Storia di Milano, vol. 1

Part 4

Chapter 43,648 wordsPublic domain

Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni; oltre quella accennata dei due capitani Medo ed Olano, v'è chi la deriva dal tedesco _Mayland_ (così chiamasi Milano in Germania), e questa voce significa paese di maggio, paese di primavera; denominazione che veramente conviene poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti, e in cui ne' sei mesi dell'anno, che cominciano in novembre e terminano al fine d'aprile, l'altezza media del termometro è al disotto del temperato, e dove in quella metà dell'anno la terra è soggetta al gelo ed alle nevi. La più comune sentenza fa nascere la voce _Mediolanum_ da un mostro che si vide nel luogo in cui è fabbricata, e questo mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano così credette, ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio celebrate in Milano, ci rappresentò Venere che, abbandonando Cipro, passa sul mare e si porta a Genova, donde, superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso Milano.

_ad moenia Gallis Condita, lanigerae suis ostentantia pellem._[36]

Della opinione medesima si mostrò Sidonio Apollinare, il quale, annoverando le città più illustri, così volle indicarci Milano.

_Et quae lanigero de sue nomen habet._[37]

Altri furono di parere che altre città della Gallia e d'Albione si chiamassero con tal nome, e che i Galli chiamassero perciò Milano la città da essi fabbricata: opinioni tutte arbitrarie, incerte e di una infruttuosa discussione; perchè i nomi s'inventarono prima che s'inventasse la scrittura, e la storia non ha principio se non dopo ritrovata la scrittura.

Il più antico fatto da cui può cominciare la storia di Milano ascende all'anno di Roma 533, cioè appunto duemila anni fa, scrivendo io nel 1779. I consoli Cnejo Cornelio Scipione e Marco Marcello conquistarono l'Insubria, e portarono sino a Milano la dominazione di Roma, l'anno 221 prima dell'era volgare. Vorrei pure sapere a quale stato di coltura fossero giunti i nostri Insubri; quale fosse il loro governo civile; se conoscessero l'arte dello scrivere; se avessero monete; qual religione e qual linguaggio fossero naturali a quei popoli; se coltivassero i campi; qual forma presentasse la fisica in questo tratto di paese: ma di ciò poco o nulla ci è possibile il saperne. Plutarco ci attesta che allora Milano era una città molto popolata:[38] _urbem Galliae maximam et frequentissimam, Mediolanum vocant. Hanc Galli Cisalpini pro capite habent_[39]; ma Plutarco scrisse due secoli e più dopo Marcello e Scipione. Polibio ci assicura che Marco e Cornelio, consoli, guerreggiando contro de' Galli Insubri,[40] _Mediolanum, praecipuam Insubrum civitatem, petierunt; Cornelius, urbe, quae et frumento et omni genere commeatus refertissima erat, potitus, Gallos persequitur_[41]. È verisimile assai che Marco Marcello, dopo conquistata Milano, abbia eretta la famosa torre di marmi quadrati, la quale, coll'andare de' secoli, si chiamò poscia l'Arco romano. Di sì fatti edifici i Romani ne innalzarono anche altrove, o in memoria delle conquiste fatte, ovvero per dominare la città vinta, e dalla sommità della torre potere all'occasione vedere e nuocere. È tanto celebre presso degli storici nostri quest'Arco romano, che conviene per qualche poco ragionarne.

Molte volte mi accaderà nel decorso di quest'opera di nominare il signor conte Giorgio Giulini; egli da me viene ora ricordato, perchè tutto quello che dirò dell'Arco romano, da lui lo preso; e chi volesse vedere l'oggetto più distesamente, esamini il tomo sesto della di lui Storia, dalla pag. 108 alla pag. 126. Egli trovò che il Fiamma, il Puricelli, il Grazioli, il Sassi ci descrivono quest'Arco romano nella più ampollosa e strana foggia: Un arco lungo niente meno di due miglia; monito dai due lati di altissime mura; e nel mezzo di questo lunghissimo fabbricato si descrive una torre da cui si dominava nulla meno di tutta la Lombardia. L'edificio era sostenuto da spessissime colonne. La larghezza di questo Arco romano era un getto di pietra, e si chiamava ora l'Arco romano ed ora l'Arco trionfale. Di questa mole immensa però non se ne mostra nessun vestigio: si disputa per fino sul luogo ove fosse collocato; e un architetto potrebbe fare un immenso portico eseguendo una tal descrizione, ma nulla farebbe che somigliasse a un arco, meno poi a un arco trionfale. In questo stato il nostro conte Giulini ritrovò la storia. Egli provò che l'Arco Romano altro non era se non una massiccia torre, vasta e quadrata, piantata sopra quattro solidissimi pilastri, e sostenuta da quattro archi; opera tutta di pietre grandi e quadrate, che molto si innalzava, e conteneva stanze vaste e capaci di accogliere un presidio; che questa torre era collocata sulla via romana, di contro al luogo ove oggi vedasi il monastero di San Lazzaro[42]. Di simili torri se ne vedono altre memorie nella storia di Roma, e Lucio Floro[43] scrive che Cnejo Domiziano Enobarbo, e Quinto Fabio Massimo, nel luogo dove avevano vinto gli Allobrogi, fecero innalzare una simile torre di sasso, sopra di cui vi posero un trofeo delle armi dei vinti.[44] _Utriusque victoriae quod quantumque gaudium fuerit, vel hinc existimari potest quod et Domitius Ænobarbus et Fabius Maximus, ipsis quibus dimicaverant in locis, saxeas erexere turres, et desuper exornata armis hostilibus trophaea fixere._ La nostra torre diventò celebre dappoi per le esagerazioni de' poco giudiziosi nostri storici, non meno che per gli avvenimenti accaduti durante la guerra che Federico I mosse ai Milanesi, intorno al qual tempo rimase distrutto quest'antico e forte edificio. La opinione del giudizioso nostro Giulini resta dimostrata sempre più dal[45] _Chronicon Vicentii Canonici Pragensis_, che per la prima volta fu pubblicato nel 1764, nella compilazione del padre Gelasio Dobner, che ha per titolo:[46] _Monumenta Historica Boemiae nusquam antehac edita. Pragae._ Il Canonico era testimonio di veduta, e così la descrive:[47] _turris fortissima, maxima, de fortissimo opere marmoreo, quae arcus romanus dicebatur_[48]. Questo testimonio non poteva essere noto al conte Giulini, perchè non ancora pubblicato mentr'egli scriveva.

Poco è quello che sappiamo della città di Milano durante la repubblica di Roma; e poco è pure quello che ne sappiamo durante i primi tre secoli dell'era volgare. I Romani, stesa che ebbero sulla Insubria la loro dominazione, piantarono delle nuove città; tali furono Piacenza, Cremona e Lodi; le due prime furono colonie, e con esse si resero padroni della navigazione del Po. Diedero moto alle acque stagnanti, e fra essi Emilio Scauro si distinse; poi, mentre Roma era lacerata dalle fazioni, il senato, al tempo di Silla, accordò la cittadinanza romana a tutti gli abitatori dell'Insubria, e dilatò i confini d'Italia, che prima terminavano al Rubicone vicino a Rimini, portandoli fino all'Alpi; e così divenimmo italiani per adozione. Il dominio adunque di Roma non distrusse le città dei vinti, ma ve ne edificò di nuove; rese il clima più atto ad essere abitato, liberandolo dalle paludi; dallo stato di barbarie c'innalzò a quello di una società civile; e perfine da sudditi che ci aveva resi la forza, la beneficenza romana ci fece liberi; e membri d'una illustre Repubblica, fummo capaci delle magistrature di Roma. Pompeo, Crasso, Cesare furono in Milano. Cenando quest'ultimo in Milano da Valerio Leone, osservò che gli eleganti Romani erano offesi in vista d'una mensa rustica e senza atticismo, e già cominciavano a deridere l'albergatore, il quale ne provava confusione; ma Cesare giocondamente prese a mangiare quelle rozze vivande, e seriamente rivolto a' Romani fece loro la questione, se fosse più rozzo e barbaro chi ospitalmente presentava i cibi alla foggia del suo paese, ovvero chi insultava l'albergatore[49]. Marco Bruto resse questa provincia, e quell'anima virtuosa, forte e sublime, eccitò tale ammirazione presso i nostri antenati, che gli innalzarono nel foro una statua di bronzo; di che ci fanno fede Svetonio e Plutarco. Quando Augusto, reso padrone della terra, passò a Milano, si trattenne ad osservare questo monumento, non senza inquietudine dei Milanesi, ai quali non piaceva d'essere creduti nemici di lui, per l'ammirazione che mostravano verso l'uccisione di Cesare e il nemico della tirannia; Augusto prese anzi motivo di farci un encomio, perchè rendevano omaggio alla virtù indipendentemente dalle vicende capricciose della fortuna[50]. Così i Romani colti e potenti trattarono gl'Insubri agresti e deboli. I Romani giammai non insultarono ai vinti, nè mai schernirono i meno forti. Arditi nei pericoli, fieri contro la resistenza, pare che stendessero la dominazione su i popoli per liberarli dalla tirannia, per condurgli alla coltura e allo stato civile. Non credettero mai utile nè giusto il disprezzo anche verso un popolo barbaro. La grandezza di Roma abbracciava tutto il genere umano, e i popoli si dirozzavano per imitazione di esempi ch'erano loro cari. Il czar Pietro prese la strada opposta dell'assoluto comando, egli ha fatto maravigliare l'Europa; il tempo schiarirà sempre più il problema politico, se a incivilire un popolo più giovi l'energia e la rapidità del comando, ovvero la industriosa sapienza dei mezzi trascelti; e se la vegetazione riesca più ferma e durevole usando bene del clima nativo e riparando accortamente le sole ingiurie di quello, o veramente con artificiale ed estraneo calore costringendo la natura.

Fra gli imperatori dei primi secoli, Giulio Capitolino scrive che Publio Elvio Pertinace fosse nato nell'Insubria. Elio Sparziano e varii altri ci assicurano che Giuliano Didio, che fu proclamato imperatore l'anno 195, fosse milanese. Nel terzo secolo i popoli del Settentrione cominciarono a discendere dalle Alpi e tentare d'invadere questa parte d'Italia. Gli Alamanni, i Marcomanni comparvero e furon scacciati; e da ciò ne venne la necessità che gli imperatori portassero la loro ordinaria sede più vicina alle Alpi per vegliare più di presso alla sicurezza d'Italia. L'Italia è circondata dal mare, e il solo canto per cui è annessa all'Europa è per le Alpi, catena raddoppiata di monti altissimi, per i quali pochi sono i luoghi ove aprirsi un passo; e tanto ardua e pericolosa cosa fu sempre il tentare di penetrarvi con un esercito, che s'inventarono dei favolosi aiuti per ispiegare il passaggio che vi fece Annibale, quantunque gli abitatori delle Alpi non fossero suoi nemici. Questa costiera è un antemurale che nessuna estera nazione mai avrebbe ardito nemmeno di affrontare, se opportunamente gl'Italiani avessero saputo impadronirsi dei paesi e custodire le alture che dominano sulle vie; e porre gli invasori nella condizione di comprare con una battaglia vinta il potere di avanzare pochi passi e disporsi a nuovo cimento, e ciò con una lunga alternativa, che avrebbe annientato ogni esercito prima che uscisse da quell'enorme labirinto di voragini e di gioghi. Sbarchi di estere genti per mare non potevano allora temersi, perchè non v'era alcuna nazione che avesse un corredo marittimo capace di tentarlo; l'Italia, per godere dei vantaggi d'un'isola, non ha che a rendersi forte nei sbocchi delle Alpi; e così fecero gli imperatori verso la fine del terzo secolo, a ciò anche doppiamente spinti dal pericoloso soggiorno di Roma, ove le fazioni, annoiandosi della dominazione di un Augusto, prevenivano il naturale corso degli avvenimenti, e trucidavano per collocare un successore sul trono del mondo. Nei contorni di Milano qualche tempo soggiornò Galieno. Aureolo fu battuto ed ucciso verso Milano, e in memoria abbiamo un villaggio che dai Latini chiamossi _Pons Aureoli_, ora _Pontirolo_. Marc'Aurelio Valerio Massimiano Erculeo è stato fra gli imperatori quello al quale più deve la città di Milano; perchè fu probabilmente il primo che collocò la sua sede in Milano, e fu quello che cinse di mura la città. Ce lo attesta Aurelio Vittore.[51] _Novis, cultisque moenibus Romana culmina, et caeterae urbes ornatae, maxime Carthago, Mediolanum, Nicomedia._ Il giro di queste mura però non era più di due miglia, e viene assai accuratamente descritta la loro posizione nel libro: _Le vicende di Milano durante la guerra con Federico I, imperatore_, pubblicato con eleganza dalla stamperia dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio Maggiore, l'anno 1778, ove trovasi la carta di Milano delineata, come verosimilmente lo era nel secolo XII, e col muro di Massimiano, che allora sussisteva. Io non ripeterò quanto ciascuno ivi può minutamente conoscere, e dirò soltanto che probabilmente allora non v'erano che nove porte della città. La _Romana_ era poco lontana da San Vittorello; la _Erculea_[52] era fra il monastero della Maddalena e quello di Sant'Agostino; la _Ticinese_ era al Carrobbio; la _Vercellina_ era vicina a San Giacomo dei Pellegrini, e perciò la chiesa poco lontana ha il nome di Santa Maria alla Porta; la _Giovia_ era vicina al monastero di San Vincenzino; la _Comasina_ era poco discosta da San Marcellino; la _Nuova_ stava collocata più interna prima della chiesa de' Minimi; la porta _Argentea_, ora _Renza_, era prima di giungere alla colonna, così detta del Leone; la porta _Tosa_ era al fine della via di San Zenone. Dalla situazione delle porte facile sarà a chiunque il comprendere a un di presso dove si trovassero le mura fabbricate da Massimiano. Le chiaviche e il condotto delle acque coperto che spurga la città, sono l'acquedotto antico, il quale fiancheggiava esternamente le mura di quei tempi; e dove sono le colonne colle croci, ivi si aprivano le porte. Di queste mura molte descrizioni se ne sono fatte. Il Fiamma, al suo solito, asserisce che la larghezza di queste mura fosse di ben ventiquattro piedi di un uomo grande, e il giro di esse fosse più di quindici miglia, l'altezza di sessantaquattro piedi, e, finalmente, che vi fossero trecento e più torri sparse in questo circuito. Molti hanno di poi ripetute simili fole, degne di stare accanto all'Arco romano di due miglia. Gli scrittori di questi ultimi tempi si sono limitati a credere cento torri, dodici piedi di grossezza al muro, due miglia di estensione: ed anche di meno ne credo io; perchè troppo sarebbe vicina una torre all'altra se ogni venti passi geometrici ve ne fosse una, e quella sola torre delle mura che ancora ci rimane nel Monastero maggiore, non ha dodici piedi di grossezza nel muro, nè è difesa da sassi quadrati, come nemmeno lo sono le antiche mura di Roma istessa, tutte di mattoni, quali anche vedonsi al dì d'oggi. Del Circo e del Teatro grandi cose, e probabilmente esagerate, ci raccontano i nostri storici. Nè può negarsi che vi fossero tali fabbriche, poichè, oltre la testimonianza degli scrittori, abbiamo anche oggidì due luoghi della città chiamati l'uno al _Circolo_, l'altro al _Teatro_; ed è ben naturale che una città in cui molto risiedevano gli Augusti, avesse tai luoghi destinati agli spettacoli. Molto però conviene diminuire per accostarci alla verità. Nessun vestigio ci rimane di tai pretesi grandiosi edifici; e come vediamo intatte le altissime colonne di Ercole a San Lorenzo, non ci mancherebbe qualche avanzo di Circo, e massimamente di Teatro, se fosse stato eguale almeno a quello di Verona, che vedesi intero nella gradinata; opera che non si distrugge facilmente: e lo stesso dico pure del Palazzo Imperiale, il di cui nome conservasi tuttora dalla chiesa di San Giorgio, senza che nessun pezzo di antica architettura ce ne assicuri la decantata magnificenza. Lo scopo che mi sono proposto non è la descrizione di Milano, nè l'esame minuto degli argomenti di critica. Altri ne hanno scritto, e forse di troppo ne abbiamo; la mia opinione si è che probabilmente il Circo, il Teatro, il Palazzo vennero costruiti nel decorso del quarto secolo, e furono opere inferiori al grido che ebbero dappoi, singolarmente nei notissimi versi di Ausonio, che il nostro Tristano Calco, uomo fedele e veridico, trasse da un antico manoscritto della Biblioteca Ducale di Pavia, e che dicono:

_Et Mediolani mira omnia: copia rerum; Innumerae, cultaeque domus; facunda Virorum Ingenia; antiqui mores; tum duplice muro Amplificata loci species; populique voluptas Circus, et inclusi moles cuneata theatri: Templa, palatinaeque arces, opulensque Moneta, Et regio Herculei celebris sub honore lavacri, Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis, Moeniaque in valli formam circumdata limbo; Omniaque magnis, operum veluta emula, formis Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae._[53]

Convien bensì dire che nel quarto secolo Milano fosse una magnifica città per la popolazione, l'abbondanza, la coltura, la fortezza ed il lusso; ma qualche espressione è da poeta. A un uomo che avea ammirato Roma, non potevano sembrare[54] _mira omnia_ le cose di Milano. Noi non vediamo avanzo alcuno di que' tanti peristili di marmo che ornavano la città. Se vi fossero state fabbriche innumerevoli e colte, dai rottami della antica città, negli scavi che facciamo, dovremmo pure rinvenire o belle statue antiche, o busti, o bassi rilievi, o pezzi di superba architettura, avanzi dei tempii, dei palagi, delle ròcche emule della grandezza di Roma. Ma poco o nulla ci somministra la terra; e da essa nei contorni di Roma, in quei di Napoli, nella Sicilia, nella Grecia si scavano ogni giorno dei preziosi avanzi della magnificenza e della coltura antica.

Gli amatori delle belle arti già hanno osservato come presso de' Romani, dopo essere giunte alla somma perfezione nel secolo che ebbe il nome di Augusto, declinarono poscia ed invecchiarono da sè, prima che i barbari entrassero a rovinarle. L'Arco di Severo, che vedesi in Roma, ci prova che nel terzo secolo l'architettura era già diventata rozza e inelegante. Le medaglie, da Caracalla e Macrino in poi, s'andarono sempre più degradando e diventando barbare. Al tempo poi di Costantino, al principio del quarto secolo, abbiamo un documento della totale decadenza della scoltura nell'Arco di Costantino, in cui si dovettero in Roma istessa, a costo di tradire la verosimiglianza, inserire i bassi rilievi tolti dall'Arco di Trajano, perchè in Roma non v'era più un'artista capace di farvene; e veggonsi i Daci e la figura di Traiano incassati per ornare un monumento de' trionfi di Costantino; e que' pochi ornati che vi si dovettero allora aggiungere per riempire il vano sotto il grande arco, sono lavori infelicissimi, peggiori di alcuni simili travagli gotici. Ciò posto la grandezza di Milano s'innalzò appunto nel tempo in cui tutte le idee grandiose e nobili delle belle arti già svaporavano; e perciò credo che, trattane la mole erculea, gli altri celebrati edifici fossero minori della fama. Sarebbe fuori di proposito se io qui tornassi a ripetere alcune mie idee, credo vere, e che ho pubblicate anni sono in un discorso sull'indole del piacere e del dolore, ove sviluppai il principio motore dell'uomo, che, a mio parere, è il solo dolore; ma siami permesso di accennare che, frammezzo agli orrori delle guerre civili di Mario e Silla, fra le atroci proscrizioni del triumvirato s'innalzarono i più valorosi oratori, i più sublimi poeti, gli scrittori, architetti, scultori, pittori più illustri; e che, sotto un seguito di regni di cinque benefici e grandi augusti, Nerva, Traiano, Adriano Antonino e Marc'Aurelio, regni preziosi alla virtù, alla umanità ed al merito, le belle arti protette e pacifiche si esercitarono, perchè onorate; ma non s'innestarono nei giovani che nacquero in quei tempi felicissimi, onde nella seguente generazione scomparvero. Nel bell'Elogio del cavaliere Isacco Newton, che il nostro cittadino signor abate Paolo Frisi ha stampato, mostrasi come, fralle atroci rivoluzioni, al tempo del regicidio, sotto la tirannia di Cromwell e di Fairfax, mentre l'Inghilterra era grondante del proprio sangue, si svilupparono gli ingegni sublimi che hanno resa gloriosa quell'isola: e così dal seno de' dolori vengono a schiudersi que' principii di attività, e l'animo viene a ricevere quell'energia e quell'impeto che lo scagliano al disopra degli ostacoli, e lo costringono a seguire ostinatamente una serie di idee per sottrarsi ai mali della comune esistenza; laddove nel placido asilo d'una dolce protezione s'abbandona a godere del momento presente. Con ciò viene a rendersi ragione d'un avvenimento costantemente accaduto e nel secolo d'Alessandro e in quello di Augusto e nei successivi tempi; cioè essersi riscossi gl'ingegni e comparsi sul teatro del mondo gli uomini grandi ne' tempi ne' quali il genere umano era più vilipeso e tormentato; essersi innalzate le scienze, perfezionate le arti in mezzo alle calamità; e tutto essere svanito e depravato colla felicità dei tempi. Raffaello, Michelagnolo, Tiziano, Correggio dipingevano i loro lavori immortali prima che fosse instituita l'accademia di San Lucca; e nacquero e si resero eccellenti sotto piccoli tiranni che reggevano i loro Stati colla morale pubblicata dal Segretario Fiorentino. I loro talenti gli innalzarono a godere poi della sicurezza e degli onori; ma la fatica, per diventar sommi artisti, l'affrontarono spintivi dai mali. Pietro Cornelio e Racine sublimarono il teatro francese al maggior grado di gloria senza aiuto, e vivendo fra i torbidi. Dacchè venne eretta l'Accademia francese in Roma non si è innalzato alcuno al grado dei Le Sueur, Le Brun, Poussin, nati, vissuti e resi grandi fra le torbulenze. Virginio aveva quarant'anni quando seguì la battaglia d'Azio; Orazio era più giovine di lui cinque anni; Cicerone ebbe troncato il capo nella proscrizione; insomma nessun uomo ha mai potuto diventare grande in nulla, se non attraverso gli ostacoli, i quali avviliscono le anime deboli, e le robuste attizzano, irritano e spingono al disopra del livello comune, qualora vi sia speranza di superarli; su di che bastantemente ho spiegata la mia opinione in quel discorso. Milano adunque salì a grande fortuna ne' tempi ne' quali l'architettura, insieme con tutte le belle arti, era già invecchiata e giacente, e perciò anche ragion vuole che credansi esagerare le magnificenze che gli scrittori nazionali ci hanno vantate. Un solo monumento ci rimane dell'antico, e sono le sedici superbe colonne di ordine corintio scannellate; pezzo di così nobile e grandiosa architettura, che sarebbe pregevole ancora in Roma, collocato presso al Tempio della Pace o alle colonne di Giove Statore. Le proporzioni sono del buon secolo, nè io potrei crederle mai innalzate al principio del quarto secolo, come finora si è scritto, attribuendole a Massimiano Erculeo. Il chiarissimo nostro P. Pini, benemerito della Mettalurgia per l'opera[55] _De Venarum Metallicarum Excoctione_, e benemerito per le cognizioni sue nella storia naturale e nell'architettura, crede che il marmo di quelle preziose colonne sia tratto dall'antica cava di Oligiasca, terra del lago di Como, posta fra Bellano e Piona. Si è opinato che questo fosse il fianco di un tempio, ovvero d'un pubblico bagno dedicato ad Ercole. Egli è difficile il provarlo, ed è difficile parimenti il confutarlo con ragioni positive. La sola cosa che è vera, si è che questo maestoso avanzo è il solo che ci sia rimasto; che sembra essere del secolo d'Augusto, o poco dopo, e che meriterebbe d'essere nuovamente riparato dalla rovina che minaccia, per trapassarlo a' posteri, come i nostri antenati fecero con noi, riparandolo nel secolo XVI.