Part 18
La carestia fece nascere un generale disordine. Non vi era più chi volesse ubbidire. Quei che si erano arrogate le magistrature e il comando della città, erano considerati come buffoni del popolo. Il consiglio generale era stato composto da essi, scegliendo maliziosamente ad arte uomini inetti o del partito. Per dare apparenza al popolo che si vegliava al bene della città, i rettori fecero radunare il consiglio generale nella demolita chiesa di Santa Maria della Scala. Pietro Cotta e Cristoforo Pagani erano sulla strada in quel contorno: cominciarono questi a mormorare cogli astanti sulla spensierata condotta de' rettori e sulla dappoccaggine de' consiglieri. A misura che passavano i cittadini, si trattenevano; e cominciò a formarsi un'unione di popolari malcontenti. Ben tosto corse il grido per i quartieri della città, come vicino alla Scala vi fosse unione di malcontenti, e da ogni parte concorsero nuovi popolari, in modo che i rettori e consiglieri si trovavano assai inquieti. Laonde spedirono Lampugnino da Birago, loro collega, per aringare il popolo, e, colle buone, pacificarlo, promettendo ogni bene. Ma Lampugnino ebbe pena a salvarsi. Comparve il capitano di giustizia Domenico da Pesaro, scortato da buon numero di cavalleria, e facendo mostrare al popolo i capestri; ma il popolo li pose tutti in fuga. La moltitudine de' malcontenti si creò due capi: Gasparo da Vimercato e il soprannominato Pietro Cotta. Altri signori spalleggiarono i malcontenti, come Giovanni Stampa, Francesco da Trivulzio, Cristoforo Pagano suddetto, Marchionne da Marliano. Vi fu del sangue sparso; vennero espulsi i magistrati, occupato il palazzo, e distrutta l'organizzazione civile; se ne formò una tumultuariamente. I primarii cittadini, il giorno seguente, si radunarono nella stessa chiesa della Scala per deliberare qual partito si dovesse prendere. Alcuni volevano rimaner liberi e non ubbidire a verun principe. Altri, conoscendo l'impossibilità di formare una repubblica in mezzo a tanti e sì appassionati partiti, in una città nella quale le voci di patria e di ben pubblico non bastavano ad ammorzare le private mire, volevano un principe. Tutti però concordemente ricusavano i Veneziani. Si proponeva dagli uni il papa; da altri il re Alfonso; altri suggeriva il duca di Savoia; Gasparo da Vimercato propose il conte Francese Sforza. Egli nel suo discorso fece vedere che la fame minacciava a giorni la morte; che nè il papa nè il re Alfonso nè il duca di Savoia avevano mezzi per salvarci al momento, come chiedeva l'urgente necessità; che non rimaneva altro partito da scegliere che o i Veneziani o il conte. Sudditi de' Veneziani, non potevamo aspettarci se non che il destino d'una città secondaria e provinciale, sotto una dominazione che avrebbe temuta la nostra prosperità. Sotto del conte, valoroso, umano, benefico, nostro concittadino per la moglie, non dovevamo aspettarci un signore, ma un padre saggio, provvido, amoroso, da cui sarebbe posto rimedio a' nostri mali. (1450) Il partito per il conte prevalse per acclamazione, e si spedì tosto ad avvisarlo[239]. Due mesi prima che la città si rendesse allo Sforza, si pubblicò in Milano un proclama col premio di diecimila zecchini a chi avesse ammazzato il conte Sforza, o mortalmente ferito[241]. Così gl'imbecilli nostri legislatori si mostravano insensibili alla virtù, ignoranti della ragion delle genti, indegni per ogni modo di comandare agli uomini. Il conte Francesco Sforza teneva in tanta disciplina le sue truppe che vietò loro di non offendere per niun modo le terre o le persone de' Milanesi, come si scorge dagli archivi di città[242]. Ma i nostri capitani e difensori, l'istesse armi che avean rivolte contro dello Sforza le adoperavano ancora verso altri. Leggesi ne' registri di città la taglia di duemila ducati d'oro a chi condurrà a Milano Antonio e Ugolino fratelli Crivelli, i quali avevan ceduta la fortezza di Pizzighettone al conte Sforza[243]. Leggesi la taglia di mille ducati a chi consegnerà Francesco Borro, che aveva ceduta allo Sforza la fortezza di Lodi.
Era circondata la città di Milano dai soldati dello Sforza, e custodita con tanta esattezza che egli era impossibile di vere alimento veruno. Un moggio di grano si vendeva a venti zecchini. S'eran vendute pubblicamente e mangiate le carni dei cavalli, degli asini, de' cani, de' gatti e persino de' sorci. Morivano sulle pubbliche strade alcuni cittadini di fame. In queste estremità, cioè tre giorni prima che Francesco Sforza diventasse padrone di Milano, i capitani e difensori della libertà pubblicarono un editto per la pudicizia e morigeratezza pubblica[244].
Oltre il Corio, che minutamente descrive la desolazione di que' tempi, e la miseria di quel governo, anche il Decembrio ce ne dà un'idea colle parole seguenti:[245] _Mediolanensium res in deterius labi caepere. Nam duce destituti, dissidentibus inter se civibus, deteriora prioribus in dias pullulabant. Non pubblica munera a populo rite gubernari; non divites onera conferre; non jussa quisquam exsequi poterat; sed veluti tempestate disjecta classis, inundante pelago, inc inde ferebatur. Si qua in residuis militibus spes affulserat, Caroli Gonzagae ambitione turbabatur, qui ad populi dominatum improbe aspirans, longa suspicione cuncta detinebat. Qua ex desperatione et pavore squallebant omnia. Conjurationes ad haec a quibusdam perpetratae majorem adhuc sollicitudinem singulis injecerant. Capti siquidem plerique nobilissimi Cives, et supplicio affecti sunt: Sed nec ullorum caede mali atrocitas leniri poterat... Boni praeterea, officiis exuti, nec sibi aut aliis prodesse utiles, silentio languebant; plebs vero, inter spem metunque conjecta, onus tolerabat, dominatus dumtaxat nomine exsultans_[246]. Questo veramente è uno de' tratti più compassionevoli e umilianti della nostra storia: vorrei poterla nobilitare esponendola, ma lo storico consecrato all'augusta verità, benchè contro sua voglia, la scrive. Qual differenza mai fra Milano assediata dall'imperator Federico, e Milano bloccata da Francesco Sforza! Contro l'imperatore e contro tutt'i principi della Germania Milano si difende. Escono con valore i Milanesi dalle loro mura; si cimentano; piegano alfin traditi, soverchiati; e terminano con gloria, assicurando lo Stato della loro limitata libertà. Contro lo Sforza non v'è un tratto solo di vigore, non un lampo di civile prudenza. Uno spirito, ora cenobitico, ora insidiosamente timido e atroce, detta le leggi, dirige le azioni. Erano i nostri, tre secoli prima, agresti, rozzi, ma generosi, guerrieri e affezionati alla patria. I loro discendenti, degradati nella servitù di cattivi principi, sembrano un'altra nazione; e perciò il Secretario fiorentino ebbe a dire: «Per tanto dico che nessuno accidente (benchè grave e violento) potrebbe ridurre mai Milano o Napoli libere per essere quelle membra tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di Filippo Visconti, che volendosi ridurre Milano alla libertà non potette e non seppe mantenerla[247]». La città, colla mediazione di Gaspare da Vimercato, si rese a Francesco Sforza dopo trenta mesi e mezzo di anarchia, ossia d'un atroce disordine chiamato _Repubblica_. Le monete d'oro e d'argento battute in Milano in que' tempi hanno da una parte sant'Ambrogio, e dall'altra la Croce e la lettera M, colla leggenda _Comunitas Mediolani_, e lo stemma della città. Francesco Sforza entrò in Milano il giorno 26 di febbraio del 1450[248]. Coloro che si lagnano de' tempi presenti, ed esaltano la felicità de' maggiori, torno a dirlo e lo dirò pure altra volta, non sanno la storia.
CAPITOLO XVII.
_Francesco I Sforza, duca di Milano._
Appena il conte ebbe notizia che per quasi unanime voto degli affamati cittadini milanesi egli veniva proclamato signor loro e duca, volle cogliere il momento e senza dimora alcuna entrare nella città; giacchè l'indugio non poteva essere di utilità se non ai Veneziani, ai quali fors'anco, per l'instabilità della moltitudine, avrebbero potuto ricorrere, qualora avesse egli tardato a soccorrerli di vittovaglia nella estremità della fame a cui erano ridotti. Postò egli adunque di contro alle schiere venete un corpo di armati valevole a contenerle, e immediatamente egli da Vimercato incamminossi a Milano alla testa d'un altro corpo di fedeli soldati, i quali, oltre le solite armi, vennero caricati sulle spalle e nelle tasche di quanto pane ciascuno poteva portare, con ordine di lasciarsi saccheggiare allegramente dalle affamate turbe milanesi. La strada da Vimercato a Milano era popolata da _infinita turba_, dice il Corio, singolarmente nelle dieci miglia vicine alla città. Fu uno spettacolo degno di un cuore sensibile quella pompa, nella quale non già primeggiava il fasto o l'alterigia d'un irritato vincitore, ma bensì l'affabile umanità di Francesco Sforza, che amichevolmente accoglieva le grida di allegrezza del popolo, nominava e salutava le conoscenze che aveva fatto sino da' suoi primi anni in questa quasi sua patria, ordinava ai valorosi soldati suoi di abbandonare ogni contegno militare e imponente, e fatti concittadini, di lasciarsi svaligiare dall'affamata moltitudine, che avidamente si satollava col loro pane; e fra le consolanti risa che faceva nascere l'inusitata mischia, fra le grida gioiose de' popoli che andavano esclamando:[249] _haec est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea_, andò accostandosi alla città e vi entrò per porta Nuova. Malgrado lo sterminato numero de' cittadini uscitogli incontro, dice il Corio, «benchè grande era stata la moltitudine che di fuori l'haveva salutato, molto maggiore era quella di dentro l'aspettava». Ognuno procurava di giungere a toccar la mano al conte nuovo duca; e tanta e tanto strettamente la moltitudine lo circondava, che il cavallo di lui parve portato sulle spalle de' cittadini. Andossene egli direttamente al Duomo per rendere alla Divinità il primo omaggio d'un avvenimento sì fausto per lui; ma non fu possibile ch'egli scendesse dal cavallo, e dovette così entrarvi e così orare: tanto era la immensità della turba e tanto era l'entusiasmo de' nuovi suoi sudditi! Dispose poscia il nuovo duca che da Pavia, da Cremona e da altri luoghi venisse portato quanto occorreva al vitto e ai comodi, e in tre giorni l'abbondanza comparve nella città. Tutto venne ordinato dal duca con paterna previdenza: pose al governo della città uomini probi e illuminati; intimò la pace, la sicurezza, il gaudio a ciascun milanese; distribuì ai poveri larghi soccorsi di frumento; poi tornò al campo contro i Veneziani, i quali si ritirarono a quartiere, e così fece egli pure de' suoi. Ricevette l'omaggio di Bellinzona, Como e Monza, suddite de' Milanesi. Spedì i suoi ministri alle corti estere per dar loro avviso della nuova sua condizione. L'imperatore Federico III e Carlo re di Francia ricusarono di trattarlo qual duca, perchè il primo non doveva riconoscere rivestito di quella dignità se non un discendente maschio legittimo de' Visconti investiti; e l'altro pretendeva dovuto il ducato ai discendenti della principessa Valentina. Gli altri principi lo riconobbero. Gli uomini più turbolenti e sediziosi, quei che avevano tiranneggiato il popolo nel tempo dell'interregno, vennero con umanità relegati nelle città vicine.
Non voleva il nuovo duca sgomentare i sudditi dominando sopra di essi con un potere illimitato, nè che essi lo considerassero come un dispotico conquistatore. Sarebbe stato troppo repentino il passaggio dalla licenza alla servitù, e questo violento cambiamento avrebbe potuto facilmente cagionar poi de' pentimenti e de' moti nel popolo, nel qual caso un principe vi perde sempre, quand'anche giunga colla forza a reprimere ed a punire. Ciò conosceva ottimamente il saggio duca; e perciò volle che alla nuova dominazione di lui servisse di base un contratto, e che i sudditi lo considerassero sovrano e non despota. Questa prudente politica diresse il solenne contratto di dedizione, celebrato il giorno 3 di marzo 1450, nella villa del conte Giovanni Corio in Vimercato, essendone rogato il notaio Damiano Marliano; in vigore del qual atto venne concordato che le gabelle sarebbero state moderato, riducendosi la macina a soldi 12, il dazio del vino a soldi 4, e stabilendosi che non s'imporrebbero in avvenire nuove gabelle, anzi si abolirebbe quella del fieno; che il nuovo duca avrebbe fatto residenza in Milano, almeno per due terze parti dell'anno; che i tribunali avrebbero sempre in Milano la loro sede; che il prezzo del sale sarebbe stato lire tre per ogni staio, che non si sarebbe imposto verun carico straordinario, eccetto quello di somministrar carri e guastatori per gli usi militari; che il solo podestà di Milano sarebbe stato forestiere, ma tutti gli altri uffici sarebbero confidati a' Milanesi; e alla vacanza di ogni carica la città avrebbe presentata la nomina di sei, fra i quali il duca avrebbe fatto la scelta, salvo però l'arbitrio a lui, in casi speciali, di scegliere anche altrimenti; che il duca avrebbe mantenuta la fede ai creditori di Filippo Maria; che si osserverebbero gli statuti civili e criminali e quei de' mercanti; che non si sarebbero impetrati privilegi dal papa nè dall'imperatore senza il beneplacito del duca; che i soldati a piedi, a cavallo, saccomanni, uomini d'armi sarebbero partiti dalla città, dovendo essa restare immune dall'alloggiamento militare, eccettuati i contestabili alle porte; il duca però in casi speciali potrà deviare da questa regola. Questi sono i più importanti articoli del solenne contratto[250]: indi il nuovo duca fece il pubblico ingresso dalla porta Ticinese, il giorno 25 di marzo 1450[251]. Il nuovo duca era colla sua sposa Bianca Maria e col primogenito Galeazzo Maria. Un numero grande di matrone andarongli incontro pomposamente. Gli oratori delle città suddite, i nobili milanesi tutti sfoggiarono per rendere magnifico quell'ingresso. Erasi preparato un maestoso carro e un baldacchino; ma un tal fasto non piacque a Francesco Sforza, che amava la gloria e non le apparenze teatrali; e, ricusandolo, disse: ch'egli in quell'ingresso s'incamminava al tempio per rendere omaggio al padrone dell'universo, avanti del quale gli uomini sono tutti eguali. Cavalcò egli adunque. La folla immensa del popolo, i ricchi arredi de' nobili, la magnifica parata degli uomini d'armi che precedevano, tutti coperti d'usberghi lucidissimi, il lusso de' loro illustri condottieri, tutto ciò formò uno spettacolo sorprendente. La cerimonia si fece al Duomo, ove smontato, il duca si pose una candida sopraveste: indi colle solennità de' sacri riti la duchessa e il duca vennero ornati col manto ducale fra gli applausi e i viva del popolo. Poi dagli eletti di ciascun quartiere ricevette il giuramento di fedeltà. Essi a lui consegnarono lo scettro, la spada, il vessillo, il sigillo ducale e le chiavi della città. Fatto ciò, il duca fece proclamare conte di Pavia il primogenito Galeazzo. Terminossi per tal modo la funzione in Duomo, seguendosi il rito de' duchi antecessori. Indi per cinque giorni volle il duca che la città vivesse in mezzo alle feste ed alle allegrie. Danze, giostre, tornei di varie sorta, musica, spettacoli teatrali, lautissimi pranzi, tutto venne così giudiziosamente distribuito e con tal previdenza ed ordine eseguito, che si mostrò il duca la delizia della buona società e l'anima dei divertimenti. Egli creò molti cavalieri, scegliendo quei che più meritavano quest'onore, e tutti li regalò nobilmente. Insomma Francesco Sforza, invincibile alla testa di un'armata, si mostrò il più giudizioso direttore delle feste, come si fece conoscere il principe più umano, giusto e benefico, reggendo in pace lo Stato.
Il papa Nicolò V, i Fiorentini, i Genovesi, i Lucchesi, gli Anconitani, i Sanesi, e varii altri Stati e principi d'Italia spedirono tosto i loro ministri per una onorevole ricognizione al nuovo duca. Il primo pensiero di questo principe fu di rialzare il castello di porta Giovia, demolito due anni prima, siccome dissi. Questa fortezza, fabbricata da Galeazzo II, era necessaria per la sicurezza del duca, il quale in una città piena di partiti, recentemente riscaldata dal nome di libertà, rendeva sempre pericolosa la residenza del nuovo principe, sprovveduto infatti di legali fondamenti per succedere nel ducato. Ma nemmeno conveniva alla prudente accortezza del nuovo signore di palesare la inquietudine sua, nè di lasciar conoscere al popolo apertamente una tale diffidenza; essendo cosa naturale alla moltitudine il non accorgersi delle forze proprie, se non pel timore altrui. Propose egli adunque alla città, come ostinandosi tuttavia i Veneziani nella guerra contro di lui e contro lo Stato, trovandosi Milano allora mal difesa dalle mura della circonvallazione, non convenendo di acquartierare l'armata nella città, resa esente dall'alloggio militare, non eravi modo alcuno di preservare la metropoli dai pericoli d'un assalto, se non ricoverando in luogo munito e forte un corpo di armati, in guisa da allontanare il nemico da simili tentativi. Propose quindi alla deliberazione della città medesima il determinare, se dovesse per tutela di lei riedificarsi il castello, assicurando nel tempo medesimo la città che vi sarebbe stato collocato per castellano non mai altri che un nobile milanese per tutti i tempi avvenire. Questa moderazione di cercare l'assenso per una cosa ch'egli avrebbe potuto da sè medesimo fare immediatamente; le maniere umanissime e nobilissime del duca; tante virtù militari e civili riunite in questo grand'uomo impegnarono i primari cittadini ad ottenergli la pubblica acclamazione per rialzare la demolita fortezza. Si fecero le adunanze del popolo in ciascuna parrocchia per deliberare su tale inchiesta. La storia ci ha conservato un discorso tenuto in tale occasione da Giorgio Piatto allora celebre giureconsulto. Egli era nell'adunanza della parrocchia di San Giorgio al Palazzo[252]. Questi parlò così: «Se il virtuosissimo principe Francesco Sforza fosse immortale, come immortale ne sarà la sua gloria; io, il primo fra i cittadini milanesi, vorrei caricare sulle mie spalle le pietre e portarle al sito ove si propone d'innalzare il castello. Una fortezza sotto il felice governo d'un così provvido sovrano serve a ornamento della città, a tutela e sicurezza di ciascuno di noi. Ma, cittadini miei, verrà quel giorno in cui il nobilissimo duca Francesco piegherà sotto la universal condizione. I sovrani sono soggetti al destino dell'umanità; muoiono, e dopo un principe umano, benefico, provvido, siamo noi certi che vi succeda un altro principe erede di sue virtù? Una rocca inespugnabile, che, torreggiando sulle case nostre, può incendiarle e distruggerle, in potere di un malvagio principe, lo rende arbitro assoluto di noi, di tutto il nostro. Appiattato in quel forte, qual limite aver potranno le violenze, le estorsioni, la tirannia? Se innalziamo quella fortezza, noi imponiamo al collo dei nostri discendenti, come a tanti buoi, il giogo della servitù. I nostri figli malediranno un giorno noi, la nostra spensieratezza, la cecità nostra. Noi decretiamo la sciagura della patria, e rendiamo i nomi nostri esecrandi a nostri discendenti. Che bisogno ha mai Francesco Sforza di una fortezza? I nostri cuori, i nostri petti gli offrono una più grande, più solida munizione di qualunque altra. Egli non ha bisogno di castelli per difendere la signoria. Infin che un solo di noi sarà in vita, combatterà contro chi tentasse di frastornarla. Cittadini miei, badatemi, parlo per me, parlo per ciascuno di voi; uniformatevi al mio suggerimento, e siate certi che per tal modo avremo sempre una delle due buone, o un principe retto o la libertà. I nostri nipoti ci benediranno, e vivranno lieti e felici, siccome lo siamo ora noi sotto il governo del clementissimo duca». così parlò Giorgio Piatto, e non persuase veruno. Egli era uno dei pochi cittadini che avrebbero potuto reggere lo Stato nel tempo della repubblica, e che giacquero oscuri e inoperosi. L'unanime consenso della città concluse di pregare il duca di voler riedificare il castello, quale internamente scorgesi anco oggidì, cioè un vasto edificio quadrato con quattro poderose torri, ossia torrioni agli angoli[253]; fortissimi ripari che, sostenendo grossi pezzi di artiglieria, possono far volare le palle al disopra della città. Questo rialzamento della fortezza costò più d'un milione di ducati, ossia di zecchini.