Storia di Milano, vol. 1

Part 23

Chapter 233,666 wordsPublic domain

Prima di abbandonare l'argomento dell'imperatore Federico, io ricorderò alcuni tratti della di lui maniera di operare, acciò si formi un giudizio e della umanità sua e de' principii della sua virtù; e questi li prenderò tutti da autori tedeschi e parziali suoi. Il primo documento sarà la lettera con cui l'imperatore istesso rende informato il vescovo di Frisinga Ottone, suo zio, de' suoi gesti nella prima spedizione in Lombardia, acciocchè con essa avesse lo scrittore una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo regno: eccone alcuni pezzi:[528] _Dum ab eis, cioè dai Milanesi, dice l'imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi nobis eum negarent, nobilissimam castrum eorum, Rosatum videlicet quod quingentos milites habeat, capi et incendio destrui fecimus.... inde tria castra eorum fortissima, Minimam videlicet, Gailardam et Trecam destruximus, et natale Domini cum maxima jucunditate celebrato.... inde Chairam, maximam, et munitissimam villam, destruximus, et civitatem Astam incendio vastavimus.... inde venimus Spoletum. et quia rebellis erat... vi cepimus, ignei videlicet, et gladio, et infinitis spoliis acceptis, pluribus igne consumptis, funditus eam destruximus_[529]. Questo è il modo col quale guerreggiavano i popoli barbari, convien pur dirlo. Perchè Spoleti (che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte, e die non era città della Lombardia) Federico la chiamasse ribelle, non lo so; il modo però col quale fu trattata ce lo dice Ottone Frisingense:[530] _Civitas direptioni datur, et antequam asportari usui hominum profutura possent, a quodam apposito igne, concrematur. Cives qui ferrum, flammamque effugere poterant, in vicinum montem seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt.... postera die, eo quod ex adustione cadaverum totus in vicino corruptus aer intolerabilem generaret nidorem, ad proxima exercitum transtulit loca... donec igni residua in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent spolia_[531]. Nell'assedio di Tortona l'imperator Federico teneva le forche piantate a vista della città, e i prigionieri li faceva impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense:[532] _Quicumque ex eis deprehensi fuissent, patibuli, quod in praesentiarum erectum cernebant, expectabant supplicium_[533]; e quando prese Tortona,[534] _Civitas primo direptioni exposita, excidio et flammae mox traditur_: così il Frisingense[535]. Il medesimo Ottone Frisingense ci riferisce per esteso freddamente un fatto atroce; e fa maraviglia come non si accorgesse, scrivendolo, che l'azione era obbrobriosa. Dice egli adunque che l'imperatore Federico, volendo passare un distretto alla Chiusa, dove un monte del Veronese è imminente all'Adige, ritornandosene in Germania, trovò il luogo occupato da molti armati, i quali gl'impedivano il passaggio. Dovette più volte invano tentare di superarli; finalmente arrampicatisi a stento molti imperiali sulla parte opposta del monte, giunsero a dominare quegli armati ed a superarli. L'imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li condannò subito alle forche, trattone un d'essi, che palesò d'essere francese, d'essere stato in quella compagnia, senza sapere di opporsi all'imperatore, e d'essere cavaliere e libero; e a questi donò la vita, obbligandolo a fare il carnefice dei suoi compagni.[536] _Erant pene omnes qui in vinculis tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis igitur praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis, unus ex eis inquit. Audi, imperator nobilissime, miserrimi hominis sortem. Gallus ego natione sum, non Lombardus, ordine quamvis pauper, eques, conditione liber, etc..... Hunc solum imperator gloriosus de caeteris sententia mortie eripiendum decrevit: hoc ei tantum pro poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum appositis, ligni supplicio commilitones plecteret. Sicque factum est;_ e i cadaveri poi di questi,[537] _ut cunctis transeutibus temeritatis suae praeberent documenta, in ipsa via, in cumulos acti: fuerunt autem, ut dicitir, quingenti_[538]. Un altro fatto accaduto nel Veronese, alla prima comparsa che fece nell'Italia l'imperator Federico, ce lo racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo racconta con mirabile indifferenza. I Veronesi pretesero che Federico dovesse pagar loro il passaggio nel castello di Garda, perchè non era per anco consacrato imperatore. Il castello era inespugnabile. L'imperatore promise con buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono il passo, affidati alla promessa. Passato ch'ei fu, avvisò i Veronesi acciocchè mandassero a ricevere il denaro. Egli era accampato col suo esercito. Dodici fra più nobili signori veronesi, perciò, si presentarono, avendo un séguito di molti altri nobili. L'imperatore gli accolse con volto ridente. Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici deputati li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato d'essere consanguineo dell'istesso imperatore, lo fece impiccare sopra di un più allo patibolo:[539] _Rex Fridericus collecta plurima multitudine principum, et aliorum militum, Henrico duce Saxoniae, et Friderico filio regis Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret, iter cum forti manu militum arripuit; cum autem in exitu Alpium ante ipsam Veronam civitatem ad Guordum castellum inexpugnabile pervenerunt, Veronenses, tanquam ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent, dicentes eum esse nondum Caesarem, sed regem, propter hoc eum, ex eorum jure, eis debere pecuniam persolvere si inde Romam transire velit: postquam vero eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus audiens, iram reprimit, et eam dissimulans, verba dat bona, pecuniam quam exquirunt eis promittit, et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra positis exercitibus, mandat Veronensibus ut pro debita pecunia veniant: qui verbis ejus credentes, XII meliores et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus adjunctis, pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex hilari vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis optimi, eos capi praecipit, et plurimis ex eis trucidatis, XII nobiliores sospendi praecipit. Et cum quidam de propinquiori linea cognatum ejus esse se diceret, et hoc testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam nobiliorem, suspendi praecipit_[540]. Giudichi ognuno come sente, del merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo a veruno de' grandi uomini che sedettero sul trono; sia che lo consideri per il talento militare, sia che lo esamini come politico, sia finalmente che lo risguardi come uomo, dal canto dell'umanità, della fede e della grandezza de' sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori tedeschi Ottone e Federico, e vedremo al paragone l'uomo grande e l'uomo barbaro.

CAPITOLO IX.

_Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII._

Dopo la morte di Federico I, venne incoronato imperatore Enrico di lui figlio, il quale mostrò sempre mal animo ai Milanesi, e suscitò loro la rivalità di molte città lombarde. La gran lega si ruppe e si divise in associazioni minori. Ma non ebbe quell'augusto forza abbastanza per danneggiare Milano, nel breve suo impero di appena sette anni. Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e che realmente nella serie degl'imperatori è il quinto, come noi Italiani lo chiamiamo) lasciò un figlio, già conosciuto come re de' Romani, per nome Federico. Egli poi giunse all'Impero e si chiamò Federico II. Ma alla morte dell'imperatore Enrico egli era ancora bambino, abbandonato alla tutela di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana; il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece proclamare sè medesimo re di Germania, sebbene un altro partilo nella Germania medesima innalzasse alla stessa dignità Ottone, duca di Sassonia, principe del sangue estense, che fra gl'imperatori si nomina Ottone IV. Così nei setti anni del regno di Enrico V, e ne' dieci anni ne' quali tre rivali pretendevano l'Impero, Federico, Filippo ed Ottone, quasi nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia.

I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto minuto delle piccole rivalità che portavano le città dell'Insubria alle zuffe, alle scorrerie, alle paci appena giurate infrante, e alle depredazioni. Io non mi sono prefisso di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di trascegliere que' pochi i quali o sono capaci di darci idea de' costumi e della felicità di que' tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti importanti accaduti dappoi. Le inquietutini coi vicini furono incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini, i Cremaschi, i Novaresi, i Vercellesi, e le città più lontane, Bologna, Verona, Faenza e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi furono quelli co' quali maggiormente si stava in guerra. Co' Bergamaschi, e co' Lodigiani e Comaschi pure, poco sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi e significanti, non meritano luogo nelle memorie de' posteri. La città di Milano aveva disgraziatamente una guerra civile, assopita per qualche intervallo, ma spenta non mai. Già si è veduto al capitolo quarto l'aperta disunione fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della metà del secolo undecimo. Sia che l'animosità fosse tramandata dal padre in figlio per cinque generazioni sino al principio del secolo decimoterzo; sia, il che è assai più probabile, che la prepotenza de' primi signori inconsideratamente continuando ad offendere i più deboli, ma non meno sensibili, spingesse questi all'associazione ed all'uso della forza; egli è certo che realmente la città era divisa in più fazioni. (1198) I nobili in prima erano collegati contro de' popolari; ma nel secolo decimoterzo anche i nobili stessi erano divisi, facendo un partito distinto i nobili minori. La plebe formò da sè un corpo politico nell'anno 1198; e questo prese il nome di _Credenza di sant'Ambrogio_. Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i giudici che decidessero le controversie del popolo; e percepiva una parte delle rendite delle Repubblica[541]. I nobili del primo ordine chiamavansi capitani, e formavano la _Credenza dei consoli_; e i nobili valvassori, i quali in origine erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani, formavano _La Motta_; nome che presero dal sito d'una zuffa datasi fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori[542]. Così v'erano tre consigli in Milano, uno di quattrocento, l'altro di trecento, il terzo finalmente di cento consiglieri. Siccome la sovranità risedeva realmente nella riunione di questi tre consigli, gelosi e rivali reciprocamente, è facil cosa l'immaginarsi in quale incertezza e sotto qual torbido cielo si trovasse allora la costituzione civile durante il fine del secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo decimoterzo. Queste intestine discordie furono poi la cagione per cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissenzioni e turbolenze incessanti, cadesse in quello del governo d'un solo; rimedio unico per una inveterata anarchia procellosa. Da principio ogni anno si creavano i consoli, presso de' quali stava il governo della città; ma tante dissenzioni e tante difficoltà s'incontravano nel momento di sceglierli, che, per disperazione conveniva crearsi un dittatore per un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale calmandosi le fazioni, si potesse poscia procedere all'elezione de' magistrati. Questa verità non è stata sinora chiaramente annunziata: confusissime anzi ho ritrovate le memorie de' nostri scrittori; ma tutti i fatti ce la provano ad evidenza. Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un magistrato dispotico, col nome di _podestà_, perchè tutta l'autorità era in lui collocata; e questo fu il primo podestà di Milano. Per evitare l'invidia venne proclamato un piacentino, e fu Uberto Visconti. L'autorità confidata a questo magistrato era per un anno; e il vizio costituzionale era tale, da ricorrere al disperato partito di abbandonare vita, roba e libertà senza limite a un temporario sovrano. L'anno vegnente fummo diretti dai consoli, e così per quattro anni ci riuscì di eleggerli. Poi l'anno 1191 fummo costretti a chiamare un bresciano, che dominasse per sei mesi; sinchè fosse eseguibile l'elezione de' consoli, e questo podestà fu Rodolfo da Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo ancora maggiori variazioni accaddero, poichè nel 1201, temendo forse di collocare in un uomo solo l'autorità, ovvero ostinandosi i tre partiti ciascheduno a sostenere il podestà da lui proposto, venne confidato il governo a triumviri, e furonvi tre podestà. (1202) L'anno vegnente 1202 tante fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che[543] _commissum fuit Anselmo de Terzago quod provideret secundum suam descritionem de regimine civitatis; qui elegis duos consules, qui regerent per annum_[544]. (1203) L'anno immediatamente seguente cinque podestà ressero Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podestà. I partiti, sempre animati, scindevano la città in guisa che realmente l'unica libertà era quella di nominare il dispotico ogni anno: e finito quel breve tumulto popolare, ogni cittadino serviva al podestà. In mezzo a questa deformissima costituzione, i beni de' privati erano in preda alle rapine de' potenti, i quali, abusando di alcune formalità legali, e facendo pronunziare da alcuni giudici delle sentenze vendute, usurpavano gli altri fondi. (1205) Quindi in una concordia momentanea che si fece fra i partiti nel 1205, si stabilì che:[545] _Nulli bonis suis interdicatur, nisi causa cognita et probata communi, potestati mediolani, vel rectoribus communitatis, ut leges desiderant_[546]; legge la quale supponeva un disordine universale ed essenzialissimo. Il potere del podestà era, siccome dissi, assoluto e dispotico. Egli faceva leggi e le faceva eseguire:[547] _Dico, jubeo et stato perpetuo firmiter observari_, sono le frasi che adoperavano i podestà, e ne abbiamo la memoria in una legge di Oberlo da Vialta, bolognese, podestà di Milano nel 1214.

Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina, sbandiva realmente la forma repubblicana dalla città, e la costrigneva a rifugiarsi nel dispotismo per l'impossibilità di reggersi) nasceva, a mio credere, per colpa de' nobili. Il dominare, l'innalzarci sopra i nostri fratelli, il dimenticare persino che lo sono, è cosa naturalissima all'uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare l'orgoglio de' nobili, nè i valvassori quello de' capitani. Sappiamo quante inquietudini provò la repubblica di Roma per l'impazienza del popolo, e quante guerre dovette intraprendere per allontanare la plebe dalla città. I nobili di Roma avevano nelle loro mani gli auguri, gli aruspici e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito popolare finalmente scoppiò, rovesciò la repubblica, innalzò Cesare e creò i primi imperatori, i quali colla rovina dei nobili, pagavano le largizioni e gli spettacoli per favorire la plebe. Il povero ed il plebeo d'Italia sentono di avere men potere che non ha il ricco ed il nobile; ma persuasi che gli uomini sono d'una specie sola, si considerano come meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al momento in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia (se ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte di Biandrate) non so che allora vi fosse alcun signore che vi dominasse città o borghi, o nemmeno terre intiere. Questo sistema di tenere divise le terre è antichissimo nella Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto considerabili, come in altri regni d'Europa. Quasi tutte le terre del Milanese anche oggidì sono divisi in più possessori. A primo aspetto sembra che siavi qualche cosa di più grande nella Germania, dove un monarca ha sotto il suo impero de' sudditi che posseggono delle signorie di intere città, e de' distretti di più miglia di paesi. Questo da noi non vi è. È bensì vero che l'estenzione dello stato di Milano non è grande, e può paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione sensibile e muntuosa, quale il contado di Como e i contorni di Lecco, che sono l'emanazione delle Alpi; e in questo piccolo spazio vivono un milione e centomila abitanti; i quali da questo spazio di terra ricavano, oltre il loro cibo, un eccedente d'un milione e trecento cinquantamila annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la seta che si trasporta agli esteri. I caci ed il lino c'introducano più di duecento altri mila zecchini. Centocinquantamila zecchini ci fanno acquistare i grani che vendiamo pure agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l'annua riproduzione è assai più grande di quello che si troverà in eguale spazio di terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori. Il villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un contratto non perpetuo. La divisione de' frutti delle terre si fa per metà fra il terriere ed il colono; ovvero s'aggrava il colono di pagare una determinata somma o in denaro o in frutti, e tutto l'eccedente ricade a suo profitto. Questo antico sistema da una parte, anima la coltivazione delle terre, cointerressando il villano; e dall'altra, pone minore intervallo fra il signore e il villano medesimo; poichè in luogo di comando e subordinazione, da noi non vi è che un contratto prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco ed un povero. Perciò io credo che da noi sarebbe impossibile il conservare lungamente un governo aristocratico, a meno che gli ottimati non discendessero a quella popolarità che rende cara ai Veneziani la forma del loro governo; se pure anche Venezia non deve in parte la sua antichissima tranquillità alla natura del luogo su di cui è piantata: mentre ogni cittadino, sentendo di vivere dove perirebbe nel momento in cui nascesse confusione nel governo, forza è che freni l'inquietudine, e contribuisca a quell'ordine sociale, senza di cui ivi nè avrebbe alimento, nè mezzi di procurarselo. I costumi de' nobili da noi erano invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all'atrocità. Il Fiamma ci racconta che a' suoi tempi certo popolare, per nome Guglielmo da Salvo, di Porta Vercellina, andava creditore di rilevante somma verso di Guglielmo da Landriano, uomo nobile; e il che il debitore invitò il popolare ad una sua villa in Marnate, posta nel contado del Seprio, ove, per liberarsi dal pagamento, trucidò miseramente il povero creditore. Il qual fatto sospettatosi nella città, la plebe, inferocita per l'enorme tradimento, si portò a Marnate, scoprì il cadavere, lo trasportò a Milano, e mostrando per le strade lo strazio crudele, la prepotenza, l'insidia, la violata fede d'ospitalità, vennero diroccate le case dei Landriani e scacciati nuovamente i nobili tutti dalia città. Così racconta il Fiamma questo fatto; e a lui dobbiamo prestar più fede che non al Corio ed al Calco, i quali erano scrittori più lontani; e forse non avevano stima bastante de' nobili del tempo loro per credere che dovesse essere sempre loro piacevole la verità della storia, quand'anche annunziasse i delitti de' loro maggiori. Il Corio per altro non ebbe difficoltà di assicurarci che, prima dell'anno 1065, siasi fatta dai nobili la legge orrenda: _che ciascuno nobile potesse occidere un plebeo con la pena dei libri septe, e soldo uno de' terzoli, per la qual cosa molti erano morti_. Io credo falsa questa asserzione. Essa però fa conoscere come si pensava; poichè il Corio l'avrà trovata in qualche antica tradizione. Per tai motivi può facilmente intendersi la costanza della dissenzione, sempre mantenutasi nella città; giacchè la plebe naturalmente non ha mire ambiziose per dominare su i nobili, nè da essi si allontana, nè con essi guerreggia, se non per intolleranza dell'oppressione. Colla morte dell'imperatore Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro de' nobili; poi si sfogarono i due partiti colla quistione de' preti ammogliati; indi i pericoli di un esterno nemico contennero le interne fazioni; ma cessate che furono sempre si videro rianimate; sin tanto che, come dissi e come in appresso vedremo, rovinò la repubblica, e la città si rese suddita di un solo.

(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguita l'anno 1208, non rimanevano che due pretendenti alla dignità imperiale, Ottone e Federico; ma Ottone venne proclamato in Germania re de' Romani, e in Roma incoronato imperatore da Innocenzo III. L'imperatore Ottone IV era, siccome dissi, del sangue della casa d'Este; egli era figlio di Arrigo il Leone, il quale, dopo d'avere seguitato l'imperatore Federico I nelle lunghe spedizioni d'Italia, per un tratto del suo dispotismo era stato privato delta Baviera e della Sassonia. Questa era una cagione bastante per rendere l'imperatore Ottone nemico di Federico, e per renderlo caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una lettera che quell'augusto scrisse ai Milanesi, si legge:[548] _Oblivisci non etiam possumus, quod vos; jam pacato Imperio, quod diu turbatum fuerat, tam discretos et tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et devotione qua vos semper fovimus, et semper amplectemur, recepimus, munera quoque vestra tanto nobis fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa ex affectu purae dilectionis fuisse transmissa_[549]. (1210) Venne in Milano Ottone IV l'anno 1210; e fu generate il giubilo e il plauso in tutti gli ordini della città. Vi fu adorato; ed ei fece nascere questo caro sentimento coll'affabilità e colla bontà sua. Egli non volle immischiarsi nelle cose della città, ma, premuroso d'avere assistenza da noi, l'ottenne largamente; e partì, accompagnato da buona scorta dei nostri militi, e d'ogni altro aiuto, per la conquista della Puglia, la quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi del papa e del re di Francia non gli avessero suscitato nella Germania un forte partito, per collocare sul trono il giovine Federico. Il papa scomunicò l'Imperatore Ottone, il quale fu da ciò obbligato a ritornarsene nella Germania ed abbandonare la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona e alcune altre città della Lombardia credettero di non dover più riconoscere un imperatore scomunicato. Ma i Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno per passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato. Partito che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene pure in Germania il di lui rivale Federico, e i milanesi attaccarono i Pavesi, per contrastare ad esso il passaggio. (1212) Il papa, con sua lettera 21 ottobre 1212, c'intimò che se non fossero state da noi rivocate alcune leggi, e se non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che avevamo fatti, nessuno potesse più parlare con un milanese, nessuna città potesse scegliere un milanese per suo podestà. Ordinò in oltre che tutte le mercanzie de' milanesi si sequestrassero; che alcuno non dovesse pagare i debiti che avesse verso di un milanese; e in questa lettera perfine minacciò di volerci trattare come Saraceni, e mandare contro di noi una Crociata[550]. Tanto era impegnato il papa Innocenzo III contro di Ottone! L'amore de' Milanesi verso di Ottone IV non si cambiò punto, nemmeno per questo. Il papa andava stimolando sempre più i Milanesi ad abbandonare Ottone, il di cui partito s'indeboliva anche nella Germania; ma inutilmente. Spedì finalmente a Milano due cardinali legati l'anno 1216, i quali, dopo avere adoperati, senza effetto, i loro maneggi per rimoverci dall'imperatore cui eravamo affezionati, ricorsero all'ultimo spediente: scomunicarono ogni milanese, posero la città a interdetto, ma non rimossero mai la fede dei Milanesi dalla divozione verso dell'imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta l'anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza, inalterabile in mezzo alle più terribili prove che in quei tempi la potessero cimentare, bastò a quel principe la sua bontà e la cortesia delle sue maniere.