Storia di Milano, vol. 2

Part 12

Chapter 123,661 wordsPublic domain

Il carattere di Giangaleazzo si manifesta bastantemente dalle sue azioni. Sant'Antonio lo ha dipinto con odiosissimi colori. Il nostro Corio lo dice prudentissimo ed astuto, che sfuggiva il commercio degli uomini, pigro, timido nell'avversità, e audace nella prospera fortuna, simulato, vano ed infedele alle promesse. Io dirò che egli era ambizioso, senza elevazione d'animo, superstizioso, senza vera religione, mite, senza principio di virtù. Egli non ebbe l'atrocità del padre e dello zio, ma nemmeno ebbe la franchezza del carattere del secondo. Tutto in complesso, egli però fu men cattivo principe di quello ch'essi furono: dal che non risulta gran lode. Nel suo regno vi sono de' fatti grandi; ma nessuno ve n'ha di nobile e generosa indole. I sudditi dovettero sopportare pesantissimi aggravii, com'era necessario di fare per supplire alle grandiose spese che assorbivano le armate, le pompe, le compre di Stati e di titoli, e tutti i maneggi che prese il duca a trattare. Il nostro Annalista ci scrive:[179] _Dux noster imposuit taleas, conventiones, et mutua intra dominium subditis suis ita magna et continua, quod ipsis oportebat per peregrina loca vagari, non valentes dicta onera sustinere, et fuit ululatus viduarum, et orfanorum, et aliorum singulorum, et maximus strepitus inferiorum, et immensae crudelitates. Et non valentes solvere detinebantur, et bona sua a stipendiariis usurpabantur_[180]. Questi mali però in Milano si dovettero sopportar meno che altrove. Una popolata capitale, che è patria del sovrano, in una recente signoria, sempre è rispettata. I clamori sarebbero troppo vicini all'orecchio del principe. Milano infatti, alcuni anni dopo, malgrado il disordine che dovette soffrire sotto il governo del secondo duca, era popolata, ricca ed animata colla industria. Allora in questa capitale colava il denaro che dovevano portarvi gli oratori delle trentaquattro città soggette al duca, quello che vi spendevano i ministri dei principi esteri, quello che vi consumava il duca per la sua corte e per le sue pompe, quello che si raccoglieva per fabbricare il Duomo dalla divozione de' cittadini delle altre città; e per conseguenza aveva mezzi grandi per i tributi. Certamente che il duca pose in opera tutti i ripieghi per radunare il denaro, e fra questi ricorse ad uno di que' metafisici ritrovati che, colla idea di tener celato il tributo, opprimono i popoli, più ancora di quello che non faccia un tributo sinceramente richiesto. L'Argellati ci ha pubblicata la legge monetaria, colla quale comandò quel principe che tutte le monete si dovessero spendere a maggior numero di lire; così che, da quel giorno in avanti, la moneta che correva per tre soldi, dovesse essere spesa ed accettata per quattro soldi; salvo però il pagamento de' tributi, che eccettuò e volle che venissero pagati a ragguaglio dell'antica moneta[181]. Con questa operazione quel sovrano defraudava i suoi creditori e stipendiati d'una quarta parte di quanto loro competeva. Ma tanti furono gli inconvenienti di questa indiretta operazione, che poco dopo la dovette rivocare, e restituire le monete al primiero loro corso; di che ne ha trovati i documenti il conte Giulini nell'archivio della città[182]. La superiorità che aveva il Visconti sopra degli altri principi confinanti si conosce dalle frasi che adoperava nelle lettere ch'egli scriveva; e ciò anche da principio, avanti che avesse tanto dilatato il suo dominio ed acquistata la dignità ducale. Il Corio[183] ci trascrive le lettere che Gian Galeazzo scriveva ad Antonio della Scala, sovrano di Verona e di Vicenza, e le risposte che da quel principe riceveva. Allo Scaligero il Visconti scriveva nulla più che _Vir Magnifice_; ed esso, nella risposta al Visconti, _Illustris et excelse Pater noster praeclarissime_. Nel corpo della lettera il Visconti scriveva _Nobilitati, vestrae_, e nulla più; e lo Scaligero, _Excelsa Paternitas vestra_, ovvero _Pater Excellentissime_. Anche nel carteggio colla repubblica fiorentina si manifestava il superiore riguardo che avevasi per il Visconti. Egli scriveva _Magnifici fratres carissimi_; ed essi nelle risposte dicevano: _Magnifice et Excelse Domine, frater et amice carissime_; e nel corpo della lettera, _Excellentia vestra_.

Il duca Gian Galeazzo, malgrado la severa pietà che dimostrava sino alla ipocrisia, lasciò, morendo, un figlio naturale, nato da Agnese Mantegazza. Questi aveva nome Gabriello Visconti; e il padre, nel suo testamento, lo fece sovrano di Pisa e di Crema. Nel testamento medesimo, egli divise a suo arbitrio lo Stato; poichè al cadetto (de' due figli ch'ei lasciò, nati dalla duchessa Caterina, figlia di Barnabò), non solamente lasciò la contea di Pavia, che aveva ottenuta come un feudo separato, ma vi aggiunse Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Bassano; città tutte staccate dal ducato, il quale doveva pure, in virtù del diploma e colla legge de' feudi, passare interamente nel primogenito, che era Giovanni Maria. Il primogenito adunque rimase duca di Milano; il cadetto restò conte di Pavia; s'intitolò il primo: _Johannes Maria Anglus, dux Mediolani, etc., comes Angleriae ac Bonomie, Pisarum, Senarum ac Perusii_; e il secondogenito prese a chiamarsi: _Philippus Maria, comes Papiae, et Veronae dominus._

CAPITOLO XV.

_Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, Filippo Maria._

Dalla metà del secolo decimoquarto sino alla metà del secolo decimoquinto, per lo spazio di cento anni, la storia di Milano presenta come una figura colossale mal connessa, di cui ora si raccozzano ed ora cadono i pezzi; che però in nessuna parte mostra vaghezza ed eleganza, ma rappresenta una figura truce e deforme. Tale fu l'indole di que' tempi e di que' governi, nei quali della virtù appena si conosceva il nome; sotto a principi che considerarono gl'interessi loro, non solamente staccati, ma opposti a quelli del loro popolo, che opprimevano e saccheggiavano anzi che governarlo. Ad onta però dei vizi de' sovrani, Milano s'andò arricchendo; si animò l'agricoltura, si aumentò sempre la popolazione, l'industria si moltiplicò. Perchè la capitale d'un vasto Impero, collocata in mezzo d'una fertile pianura, e comandata da un sovrano (che, malgrado l'atrocità, predilige sempre i suoi concittadini), non può a meno che non cresca. Morto il duca Giovanni Galeazzo, cadde la gran mole dello Stato sotto il governo di due minori. Giovanni Maria, primogenito e nuovo duca, aveva appena quattordici anni, e dieci e non più ne aveva Filippo conte di Pavia, di lui fratello minore. Sarebbe stato difficile in que' tempi il conservare illesa la dominazione, quand'anche il ducato di Milano fosse stato un principato antico, consolidato dalla opinione de' popoli, e la duchessa vedova tutrice fosse stata d'animo bastantemente elevato ed energico per sostenere il peso del governo. Ma oltre i mali inseparabili dalla minorità, lo Stato era un recente aggregato di conquiste, di usurpazioni, di compre; e nessun altro titolo v'era per convincere i popoli della legittimità della nuova dominazione, che la forza. Un diploma comprato da un debole e deposto imperatore, le male arti, le insidie e la più vergognosa mancanza di fede, questi erano i titoli che doveva far valere la vedova duchessa Caterina, donna avvilita d'animo; perchè, per lo spazio di ventidue anni, costretta a soffocare colla dissimulazione il rammarico della rovina di suo padre e de' suoi fratelli, oppressi da quello stesso uomo ch'ella vedeasi giacere al suo fianco la notte, e al quale doveva simulare stima ed affetto. L'orrore del suo misero stato aveva ridotta la vedova principessa affatto incapace di reggere alla testa di una tale sovranità; ed all'animo abbattuto dalla lunga ed uniforme sofferenza de' mali, s'aggiugneva un colpo d'apoplessia già sofferto, che la rendeva ancora più inetta agli affari. I due giovani principi non avevano alcun prossimo congiunto che potesse reggere lo Stato; non un Consiglio appoggiato alla costituzione. La loro rovina era inevitabile. La reggenza cominciò coll'unione di alcuni generali e di alcuni cortigiani, i quali pretesero di formare il Consiglio, presso cui stava la sovranità, sotto il nome del duca Giovanni Maria. Questa unione d'uomini potenti e mal assortiti, di cui ciascuno null'altro aveva per fine che la propria fortuna, e null'altro aspettava se non l'occasione per approfittarsi della gioventù d'un principe per il quale nessuno aveva alcuno zelo; questa unione, dico, colle interne rivalità, e col disordine ed interno scompigliamento, diede in certo qual modo il segnale ai sudditi d'essere giunto il momento opportuno per liberarsi dal giogo che era stato aggravato da Barnabò, da Galeazzo, e recentemente dal primo duca; la dispotica dominazione de' quali non era durata abbastanza per far dimenticare l'antica libertà, se pure è possibile che si dimentichi mai ogni qualvolta si soffre l'abuso del potere sovrano. I Rossi fecero ribellare Parma; Ugo Cavalcabò s'impadronì di Cremona; Giorgio Benzone si fece arbitro di Crema; Brescia se la prese a reggere Giovanni Bosone; Franchino Rusca s'eresse sovrano in Como; Giovanni da Vignate si pose a signoreggiare Lodi; e frattanto i generali del morto duca, che avevano combattuto per lui, ma non sotto di lui, niente affezionati alla sua memoria, andavano saccheggiando lo Stato e occupandone le città per proprio loro conto; come fece Facino Cane, che si rese padrone di Piacenza, di Tortona, di Alessandria, di Novara e di altre terre. (1403) Le armi de' collegati scacciarono i Visconti dalla Romagna, e così Bologna, Perugia ed Assisi vennero cedute al papa il giorno 25 agosto nell'anno 1405. Siena anch'essa scosse il giogo; e poco dopo si dovettero cedere ai Veneziani Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano l'anno 1404, frattanto che il marchese di Monferrato s'impadroniva di Casale e di Vercelli. In tale stato erano le cose, che, due anni dopo la morte del duca Giovanni Galeazzo (due anni appena dopo la real clamide disposta, la corona e lo scettro), i suoi figli tremavano, il primo rinchiuso in Milano colla duchessa sua madre nel palazzo di corte, custodito come un ostaggio in mezzo di una città che, divisa in partiti, tumultuava ogni giorno; e l'altro appiattato nel castello di Pavia e mal sicuro, perchè nella città più di lui potevano i Beccaria: ed ecco il fine di tanta ipocrisia, di tanti maneggi, di tanta simulazione, e di tante violazioni di fede!

Il duca Giovanni Maria, mentre stavasene occulto nel palazzo ducale, nel tempo che i suoi Stati erano ceduti, invasi, saccheggiati, ovvero oppressi senza di lui saputa in suo nome, s'annoiò della compagnia della vedova duchessa sua madre, fors'anco per qualche buon ricordo che ella li desse. Come la cosa andasse non lo sappiamo. La duchessa Caterina dovette staccarsi dal duca suo figlio, e si ritirò a Monza, per ivi passare il resto de' tristi giorni suoi, i quali ben presto terminarono il giorno 17 di ottobre dell'anno 1404. Questa morte si attribuì, non senza fondamento, allo stesso duca suo figlio; e le azioni della sua vita ci levano pur troppo l'inquietudine di essere o maligni o calunniosi nel sospettarlo. I consiglieri di quell'insensato duca non erano sazii mai della preda, e imponevano tributi, prestazioni e gabelle, per fare in ogni modo un buon saccheggio; ma non avendo assoldate truppe bastanti, nè essendo ben organizzata la macchina politica, non sapevano con qual mezzo forzare i sudditi a pagare i tributi imposti, e allora ne immaginarono uno che prova l'indole di quel misero governo. (1406) «E l'anno sexto sopra MCCCC, dice il Corio, Giovanne Maria in Milano dominante, il dicinove di febraro, in uno giorno de Venere, ale XII ore, fu per parte del principe cridato che veruna persona non se odesse in iudicio per infine non fusse satisfacto ala solutione de le taglie imposte tanto in quello anno quanto dil preterito, e parimente che veruno notaro non celebrasse istrumento nel modo come scripto». Cospirava la fisica a rovina del popolo per una pestilenza che uccideva più di seicento persone al giorno[184]. L'interno disordine in Milano giunse a tal segno, che i generali saccheggiavano le case de' ricchi cittadini, facevano i corsari, depredando le mercanzie che navigavano sul Po, e persino, impadronitisi del castello di Milano, scaricavano l'artiglieria sopra della città, nella quale pure vi stava lo stesso duca. Bastano questi falli per concepire una idea precisa della minorità di quel principe; ed io mi credo lecito di trascurare una immensa serie di azioni cattive, uniformi e minute, che nulla ci insegnano di più, e inutilmente renderebbero sempre più meschino il racconto storico di que' tempi. Il duca Giovanni Maria era un impasto di stranissima ferocia. La crudeltà in lui sembra che nascesse non da vendetta nè da impetuose passioni, ma piuttosto da mancanza di riflessione; come si vede ne' fanciulli, che atrocemente incrudeliscono contro i più deboli e timidi animali, senza avvedersene, poichè, nulla pensando allo spasimo d'un vivente sensibile, unicamente si divertono nel fenomeno che producono, e si consolano della loro superiorità. Tale sembra che fosse il carattere di Giovanni Maria, il di cui sovrano piacere era quello di vedere sbranare gli uomini da robusti mastini, ch'egli nodriva per tale oggetto, nel tempo stesso in cui, timido ed imbecille, obbediva con sommessione a qualunque de' generali, i quali a vicenda comparendogli davanti colla forza, lo soggiogavano e lo rendevano pupillo, anche dopo terminata che fu l'età minore: sorta di principato pessima sopra tutte le altre, poichè le tirannie si commettevano senza che il vero autore nemmeno compromettesse il suo nome. Giunto il duca all'età di vent'anni, il giorno 28 di gennaio dell'anno 1408 fece sbranare da' suoi cani Giovanni Pusterla, castellano di Monza, calunniandolo per la morte della duchessa Caterina. Questo innocente e nobile cittadino spirò satollando colle sue membra la fame di que' mastini nel luogo istesso ove, sessant'otto anni prima, aveva terminata la vita, con altro supplizio, Francesco Pusterla, regnando Luchino, siccome vedemmo. Fu consigliato il duca di scolparsi con tal sacrificio dall'accusa d'essere parricida. Bertolino del Maino spirò pure squarciato dai denti di quei mastini. Così cominciò il suo regno il duca Giovanni, terminata che fu la minorità! Il signor Carlo Malatesta, sovrano di alcune città, aveva a lui data in moglie Antonia Malatesta, sua nipote. Egli voleva pure illuminare il genero ed insegnargli i principii per governare lo Stato, e mostrarsi degno di comandare agli uomini; a tal fine, dovendo egli partirsene da Milano per reggere i propri Stati, lasciò al duca alcuni ricordi, i quali tuttora si conservano nell'archivio della città, e furono pubblicati dal benemerito nostro conte Giulini[185]. La sostanza di questo testamento politico si può epilogare nel modo seguente: «La crudeltà è sempre indecente, sempre odiosa, e non di rado funesta. I popoli debbono venerare nel sovrano l'immagine della Divinità, protettrice della innocenza, e placabile col pentimento. Si guardi il principe da coloro che cercano di rendergli sospetti i suoi congiunti o i privati suoi domestici; coloro sono suoi nemici. Risolva da sè il sovrano, ma negli affari ascolti prima l'opinione de' suoi consiglieri; così non accaderà una inconsiderata risoluzione. Meglio è perdonare che distruggere. I tributi s'impongano per vero bisogno, si ripartano con giustizia, si percepiscano con economia, e i cortigiani dieno l'esempio agli altri col pagarli. Non s'intraprendano guerre senza necessità. Non largheggi il principe nel donare superfluamente. Sia inviolabile nel mantenere la parola data, e imparziale per la giustizia. Le cariche si dieno al merito, non mai al prezzo. Nella scelta de' ministri si esamini di quale riputazione godano, e se la vita loro sia proba; chi non è buon marito, buon padre, buon padrone in sua casa, non sarà mai buon consigliere del sovrano. Agli stipendiati si corrisponda fedelmente la paga. Le antiche leggi patrie sieno venerate ed obbedite. Ai ribelli riconciliati si tenga d'occhio, ai pertinaci si tolga il potere». Questo è il trasunto di tale memoria. S'ella fu destinata da Carlo Malatesta per illuminare il duca, non vi fu mai carta più inutile di questa. Se poi egli aveva null'altro in veduta che di lasciare una pubblica disapprovazione della condotta del nipote, non poteva scrivere meglio di così, perchè indicò appunto tutte le massime dalle quali si allontanava quel principe. Andrea Biglia, nel libro secondo della sua storia, ci descrive la barbarie di Giovanni Maria:[186] _Genus illud nefandae necis quae canibus urgebatur, adversum plures intendit, tam ferme sanguinis sitiens, ut nullum fere diem per id tempus incruentum sineret_[187]. (1409) Il Corio racconta che molti inermi popolari avendo gridato _pace, pace_, mentre il duca passava avanti della chiesa di Santo Stefano, ad istigazione di due perfidi suoi famigliari, ordinò quel principe alle sue guardie di scagliarsi colle armi _in quella misera ed inerme compagnia_, il che fu eseguito; e di quegli infelici «oltra a dugento ne occiseno: ed indi fece proclamare, che sotto pena de la forcha veruno più non nominasse pace ne guerra: anchora ordinò che gli sacerdoti ne la missa, in loco de pacem, dicessino tranquillitatem. Doppuoi essendo al prefato duca presentato avante uno figliuolo de Giovanne da Pusterla memorato, forse in età de XII anni, intervenne questa meraviglia anzi miraculo, che, mettendo li cani addosso al fanciullo per squarciarlo, quello se gittò a terra chiamando al duca misericordia, il quale, più incrudelendo, se gli remisse uno ferocissimo cane, chiamato il guerzo, custodito per il Squarza Giramo, assai più che quello crudele contra il sangue humano, ed a suggestione dil quale lo principe molte persone per denti de suoi cani faceva lacerare. Questo cane adunque, per il canetero lassato, puoi che il fanciullo ebbe nasato, se fece a disparte. Ma il principe non per questo revocando la innata crudeltate, cominciò minaciar al Squarza che lo farebbe suspender per la gola; onde remettendo una crudelissima cagna per nome sibillina, parimente quella non volse molestar il fanciullo, che di continuo domandava perdono. Ma Giovanne Maria, più obstinato nel suo furore, comandò al malvagio canatero che scanasse lo innocente garzono, il che voluntiere exequendo, non ancora quegli cani volsino gustare dil suo sangue: ed in tal forma ne faceva morire, ed tanto in questa inaudita crudeltate se delectò, che sino la nocte andava per la cità con il Giramo, inventore de si inaudita sceleragine e favoreggiato da lui per tanto horrendo maleficio, caciando il sangue umano come li cazatori ne boschi le sevissime fere». Così il Corio[188], il quale nella sua gioventù avrà inteso questi atrocissimi fatti da' vecchi che n'erano stati dolenti spettatori. Il Biglia poi scriveva le cose de' suoi tempi, e poteva essere testimonio di veduta. Ho voluto narrar questi orrori colle parole altrui, per risparmiare a me stesso la pena di descrivere cose tanto crudeli, e per togliere ogni sospetto sulla verità dei fatti.

La condotta del duca Giovanni Maria era quella d'un vero pazzo furioso; poichè, nei mentre ch'egli insultava l'umanità, la giustizia, la natura istessa coi mastini, compagnia degna di un tal principe, egli sopportava che Facino Cane a suo pieno arbitro non solamente dominasse Alessandria, Tortona, Novara ed altre terre, ma disponesse da sovrano, e in Milano ed in Pavia, ogni cosa a suo piacimento, per modo che il Biglia ci lasciò scritto:[189] _Nec multo post Facinus Mediolanum advocatur, ut nihil jam illi ad utriusque dominium praeter nomen deesset, omnia uni parebant, omnia pro illius imperio statuebant, ne tanto quidem ad impensas juvenum relicto quod vitae satisfacerent_[190]. Appena i due giovani principi avevano di che mangiare. Il duca aveva fatta colla città di Milano una convenzione, la quale si trova nell'archivio della città, e venne pubblicata dal conte Giulini[191]. In vigore di tal carta egli si sottopose in molta parte a que' limiti che presentemente fissa la costituzione della Gran Brettagna al sovrano, almeno per riguardo al tributo. Le regalie tutte le cedette alla città, alla quale diede in proprietà ogni sorta di carico non solo, ma persino gli stessi beni suoi allodiali; e ciò a condizione che la città gli sborsasse sedicimila fiorini al mese, ossia centonovantaduemila fiorini all'anno. Il primo duca aveva da tutto il suo Stato un milione e duecentomila fiorini all'anno[192]; ma ora non rimaneva a questo secondo duca se non Milano, e non era tenue quella somma per que' tempi. Nè questo fu pure il limite a cui si tenne il duca. Volle che la città diventasse, in certo modo, anche amministratrice dei centonovantaduemila fiorini; e stabilì che per la sua persona se gli sborsassero ogni mese duemilacinquecento fiorini, per mantenimento della sua corte, cavalli, tavola e vestito: del rimanente la città doveva pagare ottomila fiorini di stipendio per ogni mese a cinquecento lance, tremila fiorini al mese per lo stipendio di mille fanti, mille altri fiorini al mese per la guardia del corpo, e millecinquecento fiorini al mese per soldo ai consiglieri ed ai giudici. Questo contratto (che dava esistenza morale al corpo politico, creandolo legittimo percettore del tributo, e un essere vivente interposto fra il sovrano ed il suo popolo, avendo un debito fisso col primo, ed un dritto e una giurisdizione sul secondo) poteva essere una nobilissima beneficenza verso della patria in tutt'altro principe; ma era una stolida imbecillità in quel Giovanni Maria, incapace di governare. Tutto era in combustione e in disordine:[193] _Vulgus quidem_, dice il Biglia, _annonae copia delinitum; caeteri, quicunque bonorum civium loco essent intolerandis tributis gravabantur... Multi vel publica vel privata licentia interfecti._ I mali pubblici, l'odio contro l'infame duca, il profondo disprezzo che si era egli meritato, giunsero finalmente al colmo. (1412) I due fratelli Andrea e Paolo Baggi, ai quali il sovrano aveva fatto ammazzare un fratello chiamato Giovanni; Giovanni della Pusterla, nipote dell'infelice castellano di Monza sbranato da' cani, e cugino dell'altro disgraziato fanciullo scannato; Francesco e Luchino del Maino, cui il duca aveva fatto decapitare due fratelli, e sbranare da' cani Bertolino, loro parente, si collegarono, e varii altri ad essi si unirono per togliere dal mondo quel mostro crudele, pazzo debole, imbecille ferocissimo; e il giorno 16 di maggio dell'anno 1412 lo colsero, non si sa bene se nella chiesa di San Gottardo, ovvero in una sala di corte mentre s'inviava alla chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Il duca Giovanni Maria così terminò la obbrobriosa sua vita, nell'età giovanile di ventiquattro anni non per anco compiuti, dopo di aver portato il nome di duca per quasi dieci anni. La universale detestazione contro di lui si manifestò con segni inusitati, poichè nemmeno si volle rendere al di lui cadavere il vano onore della pompa funebre: e una donna della pubblica prostituzione fu la sola che diede un segno di pietà, gettandogli sopra un canestro di rose. L'infame Squarcia Giramo fu dalla plebe colto e strascinato per le strade, indi appeso per la gola alla sua casa.