che fare nel governo. Il Corio ce lo descrive di statura mediocre, di bella carnagione, di faccia rotonda, e robusto della persona; ei lo qualifica liberale, magnifico coraggioso, prudente, e parco nel parlare, ma eloquente e colto nel poco che diceva. Il Corio sarebbe un cattivo giudice del colto ed eloquente modo di parlare. Galeazzo fece perdere lo Stato alla sua casa colla sua imprudente condotta vivendo suo padre. Perdette Piacenza per avere imprudentemente tentata la signora Bianchina Landi. Lasciò per più mesi in preda al saccheggio militare Monza, che avrebbe potuta liberare al momento, ascoltando un opportuno parere; tutto ciò dimostra che prudente era ben poco. Il carcere di Monza non lascia luogo a crederlo sensibile ed umano. Non sappiamo che egli abbia commesse crudeltà; ma nemmeno ebbe egli mai sicurezza bastante per commetterne; e forse per la sua gloria è un bene ch'ei non abbia mai posseduto senza contrasto il sommo potere; onde dobbiamo collocarlo nella classe numerosa ed oscura de' principi di nessuna fama. Ei venne tumulato in Lucca, ove il suo amico Castruccio ne fece celebrare la pompa con magnificenza.