Part 14
Le avventure del conte Carmagnola sono interessanti. Il momento in cui sconsigliatamente volle il duca disgustare quel benemerito generale, fu quello in cui la fortuna dello Stato si cambiò; e laddove sino a quell'ora sempre la vittoria, le conquiste o le dedizioni avevano contrassegnati gli anni del suo regno, da quel punto cominciò a contrassegnarli colle inquietudini, colle sconfitte, colle umiliazioni e colle perdite. Appena era partito il conte, che il duca stese la mano confiscatrice su tutti i poderi suoi, e si riprese su tutti i doni che gli aveva fatti. Tese varie insidie per averlo prigione; ma non gli riuscirono. Tentò il veleno, e certo Giovanni Liprandi, milanese, che aveva per moglie una Visconti, provossi a Treviso di avvelenare il conte: il che verificato, perdè poi la testa a Venezia. A tali infami azioni s'abbassava il duca per consiglio di Zanino Riccio, e d'altri vigliacchi ed astrologi, pari a lui, mentre in vece con qualche onesto partito nulla sarebbe riuscito più facile che l'accomodarsi col Carmagnola, già affezionatissimo nel suo cuore ai Visconti, siccome accade sempre di esserlo, quando si sono fatti insigni beneficii, pei quali amiamo il beneficato come cosa nostra. Il conte, pagato con tanta ingratitudine, insidiato in così bassa ed atroce maniera, conobbe non rimanergli più altro partito che l'operare da nemico. Egli adunque consigliò ai Veneziani di legarsi coi Fiorentini. Temevano i primi di perdere Verona e Vicenza, occupate recentemente sotto l'infame governo dell'ultimo duca. I Fiorentini vedevano già nuovamente innoltrata nella Romagna quella sovranità dei Visconti, che ventiquattro anni prima aveva esposto all'estremo pericolo la loro repubblica; quindi si unirono coi Veneziani. (1426) Il re Alfonso di Napoli si unì colle due repubbliche; ed il conte Francesco Carmagnola, l'anno 1426, ricevette solennemente dalle mani del doge di Venezia lo stendardo di San Marco, e venne dalla repubblica dichiarato capitano generale dell'armata terrestre, coll'assegnamento, cospicuo per quei tempi, di dodicimila annui fiorini, ossia ducati d'oro. Ciò fatto, il Carmagnola si portò sul bresciano. Egli conosceva quel paese, poichè sei anni prima vi aveva guerreggiato per riacquistarlo al duca e scacciarne i Malatesti. Era celebre la battaglia ch'ei vinse l'anno 1420, il giorno 8 di ottobre; ora si trattava di acquistar Brescia ai Veneziani. Il conte ne scacciò l'armi del duca. Il comandante che Filippo Maria aveva posto alla testa delle sue armi invece del Carmagnola, era Guido Torello; uomo che non pareggiava i talenti del Carmagnola. Sotto del Torello combattevano Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, uomini di merito; ma il primo di questi due si sdegnava d'essere sotto il comando d'un generale ch'egli non credeva superiore a sè stesso; l'altro era ancor giovine, focoso ed inesperto. Oltre ciò, passavano fra tutti e tre quelle rivalità che, tendendo a farsi reciprocamente scomparire, rovinavano il sovrano e lo Stato, del quale ad essi era consegnata la difesa. Presa Brescia, era da temersi che la guerra non s'avanzasse nel centro del dominio; e perciò dovette il duca richiamare le truppe dalla Romagna, e abbandonare per sempre Forlì, Imola e Faenza, che appena da due anni erano sue. (1427) Il conte Francesco Carmagnola diede una sconfitta ai ducali il giorno 11 ottobre 1427. Quasi tutti i generali del duca, e quasi tutti i suoi soldati rimasero prigionieri. Oltre i già nominati erano nell'esercito ducale altri generali, cioè il conte di Cunio Alberico da Barbiano[198], Cristoforo Lavello, Carlo Malatesta ed Angelo della Pergola; uomini che tutti avevano buon nome nella guerra. Conseguenza ne venne che Bergamo passò in potere dei Veneziani l'anno 1428. Così Zanino Riccio fece perdere al duca ed a' suoi successori non solo Vicenza e Verona, che si dovevano ricuperare, ma Brescia e Bergamo, e quasi tutta le terra ferma che possedette poi ed attualmente possede la repubblica di Venezia. Se il conte Carmagnola fosse stato d'animo costante, il duca Filippo Maria sarebbe rimaso con Zanino Riccio; anzi sarebbe stato abbandonato ben presto da quell'istesso infingardo, che non amava se non la fortuna del duca. Già Filippo Maria aveva dovuto cedere al duca di Savoia Vercelli, per contentarlo e non soffrire invasione anche da quella parte. Il marchese di Monferrato, i Fiorentini, i Veneziani ben presto gli toglievano il restante de' suoi Stati. Il Carmagnola, dopo la presa insigne della armata ducale, non aveva più contrasto: e Cremona, Crema, Lodi rimanevano, se lo voleva, in potere dei Veneziani. Ma quando vide il conte posto il duca a mal partito, cessò di far la guerra con vigore; anzi non servì più con buona fede i Veneziani. O foss'egli allontanato, per una ripugnanza dell'animo, dal portare così la distruzione ad un principe dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori e sotto del quale aveva acquistata la celebrità; ovvero fosse egli ancora nella fiducia che, umiliato il duca, venisse a fargli proposizioni di accomodamento, e gli sacrificasse i meschini nemici che avevano ardito di nuocergli, cioè i vilissimi cortigiani suoi, o qualunque ne fosse il motivo, il conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei procuratori veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare, disarmati bensì, ma liberi, al duca tutti i generali ed i soldati numerosissimi che aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 ottobre 1427. Il duca in pochi giorni armò di nuovo e rimontò questi militi, ed è molto degno di osservazione questo fatto, cioè che due soli artefici di Milano in pochi giorni gli diedero le armature per quattromila cavalli e duemila fanti, sapendosi che in quei tempi gli uomini si coprivano tutti di ferro; il che prova quanto si è accennato al capitolo duodecimo sulla grandiosa manifattura d'usberghi, d'elmi e d'ogni lavoro di ferro che v'era in Milano. Anche i quattromila cavalli ben tosto li ritrovò il duca dalle razze del suo Stato; e così il Carmagnola poco dopo ebbe nuovamente di fronte quella stessa armata che aveva avuta inerme in suo potere. Il séguito delle sue imprese sempre più fece palese il suo animo poichè trascurò tutte le occasioni, e, lentamente progredendo, lasciò sempre tempo ai ducali di sostenersi. (1432) Insomma giunse a tale evidenza la cattiva fede del conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo, decapitato in Venezia, il giorno 5 di maggio dell'anno 1432, come reo di alto tradimento. Tale fu il fine che fece il conte Francesco; uomo che non aveva i vincoli sacri della patria e della famiglia, i quali ammorzarono la vendetta nell'animo di Coriolano; uomo che sarebbe un eroe, se non avesse macchiato l'ultimo atto della sua vita colla infedeltà.
Più ancora di quelle del Carmagnola interessano la storia di Milano le vicende di Francesco Sforza. Questi era romagnuolo. La di lui famiglia era di Cotignola. Il primo che s'era fatto qualche nome, era il di lui padre Giacomo Attendolo (tale era il vero di lui cognome); poichè, servendo questi sotto il comando del conte Alberico di Zagonara, da esso ebbe il soprannome _Sforza_, il quale passò nel di lui figlio Francesco, e divenne poi nome di casato. Francesco Sforza (che fu poi il quarto duca di Milano, e il più grand'uomo e il più gran principe del suo tempo) nacque in San Miniato il giorno 23 luglio dell'anno 1401, ed ebbe per madre Lucia Trezania. Niente ancora vi era d'illustre in lui, se non l'ardor militare, ed il nome che nella milizia si era fatto suo padre. Egli aveva ventiquattro anni, allorchè, sulla fama del valore da lui mostrato nel regno di Napoli, il duca lo invitò al suo stipendio, disgustato che ebbe il conte Carmagnola. Una delle prime imprese che Francesco Sforza ebbe in commissione dal duca, fu quella di soccorrere Genova, attaccata dai nemici; ma ne uscì con poca fortuna, poichè, innoltratosi imprudentemente e con inconsiderato impeto, fu malamente battuto e posto in fuga; per lo che il duca lo rilegò per due anni a Mortara, ove rimase privo di stipendio. Terminato il castigo, i cortigiani del duca, non saprei per qual motivo, cercarono di fargli entrare in grazia Francesco Sforza; e la cosa giunse a segno che, non avendo altri discendenti il duca, fuori che una figlia naturale chiamata Bianca Maria, pensò di darla a Francesco Sforza. Bianca Maria era nata da Agnese del Maino, colla quale viveva il duca come se fosse vera sua moglie. Quella donzella non aveva per anco finiti gli otto anni, allorchè il duca, l'anno 1432, il giorno 13 di febbraio, stabilì il contratto di nozze. Considerava in quel momento il duca di farsi per adozione un figlio, al quale passare il suo Stato, e quindi interessarlo a difenderlo: figlio tanto più caro, quanto più quel meschino principe era lacerato nella solitudine da umori che Zanino Riccio e i suoi pari facevano nascere contro dei generali; i quali naturalmente non si saranno degnati mai di mostrare deferenza a quella feccia di uomini da cui era il duca attorniato. Cercavano, innalzando lo Sforza, di umiliare il Piccinino, il Torello e gli altri. Ma poichè lo Sforza fu innalzato, la di lui ombra dispiaceva a quei raggiratori, temendo forse un avvenire cattivo per essi. E perciò si posero colle arti consuete a gettare il veleno nell'animo del principe, loro schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la diffidenza, a segno che il duca pose delle insidie persino alla vita del designato suo genero. Francesco Sforza se ne uscì dalle mani del duca, si ricoverò presso de' Fiorentini, nemici de' Visconti, e si pose al loro stipendio. Si collegarono i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco Sforza. Anche il papa aveva acceduto alla lega. Io non descriverò, nemmeno questa volta, le minute azioni militari. Dirò soltanto che gli affari del duca piegavano assai male. Il duca era giunto all'età di cinquant'anni. Egli era mostruosamente pingue, e la sanità sua diventava inferma. La vita inerte che menava, ed i sospetti continui fra quali veniva tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno, affrettavano la di lui morte; egli s'accorgeva della propria decadenza. I generali di questo invisibile sovrano (che non si era mai presentato una sol volta in vita al nemico, che dava e toglieva il favore a norma de' pianeti non solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di quei poltroni che gli stavano intorno), cominciarono a fare un accordo fra di loro per dividersi la sovranità. Il Piccinino divisava d'avere per sè Piacenza; il Sanseverino, Novara; Luigi dal Verme, Tortona; il Fogliano, Alessandria; altri, altro distretto. Insomma il duca si trovò sotto di un cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano da ogni parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell'estrema angustia era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo che troppo instabile appoggio sarebbe stato l'offerire al genero eletto il suo pentimento, gli offri la sovranità del Cremonese e di Cremona sino da quel momento, pronte a dichiararlo conte e sovrano di essa, e a celebrare lo sposalizio di Bianca Maria. Accettò la proposizione Francesco Sforza, ma non si fidò di venire a Milano. (1441) Ma poichè consegnata gli venne la sovranità di Cremona, e poi ch'ivi fu sicuro, in Cremona stessa sposò Bianca Maria, il giorno 28 di ottobre dell'anno 1441. La sposa aveva diciassette anni, e lo sposo ne aveva quaranta. Il duca Filippo, sempre divorato da sospetti e dominato dall'astrologia, tornò a detestare lo Sforza a segno che fece uccidere da' suoi sicari Eusebio Caimo che aveva maneggiate le nozze di Bianca Maria; (1444) e quell'infelice cavaliere venne scannato in Duomo mentre pregava avanti l'altare di Santa Giulitta, il giorno 8 di aprile, l'anno 1444[199]. Tentò poi il duca di rapire colle armi Cremona, quantunque l'avesse data in dote a sua figlia; e buona parte di quel contado era già in potere delle sue armi. Il conte Sforza fu costretto d'impetrare l'aiuto de' Veneziani, i quali mandarono forze tali, che non solamente liberarono il Cremonese e lo restituirono al suo legittimo nuovo signore, ma tolsero al duca Treviglio, Caravaggio, Cassano ed altre terre, e si presentarono persino sotto le mure di Milano l'anno 1446. Il duca tremava nel suo castello di Milano, invocava persino con vili sommissioni la pietà del genero, e lo lusingava della eredità dello Stato. Francesco si mosse; lo difese: ma perdette Casalmaggiore, Soncino, Romanengo ed altre terre, che i Veneziani tolsero al conte, il quale loro non era stato fedele. Ogni minuta circostanza è interessante nel conte Sforza, che fu poi il quarto duca di Milano, non per testamento di Filippo Maria, ma per altre combinazioni, come vedremo più avanti, e fu lo stipite della seconda dinastia de' duchi di Milano.
Il Sassi[200] e l'Argellati[201] pretendono che il duca Filippo Maria amasse e proteggesse le lettere. Il Decembrio, che tanto minutamente ha scritta la di lui vita, e che fu testimonio delle azioni di lui, ci assicura diversamente:[202] _Humanitatis ac litterarum studiis imbutos neque contempsit, neque in honore praetioque habuit, magisque admiratus est eorum doctrinam, quam coluit_[203]. Ci racconta lo stesso autore che Antonio Raudense aveva tradotte in italiano a Filippo Maria alcune vite degli uomini illustri, senza che il duca lo avesse mai nella sua grazia; sebbene quel traduttore gli rendesse intelligibili quei monumenti che il primo non poteva capire nella loro lingua originale. Francesco Barbula, poeta greco di qualche merito, rifugiatosi a Milano, non potè ottenere dal duca nemmeno il viatico per portarsi altrove. Ciriaco Anconitano, uomo di lettere, fu scacciato dalla corte del duca. Tutta la vita di quel principe ci dimostra ch'egli non era capace di sentire alcuna stima. Questa emozione non la provano se non le anime che la meritano.
Ci rimane un testimonio autentico della rozza imperizia di quel principe nelle monete battute durante il suo governo, nelle quali per lo più è scolpito il nome _Filipus_ con due errori nel suo medesimo nome. Un altro solenne monumento ne abbiamo nella barbara poesia sotto la statua di Martino V, giacchè sotto di un principe colto non si sarebbero posti i versi seguenti:
_Cerne, viator, ave, hic stat imago simillima papae_ _Qui bonus Ecclesiam Martinus in ordine quintus_ _Pastor alit tibi, Roma, etc..._ _Carminis est Bripius Joseph, ordinarius, auctor,_ _Doctor canonici juris, sacraeque magister._ _Teologiae, etc.,_[204] come più diffusamente può vedersi nel Duomo, ove in segno d'onore venne collocata sopra la barbara iscrizione la non meno barbara statua, di cui si legge:
... _Ast hic praestantis imaginis auctor_ _De Tradate fuit Jacobinus, in arte profundus,_ _Nec Prasitele minor, sed major farier auxim._[205]
Non posso perdonare a taluno dei nostri autori storici, l'aver voluto paragonare ad Augusto il meschinissimo Filippo Maria, e farlo un protettore delle lettere e dei letterati. Egli era, convien dirlo, un principe da nulla. È vero che alcune epoche del regno di questo duca hanno un aspetto grandioso e brillante, nè sembrano volgari. Quando le truppe ducali sotto del Carmagnola fecero prigioniere il comandante istesso nemico, Lodovico Migliorati, fu questi condotto a Milano, indi accolto dal duca con magnifica generosità; e poi da lui rilasciato onorevolmente libero e colmo di regali. Più illustre riuscì il fatto seguente. Il duca aveva preso parte in favore dei Francesi, che disputavano agli Spagnuoli il regno di Napoli. Ei fece uscire dal porto di Genova una flotta in aiuto dei Francesi, o, come allora dicevasi, degli Angioini contro degli Aragonesi. La flotta genovese fece sì bene, che prese i due re di Navarra e di Aragona; e con essi rientrò nel porto di Genova, togliendo i competitori alla casa d'Angiò. Il duca ordinò che questi illustri prigionieri venissero scortati a Milano, e il giorno 15 di settembre dell'anno 1435 Filippo Maria fu per questo insolito caso visibile, ed ammise alla sua udienza nel castello di Milano Alfonso, re d'Aragona; indi, il giorno 23 dello stesso mese, fece lo stesso al re Giovanni di Navarra. I Genovesi, avendo acquistato quei due preziosi pegni, si aspettavano un riscatto proporzionato; ma il duca, dopo tre mesi, nei quali e la corte e i più ricchi signori di Milano gareggiarono per onorare splendidamente i due monarchi, generosamente, il giorno 8 di ottobre dello stesso anno, li lasciò partire liberi. Tale atto fu tanto inaspettato e discaro ai Genovesi, che ben tosto si sottrassero dalla obbedienza del duca. Questi due fatti sembrano dinotare elevazione d'animo e generosità verso i vinti. Se mai però i consigli di Zanino Riccio, comprato da questi prigionieri, avessero cagionato tali determinazioni, si collocherebbero queste tranquillamente nella classe delle altre azioni volgari di Filippo Maria. Io credo anzi probabile che così accadesse; perchè un uomo ed anche un principe può bensì non avere nel corso della sua vita che una sola occasione per far cose grandi, ma non può in due sole occasioni mostrare l'anima grande; la quale, quando v'è, in ogni giorno, in ogni fatto dà indizio di sè medesima, abbellisce ogni azione, e persino nei vizii istessi porta un non so che di maestose e di sublime. Parmi probabile ancora che l'orrore della morte di Beatrice Tenda sia nato, piuttosto che da animo atroce, dalla solita docilità ai consigli di Zanino Riccio e de' suoi simili. Il pinguissimo solitario duca non era sanguinario nè violento; e quei manigoldi astuti che volevano regnare col nome del duca, dovevano togliergli dintorno una moglie saggia ed avveduta. La selvatichezza di questo principe giunse a tal segno, che sembra quasi incredibile. Egli invitò l'imperatore Sigismondo a ricevere la corona in Milano, dove, il giorno 23 di novembre dell'anno 1431, nella chiesa di Sant'Ambrogio fece la funzione l'arcivescovo Bartolomeo Capra. La cerimonia si eseguì tre ore prima dell'aurora, e non saprei per qual motivo non si celebrasse solennemente di giorno. Il duca destinò venti cortigiani a servire quell'augusto, e lo fece magnificamente trattare a spese sue per quasi un mese in cui dimorò in Milano; ma non visitò mai l'imperatore, nè volle giammai concedere che l'imperatore lo visitasse, siccome desiderava. Il duca s'era occultato nel castello di Abbiate, e fu invisibile al solito. Nè ciò può attribuirsi a verun rancore politico, perchè anzi dell'imperatore istesso aveva il duca motivo di chiamarsi contento; mentre pochi anni prima, avendogli spedito Guarnerio Castiglione nell'Ungheria, per impetrare la conferma del diploma di Venceslao, venne esaudito; e con nuovo diploma, nella diocesi di Strigonia, in data del primo di luglio dell'anno 1426, Filippo Maria venne da quell'augusto riconosciuto duca e signore di tutto il paese concessogli già da Venceslao. Anzi nel tempo medesimo in cui Sigismondo era in Milano, aveva fatto marciare i suoi Ungheresi nel Friuli, per fare una diversione in favore del duca, ed ivi chiamare le forze dei Veneziani. È vero però che nella prima venuta fatta in Italia da Sigismondo, non v'era fra esso ed il duca buona corrispondenza; per lo che quell'augusto non s'arrischiò di entrare in Milano, sebbene avesse tenuta la strada di Bellinzona e di Como per discendere le Alpi. È celebre il fatto che allora accadde, e fu l'anno 1414, quando, portatosi l'imperatore a Cremona per abboccarsi col papa Giovanni XXIII, mentre Gabrino Fondulo era padrone di quel distretto, ascesero l'imperatore ed il papa sulla rinomata altissima torre di quella città, e Gabrino poscia si mostrò pentito di non averli gettati da quella sommità, non per altro, se non per la fama che ciò gli avrebbe dato nella storia. Fu più umana l'ambizione di Erostrato, poichè almeno non distrusse che un tempio, ma fu meno perniciosa quella di Gabrino Fondulo, poichè nulla più cagionò fuori che un desiderio. Il duca Filippo Maria fece, durante il suo governo, una operazione di Finanza, a mio parere assai bella, utile e semplice, e tale che fa maraviglia come siasi in quei tempi immaginata. Abolì un buon numero di minute gabelle, incomode a percepirsi, e rovinose per il popolo; svincolò i poveri, sopra dei quali cadevano singolarmente tai pesi; e per compensare il suo erario, senza apertamente imporre nuovo carico, accrebbe l'intrinseca bontà delle monete; e così lutti i tributi essendogli pagati colle nuove monete, venne a incassare tanto valore quanto bastò a compensargli le abolite gabelle. Il decreto è del giorno 24 di ottobre dell'anno 1436, e ce lo ba pubblicato il conte Giulini[206]. Questa operazione ha qualche analogia coll'altra che quarantacinque anni prima aveva tentata il conte di Virtù, siccome nel capitolo precedente si è osservato; ma in questa non si fece ingiustizia ai creditori, nè si trattò d'una mera addizione sul tributo, ma bensì della sostituzione d'un modo semplice e meno gravoso di quello che contemporaneamente veniva abolito. Il Decembrio, che ci ha descritta la vita del duca Filippo Maria, ci racconta, come un tratto di sublime accortezza, che il duca mischiava ne' suoi consigli uomini buoni e cattivi.[207] _In eligendis consultoribus, quos, consiliarios vocant, mira astutia utebatur: Nam viros probos et scientia praeclaros eligebat, hisque impuros quosdam, et vita turpes collegas dabat; ut nec illi justitia inniti, nec hi perfidia grassari possent, sed, continua inter eos dissensione, praesciret omnia_[208]. Se il consiglio ducale fosse un parlamento formato dalla costituzione per porre un limite alla autorità del duca, allora certamente sarebbe stata accortezza l'organizzarlo in modo che la interna dissensione lo distraesse dal travagliare al suo fine: ma il consiglio era formato per obbedire al duca e servire agli interessi di lui, ed era ben infelice l'astuzia di comporlo in modo che, gli uni attraversando gli altri, diventasse inoperoso. Tristo colui che teme la virtù, e crede di doverla temperare col vizio!