Storia di Milano, vol. 1

Part 3

Chapter 33,611 wordsPublic domain

Riferirò per ultimo alcune sue riflessioni sull'influenza della filosofia negli Stati[26]. «Gli uomini di lettere, dice egli, hanno maggiore influenza del destino delle generazioni venture, di quanto ne abbiano gli stessi monarchi sugli uomini viventi. Spargono i primi semi de' lor pensamenti: semi tardi bensì a produrre, ma che nella gioventù s'innestano; e l'uomo di lettere determina le opinioni del secolo che vien dopo di lui. I libri de' filosofi son quelli che hanno finalmente costretto i tribunali, malgrado la tenacità delle antiche pratiche, a non più incrudelire contro le streghe ed i maghi; a non inferocire colle torture; a non infliggere pene atroci per opinioni; a limitare i supplizi ai soli casi estremi. I libri hanno resa accessibile al merito la strada degli onori, battuta in addietro da chi, scaltramente simulando, adulava gli errori volgari. Alle opere de' filosofi siamo debitori se alle nostre infermità ora assistono medici illuminati e cauti, invece di ciurmatori ignoranti; se nel ceto degli avvocati la probità e il buon senso vennero sostituiti alla maligna ed infida gravità; se, conoscendosi meglio la morale e i doveri dell'uomo e del cittadino, l'uomo soffre almeno il rossore nel violar tai doveri, e non si copre la perfidia impunita coll'ipocrito velo di una simulata religione. Insomma, i filosofi, trascurati, contraddetti, perseguitati durante la loro vita, determinano alla perfine l'opinione; la verità si dilata, da alcuni pochi si comunica ai molti, da questi ai più; s'illuminano i sovrani, e trovano la massa de' sudditi più ragionevole e disposta ad accogliere tranquillamente quelle novità, che, senza pericolo, non si sarebbero presentate fra le tenebre dell'ignoranza. L'opinione dirige la fortuna e i buoni libri dirigono l'opinione, sovrana immortale del mondo».

Ma qui sia fine al parlar di lui, che un monumento si eresse più durevole dei marmi e dei bronzi e maggior d'ogni elogio ne' proprii scritti e nella indelebile memoria delle sue virtù e dei beneficii da esso recati alla sua patria. Nell'adempire a questo ufficio mi si ravviva nell'animo il dispiacere per l'improvvisa sua perdita, che allora mi riuscì tanto più grave, poichè non molto prima una prospera occasione mi aveva concesso, nel fervore della mia gioventù, di poter studiare davvicino i di lui esempi e approfittare de' suoi consigli.

PREFAZIONE

Abbiamo un buon numero di scrittori della Storia e della erudizione patria; eppure pochi sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini colti, i quali abbiano un'idea della Storia del loro paese. Questa generale oscurità ci dispiace, e talvolta ancor ci pregiudica; ma gli ostacoli che dovremo superare per acquistarne la notizia, sono tanti e sì difficili, che, affrontati appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni pochi eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere fra i codici e le pergamene, non vi è chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati, il Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti de' secoli barbari gli scritti di Arnolfo, dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate, di Bonincontro Morigia e di Pietro Azario. Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia, di Giovanni Simonetta, di Donato Bossi, del Merula, del Bugatti, di Bonaventura Castiglioni, di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del Bescapè, del Ripamonti, di Francesco Castelli, del Benaglia, di Paolo Morigia, del Besozzi, del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del Torri, del Besta, di Andrea de Prato e di altri, i quali, o hanno scritta la Storia dell'età loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema politico del nostro governo, o in altro modo hanno lasciato memorie dello stato della città al loro tempo. Negli anni a noi più vicini, il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto hanno travagliato per porre in chiaro le cose della nostra città. Una singolar menzione d'onore merita da ogni buon cittadino, e da me particolarmente, il signor conte Giorgio Giulini, uomo che ha consacrata e logorata la sua vita, per dar luce ai sei più tenebrosi secoli della nostra Istoria, con una ostinata fatica di molti anni, e tale, che, superando le sue forze fisiche, lo ha ridotto a languire più mesi, indi a terminare i suoi giorni. Chiunque prenderà nelle mani la voluminosa opera di quel benemerito cavaliere, non potrà giudicarne con equità, se prima non distingua l'antiquario dallo storico; il primo cerca di sviluppare la verità di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno quand'abbia soltanto la probabilità che debba un giorno servire anche a una privata famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino di memorie; il secondo trasceglie dalla serie dei fatti antichi i soli importanti e caratteristici, li collega, e presenta quindi al lettore un séguito di pitture, atte a stamparsi facilmente nella memoria, dilettevoli ed utili a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato mai di pubblicare la Storia di Milano: egli ha pubblicato tutte le memorie opportune a servire alla Storia, alle private e pubbliche ragioni, alla curiosa erudizione generalmente; ed io credo che l'antica stima ch'ebbi per lui, per la bontà del suo carattere, non mi seduca punto se dico che in quell'opera si ammira la sagacità e la giustezza della sua mente nell'esatta sua critica; la quale, se talvolta sembra venir meno, ciò è di raro, e se ne vede facilmente la cagione. In mezzo però a tanta copia di autori non ne abbiamo ancora uno il quale con chiarezza, metodo e discernimento sviluppi il filo della nostra Storia, e c'instruisca sugli oggetti più importanti della nostra antichità. Questa verità mi ha determinato a tentare l'impresa: e se alla buona mia volontà avrà corrisposto il talento, potrò compiacermi d'aver posto nelle mani degli uomini che cercano d'istruirsi un'opera in due volumi, che però non li sbigottisca colla mole, e non pretenda una difficile attenzione per oggetti indifferenti, e per mezzo di cui non siamo più noi Milanesi forestieri in casa propria. La più bella parte della specie nostra, e la più amabile potrà essa pure, forse utilmente, passare qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse, e ricercarne le occulte cagioni se non colla energia, che è propria dell'uomo, colla dilicata finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza. Nell'educazione della nascente speranza della patria, potrà forse aver luogo la notizia de' nostri antenati e delle rivoluzioni accadute. Tale almeno è stata la lusinga che mi ha fatto intraprendere questo lavoro. Se oltre la comune utilità dell'oggetto, anche il tedio superato per riuscirvi può disporre il lettore all'indulgenza, io ardisco aspirarvi. Di cento fatti esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed ho fatto il possibile per non trasmettere al lettore la noia ch'io ho dovuta sopportare.

Posso assicurare i miei lettori che niente ho asserito prima di esaminare, e niente ho scritto che non mi paia vero. Ho rappresentati gli oggetti quali gli ho veduti. Non sempre in ciò sono d'accordo co' nostri autori: ciascuno ha i propri principii e un modo suo proprio di sentire; e per essere di buona fede, non debbo inquietarmi se non sono dell'opinione comune. Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo, hanno scritto finora i nostri eruditi, si troveranno in quest'opera, sull'antichità, sui diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi di Milano. Molti de' principi che hanno signoreggiato sulla nostra patria, si vedranno rappresentati da me con colori diversi dagli usati sinora; perchè, combinando i fatti, ho cercato di cavare da essi le opinioni, anzichè trascrivere i giudizii già pronunziati. Non rispondo che in un'opera vasta per sè medesima non mi possa esser corso qualche errore di fatto; e quale è mai l'opera dell'uomo che sia sicura di non averne! Rispondo bensì che ho fatto quanto era possibile alla mia diligenza per non lasciarvene. Chi vorrà essere minutamente istrutto delle antichità milanesi, non potrà certamente divenirlo colla sola lettura di questo libro; ma, dopo di esso, converrà che ricorra agli autori originali, e con essi si addomestichi: ma per le persone che cercano soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare una conveniente istruzione delle cose della patria, questo libro può bastare, e per essi veramente ho travagliato.

Il linguaggio della Storia è quello della verità: sacra, augusta verità, nemica di quella cinica invidiosa maldicenza che cerca di trovare la malignità nella debolezza: nemica della licenza, turbolente, declamatrice, che, incautamente affrontando ogni opinione, tenta di svellerla, per ambizione di nuove dottrine, a cui sacrifica il proprio e l'altrui ben essere: verità, donna e signora delle menti assennate, che placidamente si annunzia e porta gradatamente la face dell'evidenza, senza offendere gli occhi con passaggero balenare d'una effimera luce. Questa amabile e virtuosa verità, darà l'anima al mio stile; e due sentimenti son certo che i giudiziosi miei lettori vi troveranno costantemente, amore del vero ed amore della patria. Avrei tralasciato di porre il nome a quest'opera, se i fatti si potessero credere ad un incognito, come si possono esaminare i ragionamenti senza bisogno di sapere chi gli abbia tenuti. Ho rappresentato lo stato de' nostri maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione; la oscurità e la gloria; il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione de' tempi. Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri costumi ed azioni che la Storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun ornamento.

STORIA DI MILANO

CAPITOLO PRIMO

_Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguita nell'anno 452._

L'origine di una città antica si perde comunemente nella oscurità de' tempi favolosi, e ascende sino a que' rimoti secoli dai quali a noi non è trapassato monumento alcuno, e perciò debbono considerarsi come secoli isolati e inaccessibili alla nostra curiosità. Tale si è la fondazione della città di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio fanno menzione, con autorità però sempre dubbia; perchè trattasi di un avvenimento accaduto più secoli prima che questi autori scrivessero, e presso di un popolo che probabilmente ignorava persino l'arte della scrittura con cui passare a' posteri la notizia de' fatti. Conviene però queste opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia più credibile.

Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli abitatori dell'Insubria dai Galli, che, superate le alpi, si collocarono in questa pianura; e perciò quella che oggidì chiamasi _Lombardia_, dai Romani ebbe il nome di _Gallia Cisalpina_. Questa general opinione degli antichi viene confermata ancora al dì d'oggi dalla pronuncia del dialetto popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti di qua dalle alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza, viene pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri all'Italia, per modo che, chiunque sia avvezzo al parlare di Napoli, dì Roma, della Toscana o d'altra parte d'Italia, giudicherà piuttosto francesi che italiani i Lombardi che parlano il loro dialetto; il che rende verosimile l'origine più sopra accennata. Dico l'origine, perchè se bastasse un lungo soggiorno a lasciare una così durevole diversità, noi dovremmo avere assai più parole ed accenti teutonici che non abbiamo, sebbene la lunga dominazione de' Longobardi e l'invasione loro sia accaduta in secoli a noi più vicini.

Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso, duce dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani, che prima avevano quivi collocate le loro sedi.[27] _Galli... fusis acie Tuscis, haud procul Ticino flumine: quum, in quo consederant, agrum Insubrium appellari audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi omen sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt_[28]. Il saggio autore però dapprincipio dice ch'ei riferiva sulla rimota venuta de' Galli quanto gli era stato narrato:[29] _De transitu in Italiam Gallorum haec accepimus_; e poco sopra, parlando di questa venuta, dice:[30] _Eam gentem traditur... alpes transisse_. Trattasi di un avvenimento: che viene collocato nella 45 Olimpiade, vivendo Tarquinio Prisco, cioè seicento anni prima dell'era volgare. Non abbiamo nel nostro paese monumento che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione colta entro di esso prima d'Augusto, Negli scavi che sinora si sono fatti sotto Milano e la adiacente campagna non si è trovata statua alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo o di creta, che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che prima dell'era volgare gli abitanti dell'Insubria conoscessero le arti. Non abbiamo libro alcuno scritto in Italia di cui l'autore non sia vissuto più secoli dopo l'epoca in cui si dice fondata la città nostra. Livio stesso non indica di aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla più dice, che _haec accepimus_, ovvero _traditur_; l'asserzione perciò di Livio tutt'al più ci farà credere che l'opinione de' Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva, fosse che la città di Milano avesse per fondatore certo antico Belloveso, e che tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per molte generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente.

Si può dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso sia stato il fondatore di Milano: si può anche ragionevolmente dubitare se Milano abbia avuto un fondatore, cioè un capitano, un principe il quale, avendo il disegno di creare una città, abbia collocato una popolazione nel sito ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione nasce dall'osservare che le città quasi tutte, e nella Lombardia e nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde d'un fiume, al lido del mare, e i luoghi muniti e forti si sono piantati anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati e di accesso difficile. Milano non ha alcuno di questi vantaggi. Chiunque avesse avuto pensiero di fabbricare una nuova città su di questa pianura, doveva essere invitato a disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino, ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua è tanto necessaria agli usi comuni, e la navigazione è tanto opportuna per trasportare ogni genere, che si dovettero scavare artificialmente de' canali secent'anni sono per rendere comuni anche a Milano questi comodi; il che si sarebbe certamente risparmiato qualora il sito fosse stato trascelto con determinazione di piantarvi una città. Milano mi sembra formata per una serie di circostanze senza un fondatore, e mi pare che, dalla condizione d'un povero villaggio, gradatamente ampliatasi, diventasse insensibilmente una città, senza che uomo alcuno avesse concepita l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne di agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione; la fecondità della terra, la moltiplicazione degli abitanti avranno dato luogo a formarvi un villaggio per domiciliare il contadino vicino al suo campo, e così la fertilità della terra avrà dato motivo di sempre più ampliare la popolazione, che nel corso de' secoli giunse poi a formarne una città; in quella guisa appunto che vediamo qualche albero, fortuitamente trasportato dalla corrente di un fiume, arrestarsi laddove co' rami urti nel fondo, e servire indi a trattenere le ghiaie e le piante che successivamente il fiume trasporta, e così formarsi un'isola coll'andare degli anni, su di cui gli uomini vi piantano poi la loro dimora. Tale almeno sembra la più verosimile opinione, anzi che persuaderci che siasi formato un disegno di piantare una città lontana dall'acqua, costretta a scavare de' pozzi per bere, e a trasportare tutto per terra. La ragione medesima per cui dubitiamo della fondazione attribuita a Belloveso, ci rende sospetto il racconto di certo famoso capitano, che aveva nome _Medo_, a cui si attribuisce la prima pianta della città, accresciuta poi di molto da certo altro famoso capitano, per nome _Olano_, dalla unione de' quali nomi se ne pretende formato _Mediolanum_: sono opinioni senza alcuna prova, le quali sgorgano dai tempi oscuri, e perciò le accenno al solo fine di non lasciare ignorare quello che si è più volte ripetuto da chi ha scritto la storia del nostro paese.

La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa darci de' sospetti verisimili sullo stato antico della medesima. Le alpi contornano questa pianura dalla parte settentrionale, e gli Appennini dal ponente e dal mezzogiorno la chiudono. Si mutano i nomi, ma in realtà la costiera non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre parti, lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perciò i venti che, sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que' di levante. In questa pianura così fiancheggiata le altissime montagne che la cingono, vi gettano fiumi e torrenti, i quali si uniscono al Po, ed esso ha la sua foce nell'Adriatico. La terra fecondissima su di cui abitiamo, per poco che gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe coperta dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor abate Frisi, nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i titoli, perchè valgon meno che le due parole _Paolo Frisi_, mi ha graziosamente comunicate le notizie che i due laghi maggiore e di Como sono prossimamente allo stesso livello, cioè centocinquanta braccia al disopra di Milano. Il lago di Lugano è braccia cento più alto di quei due laghi; così riesce braccia duecentocinquanta più alto della città di Milano, cioè settanta braccia ancora più alto sopra la sommità dell'aguglia del Duomo. Vi sono adunque de' vasti emporii di acque più alte e imminenti. La pianura è alquanto pendente verso del Po. La città di Milano, dalla parte più elevata alla più bassa, non avrà venti braccia di caduta, cioè dalla mura di porta Nuova a quella di porta Ticinese, il che fa vedere l'assurdità della opinion volgare, che suppone la piazza del Duomo a livello della sommità della torre di Sant'Eustorgio. Le spese e le cure incessanti che esigono gli argini del Po, l'altezza a cui giungono le piene al disopra del livello de' campi, ci convincono che un mezzo secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta la parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese gli esempi di terre e province coperte dalle acque del Reno sviato dal Po. Una dissertazione del maestro e lume della storia italica, signor Lodovico Antonio Muratori[31], ci dimostra con quanta facilità diventino lago o palude i paesi più floridi della Lombardia, tosto che cessino gli uomini di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della natura, che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e sul quale artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano gli uomini, quasi contro il di lei volere; simile in ciò agli Olandesi, i quali, come noi, hanno pascoli, burro e caci eccellenti, e al par di noi hanno ottimi lini, e meglio di noi li preparano. Ogni volta che sia mancata la vigilanza nel preservare il piano della Lombardia dalle innondazioni, ivi si è formata una pallude. Sant'Ambrogio, nella lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio, Brisello, Piacenza ed altre città dell'Emilia, le chiama[32] _tot semirutarum urbium cadavera._ Queste erano al tempo di Cicerone splendidissime colonie del popolo romano, ridotte nel quarto secolo, dopo le guerre di Magno Massimo e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza poi, nel secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella vita di san Geminiano[33].[34] _Mutinensis urbis solum, nimia aquarum insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, et stagnis ex paludibus excrescentibus, incolis quoque aufugentibus noscitur esse desertum. Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries, saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis aptissima, aquarum crebra, ut diximus, inundatione submersa._ Se dunque è vero che la costruzione fisica della Lombardia la conduca allo stato di una palude, da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di cultura e di abitazione; se è vero che, dovunque cessi la attenzione degli uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano il lor sito coprendo la terra; sarà anche assai verosimile il dire che ne' tempi antichissimi questa pianura fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i Galli, collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di aprire lo scolo alle acque stagnanti, e così riporsi ad abitare sopra di una terra più feconda. Questa opinione corrisponde all'antica tradizione, che il luogo eminente di Castel Seprio, distrutto poi l'anno 1287, come vedremo, fosse una delle prime sedi degli Insubri; questo pure corrisponde a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e Strabone[35], descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di paludi; e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago Gerundio ne' contorni di Cassano, ove oggidì quella parte bassa è tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio ne' contorni di Crema, di cui trattano le carte de' secoli bassi, sebbene al giorno d'oggi non sianvi in quel distretto paludi che formino isola alcuna. I documenti più sicuri dell'antichità sono i fisici. La curiosità nostra vorrebbe sapere come e perchè i Galli, uscendo dalla loro patria, sieno venuti, arrampicandosi sopra difficili montagne, a stabilirsi in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma la confessione della nostra ignoranza è assai più nobile che non lo sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca. La storia è piena di emigrazioni di popoli interi; la fuga da qualche disastro fisico, innondazione, terremoto, ec.; la violenza d'una barbara nazione che sforza a sloggiare e cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste; l'avidità di godere una vita più agiata; il fanatismo, queste sono le cagioni per le quali de' popoli interi cambiarono patria. Le colonie greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane, la Ungheria ed altri regni; le spagnuole, le inglesi ec., l'America. Al tempo delle crociate l'Europa tentò di invadere l'Asia, come in prima l'Arabia si stese sull'Africa e sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni anche al dì d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal sassone, mentre nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna, la quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano lingua sassone. Nella Germania, in molte province, i contadini parlano l'illirico, mentre nella città la lingua naturale è la tedesca. Anche nella Spagna l'antica lingua conservasi nelle montagne della Biscaglia, e niente somiglia alla castigliana, nata dall'invasione de' Romani, e poscia degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte della terra ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere popolazioni, che vi si piantarono, siccome i Galli antichissimamente fecero, in questo paese; ma per qual motivo questo accadesse, non ce lo può dire la storia, che in Italia non riascende sino a que' tempi.