Part 24
(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gli interdetti, l'anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti e le consuetudini di Milano, acciocchè la sorte dei giudizi non fosse più tanto arbitraria ed incerta, come lo doveva essere prima, appoggiata a mere tradizioni, e senza uno stabile monumento. Di questo codice se ne conserva un antico esemplare manoscritto nella biblioteca Ambrosiana. Un'altra bell'opera s'intraprese l'anno 1220, mentre era podestà di Milano Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d'un canale che da Cassano sino a Castiglione lodigiano deriva le acque dell'Adda. Questo canale forma la ricchezza del contado di Lodi. Allora si chiamava _Adda nuova_; ora, non saprei per qual cagione, si chiama la _Muzza_[551]. Già quaranta anni prima era stato fatto l'altro cavo, che, guidando le acque del Tesino sulle terre sino ad Abbiategrasso, rendeva irrigabile una parte delle campagne milanesi; indi, nel 1257, questo cavo fu prolungato sino a Milano, siccome poi dirò. È cosa maravigliosa che fra i torbidi interni ed esterni, in mezzo all'ignoranza di quel secolo, si ardisse di pensare a così grandiose ed utili opere pubbliche, e si eseguissero, domando le acque, e guidando de' fiumi artificiali per lunghi tratti di paese.
S'erano dilatati, al principio del secolo decimoterzo, i due ordini de' frati predicatori e dei frati minori; e si erano intraprese moltissime ricerche contro l'eresia. Sappiamo le guerre mosse per questo titolo nella Francia contro gli Albigesi. Nella Germania non mancarono simili inquisizioni; e presso di noi si trovarono quindici sette di eretici, dei quali i nomi sono i _Patarini_, i _Cattari_, i _Carani_, i _Concorezi_, i _Fursici_, i _Vanni_, gli _Speronisti_, i _Carantani_, i _Romulari_, i _Poveri di Lione_, i _Passagini_, i _Giuseppini_, gli _Arnaldisti_, i _Credenti di Milano_, i _Credenti da Bagnuolo_; e quello che vi era di più singolare, nessun uomo si nominava che fosse capo di setta, o nessun libro sul quale fosse appoggiata l'eresia. Nella Grecia sappiamo chi abbia insegnato gli errori degli Ariani, degli Eutichiani, de' Nestoriani, ec. Ne' tempi più a noi vicini sappiamo pure da chi prendessero le loro dottrine gli Hussiti, i Wiclefiti, i Luterani, ec. Ma nel secolo decimoterzo si scopersero quindici sette di novatori nel Milanese, senza che la storia ci nomini l'autore maestro delle dannevoli novità! Due secoli prima gli abitatori del castello di Monforte, nella diocesi di Asti, furono presi, e per titolo d'eresia terminarono la vita nel fuoco, siccome dissi al capitolo quarto. Fu quello il primo esempio, ch'io sappia, in cui solennemente siasi adoperata la violenza del supplicio, per difendere la mansueta religione di Cristo. Ora, nel secolo decimoterzo, questa maniera di sostenere il dogma venne generalmente in uso. Venne deputato dal sommo pontefice ad agire contro gli eretici san Pietro Martire, che allora si chiamava frà Pietro da Verona. Egli era domenicano, e per la distruzione dell'eresia aveva formato in Milano una compagnia[552], la quale era stata presa dal sommo pontefice sotto la sua protezione; e il breve di Gregorio XI si conserva nell'archivio di Sant'Eustorgio tuttavia. L'anno 1233 era podestà di Milano Oldrado da Tresseno, lodigiano, il quale, secondando le mire dell'Inquisizione, consegnò alle fiamme non pochi cittadini. La figura equestre di questo podestà mirasi anche al presente, a basso rilievo in marmo, nella facciata verso mezzo giorno della sala del consiglio della Repubblica, ora l'Archivio pubblico; e nell'iscrizione leggesi l'encomio d'aver bruciato i Cattari: _Catharos ut debuit uxit_, barbarismo postovi per far la rima col verso leonino: _Qui solium struxit, Catharos ut debuit, uxit_. Il Fiamma, riferendo le gesta di questo podestà, dice:[553] _In marmore super equum residens sculptus fuit: quod magnum vituperium fuit. Hic primo haereticos capere fecit_. Il Conte Giulini non crede che questa sia stata cosa nuova di così procedere cogli eretici; ma non allega fatto alcuno antecedente, nè alcuna prova. Il supplizio dato agli infelici abitatori del castello di Monforte fu una violenza militare che non aveva appoggio di legge, non tribunali o metodi costanti che ne formassero la sanzione. Ora si tratta di sistema. (1228) Noi abbiamo Tristano Calchi, il quale ci insegna che nell'anno 1228 furono pubblicate queste nuove leggi penali contro degli eretici:[554] _Novae leges latae adversus haereticos, quorum multiplices, et inauditis nominibus distinctae sectae erant; nam praeter Patarenos, quorum supra in Arnulpho memini, Cathari, Carani, Concoretii, Fursici, Vanii, Speronistae, Carantani, Romulares nuncupabantur; haecque labes non minus ad foeminas, quam viros pertinebat. Ita utrique sexui interdicta superstitio est, proposita poena capitis, et domorum destructionis iis qui in ea perseverarent, aut tecto reciperent, alioque juvarent. Et subsequente anno, mense januario, Gufredus cardinalis sub titulo Sancti Marci, legatus pontificius, Mediolanum ingressus, lege sanxit (de comuni tamen archiepiscopi, ordinarium, et popoli consensu) ut praetor damnatos judicio ecclesiastico, intra decem dies capitali poena afficiat_[555]; e il Corio, nella sua storia, ci ha conservato lo statuto che allora si fece, e lo riferisce colle seguenti parole: «In nome di Dio mille duecento vintiocto, ad uno giorno de zobia, al tredecimo de genaro, inditione seconda, in publica concione convocata a sono di campana secondo il solito: Che ne lo advenire niuno heretico dovesse stare nè dimorare ne la città de Milano... Che qualunque persona a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico. Item, che le case dove erano ritrovati, si dovessino ruinare, e li beni in epse si ritrovavano, fusseno pubblicati[556]». Dal che pare evidente che il rigore delle leggi penali contro gli eretici veramente nascesse nel 1228. L'arcivescovo di Milano in que' tempi era Enrico da Settala; ed era un attivo cooperatore coll'inquisitore per eliminare gli eretici. Dal gran numero delle sette improvvisamente scoperte, è facile l'argomentare che un gran numero di cittadini doveva essere poco contento di queste nuove leggi. In fatti l'arcivescovo fu bandito. Perciò vennero scomunicati da un legato pontificio il podestà e il consiglio di Milano. Nell'iscrizione sepolcrale di questo arcivescovo si scolpì:[557] _Instituto inquisitore, jugulavit haereses_, come riferisce il Puricelli[558]; e chiaramente si conosce anche dalla storia milanese quanto poco si pregiassero allora la dolcezza, la mansuetudine e la pietà; le quali ora, in tempi più illuminati e felici, formano il principale fregio delle virtù ecclesiastiche. L'inquisitore, nel corso di diciannove anni, aveva fatte incessanti ricerche contro tanti eretici, per modo che l'esempio di molti bruciati, altri banditi, le molte case demolite, molti patrimoni pubblicati, dovevano avere reso ammirabile il di lui zelo al di lui partito; ma del pari resa odiosissima la sua persona a chiunque temeva d'essere accusato di opinioni eterodosse. Ciò non doveva essere difficile in Milano, dove ad un tratto quindici diverse eresie si erano inaspettatamente scoperte, e si volevano esterminare. Era stato bandito, come eretico, Stefano Confalonieri d'Alliate. Il Corio, ci dice ch'esso Confalonieri venne avvisato, «come per fra Pietro era misso nel bando[559]». Questo Confalonieri, di cui si doveva diroccare la casa, i di cui beni dovevano essergli tolti, si collegò con alcuni altri malcontenti. Il concerto si fece nelle terre di Giussano con Manfredo Cliroro, Guidotto Sacchella, Jacopo della Chiusa, Tommaso Giuliano, Carlo da Balsamo e Alberto Porro. Colsero essi l'inquisitore, mentre in compagnia di frà Domenico ritornava da Como a Milano, e nelle vicinanze di Barlassina, il giorno 6 aprile 1252, con una falce lo uccisero; e frà Domenico lasciarono sì malamente concio, che in pochi giorni cessò di vivere. Il partito maggiore allora cominciò a risguardarli come due martiri della fede. Uno degli uccisori fu preso e posto prigione. Egli se ne fuggì. Il popolo inquieto, che avidamente aspettava di vederne il supplicio, tumultuariamente strascinò il podestà e i suoi tre giudici, come complici della fuga, al tribunale dell'arcivescovo; saccheggiò il pretorio; e fu deposto il podestà, dopo avere corso grave pericolo della vita. Dei due uccisi, un solo ottenne la venerazione di santo, cioè san Pietro Martire, canonizzato tredici mesi dopo la sua morte dal sommo pontefice Innocenzo IV. Alcuni anni dopo accadde un fatto simile nella Valtellina, quando, l'anno 1277, frate Pagano da Lecco, domenicano, vi si portò con frà Cristoforo e due notai, a fine di processarvi l'eresia; e Corrado da Venosta, signore consideratissimo in quel distretto, lo fece uccidere il giorno 26 dicembre 1277. I Domenicani ne conservano le reliquie in Como, e lo chiamano beato.
Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il famoso affare della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia, viveva in Milano, dove morì nel 1281. Guglielmina fu tumulata pomposamente a Chiaravalle, le fu recitato il panegirico come beata. Lampadi e cerei furonle accesi intorno al sepolcro, che diventava ogni dì più celebre per la guarigione degl'infermi; contribuendo a tale celebrità certa Mainfreda, e certo Andrea, sacerdote, ch'erano stati discepoli ed ammiratori della Guglielmina. L'inquisizione volle istituire processo intorno a ciò, e la conseguenza di tale processo fu che Guglielmina fu cavata dal sepolcro, e le di lei ossa bruciate; e la Mainfreda fu gettata viva nelle fiamme, e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. Il popolo credette tutto nascere da prostituzione esercitata sotto velo di religione nelle adunanze della Guglielmina, e tuttora tal tradizione volgarmente vien ripetuta. Il Muratori, da un manoscritto antico che si trova nella biblioteca Ambrosiana, ha scoperto le accuse che si fecero a quegl'infelici[560]. Guglielmina pretendeva d'essere lo Spirito Santo incarnato, e di essere figlia di Costanza, regina di Boemia, a cui l'arcangelo Rafaele l'aveva annunziata nel giorno di Pentecoste. Essa diceva d'essere venuta al mondo per salvare i Saraceni, i Giudei e i cattivi cristiani. Insegnava che sarebbe morta come donna, ma poi risorta per salire al cielo alla presenza de' suoi discepoli; e che Mainfreda sarebbe rimasta sua vicaria in terra, ed avrebbe celebrata la messa al sepolcro di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi in Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb'ella seduto papessa. Tali almeno furono i deliri che vennero imputati a que' miseri, i quali, sotto il pietoso e illuminato regno dell'augusto Giuseppe II, riceverebbero una caritatevole assistenza de' medici per ricuperare il senno perduto; e allora furono consegnati al carnefice per una morte orrenda.
Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della religione nacquero o presso nazioni occupate di oziose o sofistiche ricerche metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche e realmente vacue disputazioni, ovvero nacquero esse per un abuso degli studii sacri e dell'erudizione. Da noi, in mezzo all'ignoranza dei secolo decimoterzo, nessuno di questi poteva aver loro dato nascimento. Il padre della erudizione italiana, Lodovico Antonio Muratori, ci ha fatto l'enumerazione degli errori che venivano attribuiti a questi eretici. La maggior parte di quelle opinioni chiaramente non è cattolica. Egli è vero però che alcune opinioni ivi censurate potrebbero avere un significato innocente, quali sarebbero le seguenti:[561] _Obest subdito et sacrato mala vita praelati. — In Ecclesia Dei non debent esse sacerdotes et diaconi mali. — Mali presbitery non possunt ministrare. — Ecclesia non debet possidere aliquid nisi in communi. — Nullus malus potest esse episcopus. — Non licet occidere_[562]; ed è pur vero che non ci rimane alcun libro di quei tempi, nel quale si contengono le altre eresie che s'imputavano a tanti nostri Milanesi; ed il Muratori le ha tutte prese da un sol manoscritto di Armanno Pungilupo. Certo è che, essendo gl'inquisitori dipendenti affatto dal papa, e le loro sentenze dovendosi eseguire dalla podestà civile col bando e colla morte, la vita e i beni di ciascun cittadino erano dipendenti dalla podestà ecclesiastica di Roma, e conseguentemente Roma vi aveva indirettamente acquistata la sovranità.
(1220) Ritorniamo al filo della storia civile. Dopo la morte di Ottone IV, tanto benevolo verso di noi, Federico II venne in Italia, e fu coronato imperatore l'anno 1220. Venne dichiarato re de' Romani il di lui figlio Enrico. Federico odiava i Milanesi, ed era ben corrisposto. Noi lo consideravamo come erede del nome e dei sentimenti dell'avo distruggitore della nostra città; e come l'inimico del nostro Ottone IV. Egli intimò una generale dieta in Cremona, e questa voce precorsa bastò a sedare le dissensioni civili. L'oggetto della propria conservazione soffocò le simultà private, e fece rivolgere gli animi a concordi pensieri per la comune salvezza. Le città di Lombardia, istrutte dai passati esempi, rinnovarono la loro confederazione. Venne l'imperatore in Cremona, e non vi trovò i rettori di molte città, i quali pure dovevano esservi tutti. Mancavano Milano, Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, Vicenza, Torino, Novara, Mantova, Brescia, Bologna, Faenza e Bergamo. Se ne partì sdegnato da Cremona, e immediatamente andossene a borgo San Donnino, ed ivi dal vescovo d'Ildeseim fece scomunicare le città che non erano comparse alla indicata dieta generale. Federico II andò poi nella Sicilia, indi in Terra Santa; nè gli avvenimenti e le relazioni che passarono fra il papa e lui appartengono al mio proposito. Enrico, re de' Romani, si ribellò al padre. Spedì a Milano lettere ed ambasciatori. I Milanesi si collegarono con lui. Venne Enrico superato dal padre, e finì i giorni suoi in carcere. Quest'ultima azione de' Milanesi detterminò più che mai lo sdegno dell'imperatore Federico II a nostro danno. Egli entrò dalla Germania nella Lombardia con un'armata, alla quale si unirono le forze d'Ezelino da Romano. (1337) L'anno 1237 l'armata imperiale, che aveva già devastate le terre dei Mantovani, de' Veronesi e Vicentini, si accostò a Brescia per soggiogarla. I Milanesi, che avevano più volte ottenuta la fedele assistenza dei Bresciani, non tardarono a marciare al loro soccorso. I militi di Vercelli, di Alessandria e di Novara si unirono con noi; e il comandante era Enrico da Monza. Il nostro comandante fu uomo di talento nello scegliere il campo, poichè si collocò in un luogo del Bresciano detto Minervio, avendo avanti la fronte un fiumicello profondo e un terreno paludoso, per cui il nemico non poteva venire a noi; e così con una armata inferiore di forze, pose l'imperatore nel caso di non poter tentare cosa alcuna sopra la città di Brescia, senza temerci ai fianchi. L'imperatore, infatti, abbandonò l'impresa di Brescia, e si rivolse ad altro progetto. La stagione era già innoltrata: eravamo già in novembre. L'imperatore, congedati alcuni militi poco sicuri, fece credere di volersene andare a Cremona a svernare, e passò l'Oglio. I nostri, incautamente, sloggiarono dal loro campo; e si posero a tener dietro la marcia degl'imperiali, il perchè non lo sappiamo. Passammo l'Oglio, e, nelle vicinanze di Cortenova, ci trovammo un fiume alle spalle, e da ogni altra parte gli imperiali, che di molto superavano le nostre forze. L'imperatore ci attaccò in quella disgraziata situazione. La battaglia fu sanguinosissima. Noi eravamo stretti da ogni parte. Si combattè ostinatamente, finchè la notte obbligò i due eserciti a dar pausa all'azione. Noi eravamo, come dissi, alla fine di novembre, sotto una pioggia incessante, fra strade rese impraticabili in terreno cretoso. Gli avanzi ancor vivi del nostro esercito erano ammucchiati vicini al carroccio, che avevano sempre difeso. Al comparire del nuovo giorno più non rimaneva che o la morte o la prigionia ai pochi Milanesi. Essi profittarono dell'errore che gli imperiali commisero, col lasciare un lato scoperto, e per quello unitamente si salvarono. Prima però spogliarono il carroccio del gran vessillo, e lo fecero in pezzi, giacchè non era possibile il trasportarlo. Se furono biasimevoli i Milanesi per essersi tanto incautamente avventurati a fronte di un nemico superiore di molto, essi però meritano stima per aver combattuto senza limite in una situazione nella quale non sarebbe stata viltà il deporre le armi, come fece, a Maxen nella Sassonia un grosso corpo di Prussiani che appunto aveva l'Elba alle spalle, e dalle armi imperiali austriache si trovò attorniato in novembre dell'anno 1759. I nemici, al comparire del giorno, videro con sorpresa che la preda era sfuggita. La disfatta de' Milanesi però a Cortenova fu un oggetto grande. L'imperatore Federico II certamente se ne gloriò con molto fasto. Il Martene ci ha conservata la lettera che quell'augusto ne scrisse a Federico, duca di Lorena, in cui lo informa che fra morti e prigionieri si contavano diecimila de' nostri[563]; e lo stesso autore ci ha conservata la lettera che l'imperatore scrisse al senato e popolo romano, al quale trasmise i rottami del nostro carroccio:[564] _Antiquos namque in hoc recolimus Caesares, dice l'imperatore, quibus oh res praeclaras victricibus signis gestas, senatus populusque romanus triumphos et laureas decernebant, ad quod, per praesens nostrae Serenitatis exemplum, vias votis vestris a longe praeparamus, dum, devicto Mediolano, currum civitatis, utique factionis Italiae principis, ad vos victorum hostiam praedam et spolia destinamus, arrham vobis magnalium nostrorum et gloriae vestrae praemittimus_[565]. Da questo fatto si raccoglie di quanta considerazione fosse Milano in que' tempi,[566] _factiones Italiae civitas princeps_[567].
Gl'infelici avanzi del macello di Cortenova dovevano perire attraversando le terre di Bergamo; poichè la totale sconfitta da noi sofferta aveva fatto nascere un timore sommo nelle altre città: nessuno osava dichiararsi più per noi, trattone Brescia, Piacenza e Bologna, città le quali mantennero una ferma e sincera fede in favor nostro. Mancavamo di tutto, e di nulla eravamo sicuri; quando Pagano della Torre, che era signore della Valsasina, si slanciò a proteggere gli avanzi dei nostri; gli scortò nelle sue terre; somministrò loro generosamente ogni soccorso, e li ricondusse nella patria. Quest'atto di beneficenza non rimase isolato. La gratitudine de' Milanesi non se ne dimenticò, a segno che l'amore costante e la fiducia che i popolari milanesi conservarono dappoi verso la casa de' signori della Torre, tanto innalzò l'illustre loro prosapia, che per qualche tempo ottenne la sovranità di Milano, come vedremo. Le azioni benefiche e le valorose sicuramente fanno nascere il rispetto presso di ogni popolo e in ogni tempo; e pare che in questo caso dovessero reciprocamente rispettarsi, e chi faceva e chi riceveva il beneficio. L'imperatore, dopo la vittoria, vedendosi padrone di quasi tutta la Lombardia intimorita, volle possedere Milano; e pretese che ci rendessimo a discrezione. Ma i Milanesi non si trovarono allora in quelle angustie che avevano oppressi i loro avi settantasei anni prima: e unanimemente deliberarono di morire tutti colle armi alla mano, anzi che soggiacere a tale misera condizione. L'imperatore fece venire nuove forze dalla Germania. Cominciò a cimentarsi con Brescia, la quale si difese. (1239) Passò poi con una poderosa armata nel milanese l'anno 1239. Due avvenimenti accaddero in favor nostro. Il papa Gregorio IX scomunicò l'imperatore, ed accordò indulgenza a chi avesse portate le armi contro di lui. A questo avvenimento convien pure aggiungerne un altro; e fu un ecclisse solare, accaduto il terzo giorno di giugno, il quale fu (secondo l'opinione di que' tempi) un manifesto segno della collera celeste contro di quel monarca. Egli era adunque alla testa d'una numerosa armata sulle nostre terre. Si propose in Milano la questione se dovevamo tenerci alla sola difesa, muniti entro della città; ovvero se saremmo usciti ad affrontare il nemico; e quest'ultimo partito, proposto da Ottone da Mandello, prevalse. La condizione dell'imperatore, se di molto era migliore della nostra per il numero de' suoi armati, essa però era assai attraversata dalle opinioni religiose. Preti, frati combattevano contro di lui, e confortavano ognuno ad offenderlo; e come l'imperatore stesso, scrivendone al re d'Inghilterra, dice:[568] _Ordinis fratrum minorum, qui non solum accincti gladiis, et galeis muniti, falsas militum imagines ostendebant, verum etiam praedicatione insistentes, Mediolanenses, et alios, quicumque nostram, et nostrorum personam offendebant, a peccatis omnibus absolvebant_[569]. Uscimmo incontro a lui, e ci accampammo a Camporgnano. Le truppe avanzate imperiali si accostarono, e furon fatte in pezzi dai nostri, e il rimanente condotto a Milano. Si riconobbe che costoro erano Saraceni. Allora l'imperatore si innoltrò, e pose il campo col grosso del suo esercito a Cassino Scanasio, d'onde l'obbligammo a sloggiare ben presto, coll'aver rotti alcuni sostegni ed inondato il di lui campo. Portossi l'imperatore a nuovo campo fra Besate e Casorate: ed ivi pensarono i Milanesi a restituire a Federico II il trattamento sofferto due anni prima a Cortenova. Mancava un fiume da porgli alle spalle. Scavammo un profondo canale fra il nostro campo ed il nemico, e vi facemmo sboccare l'acqua del naviglio grande che allora chiamavasi il Tesinello. Tutto ciò sembrava un'opera destinata alla difesa del nostro campo; ma il disegno era di chiamare l'imperatore di qua del canale, poi, per sorpresa, attaccarlo. Per riuscirvi si finse che i Comaschi avessero abbandonato il nostro partito, e più non volendo combattere contro dell'imperatore, ci avessero lasciati. Dopo ciò levammo le tende, e quasi ci ritirassimo per essere di troppo inferiori di forza, scomparvimo. Gl'imperiali credettero a quest'apparenza, e passarono il canale per accostarsi a Milano; ma impetuosamente assaliti dai nostri, usciti all'improvviso dall'imboscata, vennero disfatti gl'Imperiali. Molti furono i prigionieri, e molti gli estinti sul campo, o precipitati nel fiume artificialmente scavato per tale effetto. Questo rovescio fece cambiare idea a Federico, che abbandonò il milanese; e si risolve verso della Toscana.
(1245) Un altro tentativo fece l'imperatore Federico II contro di noi, sei anni dopo. Comparve egli l'anno 1245 con un'armata, e si pose dalla parte del Tesino, mentre al re Enzo, suo figlio, affidò un altro corpo di truppe, che dalla parte opposta minacciasse la città. I Milanesi da un canto seppero sempre opporsi a Federico, ed impedirgli di passare il Tesinello; e rimase loro un numero bastante di armati, per affrontare il re Enzo verso Gorgonzola, e farlo prigioniere. I prigionieri che Federico II aveva fatti a Cortenova erano stati barbaramente trattati. Il Podestà di Milano (che era Piero Tiepolo, conte di Zara e di Tripoli, figlio di Jacopo Tiepolo, doge di Venezia) era caduto fra i prigionieri; e l'imperatore lo aveva fatto ignominiosamente legare sopra il fusto del riattato carroccio; e con vilipendio, condottolo prima in tal foggia a Cremona, lo trasportò poi in séguito, unitamente agli altri prigionieri, nella Puglia, dove lo fece impiccare; e gli altri infelici con varii supplizi del pari ivi terminarono la vita loro. Ora i Milanesi avevano in poter loro i prigionieri fatti a Camporgnano, a Casorate, ed il figlio medesimo del nemico, il quale da noi fu restituito illeso al padre, colla condizione soltanto che nè l'uno nè l'altro avrebbero mai più portate le armi contro Milano. Le armate partirono, nè più Federico ebbe che fare con noi.