Storia di Milano, vol. 2

Part 10

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Appena il colpo era fatto, il conte, alla testa degli armati, entrò nella città, e senza veruna opposizione se ne impadronì, fra gli evviva della plebe, alla quale permise tosto di saccheggiare i palazzi di Barnabò e de' suoi figli, e la plebe di più saccheggiò le dogane e la gabella del sale, che era alla piazza de' Mercanti. Nella fortezza di porla Romana vi fu ritrovato tanto argento per caricarne sei carri, ed in oro vi si contarono settecentomila fiorini. Quindi si radunò un consiglio generale della città, il quale tosto conferì il dominio al conte di Virtù, e, dopo lui, a' suoi discendenti maschi legittimi, in quel modo a lui più fosse piaciuto[150]. Con tal decreto vennero esclusi i discendenti di Barnabò: e in quel giorno Giovanni Galeazzo Visconti, conte di Virtù, diventò sovrano di ventuna città, e sono Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi, Bergamo, Crema, Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio, Alessandria, Valenza, Novara, Tortona, Vercelli, Alba, Asti e Casale. Questo colpo, eseguito con tanto vigore, e preparato colla più cupa e simulata ipocrisia, conveniva in qualche modo farlo comparire onesto e suggerito dall'assoluta necessità; e a tal fine ordinò il conte che si formassero i processi contro di Barnabò. L'autore degli Annali milanesi ce ne ha trasmesso l'epilogo. Le atrocità che ivi si leggono imputate a Barnabò, sono enormi; e dopo una sanguinosa enumerazione di esse, vedesi incolpato Barnabò d'avere tese insidie alla vita del nipote; d'essere uno stregone, che colle fattucchierie avesse rese sterili le nozze del conte di Virtù; e che finalmente Gian Galeazzo fosse stato costretto a far prigionieri lo zio ed i cognati, perchè essi l'avevano in quel momento assalito a tradimento. Non saprei se sotto il governo di uomini di quell'indole vi fosse nelle magistrature un uomo virtuoso; ma se pur vi era, quello certamente non sarà stato trascelto per formare il processo. Barnabò era uomo feroce, violento, coraggioso, franco, ma non dissimulato, nè capace di tradire o di insidiare. Egli era nemico di ogni arte e di ogni scienza, crudele, sanguinario, d'una religione inconseguente, poichè, insultando il papa, oltraggiando i vescovi, calpestando gli ecclesiastici, donava ai conventi generosamente i beni che rapacemente confiscava ai cittadini. Ma il conte era suo nipote; il conte era suo genero; giaceva le notti colla sua moglie Caterina Visconti, nel tempo in cui ordiva di togliere la sovranità alla di lei famiglia, mentre teneva prigione suo padre, lasciava errare raminghi e bisognosi i di lei fratelli, che pure avevano tanta ragione per succedere nella signoria di Barnabò, quanta ne aveva il conte per essere succeduto nella signoria a Galeazzo. Di tanti figli che aveva Barnabò, malgrado le potenti e illustri loro aderenze, non ve ne fu più alcuno che potesse comparir nemmeno a disputare la usurpata porzione del padre, trattone Estore che era figlio illegittimo, il quale potè fare ventisette anni dopo un momentaneo contrasto al duca Filippo Maria, come vedremo. La potenza acquistata in un istante dal conte di Virtù fiaccò l'animo de' suoi sudditi; l'ardimento della sua ambizione, spiegata come un improvviso lampo, unita alla profondissima simulazione, rese attoniti gli altri principi; giacchè gli oggetti più ne soprafanno, quanto più grandeggiano annebbiati. I popoli, oppressi dal duro e violento giogo sofferto, accolsero con allegrezza il cambiamento. La virtù e la giustizia non ebbero parte alcuna in questa rivoluzione, in cui si vide accadere un avvenimento di cui sono frequenti gli esempi; cioè che, posti due colleghi di egual condizione al governo, colui che avrà le passioni più spiegate, dovrà soccombere a colui che saprà coprire colla timidezza l'ambizione, siccome ancora accadde dell'impero del mondo fra Ottavio ed Antonio.

All'ambizione artificiosa del conte di Virtù erano poche ventuna città suddite. Egli pensava a nulla meno che al regno d'Italia: e i primi sguardi ch'egli gettò furono dalla parte del Veronese e del Padovano, per estendere sino all'Adriatico il suo Stato. Egli, siccome dissi, possedeva già Crema, Bergamo e Brescia. Antonio della Scala era signore di Verona e di Vicenza. Francesco da Carrara era signore di Padova. Da gran tempo questi due piccoli sovrani avevano delle discordie, e si facevano delle reciproche ostilità. Il conte di Virtù, simulando zelo per la concordia e per il bene di que' due principi, entrò mediatore per accomodare le loro controversie; e mentre l'una parte e l'altra stavano facendo le loro proposizioni, il conte lusingò il Carrarese, signore di Padova, proponendogli un'alleanza invece del progettato accordo. L'alleanza avea per fine la distruzione dello Scaligero. Il piano era che il Carrara lo dovesse attaccare dalla parte di Vicenza, mentre il conte di Virtù farebbe lo stesso dalla parte di Brescia. L'esito non poteva essere dubbio, poichè Antonio della Scala, posto così di mezzo, non poteva avere scampo. Il frutto era grande, mentre s'offeriva a Francesco Carrara di lasciargli Vicenza, e il conte restava pago di prendere per sè Verona. Non poteva essere l'orecchio del Carrarese adescato da una proposizione più seducente di questa, e incautamente la accettò. La passione antica che aveva contro lo Scaligero, lo acciecò a segno di lusingarsi, che il conte (il quale aveva tradito suo zio, usurpata la sua sovranità, e, coll'apparenza di officiosa mediazione, proponeva un tradimento contro dello Scaligero) sarebbe stato un alleato fedele a lui, poichè fosse reso ancora più forte coll'acquisto del Veronese, e diventato confinante col Padovano! Appena concertata la cosa, il conte mediatore immediatamente pubblicò un manifesto diretto allo Scaligero, diffidandolo che tre giorni dopo quella data veniva a muovergli guerra. (1387) Fu invaso il Veronese dalla milizia del Visconti da una parte, e del Carrara dall'altra. Alcuni malcontenti veronesi, che avevano secreta corrispondenza con Antonio Bevilacqua, comandante delle truppe del conte, aprirono l'ingresso; e il Bevilacqua, fuoruscito veronese e nemico di Antonio della Scala, rese Verona suddita del conte di Virtù; alle armi di cui si sottomisero i borghi e le terre tutte del Veronese non solo, ma del Vicentino e la stessa città di Vicenza. Così terminò la signoria degli Scaligeri l'anno 1387. La conquista fatta dal conte, della città di Vicenza, era una violazione dei patti. Contra di essa reclamava il signore di Padova Francesco da Carrara. Il conte rispondeva che egli teneva Vicenza, non come cosa spettante a lui, ma come l'eredità di Caterina sua moglie, figlia della regina Scaligera, moglie di Barnabò. Il Gatari, nella Storia di Padova[151], ci dice che il conte di Virtù, per maneggi secreti, corruppe i favoriti di Francesco da Carrara, e fece che gli consigliassero di alzar ben bene la voce, e declamare contro la perfidia del conte, facendogli sperare che, in tal modo, e il consiglio del conte e la di lui stessa moglie, l'avrebbero certamente indotto a consegnargli Vicenza, anzi che portare la patente macchia d'avere violata la fede; supponendosi a ciò indotti dalla lusinga che, intimorito, il Carrara non avrebbe osato di farne pubblica doglianza. Anche da tale insidia fu côlto quell'incauto principe; e il conte ebbe il pretesto di vendicare le ingiurie proferite da Francesco Carrara; e non solamente ritenne Vicenza, ma invase il Padovano, s'impadronì di Padova istessa, fece prigioniere l'infelice Francesco da Carrara, e trasportollo nella torre di Monza, ove terminò i suoi giorni. Io ho delle monete del conte di Virtù, signore di Padova, e sono già pubblicate altre monete del medesimo come signore di Verona, le quali monete vennero coniate probabilmente dalla zecca di Milano o nell'anno 1387, ovvero poco dopo. Da questi fatti compare chiaramente il carattere di Giovanni Galeazzo. Gli editti che pubblicava erano composti con frasi che indicavano religione, pietà, moderazione. S'invocava Dio; se gli rendeva omaggio di ogni prospero successo; si fabbricava il Duomo; si fondava la gran Certosa presso Pavia; ma la morale non era punto rispettata. Le animosità e le contese fra gli Scaligeri ed i Carraresi ebbero tal fine. E per lo più così accadde che i piccioli nemici combattono colla chimerica lusinga di soggiogare i loro emuli; e un terzo si presenta, il quale tranquillamente profitta delle loro spoglie; giugnendo poi i rivali rovinati a conoscere, ma tardi, che assai miglior partito è quello di tollerarsi scambievolmente, e rimanere concordi ed uniti, per ottenere stabilità di fortuna, e tranquillo e decoroso godimento di essa.

Poichè per tal modo ebbe Gian Galeazzo estesi i suoi confini sino al mare Adriatico, rivolse le sue cure a dilatarli al lungo dell'Italia, al di là di Bologna, nella Romagna e nella Toscana. Egli conquistava per mezzo de' suoi generali. Prese colle armi Bologna. Molto si stese nella Romagna. Perugia, Spoleti, Nocera, Assisi furono da lui acquistate. Nella Toscana egli comprò Pisa collo sborso di ducentomila fiorini, e gliela vendette Gerardo Appiani, che era succeduto al padre in quel dominio. Egli acquistò Siena, che se gli rese per dedizione spontanea[152]. La repubblica di Firenze non poteva con tranquillità rimirarsi in tal modo cinta dai nuovi Stati del conte, la di cui ambizione non aveva limiti, e si venne alle ostilità. Nel loro manifesto i Fiorentini dissero:[153] _Sed profecto nosmetipsos, vana fide delusi, decipiebamus, persuadentes nobis illum esse posse fidelem, qui tam infidelis extitit nepos et gener et frater, in patruum, socerum, atque fratres, cujusque toties, et nobis, et aliis, probata fides erat nihil habere constantiae, nisi solum in hoc ut fidem quam promiserat non servaret... Nos versa vice tyranno Lombardiae, qui se regem facere cupit, et inungere, bellum indicimus_[154]. Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l'indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia, un corpo di diecimila francesi, comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti, figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie Beatrice d'Armagnac. L'armata francese si portò rapidamente sotto di Alessandria, città munita di valido presidio, comandato da quel Jacopo dal Verme che aveva fatto prigioniere Barnabò. I Francesi si presentarono con insulto, deridendo, provocando, ed invitando se avevano coraggio di venir fuori que' poltroni Lombardi. Si vide poi che è più facile l'oltraggiare che il vincere. Uscì Jacopo dal Verme il giorno 28 di luglio dell'anno 1391, e, per risposta, prese il conte di Armagnac prigioniere, e tutti que' francesi che non rimasero sul campo. Così terminossi quella spedizione; e il conte ben presto si accomodò colla Francia, facendole sperare di sottomettere colle sue armi Genova, e darla a quel re; il che poi non avvenne. Il conte per altro sembrava affezionatissimo ai Francesi. Ei si faceva pregio della contea di Virtù, che era un piccolo feudo della Francia nella Sciampagna, portatogli in dote dalla prima moglie Isabella, figlia del re di Francia Giovanni II. L'essere stato sino dalla fanciullezza unito con una amabile principessa di Francia, gli aveva lasciata quella propensione. Il conte, nell'anno 1387, maritò Valentina Visconti, l'unica sua figlia, a Luigi duca di Torrena e conte di Valois, fratello del re di Francia Carlo VI. Le sborsò quattrocentomila fiorini d'oro per sua dote, e le assegnò pure in dote Asti, e tutte le terre e castelli del Piemonte. Di più, volle riservare a lei ed a' suoi figli la ragione di succedere negli Stati suoi in mancanza di successori maschi legittimi e naturali; poichè allora non per anco ne aveva: di che erasene incolpata la stregoneria del signor Barnabò, come dissi. Questa riserva di successione fu poi cagione funestissima di miseria e rovina allo Stato, allorchè, centododici anni dopo, il re di Francia Lodovico XII (che era salito sul trono dopo Carlo VIII, morto senza figli), venne a far valere le ragioni della sua ava paterna Valentina Visconti, per essere estinta la linea legittima di Matteo I Visconti. Se poi il conte di Virtù, che aveva ottenuta la sovranità, per sè e suoi successori maschi legittimi e naturali, dal consiglio generale due anni prima, avesse facoltà di trasferirla ai discendenti delle femmine; e se ciò fosse conforme alla pace di Costanza, all'eminente sovranità dell'Impero, di cui era vicario, ed al buon diritto, sarebbe facil cosa il deciderlo, qualora la questione si fosse trattata fra privati avanti un tribunale. Il conte dava una cosa non sua. Pure, questa incautissima eventuale sostituzione serve di una dolorosa epoca nella nostra storia, per le guerre, le invasioni, la scissione che poi ne avvenne del nostro paese.

Se i Fiorentini erano in armi, e se movevano altri principi contro di Giangaleazzo conte di Virtù, per porre argine alle conquiste ch'egli faceva nella Toscana, non avrebbero certamente i papi risparmiato dal canto loro di adoperare tutti i mezzi ch'erano in loro potere, contro di un principe invasore del loro Stato, e che occupava Bologna e le altre città che abbiamo accennate. Ma gl'interessi della Santa Sede erano turbati interamente. V'erano due, ciascuno de' quali pretendeva d'essere papa; e questo scisma, incominciato sin dall'anno in cui morì Galeazzo II, durò da un successore all'altro per lo spazio di ben quarant'anni. Alcuni paesi decisamente riconoscevano uno de' due papi per legittimo sommo pontefice. Lo scaltrito conte di Virtù non volle mai decidersi; ma adescò ed un papa e l'altro, lasciando sperare a ciascuno di volersi per esso determinare; e frattanto che i due competitori, con prodiga compiacenza, gareggiavano per guadagnarsi l'amicizia sua, egli andava togliendo alla Santa Sede lo Stato, ed operando ne' suoi dominii come s'ei fosse padrone di tutto, disponendo anche delle cose ecclesiastiche. La politica del conte era tale, che volle ottenere e da Urbano VI, che stava in Roma, e da Clemente VII, che risedeva in Avignone, la dispensa per contrarre le nozze con Caterina Visconti, sua cugina, l'anno 1380; e ciò sotto pretesto di timorata coscienza, non essendo egli ben certo quale de'due papi fosse il vero. Con tal mezzo,[155] _Omnes dignitates_, dice l'Annalista piacentino[156], _et beneficia ecclesiastica terrarum ipsius domini comitis, quae erant conferenda, dictus dominus comes ipse conferebat cui volebat, et dictus dominus papa dicta beneficia et dignitates confirmabat omnibus illis quos dictus dominus comes elegerat_. Ciò nondimeno i principi minori d'Italia erano collegati contro del conte; e fra questi eravi il signore di Mantova Francesco Gonzaga, gli Stati del quale, come più vicini, erano ancora più degli altri in pericolo; sembrando inevitabile anche per lui il destino dei signori della Scala e de' signori di Carrara. L'armata del conte, spedita contro il Mantovano, era comandata da Jacopo dal Verme. I Fiorentini non potevano soccorrere il Gonzaga, perchè il conte altro corpo di truppe teneva contro Firenze. Il Po era coperto di navi con armati dall'una e dall'altra parte; ed il Gonzaga aveva fabbricato su di quel fiume un ponte, di legno bensì, ma tanto forte e munito, che il dal Verme non credè di attaccarlo. Sotto di questo ponte si ricoveravano le navi mantovane ogni volta che dalle nostre venivano minacciate di offesa, come frequentemente accadeva. (1397) Il dal Verme, che non poteva innoltrarsi senza essere padrone del fiume, per cui riceveva la vettovaglia, immaginò uno stratagemma, che fu poi imitato dal re di Svezia Carlo XII alla Duina, mentre guerreggiava nella Polonia. Fece disporre un buon numero di barche piccole, e le caricò di paglia e di legna da ardere. Aspettò un buon vento favorevole; vi accese il fuoco, e il vento, unito alla corrente, portarono le barche sotto del ponte, ed immersero quel presidio nel fumo anche prima che il fuoco lo distruggesse. Ebbe cura che le barche fossero più larghe di quello che non erano i vani del ponte, per modo che, ivi giunte, vi rimanessero, e ne seguisse l'incendio, e così avvenne, dato che fu il fuoco alla paglia, e lasciate le macchine in poter del fiume. Nello stesso momento egli attaccò per terra la testa del ponte, talchè i Gonzaghi, sorpresi, e nemmeno potendo conoscere ove occorresse di portare soccorso, non s'avvidero del fatto se non dopo che fu rovinato il presidio ed il ponte, e perduta la difesa del Po. Jacopo dal Verme colse il momento della costernazione dei nemici, de' quali ben mille si erano sommersi col ponte, attaccò le navi de' Gonzaghi colle sue, e terminò questa battaglia navale colla presa di tutte le navi del nemico, il che accadde il giorno 14 di luglio dell'anno 1397. Pareva dopo ciò inevitabile la presa di Mantova e di tutto lo Stato del Gonzaga. Ma questi ricorse ad uno stratagemma men nobile e meno eroico, ma che lo sottrasse dall'imminente destino. Trovò un falsario che seppe esattamente contraffare una lettera di Giangaleazzo Visconti, e con questa lettera ordinò al dal Venne di ritirarsi dal Mantovano, come seguì. L'occasione passò, e il Gonzaga si sottrasse alla rovina[157]; poichè attaccò l'armata priva del suo generale, e nel momento in cui nessuna disposizione vi era per la difesa, ebbe il campo di batterla. Il mestiere di falsificare le lettere del principe convien credere che in que'tempi fosse in uso, poichè il conte di Virtù, l'anno 1393, fece a tal proposito un editto che decretava a que' falsari un'atrocissima pena:[158] _Cum catena ferrea alligetur ad unam columnam, cum uno annulo ferreo revolvente se, et cum quo ipse homo revolvere se possit circumcirca ipsam columnam, longinqua catenus quatenus plus fieri poterit, ita ut mortem dolentiorem sustineat; ibidem tamen comburatur ita quod moriatur._ così leggesi in quel decreto, che pare scritto dallo stesso secretario che serviva Galeazzo, padre del conte.