Part 11
Sino dall'anno 1380 il conte di Virtù aveva ottenuto, siccome dissi, dall'Imperatore Venceslao il diploma di vicario imperiale. Ma questa dignità personale poteva non essere data a' suoi figli, e la elezione d'un nuovo imperatore poteva farla perdere al conte medesimo, il quale non dimenticava i figli di Barnabò e le pretensioni che avrebbon potuto far valere, sì tosto che le circostanze loro fossero favorevoli. Per tal cagione egli cercò d'essere formalmente investito da quell'augusto come vassallo di tutti gli Stati che possedeva, onde per tal modo rimanesse la successione e la sovranità perpetua ne' suoi discendenti. La richiesta venne esaudita dall'imperatore Venceslao, col mezzo di centomila fiorini d'oro che ei ricevette dal conte. Gli Stati del conte vennero eretti in ducato, e il conte venne dichiarato duca di Milano, con un diploma segnato il giorno 2 di maggio dell'anno 1395; e con altro diploma posteriore l'imperatore dichiarò le venticinque città che intendeva comprese nel ducato concesso, cioè Arezzo, Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio e Sarzana. Oltre queste città lo stesso augusto investì il nuovo duca d'una distinta contea, transitoria pure a' suoi discendenti, nella quale si comprendevano Pavia, Valenza e Casale. Il diploma è del giorno 13 ottobre 1396. Così quell'augusto venne a staccar dall'Impero ventotto città, che formavano la maggior parte dell'antico regno italico; e il duca ne diventò legittimo sovrano. Altre città possedeva Giangaleazzo, non comprese in quel diploma; poichè, sebbene avesse ceduto Padova e dato in dote alla principessa Valentina Alba ed Asti, ancora Bologna, Pisa, Siena, Perugia, Nocera, Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per lo che era egli sovrano di trentacinque città. La solenne funzione di rivestire delle insegne ducali il nuovo duca si celebrò in Milano sulla piazza di Sant'Ambrogio, il giorno 8 di settembre dell'anno 1395. In que' tempi non v'erano altri duchi in questa parte d'Italia; quindi la funzione fu solennemente celebrata con infinito corso di forestieri, e come dice il Corio, «al spectaculo de tanta solemnitate vi concorse quase de tutte le natione de christiani, ed anche infedeli, in modo che ciaschuno diceva non più potere maggior cosa videre[159]». Io ho un esemplare manoscritto della orazione che recitò il vescovo di Novara in mezzo di quella pompa, sulla piazza di Sant'Ambrogio. Essa incomincia così:[160] _Ecce testem populis dedi eum ducem, et praeceptorem gentibus. — Venerabiles patres, spectabilesque domini mei, plurimum merito venerandi, tota Mediolanensium patria potest a me condiligenter quaerere: — dic, quaeso, Novariensis episcope, quae sacrum moverunt caesareum animum nostrae comunitati ducatus exhibere fastigium? — Ad quam ego: — quadruplex rerum conditio; dirigens benignitas Regis aeternalis; prosequens conformitas actus parentatis; obsequens fidelitas domus Viperalis; congruens utilitas plebis generalis._ Poi dopo s'impegna a provare con varii testi della Sacra Scrittura, che Giangaleazzo era stato dall'imperatore creato duca per volere di Dio; per inclinazione di quell'augusto, che, sull'esempio de' suoi maggiori, beneficava la casa Visconti, per rimunerazione della fedeltà colla quale i Visconti erano sempre stati affezionati all'imperatore, e per bene generale de' numerosi popoli che obbedivano a Giangaleazzo. Indi l'oratore passa alle lodi dell'Impero Venceslao, nel quale trova:[161] _Celebris potentia validi vigoris; nobilis prosapia fulgidi decorit; hilaris clementia placidi datoris_; e continua a dimostrare queste asserzioni ritmiche, con fasi e modi singolarissimi. Poi, terminato l'encomio di Venceslao, passa a tessere quello del nuovo duca, e le sue lodi sono:[162] _Generis propinquitas, multum radiosa; corporis formositas, multum speciosa; animi tranquillitas, valde virtuosa._ L'oratore vescovo di Novara era Pietro di Candia, che poi diventò papa col nome di Alessandro V; e tale sermone fu allora ammirato da tutti come un capo d'opera della più nobile eloquenza. Eppure trentacinque anni prima Petrarca era domiciliato presso quella piazza medesima! Convien dunque dire che le eleganti adunanze che ivi aveva tenute, e quelle del suo Linterno, non avessero lasciato alcuna traccia[163]. Il Corio descrive i donativi magnifici che fece il duca di superbi vasi d'oro e d'argento, collane d'oro, drappi ricchissimi d'oro e seta, cavalli signorilmente bardati, ed altri generosi regali distribuiti ai convitati. Il grandioso pranzo lo diede il duca nell'antica corte dell'Arengo, ossia Broletto Vecchio, dove oggidì sta la regia ducal corte. Il Corio ce ne dà la descrizione, ed io la riferisco, perchè dà idea del costume di quei tempi. Si cominciò con presentare a ciascuno de' convitati «aqua a le mano, stillata con preciosi odori; e puoi seguitarono le imbandisone, tutte accompagnate con trombe ed altri diversi suoni; la prima delle quali fu, marzapani e pignocate dorate, con arme dil serenissimo imperatore e nuovo duca, in taze doro, con vino bianco; deinde pollastrelli con sapore pavonazzo, cioè uno per scotella e pane dorato; puoi porci dui grandi dorati e dui vitelli parimente dorati. Inde vi furono portati grandissimi piatelli dargento, e per caduno pecti dui de vitello; pezi quattro de castrato; pezi due de sensali. Capretti dui interi, pollastri quattro, capponi quattro, persutto uno, somata una, salzici dui, e sapore bianco per minestra, e vino greco. Doppo furono portati altri piatelli di simile grandezza con pezi quatro de vitello a rosto; capreti dui interi; lepori dui intere; pizoni grossi sei; cunelli quattro. Puoi pavoni quattro, cotti et vestiti; orsi due dorati con sapore citrino. Doppo furono portati altri grandissimi piatelli dargento con faxani quatro per cadauno, vestiti; ed a quelli seguitavano conche grande di argento, con uno cervo intero dorato; daino uno similmente indorato, e caprioli dui con galantina. Puoi piatelli come di sopra con non puocho numero de qualie e pernice con sapore verde; puoi furono portate torte di carne dorate con pere cotte. Doppo fu dato acqua a le mano, facta con delicati odori, ali quale seguitava pignocate in forma de pessi, inargentate. Puoi pani inargentati, limoni syropati, inargenti in taze, pesce rostito con sapore rosso, in scutelle d'argento, pastelli de inguilli, inargentati. Puoi piatelli grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina inargentata, trute grande con sapore nero, e sturioni dui, inargentati. Inde fu portato torte grande verde, inargentate, mandole fresche, vino legiero, malvasia, persiche e diversi confecti a varie fogie[164]». Pare che l'usanza fosse allora nei conviti pomposi di collocare nel centro della gran mensa de' pezzi enormi, come maiali, vitelli, orsi, cervi, daini, sturioni interi o dorati o inargentati, ovvero rivestiti colla loro pelle naturale e internamente arrostiti. Pare che queste masse non servissero ad altro che alla vista dei commensali durante il convito, e che quello finito si concedessero da depredare festosamente al popolo. Per cibo de' commensali si ponevano loro davanti, all'uso monastico, dei piatti minori. I sapori bianco, nero, rosso, verde, citrino e pavonazzo, pare che fossero salse di colori e gusti diversi. L'usanza di coprire con foglie d'oro e di argento i cibi anche oggi si conserva in alcune ciambelle di monache: gli speziali lo fanno altresì per diminuire la nausea alle cattive cose che presentano da inghiottire; e nella nostra plebe rimane ancora il proverbio di _mangiare il pan d'oro_ per significare una vita signorile e deliziosa. In mezzo a questa stomachevole abbondanza, degna di quel tempo, in cui si ammirava l'accennata eloquenza del vescovo di Novara, confesseremo che nella eleganza di servire con acque odorose per lavarsi, erano quegli uomini più colti e raffinati che ora non lo siamo noi.
L'ambizione di Giovanni Galeazzo non era sazia giammai, e voleva per ogni modo quel principe lasciare ai secoli venturi la fama di sè medesimo. Felici i suoi popoli s'egli avesse temuto la cattiva fama! Egli ordinò una compilazione degli statuti di Milano, la quale si pubblicò il giorno 13 di gennaio dell'anno 1396, ed è la medesima che venne stampata poi l'anno 1480, in Milano, da Paolo Suardi, con assai bella edizione. Egli fece immaginare la genealogia del suo casato; e questa fu compilata nella maniera più grossolanamente fastosa che dir si potesse. Si creò allora la cronaca de' conti di Angera, celebre presso di molti fra i nostri autori. Si riascese nulla meno che al troiano Enea, il nipote di cui, per nome Anglo, si fece fondatore _d'Angleria_, nome latino d'una rocca del distretto del lago Maggiore chiamata Angera. Da Anglo se ne fanno discendere molti re, molti eroi e finalmente Matteo Visconti. Appoggiati in questa genealogia i successori di Gian Galeazzo ambirono poi di aggiugnere al titolo di duca di Milano quello ancora di conte d'Angera e talvolta semplicemente _Anglus_; come fra gli altri ambì di fare Lodovico Sforza, che nella leggenda delle sue monete per questo si potrebbe credere un inglese. Anche il titolo distinto di conte di Pavia lo aggiunsero i successori, per essere quella una contea separatamente infeudata; e per lo più il principe ereditario chiamavasi conte di Pavia. Vi bisognava nulla meno che una ignoranza totale della storia, per ispacciare seriamente la impostura dei conti d'Angera. Eppure il duca fu contentissimo di quella adulazione; e la cronaca venne accolta con riverenza e con fede. La stessa ambizione della immortalità portò il duca a fabbricare la chiesa e la magnifica Certosa presso Pavia, dotandola signorilmente, in guisa che era uno de' più grandiosi e ricchi monasteri che avesse quest'ordine. Finalmente allo scopo medesimo mirò colla fabbrica del Duomo di Milano, immaginato ed innalzato da lui. Allora non v'era in Roma la superba chiesa di San Pietro, nè in Londra quella di San Paolo; e il tempio che disegnò Gian Galeazzo ed innalzò in Milano, per que' tempi, era il più grande, il più ardito e il più magnifico del mondo, senza eccettuare Santa Sofia di Costantinopoli. Se la fabbrica siasi cominciata nell'anno 1386, ovvero nel 1387, è un soggetto di controversia nel quale non entrerò. Nemmeno entrerò io a trattare del gusto di questa immensa mole, tutta caricata di minutissimi lavori di marmo, con tanta prodigalità e capriccio, che costano secoli e tesori gli ornati, le balaustrate, le guglie e i terrazzi che la coprono, e non sono visibili se non agli uccelli, o a que' pochi che hanno la curiosità di salire centottanta braccia, quant'è l'altezza dell'ultima guglia, per rimirarle. Il duca volle fare questo tempio abbandonando la simmetria degli ordini eleganti di architettura, e seguendo il gusto di fabbricare della Germania. Io non saprei a tal proposito esprimermi tanto bene, quanto ha fatto nell'elogio del Cavalieri il nostro immortale abate Paolo Frisi: «Gli architetti fatti allora venire dalla Germania, avendo preferita la nativa loro maniera di fabbricare agli ottimi modelli che sino da quei tempi vedevansi nella Toscana, ci lasciarono nella gran fabbrica del nostro Duomo un monumento della rozza opulenza, piuttosto che del buon gusto. Anzi il nuovo modello, imponendo colla sua stessa grandiosità, e confondendo le idee della simmetria, dell'euritmia e del bello, servì piuttosto a ritardare fra di noi i progressi della maestosa e nobile architettura»; così egli. La lunghezza del Duomo è di braccia duecentoquarantanove e mezzo; la larghezza massima della croce è braccia centoquarantotto e un ottavo; e la larghezza della chiesa è braccia novantasette. Il nostro braccio è l'estensione di un piede e dieci pollici di Parigi, così che sei braccia si calcolano prossimamente undici piedi reali di Francia[165]. Questo grande edificio è tutto di marmo bianco ed alquanto trasparente, che si cava da un monte del lago Maggiore, verso Domodossola. Il duca arricchì questa fabbrica di assai pingue patrimonio; ma per innalzare la immensa mole vi vollero generose e moltiplicate obblazioni; ed il Corio ci racconta che, essendo stato nell'anno 1390 pubblicato in Roma un Giubileo, «dove Lombardi per le continue guerre e turbazione non essendogli potuto andare, Bonifacio pontefice, ad intercessione de Giovanne Galeazzo Vesconte, la concesse a Milano ne la medesima forma che era a Roma, cioè che ciaschuno nel dominio dil Vesconte sì anche non fusse contrito ne confesso, fusse absoluto di qualunque peccato... offerendo al primo Tempio due parte de le tre che avrebbino speso ne lo andare a Roma, de la cui oblatione due parte dovevano essere de la fabrica dil celeberrimo Tempio, e la tertia parte al pontefice: a questa indulgentia li ultimi dui mesi gli concorse innumerabile moltitudine de Lombardi[166]». Si è temuto questo passo del Corio, che asserisce avere il papa accordata l'assoluzione anche ai non pentiti; e per ciò nelle più recenti edizioni questo pezzo fu ommesso. Non vi è però motivo alcuno di temere sinistra impressione, dappoichè l'instancabile nostro conte Giulini ha pubblicata la bolla medesima di Bonifacio IX, che ritrovasi nell'archivio Panigaroli, nel registro A, pag. 169, in cui chiaramente si legge:[167] _Vere penitentibus et confessis_[168]. Il Corio si è ingannato attribuendo quella opinione al papa. Ma non credo io ch'egli poi siasi ingannato, asserendo che tale opinione comunemente sì facesse correre per adescare in gran numero i donatori. Infatti già vedemmo al capitolo undecimo, come il cardinal legato Bertrando del Poggetto, sessantanove anni prima, aveva pubblicata la Crociata per la distruzione di Matteo I, promettendo a chi vi si arruolava assoluzione intera,[169] _liber et mundus sit tam a culpa, quam a poena_. Questa opinione erronea e funesta era dipoi andata serpeggiando per modo, che lo stesso Bonifacio IX, in un suo breve, scrisse a disinganno di chi si lasciava adescare:[170] _Non veras, et praetensas facultates hujusmodi mendaciter simulant, cum etiam pro parva pecuniarum summula, non poenitentes, sed mala conscientia satagentes iniquitati suae quoddam mentitae absolutionis velamen praetendere, ab atrocibus delictis nulla vera contritione, nullaque debita praecedenti forma (ut verbis illorum utamur) absolvant, mala ablata, certa, et incerta, et nulla satisfactione praevia (quod omnibus saeculis absurdissimum est) remittant_[171]. V'erano dunque pur troppo i comodissimi dottori, che, per carpire denaro, addormentavano gli uomini nel delitto; e non è difficile che questi venissero adoperati per innalzare il Duomo; nel quale il duca pensò di lasciare ai secoli un monumento eterno della sua grandezza. Da tali fatti si può concludere che allora non v'era idea di eloquenza; non si studiava la storia, cattivo era il gusto di architettura, e poco dissimile quello della mensa; e quel che è peggio di tutto ciò, correva una morale infame, per cui si credeva col denaro di cancellare qualunque iniquità, senza bisogno alcuno di pensare a diventar migliori. I lodatori de'tempi antichi, torno ancora a ripeterlo, non sanno la storia.
La vendita che aveva fatta l'imperator Venceslao di tutto il regno longobardo, ossia italico, al nuovo duca, mosse i principi della Germania a formare un partito per deporre quel sovrano dal trono augusto, dal quale aveva staccata una parte così importante. Altri motivi di doglianza avevano ancora contro di lui. (1401) Quindi dichiararono imperatore Roberto conte Palatino di Baviera, e Venceslao deposto; il che avvenne l'anno 1401. Il papa, i Veneziani ed i Fiorentini animarono il nuovo Cesare a comparire nell'Italia, per rivendicare le terre staccate dall'Impero; e gli promisero tutti i soccorsi. Il nuovo imperatore, prima di venire, scrisse al duca la lettera seguente, che ci ha conservata il Corio:[172] _Robertus de Bavaria, Dei gratia, Romanorum rex, et Rheni comes Palatinus. Tibi Johanni Galeaz, militi Mediolanensi, praecipiendo mandamus, quatenus omnes civitates, castra, terras, et loca Romano Imperio et ditioni nostrae spectantia, quae in Italia occupata indebite detines, Nobis, quibus Romani Imperii gubernatio, ex electione de nobis imperatore per Imperii electores canonice facta, ad me spectat et pertinet, restituere ac resignare debeas, alioquin ut sacri Imperii terrarum, et jurisdictionum invasorem, et nostrum hostem et rebellem diffidamus._ A tale intimazione così rispose il duca:[173] _Tibi Roberto de Bavaria nos Johannes Galeaz Vicecomes, Dei et serenissimi domini Vincislai Romanorum et Bohemiae regis gratia, dux Mediolani, etc., ac Papiae et Virtutum comes. Per praesentes respondemus quod quascumque civitates, castra, terras et loca in Italia possidemus, et a prefato serenissimo domino Vinceslao, Romanorum rege, et sacri Imperii gubernacola canonice possidente, tenemus et possidemus, ipsasque a te, Imperii invasore atque praefacti domini Vincislai et nostri hoste manifesto, defendere prorsus intendimus, teque, ipsorum Imperii et dominii Vincislai regis atque Nostrum hostem manifestum, si nostrum territorium invadere praesumpseris, diffidamus_[174]. L'effetto di queste bravate non fu altro, se non che il nuovo augusto Roberto passò le Alpi, e dal Tirolo venne sul Bresciano. L'armata del duca se gli affacciò; e il giorno 21 di ottobre dello stesso anno 1401, battè gl'imperiali per modo che condusse a Brescia un buon numero di prigionieri, due stendardi e più di mille cavalli; il che risulta dagli antichi registri della città sovra memorie contemporanee, consultate e pubblicate dal nostro conte Giulini[175]. Il conte Alberico di Cunio e di Barbiano ebbe gran parte dell'onore di questa vittoria[176]. Egli fu molto caro a Barnabò. Alberico fu istitutore della società militare di San Giorgio, che liberò l'Italia da masnadieri esteri. La virtù e il nome di questo illustre italiano vivono ne' nobilissimi suoi discendenti[177]. La presa di due stendardi significava allora assai più che non farebbe in questo secolo, nel quale abbiamo moltiplicato le insegne, non saprei a qual altro uso, fuori di quello di attestare con maggior autenticità le proprie perdite quando vengon prese da' nemici, stipendiando a tal fine molti uomini inutili per la battaglia. L'apparizione del re Roberto fu momentanea, poichè dopo quell'incontro voltò strada, e per la via di Trento se ne ritornò nella Germania. (1402) A tale stato di prosperità era giunto Giovanni Galeazzo Visconti nell'anno 1402, che tutto si piegava sotto la potenza di lui. Altro più non gli restava se non di sottomettere Firenze, la quale era già cinta d'assedio dal conte Alberico; e fra poco la Toscana, la Romagna in buona parte, e la Lombardia non avrebbero avuto altro padrone fuori che lui. Così il Visconti aveva nuovamente radunato in un sol corpo l'antico dominio de' re longobardi, nè altro più gli mancava che il solo titolo di re. Il Corio ci attesta che il manto reale, il diadema, lo scettro erano già preparati dal duca; e per celebrare la funzione di farsi consacrare, aspettava soltanto l'avviso della resa di Firenze. I generali del duca erano i migliori di quei tempi: Jacopo dal Verme, Ottobuon Terzo, Facino Cane e il conte Alberico di Barbiano. Il duca contava il quarantanovesimo anno della età sua mentre aveva in faccia questa ridente e grandiosa scena; quando morì in Marignano, il giorno 5 di settembre dello stesso anno 1402; e così ogni cosa cambiò aspetto; e tutte le previdenze umane, e tutt'i lunghi fili tessuti per un avvenire sempre indipendente dagli uomini, rimasero troncati. Fu veramente magnifica e reale la pompa funebre che si celebrò in Milano per Giovanni Galeazzo I duca. Ne abbiamo la descrizione minuta[178]. Intervennero al funerale gli oratori di ciascuna delle città suddite; gl'inviati di tutti i principi esteri; e quaranta illustri consanguinei della agnazione Visconti. Le insegne di tutte le città e borghi principali del dominio, portate da duecentoquaranta uomini a cavallo; duemila uomini vestiti a bruno, con grosse torce di cera; tutt'i vescovi sudditi; il feretro, portato dalle cariche di corte, sotto di un baldacchino di broccato d'oro, foderato d'armellini; le insegne ducali, portate dagli araldi, il tutto formò uno spettacolo maestoso.