Storia di Milano, vol. 1

Part 7

Chapter 73,499 wordsPublic domain

Il conte Giulini ci assicura in più luoghi che prima del 1000 la maggior parte de' nobili abitava nelle terre[77]: e l'asserzione di un autore tanto esatto, fedele e ingenuo, è maggiore di ogni eccezione; egli non l'ha fatta se non dopo di avere esaminata con attenzione e giudizio una sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorità di questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato, quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia nostra, e far comparire Milano sempre considerata; il che ha eseguito quanto gli è stato fattibile, salva la verità. Nelle diete, che pure era costretto a dire ch'eransi tenute in Pavia, egli aggiunge: _naturalmente vi avrà preseduto il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione l'avrà fatta l'arcivescovo di Milano_; così dice narrando le solenni inaugurazioni dei principi: e così cerca di grandeggiare anche in quei secoli che veramente mi sembrano di oscurità e depressione. Se adunque la maggior parte de' nobili in que' tempi non dimorava in Milano, egli è evidente che non vi potevano rimanere che pochi e miserabili abitatori, come anche al dì d'oggi accadrebbe, se i cittadini nobili l'abbandonassero, e si collocassero a vivere sparsi nel contado. Tutti i fatti più sicuri che rimangono, provano ad evidenza questo annientamento. Si è osservato nel capitolo primo come il circuito delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente misurandolo sopra la carta di Milano, egli era di mille e seicento trabucchi, laddove il giro delle odierne mura è di circa quattromila trabucchi, compresovi il castello. Il miglio si calcola tremila braccia, così il trabucco è cinque braccia, così seicento trabucchi fanno un miglio. Quindi le mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le mura attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque della antica città era appena la sesta parte dello spazio della città attuale; dico appena, poichè, laddove le mura attuali formano un poligono che si accosta al circolo, le antiche in più d'un luogo irregolarmente portavano la convessità dalla parte del centro della città medesima. Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la città, in molti luoghi era evacuo; vi erano perfino de' pezzi di terra coltivati, dei quali attualmente si conservano i contratti di locazione o di vendita; v'era il _Forum Assamblatorum_; v'era il _Foro pubblico_[78]; v'era l'orto dell'arcivescovo in quello spazio che ora occupa la regia ducal corte, che perciò si nominò il _Broletto vecchio_, dalla voce _Brolo_, che ne' secoli bassi significava appunto un orto, come anche in oggi l'adopera in questo senso la nostra plebe[79]. Dall'altra parte l'arcivescovo aveva il giardino, _Viridarium, Verzè_; così attualmente chiamasi quel sito. Dietro la metropolitana eravi un campo, e quel sito conserva perciò anche presentemente il nome di _Campo Santo_[80]. Entro le mura della città, vicino a San Giovanni _alle quattro facce_, v'erano in que' tempi dei campi coltivati[81]. Altri pezzi di terra coltivati si ritrovavano vicino a San Satiro[82]. Presso Santa Radegonda v'erano pezzi di terra coltivati, con una _cascina_[83]. Altra terra coltivata trovavasi in città vicino alle mura antiche di porta Vercellina[84]. Vicino alla chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto, eranvi pure altre terre coltivate[85], e questi probabilmente non saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano nella angusta città, perchè nè saranno state pubblicate tutte le antiche carte di affitti o di vendite di simili fondi, nè col trascorrere di tanti secoli questi contratti si saranno tutti conservati, nè su tutti i pezzi fruttiferi si saranno fatti contratti per mezzo della scrittura, onde ne rimanesse memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica città meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero de' siti che rimanevano vacui nella città medesima, non vi poteva certamente essere molto popolo, a meno che il restante spazio non fosse occupato da case altissime, collocando una abitazione sopra dell'altra a molti piani: ma questo non era il modo certamente di fabbricare in quei secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere che in Milano erano poche e degne di osservazione le case che avessero piano superiore; comunemente un pian terreno e il tetto formavano una casa, e quelle poche le quali avevano un piano al disopra, chiamavansi solariatae, e venivano così contradistinte dalle case comuni[86], ed erano rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio _in Solariolo_, che così fu chiamata perchè ivi si trovava una piccola casa con camere superiori[87]. Da tutto ciò chiaramente si vede che poca e miserabile popolazione rimaneva nella distrutta città prima del secolo undecimo, della quale scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico nostro Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva, che si era perduta in Milano ogni forma di buon governo,[88] _ob nimiam hominum raritatem_[89]. Della povertà poi di Milano in que' tempi tutto quello che ce ne rimane ne dà indizio. Alcune poche vie della città chiamavansi _carrobj_, perchè non tutte erano larghe abbastanza per il passaggio dei carri[90]. Le piazzette della città si lasciavano a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque il nome milanese di _pascuè_,[91], e ben poche case erano di mattoni, ma anzi le muraglie erano formate con una grata di legno intonacata di creta e di paglia; il tetto era o di legno, ovvero di paglia. Siccome la pianura allora era coperta di boschi, singolarmente verso Milano[92], così la materia più comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi erano gli incendi nel secolo undecimo e al principio del seguente, mentre la popolazione si andava accrescendo; su di che è bene ch'io riferisca le parole del Fiamma, nel Manipolo dei Fiori:[93] _ubi est sciendum, quod civitas Mediolani propter multas destructiones non erat interius muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus quam plurimum composita. Unde si ignis in una domo succendebatur, tota civitas comburebatur._ In fatti ci raccontano gli storici incendi fatali accaduti in quei tempi, negli anni 1071[94], 1075[95], 1104[96] e 1106[97].

Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo di non essere mai la dominante del regno, ma una città suddita secondaria, diretta da un vicegerente del monarca, che tale sarebbe il supposto privilegio di Teodosio al vescovo sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come Pavia, Verona e Monza divenissero la residenza de' principi, piuttosto che Milano, riportiamoci alla ragione vera, confermata da ogni fatto, e che sinora nessuno ha avuto l'animo di pronunziare, cioè che non vi sarebbe stato in Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, nè cosa alcuna conveniente ad una corte. Milano non cominciò a risorgere se non dappoichè, riparate le mura, gli abitatori poterono domiciliarvisi tranquilli. Se prima di ciò si fossero radunati molti a convivere sullo stesso suolo, spogliato d'ogni riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare ai barbari il luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima che le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori dalle sorprese, comuni in que' tempi, non vi era altro partito per i nobili che lo abitare sparsi qua e là sulla campagna; e perciò Milano era come annientato. Pochi anni dopo la distruzione di Federico Barbarossa riuscì ai Milanesi di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo la distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata Milano senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi ciascuno se la posterità sia stata giusta dimenticando il nome di Uraja, e tanto scrivendo e parlando della distruzione di Federico, di cui tratteremo a suo luogo.

I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta l'Italia; e Roma, fra le altre città, fu sempre libera dal loro giogo, e soggetta all'imperatore, se pure può chiamarsi soggezione un titolo di sovranità conservato ad un principe debole, lontano, che non aveva armate da spedire nell'Italia. I Longobardi cercavano di sempre più dilatare il loro regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo; non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli; Adriano papa lo implorò da Carlo Magno, re di Francia, principe amante della gloria, e che aveva già battuti e sottomessi i Sassoni. Scese Carlo Magno nell'Italia con un'armata: Desiderio, re de' Longobardi, si ricoverò in Pavia; Adalgiso si ricoverò in Costantinopoli. Presero i Franchi Pavia, e trasportarono Desiderio in Francia, ove morì monaco. Così, nell'anno 774, terminò nell'Italia la dominazione dei Longobardi e principiò quella de' Francesi. Ma non però furono scacciati dall'Italia i Longobardi: essi erano già domiciliati da sei generazioni su questo suolo, poichè erano già trascorsi dugentocinque anni dopo la loro venuta; il cambiamento di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo longobardo rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi rimasero gli altri abitatori. Da ciò ne deriva che si videro nei secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella Lombardia, viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna di vivere colle leggi della propria origine. Gli antichi abitatori professavano di vivere colla legge romana, e a tenore di essa erano giudicati; i Longobardi professavano la legge longobarda; i Francesi, che s'andarono domiciliando nella Lombardia, professavano la legge salica; e così nelle antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza l'aggiunta[98]: _qui professus est vivere lege Romanorum_; ovvero _qui visus fuit vivere lege Langobardorum_; ovvero _qui professus sum, natione mea, lege vivere Salica_, e simili dichiarazioni; e questa dichiarazione era opportuna e forse necessaria, acciocchè i contraenti potessero conoscere il valore delle reciproche obbligazioni che incontravano, dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale si doveva decidere la controversia, al caso che nascesse. Questo prova la rettitudine e l'umanità usata da Carlo Magno, il quale si rese celebre per le conquiste e per una vastissima dominazione, e tale che, dopo di lui, nessun altro monarca in Europa ha riunito sotto di sè tanti regni. Le virtù di quel monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno della elevazione a cui lo innalzò la fortuna, ossia, per adoperare un linguaggio più vero, d'aver egli corrisposto al grado a cui venne dalla divinità sublimato.

Abbiamo una moneta di Carlo Magno coniata in Milano, e la conservo nella mia raccolta; in essa vedesi che, non qualificandosi quel sovrano se non come re de' Franchi, dovette essere coniata dalla zecca di Milano prima dell'anno 800, in cui venne in Roma proclamato imperatore; e di questa e delle altre monete milanesi ne tratterò distintamente in una separata dissertazione, e ciò per non frammischiare l'erudizione colla storia. Può sembrare strano il pensiero di Desiderio e di Carlo Magno di porre in attività la zecca di una città distrutta, e quasi disabitata da due secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le metropoli suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede del prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione. È però certo, come molti documenti e autori ci attestano, che Carlo Magno, nel tempo del suo soggiorno nell'Italia, si trovò in varie città, facendovi qualche dimora, ma di Milano non vi si fa cenno alcuno, perlochè nasce dubbio ch'ei non la vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblicò alcune leggi. Vero è che Pipino, figlio di Carlo Magno, morì in Milano nell'810: ma ciò non accadde già perchè quivi quel principe tenesse la sua corte. Egli morì attraversando Milano, mentre veniva alla guerra co' Greci e coi Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere sino a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare che non vi fosse allora in Milano modo di fargli funerali colla pompa conveniente al di lui carattere. Lottario, volendo stabilire delle scuole pubbliche nell'Insubria, le collocò a Pavia, dove, nell'823, fece venire certo Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che allora si sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono finora conosciute carte nè di Carlo Magno, nè di Lodovico, nè di Lottario, nè di Lodovico II, imperatori e re d'Italia, i quali tutti soggiornarono nella Lombardia, che abbiano la data di Milano. La dieta in cui fu eletto Carlo il Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia teneva egli la sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo il Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora, non ve n'è alcuno ch'io sappia, nè de' ventidue re longobardi, nè de' primi sei re franchi, che porti la data di Milano precisa. Alcuni pochi mostrano che furono spediti bensì nelle vicinanze di Milano, come i due di Carlo il Grosso, scritti nell'881, che hanno la data _Actum ad Mediolanum_, come se fosse attendato ne' contorni della rovinata città[99]. La dimora dei sovrani era per lo più Pavia, su di che può consultarsi la Dissertazione del signor dottor Pietro Pessani, intitolata: _de' Palazzi reali che sono stati nella città e territorio di Pavia_, stampata in Pavia, 1771. Le ville reali erano Olona, nel territorio pavese, e Marengo, terra vicina al sito in cui poi, nel secolo duodecimo, i Milanesi fabbricarono la città d'Alessandria, siccome poi vedremo. Tutta la storia ci attesta l'annientamento di Milano sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano erano dominati da un conte, che li reggeva in nome del sovrano. Ci restano le memorie di Leone conte, che governava nell'840, e d'Alberigo conte che governava nell'865, il quale stava di alloggio in _Curia ducis_, dove è ora il _Cordùs_, siccome già accennai, e nelle carte s'intitolava:[100] _Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum hominum justitiam faciendam_[101]. Poche memorie ci rimangono di que' tempi. Il quartiere della città delle _Cinque vie_ si trova nominato sino all'ottavo secolo. Alcune chiese avevano la stessa denominazione che conservano anche in oggi, di che può consultarsi il benemerito conte Giulini, che laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione.

Il primo passo che era da farsi per rianimare la città giacente, egli era ripararne le mura, e cingerla per modo che vi potessero soggiornare sicuri gli abitatori. Questo pensiero non venne in mente ai sovrani; la condizion de' tempi non ne avea fatto nascere l'idea. I Longobardi, rozzi ed agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi; non furono perciò sensibili alla gloria di lasciare vestigio di opere pubbliche. I re franchi interottamente comparivano nell'Italia per ricevere la corona imperiale, per farsi proclamare in una dieta dai signori italiani, e lasciavano poi un principe, da essi dipendente, col titolo di re d'Italia, a governarla. La sede era già Pavia, e sotto tal forma di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo di Milano era considerato sempre il metropolitano e il più venerando, per dignità, fra gli ecclesiastici del regno italico, malgrado l'infelice stato della città. È assai verosimile che in que' tempi molti beni possedesse chi era innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'impero e il regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e di mente, a quel grado che, inspirando un disprezzo universale, fu dalla sua dignità deposto. I popoli che gemono sotto un viziato sistema di governo, debbono far voti al cielo per ottenere o un principe sommo nella bontà, ovvero uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo governo di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano, di là da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi la venerazione che merita un ristoratore della patria. Già sotto i regni indeboliti e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno, l'arcivescovo Ansperto aveva cominciato a mostrare un vigore e un ardimento convenienti ad un principe. Egli, l'anno 875, ordinò al vescovo di Brescia di consegnargli il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul rifiuto che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comandò ai vescovi di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col loro clero ne' contorni di Brescia un dato giorno, nel quale egli pure si ritrovò sul luogo col clero che potè raccogliere, e così questa forza combinata rapì l'estinto augusto, che venne poi collocato in Milano nella chiesa di Sant'Ambrogio[102]. Egli grandissima influenza ebbe nella elezione di Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso, amante della giustizia, fermo e ostinato ne' suoi progetti:[103] _Effector voti, propositique tenax_, come si legge nell'epitaffio che conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio. Un tale arcivescovo, nato a tempo, doveva richiamare a vita la sua città; e così fece con molti stabilimenti pubblici, e soprattutto col riparare e rialzare le mura giacenti e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando la vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non abbiamo scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della vita di quel nostro illustre cittadino e benefattore; le carte però che si sono ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale che ce ne rimane, ci danno notizia che egli, semplicemente come diacono, era già un personaggio ricco e considerato; che fu giudice, cosa in que' tempi di somma importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che ebbe la dignità di messo regio. Egli fabbricò l'atrio che sta davanti la chiesa di Sant'Ambrogio. Questo è il più antico pezzo di architettura che abbiamo dopo i Romani. Nell'868 fu consacrato arcivescovo, e morì nell'881, avendo tenuta la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio è di struttura assai bella, se si consideri che è stato fabbricato nel secolo nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio spira una sorta di grandezza o maestà, in confronto delle meschine idee di quei tempi. È vero che quel modo di fabbricare è assai lontano dalla venustà ed eleganza greca, e dalla nobile semplicità toscana; ma egli è del pari lontano dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta prodigalità degli ornati che ne' secoli posteriori deturpò interamente il gusto delle proporzioni architettoniche. È noto che fra gli errori volgari debbono riporsi i nomi di _architettura gotica_ e di _scrittura gotica_; giacchè le cose che portano questi nomi, vennero inventate più di seicento anni dopo che terminò la dominazione de' Goti, e ci vennero dalla Germania, siccome ne parlerò nuovamente quando la serie de' tempi mi avrà condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, che fabbricò il Duomo. L'arcivescovo Ansperto fu invitato dal sommo pontefice Giovanni VIII, acciochè intervenisse co' vescovi suoi suffraganei al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878, e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora mancasse; ma nè l'arcivescovo, nè i suffraganei vi si prestarono, e il concilio non si tenne[104]. Il papa chiamò l'arcivescovo a un concilio in Roma per il mese di maggio 879, e l'arcivescovo Ansperto non si mosse[105]. Spedì Giovanni VIII due suoi legati a latere all'arcivescovo cercandogli obbedienza, e citando la pratica antica; e l'arcivescovo non volle nè ascoltarli, nè riceverli, ma li fece dimorare fuori della sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagnò nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che Ansperto, per la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla dignità arcivescovile, e per ciò scrisse al clero di Milano, acciocchè, convocati i vescovi suffraganei, si passasse a nuova elezione, scegliendo fra i cardinali della santa chiesa milanese quello che fosse giudicato il più degno:[106] _Qui de cardinalibus presbyteris aut diaconis dignior fuerit repertus, eum, Christi solatio, ad archiepiscopatus honorem promoverent_, come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno non obbedì a quest'ordine, di che diffusamente tratta il conte Giulini, che sarà ne' secoli bassi l'autore che io primieramente terrò a seguitare per la sicurezza dei fatti[107]. Ciò non ostante papa Giovanni medesimo, in un'Epistola scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un monastero, perchè fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto ed alla santa chiesa milanese:[108] _Fideli devotione, totoque mentis conamine, pro pristino statu et vigore atque restituitione sanctae mediolanensis ecclesiae, ter quaterque in obsequio Ansperti reverendissimi archiepiscopi tui, ac confratris nostri devotum atque tu omnibus fidelissimum permanere, atque decertare omnino et evidenter comperimus_[109]; dal che si conosce che tutto pacificamente finì col sommo pontefice, e si conosce pure, non solamente quanto a ragione nell'epitaffio si applichi all'arcivescovo Ansperto l'orazione _propositique tenax_, ma altresì la riforma che quell'arcivescovo introdusse per restituire all'antica gloria, stato e vigore la chiesa di Milano. Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo la più rispettosa gratitudine. Egli approfittò della debolezza de' sovrani per agir da sovrano benefico e ristorare della sua patria; rianimò il coraggio de' Milanesi; rese sicuro il soggiorno della città col restituirvi le antiche mura; ristorò le chiese; fondò degli spedali: onde per tai mezzi invitata, cominciò parte della popolazione, che stava diradata nelle terre, a domiciliarsi nella città, che da tre secoli e mezzo era abbandonata: e da quell'epoca ricominciò Milano a prendere nuova esistenza. Questa esistenza però l'andò acquistando per gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle meno di due altri secoli ancora prima che Milano giungesse a riacquistare sulla Lombardia la vera influenza d'una città capitale; perlochè la strage di Uraja lasciò la depressione per più di cinquecento anni, siccome ho già detto, sulla patria nostra. I nomi di _Uraja_ e di _Ansperto_ meritano d'essere più conosciuti in avvenire dai Milanesi, di quello che finora lo sono stati.

CAPITOLO III.

_Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo._