Part 25
Se la nostra città fosse stata nel suo reggimento civile tanto saggia, generosa e cauta, quanto si mostrava valorosa, nobile e prudente nelle imprese militari, sarebbe assai più grata la occupazione che ho scelta di tesserne compendiosamente la storia. Mio malgrado l'augusta verità mi obbliga ad alternare imparzialmente il racconto delle glorie esterne, e degli interni mali della patria; in cui l'incorreggibile prepotenza dei grandi teneva sempre irritato e nemico il partito del popolo; il quale (sensibile, com'egli è) colla virtù e coll'amorevolezza avrebbe potuto affezionarsi ai nobili, e di concerto operar sempre per la felicità comune. I popolari, affezionatissimi a Pagano della Torre, per il beneficio ottenuto dagli avanzi di Cortenova, lo scelsero per loro protettore. Egli soggiornava in Milano, e del pubblico amore ne fa anche oggidì testimonianza l'iscrizione posta al suo sepolcro in Chiaravalle:[570]
_Magnificus populi dux, tutor et Ambroxiani_ _Robur justitie, procerum jubar, arca Sophie,_ _Matris et Ecclesie defensor maximus alme,_ _Et flos totius regionis amabitis hujus,_ _Cujus in occasu pallet decor ytalus omnis,_ _Heu de la Turre nostrum solamen abivit_ _Paganus, latebris et in umbram utitur istis._ _MCCXLI. VI. jan. obiit dictus dominus Paganus_ _de la Turre, potestas populi Mediolani._
Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote, Martino della Torre, per essere da lui protetto contro de' nobili, ed a questo fu dato il titolo di _Anziano della credenza_. L'ufficio di questo tribuno del popolo era difendere ciascun popolare contro la usurpazione o prepotenza d'un nobile; sopraintendere all'uso ed amministrazione del pubblico erario, acciocchè le entrate della repubblica non venissero convertite in comodo privato. Oltre ciò la repubblica era sempre in quei tempi a cassa vuota, sebbene i privati fossero benestanti; quindi si voleva dal popolo assicurare un fondo stabile, che potesse servire alle pubbliche spese, e prevenisse le angustie all'occasione della difesa; angustie provate singolarmente nell'ultima guerra che ci portò Federico II, siccome or ora dirò. Allora non vi è memoria che si ricevesse per anco tributo sul sale. Il pedaggio che pagavano le mercanzie era tutto a profitto della comunità dei negozianti; i quali avevano l'obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle, in modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade la comunità medesima era tenuta a rifarne il danno. La tariffa si vede annessa all'antico codice dei primi statuti, compilati nel 1216, siccome ho detto, e il conto si vede fallo a quattro denari di pedaggio per ogni lira di valore della merce; il che rimonta al tenue tributo di uno e due terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano alla signoria delle terre, obbligavano gli abitatori di quelle a ricevere da essi i pesi, le stadere e le misure[571]. Alcuni privati possedevano un consimile diritto in Milano medesimo, e chiamavasi _jus sextarii_[572]. Ma nemmeno di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna somma nell'erario della repubblica. V'erano anche allora i diritti esclusivi di poter tenere osteria nelle terre e di vendere vino[573] _minutatim ad modum tavernae_, come da una carta dell'archivio di Monza pubblicata dal conte Giulini[574]. Ma di essi non pare che fosse al possesso la comunità di Milano. Erano diritti posseduti da privati. Da ciò facilmente si comprende che pochissima rendita doveva avere la repubblica, e quella sola che proveniva dai delitti i quali, per l'antica tradizione longobardica, erano condannati con pene pecuniarie. Ma questa rendita era insufficiente, massimamente nei bisogni straordinarii; tanto più che le terre dei banditi si abbandonavano senza cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri l'economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora si rifletta a quei tempi burrascosi, nei quali conveniva che nessuna utilità uomo alcuno potesse ritrarre dalla rovina d'un cittadino. Una legge è come una fabbrica d'architettura; conviene averla osservata da tutti i lati, prima di poterne dare una opinione ragionevole: e le più strane talvolta, in alcune circostanze, sono le più sapienti. Per riparare la miseria della repubblica già s'era, l'anno 1228, fatto un decreto per cui sei eletti aver dovessero l'ufficio di censura e conoscere ogni amministrazione pubblica: ed è una prova della difficoltà somma che s'incontrava nelle elezioni per il contrasto dei partiti, l'osservare come il decreto stabilì: che diciotto uomini si scegliessero a sorte, e di questi se ne eleggessero sei, i quali, dopo sei mesi, terminassero il loro ufficio ed eleggessero altrettanti loro successori[575]. Questo modo di eleggere a sorte, per necessità s'era anco esteso ad altri uffici[576]. Ma queste circospezioni non rimediavano alla povertà del fondo pubblico. Perciò, all'occasione della guerra di Federico II, i nostri antenati ricorsero ad uno espediente che comunemente si crede una invenzione dei tempi a noi più vicini: e lo spediente fu di porre in corso della carta in vece del denaro. Abbiamo nel Corio, all'anno 1240, i decreti fatti dalla repubblica per conservare il credito a questa carta. Decreti saggi veramente, coi quali si ordinava che tutte le condanne pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano colla carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla in pagamento; che nessun debitore potesse essere nemmeno soggetto a sequestro, sì tosto che possedesse tante carte corrispondenti al suo debito. Si doveva pensare dunque a ritirare le carte in giro, sostituendovi egual valore in denaro. Si doveva pensare a costituire alla repubblica una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni dello Stato. Non v'era altro spediente, se non se quello di formare un catastro delle terre, e sopra del loro valore distribuire un carico. A ciò naturalmente si opponevano i ricchi ed i nobili; su questo insisteva il popolo; e di ciò singolarmente venne commessa la cura al nuovo anziano della Credenza, Martino della Torre.
Per dare un'idea delle somme angustie di denaro nelle quali la nostra repubblica si trovò in quei tempi, e per comprendere sempre più lo spirito del sistema nostro civile e delle opinioni, non sarà discaro a' miei lettori ch'io per intiero trascriva in questo luogo il contratto che si fece fra la città di Milano e il capitolo di Monza, per ottenere un calice d'oro in mero deposito, per servircene di pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell'Archivio di Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata dal signor canonico teologo Frisi, noto scrittore di quella basilica.[577] _In nomine Domini nostri Jesu Christi. Anno nativitatis ejusdem millesimo ducentesimo quadragesimo quinto, die veneris, tertio die novembres, indictione quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata, potestas Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello, Philippus de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus de Sorexina, Probinus Ingoardus, Rezardus de Villa, Justamons Cicala, Lampugnianus Marcellinus, Burrus de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus de Lampuniano, de Lampuniano, Anselmus de Tertiago, Roxate de la Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus, Guizardus Morigia, Mollo Bechanus, Caruzanus Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus Incinus, consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani, plurimum cum precum instantia institissent apud dominum Ardicum de Sorexina, archipresbyterum de Modoetia, et Canonicos, et Capitulum illius Ecclesiae, et cum domino G. de Montelongo, Apostolicae Sedis Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati et Consiliariis et Sapientibus, seu Comuni Mediolani, partem aliquam thesauri illius Ecclesiae ad ponendum in pignore pro pecunia necessaria habenda Comuni Mediolani, quae alio modo inveniri vel haberi non potest, ut asserebant expresse; et illiam Ecclesiam indepnem servare volebant, et cito illum thesaurum restituerent: ad quorum preces et istius domini Legati suprascripti, domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro honore et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, praesente et volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt istis Potestati, et Consiliariis, et Sapientibus, et Comuni calicem unum auri de thesauro Modoetiensis Ecclesiae, ponderis unciarum centum septem auri, cum auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum. Et ideo praedictus dominus Ubertus de Vialata, Potestas Mediolani, et isti Consiliarii, et Secretarii, et Sapientes, data eis licentia, et fortia, et auctoritate a Consilio quadringentorum, et trecentorum, et centum novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum in libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem et omnia infrascripta, promiserunt namque et gaudiam dederunt, et omnia eorum bona et bona Comunis Mediolani pignori obligaverunt, quilibet eorum in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine Ecclesiae, et totius Capituli de Modoetia, et singulorum Canonicorum dictae Ecclesiae, quod exigent, reddent, et dabunt absque aliqua diminuitone, libere et absolute, hinc ad natale proximum, isto domino. Archipresbytero et Canonicis seu Capitulo suprascriptum calicem aureum cum gemmis et lapidibus preciosis ornatum, omnibus eorum et Comunis Mediolani dampnis et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et Ecclesiae. Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis, et omnii alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo possent, et defendere, et maxime quod non possent dicere se obligatos esse pro Comuni seu pro rebus Comunis, sed ita teneantur ut conveniri possint in solidum etiam finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate, ac si praedicta omnia in propria cujulisbet eorum proprietate pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio novae constitutionis et epistolae Divi Adriani et omni alio auxilio quo aliquo modo se tueri possent, usus et legis et statuti et ordinamenti facti vel quod a modo possit fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum dilationibus faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra dictus Potestas et isti Consiliarii, et Sapientes quod nec aliquis praedictorum dabit aliquo modo vel aliquo ingenio, etiam consentientibus istis Archipresbytero et Canonicis aliquid aliud praeter praedictum calicem loco illius calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum lapidibus et gemmis absque diminutione aliqua. Et ibi dictus dominus, G. de Montelongo Legatus Apostolicae Sedis, auctoritate suae legationis et voluntate ipsius Potestatis, et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum praedictorum, ab infrascripto termino in antea eos omnes et Consilium Comune excomunicationis vinculo subjecit et subposuit ex tunc si praedicta ut supra ad ipsum terminum non essent servata, excepto Potestate praedicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes superius nominati juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis Evangeliis, omnia superius memorata, et quodlibet praedictorum observare et facere et facere observari per Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate, in exercitu contra Fridericum condam imperatorem._ Poi vi sono le sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente a quale estremità fosse il credito della Repubblica, se di tante cautele vi fu bisogno per ottenere in deposito, dal giorno 3 di novembre sino al 28 dicembre, un calice d'oro, e se fu bisogno di ricercarlo. Il peso dell'oro corrispondeva a millequattrocento zecchini, i quali nessuno gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le formalità dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il legato pontificio vi fa la figura che nei secoli prima avrebbe fatta l'arcivescovo, ma per gradi l'autorità del metropolitano s'era ornai annientata, e il sommo pontefice, colle bolle e coi brevi, disponeva di tutto. «In questi brevi, dice il conte Giulini parlando di questi tempi[578], ben si scuopre la differenza che passa fra l'autorità che esercitava il papa (Gregorio IX) a Milano nei presenti tempi, e quella che esercitava nei secoli scorsi. L'introduzione dei religiosi Minori e dei Predicatori nelle città, come giovò maravigliosamente a ricondurvi i buoni costumi ed a bandire gli errori, così servì anche ad accrescere in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire quello dei vescovi». I frati s'erano resi indipendenti dai vescovi. Anche le monache erano indipendenti. Un frate francescano era salito sulla sede metropolitana, e ne sosteneva la dignità così poco, quasi nemmeno fosse vicario del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone da Perego, e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi, senza nemmeno parteciparlo all'arcivescovo[579]. Alessandro IV terminò l'opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono per una tale rivoluzione. Nel 1056 cominciarono i primi tentativi: e nel 1255, al 5 di febbraio, Alessandro IV scrisse ai vescovi di Novara e di Tortona, ordinando loro che ponessero in Milano i Francescani in possesso della basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito senza nemmeno vi fosse nominato l'arcivescovo[580]. Il papa medesimo comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano[581]. Così era affatto annientata l'autorità del metropolitano, di cui ho dato cenno sul fine del capitolo primo. La pontificia romana autorità ordinava che più non si riedificasse la fortezza di Cortenova nella diocesi di Bergamo. Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il castello di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all'inquisitore, acciocchè egli comandasse alla Repubblica con apostolica autorità. Ordinava che si entrasse nel castello di Gattedo; che colla forza se ne dissotterrassero i cadaveri e si abbruciassero; che tutte quelle case si demolissero; e ciò perchè Egidio, conte di Cortenova, Uberto Pelavicino, Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano erano qualificati fautori di eretici[582]. Non farà dunque maraviglia se nessun cenno si fa dell'arcivescovo nel pegno di questo calice, ma bensì del legato. In questa carta è pur meritevole di osservazione il vedere che già eravi l'uso delle ferie, e il privilegio di non essere chiamati in giudizio i debitori in quei giorni feriali. Si osserva che il podestà era eccettuato dalla scomunica, perchè, col terminare dell'anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente veggonsi chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani, della Motta; e la Credenza di Sant'Ambrogio:[583] _a consilio quadringentorum et trecentorum et centum, novo et veteri_. Il consiglio de' quattrocento era composto da' nobili del primo ordine, e gli altri da quei della Motta e della Credenza di Sant'Ambrogio[584]. Mi lusingo che questa uscita non sarà spiaciuta a' miei lettori, ai quali dirò che liti e scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere che il calice d'oro venisse restituito; il che era bene da prevedersi: mentre, dopo cinquantadue giorni, nell'estrema angustia della guerra nella quale si trovava la città, non era possibile ch'essa rinvenisse il denaro per ricuperare quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante e sì moltiplicate cautele, per lo più non sono osservati. La buona fede è chiara e semplice, e l'artificio è pieno di previdenze.
La necessità di stabilire un carico indefettibile sulle terre si è conosciuta abbastanza da quanto si è detto. Questo era il voto del popolo: a questo fine Martino della Torre era stato creato anziano della Credenza; e si eresse un uffizio censuario che si chiamò _Officium inventariorum_, perchè ivi contenevasi il catastro, ossia l'_inventario_ (siccome volgarmente si dice) di tutti i fondi stabili, coi loro possessori, senza eccettuarne gli ecclesiastici[585]. Il legato apostolico proibì con suo decreto l'imporre gravezza veruna alle persone o case religiose[586]; ma, ridotto a termine il generale catastro, si pensò a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione dei debiti pubblici; e, ripartita questa somma in otto eguali porzioni, si stabilì che per otto anni si distribuisse sopra del censo una di queste porzioni ogni anno, col nome di _fodro_, ovvero _taglia_; e così dopo otto anni venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione la carta. (1248) Questo regolamento fu pubblicato l'anno 1248, come può vedersi nel Corio a quell'anno, e questa è la più antica memoria del carico prediale nel nostro paese: giacchè prima non si ha notizia se non di tributi sopra i frutti, ovvero colle persone. Col terminare dell'anno 1256 i debiti pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu eletto podestà di Milano, per l'anno 1257, Beno da Gozadini, bolognese. Egli aveva già, negli anni precedenti, servito utilmente la repubblica, perfezionando il catastro de' fondi censibili. Egli pensò di lasciare un monumento benefico e glorioso, prolungando sino alla città di Milano il cavo del Tesinello, il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho già detto come dal Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l'acqua del Tesinello, settantotto anni prima, cioè nel 1179. Si trattava ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia, e così dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per tutta quella estensione. V'era il fondo censibile ridotto a catastro. Da otto anni era già in pratica l'esazione di quel tributo. Beno de' Gozadini vide che, prolungando questo carico, a fine di eseguire il suo progetto, realmente non pagavasi dei contribuenti un tributo, ma si bonificavano le terre, e s'impiegava il denaro in utilità sensibile di quei medesimi che venivano tassati. Su questo principio credette egli non potersi con giustizia lasciar esenti i fondi ecclesiastici, nè obbligare i laici a pagare la porzione del beneficio fatto ai primi. Fu la grande opera intrapresa, e vigorosamente in pochi mesi, condotta a fine. Meritava Beno de' Gozadini le adorazioni de' suoi contemporanei, e un pubblico monumento che ricordasse alle età future ch'egli nel 1257, per quattordici miglia condusse le acque del Tisino sino ai sobborghi di Milano, creando un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili, e preparando il comodo della navigazione, che venne da poi aperta dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa che ne ottenne. Il popolo prima che fosse terminato l'anno, tumultuosamente lo massacrò, e, strascinandolo ignominiosamente sino al navilio da lui scavato, ivi lo affogò miseramente! la memoria di lui fu calunniata;, e la calunnia eccheggiò sinora ne' libri de' nostri storici, imputandogli avanie e tributi imposti, o non facendo menzione di lui, ovvero diminuendo il merito dell'impresa. Il conte Giulini lo condanna pure, ma racconta i fatti[587]. È tempo omai, dopo cinquecento ventidue anni (nel 1770) che la voce libera d'uno scrittore implori all'onorata cenere di Beno de' Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini suoi questa atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo incautamente sedotti, a quanto pare, in que' tempi infelici da un ceto venerabile che voleva difendere le immunità come parti essenziali della religione. Ripariamola ora noi e la riparino i nostri posteri, ed ogni volta che rimireremo il canale che dà ricchezza alle terre e porta l'abbondanza nella città, ricordiamoci che ne abbiamo l'obbligazione a un onoratissimo bolognese, Beno de' Gozadini, e ne sia consacrato il fausto nome all'immortalità!
CAPITOLO X.
_Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV._