Storia di Milano, vol. 1

Part 29

Chapter 293,619 wordsPublic domain

Mi sia permessa una breve digressione. Se la somma di centomila fiorini d'oro era allora tanto grave a pagarsi, quantunque ripartita su tutta la città, come adunque una somma di tal valore poteva minacciarsi a un privato, il che poc'anzi si è veduto nella pace ordinata fra i Visconti e i Torriani? La storia ci presenta frequenti occasioni di dubitare, anche sopra de' più autentici documenti, perchè i costumi, co' secoli, si sono cambiati; e se oggidì sarebbe ridicola una legge che imponesse la pena d'un milione di scudi al delinquente, forse allora non lo sarà stata, e la esagerata minaccia era forse lo stile del legislatore. Forse anco l'antico spirito delle leggi longobarde, che fissava le pene pecuniarie, non permetteva di imporre, se non indirettamente, le pene personali, cioè fissando una somma impossibile, la quale, non pagata, il delinquente cadeva in potere del legislatore. È noto come il fiorino d'oro è la stessa moneta che oggi chiamiamo il gigliato, che, da Fiorenza e dal fiore che aveva ed ha nell'impronto, si chiama fiorino; che questa moneta di purissimo oro si cominciò a coniare in Firenze l'anno 1252; e che ben presto acquistò tal credito, che molti altri Stati lo imitarono. Anche Milano ebbe i suoi fiorini d'oro nei tre secoli che vennero dopo quell'epoca: ed io credo che una di tali monete che possedo, coll'immagine da una parte di sant'Ambrogio, e dall'altra dei santi Gervaso e Protaso, e colla data _Mediolanum_, possa essere coniata circa l'anno 1258, nel quale si fece uno statuto per migliorare la moneta, ovvero circa al 1260; anno al quale il Muratori attribuisce altre monete d'argento battute in Milano senza nome di principe, poichè l'Impero era vacante[613].

Era sul punto il re Enrico d'incamminarsi verso di Roma, per ivi ricevere la terza incoronazione come imperatore; ma ben prevedeva quel prudente signore che sarebbe stata di corta durata la pace data a Milano, s'egli si allontanava, conducendo seco le sue milizie. Gli armati che lo accompagnavano non erano numerosi abbastanza per poterne staccare porzione in custodia della Lombardia. Doveva aspettarsi che l'odio e la rivalità delle fazioni sopite, scoppiassero al momento in cui veniva levato il peso che le aveva fiaccate; e che o i Visconti o i Torriani ben tosto venissero espatriati e resi raminghi co' loro aderenti. Il saggio principe, con accorto consiglio, nominò cento nobili milanesi, dai quali voleva essere onorevolmente accompagnato nel suo viaggio di Roma; e in questo numero erano compresi i capi e i più distinti dell'una e dell'altra fazione. Questa determinazione, che infatti era decorosa per gli eletti, piacque sommamente alla città, che ne traeva l'augurio della ventura quiete e dell'ordine. Gli eletti per lo contrario, cercavano il pretesto onde poterne sventarne l'idea; e quello che singolarmente rappresentavano, era la mancanza del denaro per un decente corredo: mancanza in parte vera, poichè gli espulsi, nel tempo dei partiti, avevano perduto i loro beni. Comandò adunque il re che la comunità di Milano dovess'ella somministrare i mezzi convenienti per i cento nobili nominati ad accompagnarlo. Pareva che per tal modo fosse spianata ogni difficoltà; ma le sorde ed implacabili passioni rovesciarono ogni cosa. Sembrava quasi che secretamente i due partiti operassero di concerto per annientare ed eludere il potere benefico del re, che altro non toglieva loro che la facoltà di nuocersi. I centomila fiorini d'oro del regalo si riscuotevano con violenze, e in modo cotanto odioso, che la città era piena di lamenti. Si disseminò la vociferazione del nuovo aggravio da imporsi per equipaggiare i cento nobili ed abilitarli al viaggio di Roma. Si cercava di far nascere l'avversione contro del re e dei tedeschi, come invasori dello Stato. In queste circostanze, e mentre cominciava già a spargersi la tristezza, venne radunato il consiglio generale per ordine del re, nel quale comparve Niccolò Bonsignore di Siena, come ministro del re, proponendo al consiglio d'assumersi la spesa per il viaggio de' cento nobili. Aveva Nicolò Bonsignore fatto circondare dalle armi del re la sala del consiglio, quella cioè dove attualmente si trova l'archivio pubblico. Fatta ch'ebbe quel signore la proposizione, un cupo silenzio occupò tutta la sala, e non vi fu mai modo che un solo de' consiglieri rispondesse alle molte istanze e interpellazioni di quel ministro. Credette Nicolò di essere deriso; e dopo inutili tentativi, partì dal consiglio lasciando gli ottocento radunati e custoditi dalle guardie, sì che nessuno potesse uscirne. Portossi immediatamente dal re, al quale esponendo l'ostinazione del consiglio, procurò di animarlo contro de' Milanesi, gli significo come la città fosse inquieta; che fuori di porta Ticinese, ne' prati ove scorre la Vecchiabbia, eransi veduti Galeazzo Visconti e Francesco della Torre in secreto misterioso colloquio, d'onde, non credendosi veduti, s'erano separati prendendosi per la mano in atto di reciproca promessa; il che fra due case cotanto nemiche non poteva indicare se non una congiura contro del nuovo regno; eccitò l'animo reale a farsi perfino temere da un popolo che non poteva guadagnare co' beneficii, e chiese se dovesse trasportare in carcere i taciturni consiglieri, ovvero passarli tutti a fil di spada. Tale fu il bel parere che quell'italiano diede ad Enrico. Ma il re aveva un miglior naturale del suo ministro. L'ora è ben tarda, rispose il re; i consiglieri non hanno pranzato; licenziate il consiglio, e lasciategli andare alle case loro. Così rispose quell'augusto, il quale merita d'aver sempre un luogo onorato nella memoria di tutti i buoni. Così venne fatto. Questa nel saggio monarca era virtù, era umanità, nobile sicurezza e moderazione; non era spensieratezza o mancanza di azione. Egli cautamente sapeva diffidare; vegliava sopra tutti i movimenti d'una città abituata ai cambiamenti; era di tutto informato; e con varii pretesti giravano sovente le truppe imperiali per i quartieri della città.

La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un sogno. Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno il popolo credette già preso il concerto di scacciare il re ed i suoi. Taluno dubita che Matteo istesso vi avesse parte; io non lo credo. Egli è certo che Matteo comparve innocente e fedele presso dell'imperatore. Chi crede gli uomini troppo buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi li crede troppo maligni. Matteo Visconti non si è mostrato mai uomo di cattivo carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo se, appena ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena onorato del cingolo della milizia, avesse tramata un'insidia contro dell'augusto benefattore. Il fatto è questo. Già era cominciato il tumulto nella città, e molti erano usciti dalle loro case armati. Correva voce che i Visconti e i Torriani riuniti volessero scacciare i forestieri, a cagione dei quali s'erano imposte le ultime gravezze. Il luogo per radunarsi si vociferava alle case de' Torriani, le quali erano al Giardino, al Teatro Nuovo, ne' contorni di San Giovanni alle Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate le case de' Torriani, così rimasero per alcuni anni. La città era in allarme: ma le truppe tedesche eranvi in buon numero, e giravano per le strade, in modo da non essere sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende da alcuni che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo, figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido della Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi potè Galeazzo accorgersi che più non era possibile il sorprenderli, e che la mina era sventata. Il partito più scaltro era quello di ripiegare a tempo, di non arrischiarsi; comparire fedele, e lasciare che tutta la colpa e la macchia piombassero sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta a disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli è vero che Matteo Visconti nascose entro di un ripostiglio di sua casa Lodrisio Visconti, che era già armato per uscire; e fatto ciò, Matteo, in abito da casa, si pose a sedere sotto il portico del suo cortile, e fece venire intorno di sè alcuni domestici, co' quali si mise tranquillamente a ragionare, come se nulla accadesse nella città, o non fosse a di lui notizia che dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda de' suoi per arrestare Matteo, qualora lo cogliessero in armi. Entrarono improvvisamente gl'imperiali e furono sorpresi di trovare il silenzio e la pace in quel ricetto in cui erano disposti a combatter i nemici. Matteo, spogliato, e attonito a quella novità, mostrò tutte le apparenze d'un buon uomo che vive nella tranquillità la più profonda: fece offrire cibo e bevanda con ogni ospitalità a que' stipendiati, i quali non ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si inviarono alle case dei Torriani, intorno alle quali tutto era in armi. Pagano della Torre, vescovo di Padova, si pose gli abiti episcopali indosso, la mitra, il baston pastorale, e si collocò sulla porta di sua casa per ricevere i Tedeschi; come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non potè per questo impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi sorpresi e male assistiti da una moltitudine disordinata, raccomandarono la loro vita a generosi cavalli, ai quali tagliarono gli usati ornamenti per renderli più veloci alla fuga; e così Francesco e Simone, figli di Guido, giunsero a ricoverarsi in Montorfano. Guido infermo, si alzò da letto, e, sorpassando il muro del giardino; si appiattò entro un monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un antico suo amico, e potè nascondersi e passare a salvamento. Frattanto gl'imperiali con poco stento uccisero e sbandarono quegli ammutinati. Le case de' Torriani, bagnate di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte al saccheggio dalla licenza militare.

Mentre questa tragedia si eseguì in Milano, Matteo Visconti, e Galeazzo di lui figlio, rappresentavano due scene in luoghi distinti. Matteo aveva comandato a Galeazzo di starsene in casa sino al di lui ritorno. Ma Galeazzo appena fu il padre uscito, si armò, si pose a cavallo e si mostrò per le strade. Matteo Visconti, poichè vide sgombrati gl'imperiali della sua casa, si portò disarmato dal vescovo di Trento, cancelliere imperiale, e lo pregò di volerlo presentare al re; mentre non osava di presentarglisi solo nel momento in cui poteva ogni cittadino essere sospetto. Il vescovo fu compiacente; e la spontanea presenza del Visconti, i suoi ragionamenti, la relazione dello stato in cui venne sorpreso nella sua casa, persuasero il re che Matteo fosse innocente: e tutta la trama ricadde soltanto sopra i Torriani. Probabilmente o non vi fu intrigo dalla parte di Matteo, ovvero fu concertato dal solo Galeazzo senza saputa del padre. Nel momento poi in cui scoppiò il tumulto, facilmente Matteo avrà conosciuto come fosse stata ordita la trama. Mi piace, se posso, senza mancare alla verità, di togliere quest'ingrata e bassa accusa alla memoria di un uomo la di cui vita non presenta azioni nere; e mi piace pure di non lasciare al buon re Enrico un inganno, per mercede della bontà del suo animo. Matteo da Enrico non aveva ricevuto se non beneficii. Per lui aveva riacquistati i beni e la patria. Per lui il sommo potere non era più fra le mani di Guido, suo nemico, da cui doveva temere nuovi danni se cessava il potere d'Enrico. Quindi a me sembra poco verosimile la congiura di cui alcuni nostri autori lo voglion complice, e della quale minutamente descrivono persino i familiari colloqui di Guido con Matteo. Forse i Torriani con tai dicerie cercarono poi d'offendere la fama di Matteo, la sola che avevan forze bastanti per invadere; egli scrittori ne furono sedotti facilmente; perchè riesce più frizzante la storia, quanto più malignamente dipinge gli uomini; e lo storico signoreggia più, indicando ingegnosamente le cagioni, ancor false, anzi che raccontando i fatti soli, ove siano incerte le cagioni, che li produssero. Io mi crederò onorato ancora più rendendo un omaggio costante alla verità. Si può credere innocente anche Galeazzo, di lui figlio, il quale uscì armato; e, inalberando l'insegna della vipera, aveva radunato un buon numero di cavalieri, che marciavano dietro di lui pronti a combattere. Questo drappello marciava dal Bocchetto al Corduce, quando improvvisamente se gli fece incontro un grosso squadrone di imperiali, in numero da non cimentarvisi. Gl'imperiali avevano già le lance in resta, ma Galeazzo, alzata la visiera, si diè a conoscere venuto per unirsi a combattere contro i sediziosi e in servizio del re. I tedeschi erano comandati da un vescovo[614]. Con essi si accompagnò Galeazzo, e fece in modo che s'introdusse nella città un corpo di austriaci acquartierati a San Simpliciano, che allora esisteva fuori della mura. Accadde in tale occasione che il duca Leopoldo d'Austria, passando in mezzo a questi popolari tumulti, nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino corse pericolo d'essere traforato da una lancia, se un suo fedele non avesse spronato il cavallo, e, postosi di mezzo, salvata la vita a questo giovine principe, glorioso ascendente dell'augusta casa d'Austria. La lancia fortunatamente passò fra le vesti del generoso suddito, senza nocumento di Leopoldo.

I Torriani in quel giorno perdettero per sempre la patria, da cui vennero proscritti; e sempre dappoi riuscirono vani gli sforzi che posero in opera per ritornarvi. Così terminò la dominazione de' Torriani, la quale interrottamente durò anni trentatre, cominciando da Martino, che, nel 1247, intraprese a reggere il popolo, e lo resse per anni sedici, poscia Filippo, per anni due, indi Napoleone ossia Napo, per anni dodici, poi (dopo l'intervallo di Ottone Visconti e di Matteo) Guido della Torre lo resse per anni tre sino al 1311, il che forma il periodo di trentatre anni. Non ho interrotto il racconto di questa interessante serie di avvenimenti colle frequenti citazioni, perchè l'epoca è assai nota, quantunque gli autori raccontino variamente le circostanze. Chi bramasse di esaminare il fatto dalla sorgente, vegga il tomo XII della Raccolta _Rerum Italicarum_; Bonincontro Morigia, Cronaca di Monza[615]; Giovanni Villani, Storia, lib. IX; Cronaca d'Asti[616]; Giovanni da Cermenate, Istoria[617]; il Corio, all'anno 1311; e più d'ogni altro, la diligente e laboriosa opera del nostro conte Giulini, al tomo VIII.

FINE DEL TOMO PRIMO.

INDICE DI QUESTO TOMO

_Notizie di Pietro Verri_ Pag. 1 _Prefazione_ » 31

CAPITOLO PRIMO.

_Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguita nell'anno 452_ » 37

CAPITOLO II.

_Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei risorgimento_ » 64

CAPITOLO III.

_Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo_ » 89

CAPITOLO IV.

_Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la più importante città della Lombardia nel secolo » 115

CAPITOLO V.

_Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica dopo la metà del secolo XI_ » 145

CAPITOLO VI.

_Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico I_ » 184

CAPITOLO VII.

_Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I_ » 213

CAPITOLO VIII.

_Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema politico_ » 253

CAPITOLO IX.

_Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII_ » 283

CAPITOLO X.

_Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV_ » 316

NOTE:

[1] Cremona, nella stamp. Manini, un vol. in 8., di pag. 330.

[2] Discorso recitato nell'apertura della Società Patriottica di Milano nel dicembre del 1778. — Ved. _Atti della Società._ t. I, p. 30.

[3] Veggansi nella Raccolta degli Economisti Italiani le _Notizie di Cesare Beccaria:_ Parte moderna, tom. XI, p. 3 e 4.

[4] I nomi dei benemeriti cooperatori al detto Giornale, colla indicazione delle lettere iniziali con cui segnarono i loro articoli, sono i seguenti: _A._ Alessandro Verri — _B._ Baillon — _C._ Cesare Beccaria — _F._ Sebastiano Franci — _G._ Giuseppe Visconti — _G. C._ Giuseppe Colpani — _L._ Alfonso Longhi — _NN._ Luigi Lambertenghi — _P._ Pietro Verri — _S._ Pietro Secchi — _X._ Paolo Frisi.

Questo catalogo è stato stampato la prima volta da Lalande, nella Relazione del Viaggio ch'egli fece in Italia due anni dopo la cessazione di quel giornale. Veggasi _Voyage d'un Français en Italie_, edizione di Parigi, 1709, tom. I, pagina 374.

[5] «La Ferma generale ha avuto principio nel 1750 per opera del generale Pallavicini, ministro plenipotenziario, il quale abolì i separati appalti delle Regalie del sale, tabacco, polvere ec., e, riunendole in un sol corpo, le affidò ad una compagnia di Bergamaschi, che avevano poco o nulla al mondo, ma che affrontarono arditamente la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque milioni all'anno, e ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e mezzo, onde centomila annui zecchini ne avevano di profitto dal solo negozio. Dico dal solo negozio, perchè indirettamente poi essi avevano poste tali angarie alla filanda delle sete, che buona parte della raccolta de' bozzoli del paese cadeva nelle loro filande, che erano sparse nello Stato, e comparivano col nome di supposti proprietarii. Oltre di che essi ne ritraevano molti altri proventi incalcolabili; e così si fecero grandi e doviziosi». — Verri in una _Memoria_ inedita.

[6] Data da Vienna il 10 aprile 1764. — Sì questa che le altre lettere e documenti ufficiali, di cui si è fatto uso nelle presenti Notizie, esistono nell'Archivio nazionale di questa città.

[7] Diploma del 17 dicembre 1765.

[8] De' 29 novembre 1770.

[9] Piano per la regia amministrazione delle Finanze, da cominciarsi l'anno 1771.

[10] Veggasi il progetto della tariffa sopra accennato.

[11] Verri, nel citato piano per la regia amministrazione delle Finanze.

[12] Milano, presso Giuseppe Marelli, della Prefazione, pag. 10.

[13] Economisti Italiani, parte moderna, cc., tom. XIII, pag. 8.

[14] Prefazione ai _Discorsi_, dell'edizione di Milano, presso Marelli, 1781, pag. 8.

[15] Non dispiacerà di vedere qui riferiti alcuni frammenti di questo diploma, anche per un saggio dello stile che allora si usava dalla Cancelleria Imperiale. Ivi si legge: _Ex quo te propius cognoscere nobis licuit, non potuimus non propensa, quantum optimo cuique, favere tibi voluntate. Quæ enim duo hominen ad publica negotia tractanda maxime idoneum constituunt, ferax et acre ingenium, ac fervens ad agendum animus, non solum in te natura conjunxit, sed ea tu quoque copioso scientiarum ac eruditionis apparatu, atque indefessa esercitatione ad actionem reddidisti expeditissima...... Propterea, ut primum tu in patria tua ad rerum publicarum procurationem nobis jubentibus accessisti, luculenter illico apparuit ministrum te fore amplissimum, cujus opera in restauranda, quod tum admodum agitabamus, et novis institutis ordinanda provinciae aeconomia uteremur... Neque tu in his expectationi nostrae minus fecisti satis vigilantia, consiglio, integritate; imo, quod precipuum est, exploratis industriae privatae arcanis, quibus vectigalium conductores uti solent, et comparata tibi necessaria ad illorum exactiones dirigendas experientia, viam quodammodo stravisti, quo facilius tua intercedente opera effectui dari posset, quo propositum habebamus consilium, universam videlicet Mediolanensi provinciae reddituum administrationem ad nostros, cum primum fieri posset, magistratus revocandi. Id quod citius, ac sperare pronum erat... perfectum est._

[16] Lettera del principe Kaunitz al ministro plenipotenziario conte di Firmian, dei 21 luglio 1776. — La Società Patriotica era stata istituita sulle basi più liberali. La gran mente dell'immortale ministro di Stato di Maria Teresa era persuasa che un troppo immediato intervento dell'autorità sovrana assidera sovente il vigore de' corpi accademici, per una soverchia soggezione. Perciò ebbe cura che nel piano d'istituzione vi fosse per modo mascherata l'influenza del governo, che vi riuscisse impercettibile. La sua scrupolosa attenzione su quest'oggetto apparrà maggiormente dal seguente paragrafo di una sua lettera degli 11 settembre 1777: «Osservo, dice egli, che il Griselini, nella sua relazione sul libro del Cattaneo, si qualifica come segretario della _regia_ Società Patriotica. Avendo S. M. voluto fare un dono alla nazione di ciò che riguarda la dote per questo stabilimento, ha anche con eguale generosità abdicata da sè qualunque superiorità o vestigio di essa; onde converrà avvertire i conservatori che in ogni occasione, anche dai subalterni, facciano solo annunziare la Società senza qualificarla come _regia_». Grandi furono i servigi prestati dalla Società Patriotica nei diciotto anni di sua esistenza. Ma tra le infinite e per sempre deplorabili sciagure, cui soggiacque l'Italia dopo il 1796, non è tra l'ultime la cessazione di tutte le società economiche che in essa fiorivano. Questo danno sarebbe pur facilmente riparabile; e già da circa tre anni la Società de Georgofili di Firenze e quella d'Agricoltura di Torino hanno riprese le loro funzioni: e quando vi penseremo noi?

[17] Nel _Postscriptum_ alla lettera dei 30 marzo 1778 al ministro plenipotenziario.

[18] Ne esiste pure un cenno in uno di que' celebri almanacchi (_Il mal di milza_) che per una filosofica celia aveva in quell'anno appunto pubblicati. Egli, sotto forma di un indovinello, vi fa così parlar la tortura: «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me: il mio impero è nato ne' tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati». Si potea forse esprimersi con maggior precisione in così brevi termini?

[19] Il principe Kaunitz, che non si lasciava sfuggire alcuna occasione per insinuare delle idee utili, nell'annunziare al ministro plenipotenziario la ricevuta di alcuni esemplari di quest'opera, si esprime come segue: «Io non dubito che l'opera avrà tutto quel merito che si può sperare dall'erudizione dell'autore, guidato da uno spirito filosofico e superiore alla maniera di pensare comune a' compilatori di simili storie, per lo più privi di sana critica. L'edizione è assai elegante, e mi fa sperare che l'arte tipografica possa successivamente ritornare in Milano a quel grado di credito in cui era nella prima metà di questo secolo, e da cui è decaduta». _P. S. alla lettura 4 settembre 1783._

[20] Un cenno di queste stesse riflessioni si è già da me fatto nelle _Notizie di Cesare Beccaria_. Se in questo oggetto si imitasse il generoso esempio del signor Wilberforce, che si è assunto di rinnovare ogni anno instancabilmente nel parlamento d'Inghilterra la sua proposizione per la libertà dei Negri, chi sa che una volta, o per persuasione o per tedio, si riuscisse nell'intento!

[21] Veggasi la nota in fine del cap. XXIII, pag. 208 del tom. II.