Part 22
Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente ci tenne a bada l'imperatore Federico, lasciando che gli arbitri discutessero gli articoli d'una pace chimerica; e frattanto nella Germania andava radunando le forze quanto più poteva per sorprendere le città collegate ed opprimerle. (1176) In fatti, nella primavera del 1176, seppe Federico che il nuovo rinforzo di principi e di militi stava per entrare nell'Italia dalla strada di Bellinzona; e l'Imperatore andogli incontro. La città di Como gli era fedele, come lo era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i militi di Como, s'inviò per marciare a Pavia, dove stava il rimanente delle sue forze e il marchese di Monferrato coi suoi. I Milanesi saggiamente vollero tentare una giornata, prima che le forze riunite piombassero sopra della loro città. Già ogni discorso di pace era stato rotto dall'imperatore, dal momento in cui ebbe le nuove forze. Avevamo il soccorso di molti militi alleati, bresciani, veronesi e piacentini. Uscimmo all'incontro dell'imperatore, e lo raggiunsimo verso Busto Arsizio. L'azione fu tanto felice per i Milanesi, che tutta l'armata imperiale fu annientata. Molti rimasero sul campo. I fuggitivi, inseguiti sino alle sponde del Tesino, vi furono gettati e si affogarono. Il rimanente si rese, e vennero i prigionieri condotti in Milano. Fra i prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe nipote dell'imperatore e il fratello dell'arcivescovo di Colonia. La cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo scudo e la lancia dell'imperatore, il quale ebbe fortunatamente occasione di salvarsi sconosciuto e ricoverarsi a Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno 29 maggio 1176. I trattamenti usati da Federico co' suoi prigionieri non ci furono di norma, quando avemmo prospera la sorte delle armi; nè alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a quell'augusto, e così poco inclinati a trovarci buoni) si lagna di abuso commesso da noi nella vittoria. Questa giornata terminò per sempre tutte le operazioni militari dell'imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono sire Raul e il calendario Sitoniano, non già come da alcuni scrittori tedeschi è stato rappresentato. Poichè se unicamente fosse stato l'imperatore, scortato da pochi, involto in una insidiosa sorpresa dei Milanesi, da cui colla fuga si sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto mutar parere, nè pensare a dare la pace e la libertà alla Lombardia, che ostinatamente per lo spazio di dodici anni aveva cercato di assoggettare. Il Pagi, trattando dell'anno 1176, ha pubblicata la lettera conservataci da Rodolfo di Diceto, con cui i Milanesi resero informati allora i cittadini di Bologna di questa loro vittoria. Tutte queste testimonianze, e molto più il partito mansueto ed umano che prese e conservò in séguito Federico, dimostrano la verità del racconto e l'importanza di quella grande giornata. Aprì subito l'imperatore la strada per accomodarsi col papa Alessandro, pronto a riconoscerlo per legittimo pontefice. Accordò separatamente le condizioni che potevano accontentare alcune città; e così fece a Cremona ed ai Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti, purchè si abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse a distaccare da noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi, non senza inquietudine; ma le pratiche loro, e molto più i veri interessi che ciascuna delle città aveva dovuto imparare a meglio conoscere, non permisero che si rinunciasse a quella unione che rendeva solida la costituzione dello Stato, e dalla quale unicamente ogni città poteva aspettare la sicurezza propria. Nè si lasciò di conoscere che se una città preponderante di forze è necessaria per essere come il centro della riunione, molto più lo era il non lasciare nella Lombardia uno spazio sul quale collocare si potesse una forza già troppo irritata, e animata contro il nome e la libertà dell'Italia. Questo interesse però non era tanto immediato al papa, il quale accomodò ben presto le cose sue coll'imperatore, esigendo da lui soltanto una tregua per sei anni colle città confederate; di che molto, e non senza ragione, se ne lagnarono le città della lega. Così il papa potè entrarsene alla residenza di Roma, donde sino allora era stato escluso dal partito imperiale, che vi prevaleva in favore dell'antipapa.
La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III coll'imperator Federico, abbandonando le città confederate al loro destino, non cagionò danno veruno alla lega lombarda. L'imperatore andossene in Germania; e le città, sgombrato ogni timore, formarono in Parma un congresso, nel quale si presero a trattare gli interessi comuni, per rassodare sempre più la loro concordia. Parma era la città più comoda per collocarvi un centro di comunicazione da Padova ad Alessandria, da Milano a Bologna, e da tante altre città che disopra ho nominate. (1183) La tregua si cambiò in una pace segnata in Costanza l'anno 1183, il 25 giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perchè stata collocata nel corpo delle leggi, acciocchè servisse nei secoli successivi di norma dei diritti e del governo delle città lombarde. Chi brama di conoscere esattamente gli affari della lega lombarda e di quella pace, ne troverà la istruzione nella dissertazione quarantottesima dell'immortale nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei di questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare piccoli fili della grande miniera da lui esausta; a meno che non ci rivolgiamo a far uso dell'oro già estratto per ridurlo a più finito lavoro. Ecco però lo spirito della celebre pace di Costanza: le città lombarde potranno fortificare le loro mura; potranno avere la loro armata; potranno mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere; goderanno di tutte le regalie e conserveranno le loro consuetudini; le città giureranno fedeltà all'imperatore; gli pagheranno ogni anno in segno d'omaggio duemila marche d'argento[511]; l'imperatore avrà i suoi legati nella Lombardia, i quali daranno l'investitura ai consoli delle città, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora la parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati a proferire la loro sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare secondo le leggi della città; ogni cinque anni le città della lega manderanno i loro oratori alla corte imperiale, per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni si rinnoverà il giuramento di fedeltà; le controversie per cagione dei feudi fra l'imperatore e alcuno della lega, e verranno decise dai Pari della città, secondo le di lei consuetudini, fuori che nel caso in cui l'imperatore si trovasse in Lombardia; allora potrà, se lo vuole, ei stesso giudicarle; e quando verrà l'imperatore nella Lombardia, se gli somministreranno i foraggi consueti, e si accomoderanno i ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia a constituire un'associazione di città libere, sotto la protezione dell'Impero, come lo erano poco prima diventate nella Germania le città anseatiche, Lubecca ed Amburgo; e come nell'anno medesimo 1183, nella Germania pure, lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli _Reipublicae Mediolanensis_[512].
Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la libertà municipale, sotto una limitata protezione dell'Impero; ma nessuna dominazione rimaneva ad essi, o ben poca: essendo le province della Martesana, del Seprio, ec., cioè la maggior parte dei borghi e delle terre che ora formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185) L'imperatore Federico medesimo, con una carta segnata in Reggio agli 11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli[513], a noi rinunziò[514] _omnia regalia quae Imperium habet in Archiepiscopatu Mediolanensi, sive in comitatibus Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi, etc._ Nella carta medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si obbligò a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe opposto a chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento, e promise in oltre che non avrebbe fatto altra lega con altra città di Lombardia senza il consenso dei consoli di Milano[515]. Così giurò, e così promise di far giurare anche al suo figlio Enrico, già eletto re de' Romani, entro quel termine, che fosse piaciuto ai consoli ed al consiglio di Milano di assegnare:[516] _ad terminum quem consules Mediolani cum Consilio credentiae nobis dixerint_. I Milanesi, in ricompensa, si obbligarono a garantire all'imperatore gli Stati suoi d'Italia, e singolarmente le terre della contessa Matilde. In questa carta vi si legge espresso il patto che se mai l'imperatore, ovvero il re Enrico, avessero contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata dalla garanzia; e se mai alcuna città della lega avesse mancato di tributare all'imperatore quanto nella pace di Costanza erasi promesso, la repubblica di Milano avrebbe assistito colle sue forze l'imperatore per ottenergli una condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con altre città di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia lega lombarda, a meno di ottenere l'assenso dell'imperatore e del re Enrico, di lui figlio. Questo trattato di Reggio ci dà a conoscere quanto fosse mutato l'aspetto delle cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L'imperatore non ci risguardava più come schiavi, nè conservava più l'opinione d'essere signore del globo terraqueo, _orbis terrae dominum_; ma era un principe che, quasi da pari a pari, faceva un trattato con un popolo libero. Noi in quel trattato acquistammo la signoria delle terre: e ce lo ricorda il manoscritto compilato trent'anni dopo, in cui si contengono le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto l'imperatore Federico[517] _plenam jurisdictionem concessit_ alla città di Milano sulle lerre del suo distretto, su di che veggasi il diligente nostro ed erudito conte Giulini[518]. Nel ducato si distinguono Monza, Varese, Vimercato, Treviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati borghi, e che in altri regni verrebbero chiamati città. È bensì vero che non sappiamo se allora essi fossero nello stato in cui si trovano oggidì.
(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se pure non è profanazione d'un nome consacrato al sentimento l'adoperarlo in questo luogo), l'imperatore Federico venne a Milano, ed alloggiò nel monastero di Sant'Ambrogio, e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri re di Sicilia. La chiesa non si trovò bastantemente capace, e perciò si fabbricò una magnifica sala di legno nel giardino del monastero medesimo. Il corredo della sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la sposa ben centocinquanta cavalli carichi d'oro, argento, drappi di seta, panni, pellicce:[519] _Plusquam CL equos oneratos auro, et argento et samitorum et palliorum et grixiorum, et variorum et aliarum bonarum rerum_[520]. Queste nozze ebbero il fine di rendere il re Enrico sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non aveva che l'unica figlia Costanza. Tale nobilissima funzione ricevette ancora nuovo splendore dalla solenne incoronazione che vi si fece del re Enrico, imponendogli la corona del regno d'Italia; la quale consacrazione diè motivo di querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III, cioè Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano. Egli era stato innalzato al sommo ponteficato pochi giorni dopo la morte di Lucio III, accaduta in Verona ai 24 novembre 1185. Urbano, sebbene papa, volle conservare per sè stesso la sede arcivescovile, onde nell'incoronazione del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi in Milano l'arcivescovo, l'imperatore, senza chiederne licenza al papa arcivescovo, fece che il patriarca d'Aquilea ne facesse il ministero. Poco o nulla però influì lo sdegno, sebbene giusto, del papa, che non giunse a regnare due anni. In seguilo l'imperatore, diventato umano, moderato, e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con tutti i riguardi possibili, e mostrò loro deferenza e considerazione costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace di Costanza, avendo l'imperatore il diritto di avere un Giudice imperiale anche in Milano, il quale in grado di appellazione pronunziasse la sentenza, si vede che Federico a questa carica aveva in quello stesso anno 1186 destinato un milanese Ottone Zendadario[521]. Con tutto ciò la memoria di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, e da padre in figlio la tradizione ha tramandato sino alla generazione vivente il nome di lui come quello d'un barbaro feroce. Nè egli, nè suo figlio, nè il figlio di suo figlio, entrambo imperatori, coi nomi di Enrico V e di Federico II, ebbero mai la benevolenza dei Milanesi, nè essi ebbero mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state commesse sino a un dato limite, è possibile il dimenticarle; ma quando ai danni della collera si aggiunsero l'insulto e la derisione, ancora più amara dello stesso esterminio, non è più possibile che un popolo sensibile sinceramente si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di essere vendicativi. Io non dirò già che la vendetta sia lodevole; anzi dirò, che un animo grande sa perdonare: ma nè vi è stata mai, nè vi può essere, una nazione di magnanimi o di eroi. Prendendo una moltitudine di uomini quali sono, dirò, che le meno vendicative nazioni saranno le meno sensibili e per conseguente le meno grate altresì ai beneficii; e dirò che l'entusiasmo istesso, che tiene stampata nel cuore a colori di sangue la memoria degli insulti sofferti, e spinge alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l'immagine dei beni e dei piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo alla riconoscenza virtuosa verso del benefattore. Le anime energiche perdonano per virtù: quelle che non lo sono, dimenticano l'offesa, perchè non reggono alla fatica di sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di maggiori virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la vendetta è lo stesso che l'accusarci d'avere un maggior grado di vita e di sensibilità. Parlo delle nazioni prese in massa, e il cielo mi guardi dai contaminare mai la mia penna coll'apologìà del vizio o coll'oltraggiare la virtù!
Ritorniamo all'imperator Federico. Nessuno lo accusa di pusillanimità; anzi tutti i monumenti che la storia ci ha tramandati, ci fanno testimonio ch'egli fu un principe di animo fermo, ardito, intraprendente, e in più d'una battaglia espose la sua persona al pericolo al pari di ogni altro milite. Si cerca poi s'egli avesse il talento militare, o se possa meritare un luogo fra i capitani illustri. Considerando le forze immense che seco strascinava; la piccolezza delle città, disunite e rivali che attaccò; il modo con cui vinse, ora per maneggio, ora per l'inedia, non mai per un assalto impetuosamente guidato, o con un assedio giudiziosamente condotto; e sopra tutto il cambiamento assoluto ch'ei fece alla prima rotta che ebbe da' Milanesi al 29 maggio 1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come altri la chiamarono; forza è pure il confessare ch'egli nessuna azione militare intraprese la quale provi la superiorità della sua mente. Egli con aiuti grandissimi intraprese piccole cose e al primo rovescio di fortuna abbandonò il progetto. Si cerca s'egli fosse uomo di gran talento per il governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il suo progetto era di sottomettere il regno italico alla dipendenza assoluta; e lo lasciò più indipendente di prima. Egli pensava di far rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della suprema dignità imperiale; e lasciò la Germania immersa ne' torbidi; e la dignità decaduta, contrastata e divisa più che mai forse non lo era stata per lo passato. Come mai adunque la maggior parte degli scrittori della Germania innalza tanto l'imperatore Federico I! e come è mai possibile, dopo quasi sei secoli, che gli scrittori di due nazioni, cioè gli uomini per loro mestiere consacrati a trovare la verità, non sieno per anco d'accordo! Credo che non sia tanto difficile il rinvenirne la cagione. Primieramente, allorchè viveva Federico I, tutta la Germania lo temeva sommamente; e sino dal primo viaggio ch'ei fece nell'Italia, corse la voce delle devastazioni che aveva commesse, e ciascuno de' Tedeschi, al di lui ritorno, gli andò incontro con sommissione, e a gara cercava di procurarselo placato; Ottone Frigense, suo zio, ce ne assicura:[522] _Tantus enim in eos qui remanserant, ob ipsius gestorum magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent, et quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio contenderet invenire. Quantum enim Italis timorem incusserat factorum ejus memoria, ex legatis Veronensium perpendi potest_[523]. Questo timore, che sempre più si andò accrescendo, e pe' fatti che si intesero dall'Italia, e per gli esempi che più da vicino osservò la Germania, quando postosi in animo l'imperatore di comandare nella Polonia, vi entrò, e,[524] _territorium Episcopii quod vocatur Uratislavia, transcurrens, in Episcopatum Posnaniensem, totamque terram etiam ipse igne et gladio depopulatus est_, come ci dice il Radevico, che scriveva que' fatti, siccome giova il ricordare, per comando dell'imperatore medesimo[525]. Questo timore, dico io, doveva in buona parte reggere lo stile de' cronisti che allora registravano i fasti di quell'augusto. Parmi che il vescovo di Frisinga medesimo, cronista dell'imperatore e suo nipote, me ne dia un cenno dove scrive:[526] _Durum siquidem est scriptoris animum, tanquam proprii extorrem examinis, ad alienum pendere arbitrium_[527]. Passata che fu la vita di lui, a mirare il complesso delle azioni di Federico, da un certo lato ci si presenta un quadro maestoso e seducente. Due competitori si disputano la corona della Danimarca: l'imperatore Federico vi si intromette come arbitro, e gli si fa omaggio del regno. Il re d'Inghilterra gli invia i suoi deputati alla dieta dell'Impero. L'Italia sommessa; un re dato all'Ungheria; un altro re dato alla Boemia; un terzo re dato alla Sardegna; il marchese d'Austria creato duca; il regno della Polonia fatto tributario; il conte Palatino e l'arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un altro; il Tirolo staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in ducato; la fermezza delle azioni e del discorso tenuto ai Romani; tutta questa folla di grandiosi avvenimenti certamente presenta un non so che di augusto e d'imponente. Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l'onore dell'Impero al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva soltanto l'usufrutto del globo terrestre e non l'assoluta proprietà, dovevan disporre a favor suo l'animo degli scrittori della Germania, sulla quale tanto influisce la gloria dell'Impero. Ma esaminando imparzialmente questi fasti, e colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di più facile che l'esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento della sua divisione; ma poi la Danimarca finì collo staccare dall'Impero qualche provincia. L'Italia ricuperò la libertà, anzi la ottenne confermata dall'imperatore medesimo. L'avere spedite varie pergamene, accordando il titolo di re a sovrani che in prima erano diversamente nominati, e così dando altri titoli, nemmeno è, per sè medesima, grande cosa. L'avere poscia dispoticamente detronizzati alcuni principi della Germania, ed altri ad essi sostituiti, nel momento in cui tutta l'Alemagna era divisa in fazioni ed immersa ne' torbidi, nemmeno è tanto grande impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei cagionò. Certo è che il peso del di lui dispotismo fu tale, che molte città della Germania si determinarono allora a stabilire un governo municipale, e con una apparente dipendenza diventarono libere in fatti; ed è pur certo che debole e vacillante ei lasciò la dignità imperiale, e in cattivo stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse centomila tedeschi, e miseramente li condusse a perire nelle terre dell'Impero di Costantinopoli, col fine di conquistare la Terra Santa, alla qual impresa non ebbe luogo di cimentarsi, poichè, bagnandosi in un fiume della Cilicia, vi rimase sommerso l'anno 1190, il giorno 10 di giugno. La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati di Roma, e la risposta che pone in bocca a Federico, sono una scena nella quale gl'Italiani compaiono pieni d'una presunzione ridicola, e l'imperatore vi rappresenta il gran principe. Egli è però lecito, senza temere la taccia d'irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica dello scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false le lunghe parlate; poichè lo scrittore non era presente comunemente, e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente non vi era. I Romani sono stati sempre, anche in mezzo a' secoli barbari, più colti del restante dell'Europa; e fra gli altri, i brevi e le bolle pontificie conservarono qualche eleganza della lingua latina, mentre ella era abolita e sconosciuta in ogni altra parte. Non è ponto verisimile che i Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa d'un'armata, e che aveva già fatto tremare la Lombardia) i loro legati per esigere da lui quasi un giuramento di fedeltà, e osassero dirgli: «Tu eri forestiere e ti abbiamo fatto nostro: eri un viaggiatore oltramontano, e ti abbiamo fatto principe: giura che spargerai sino all'ultima stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica». Nemmeno è verisimile il lungo discorso che fa ripetere a Federico; il quale, per quanto si travede da altri luoghi, nemmeno intendeva il latino, ed è assai probabile che conseguentemente ignorasse la storia degli Ottoni, di Carlo Magno e degli antichi Romani, della quale nel discorso si vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche osservazione il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla morte l'anno 1158, non potè stendere i fasti sino alla distruzione di Milano; e il continuatore di esso, canonico Radevico, terminò di scrivere all'anno 1160; e il canonico di Praga Vincenzo all'anno 1167 terminò la sua cronaca, cioè sino al punto da cui cominciò il rovescio della fortuna di Federico; e così alla posterità restarono le felici sue imprese, e da pochi altri e meno chiari cronisti appena è passata la notizia dell'umiliazione alla quale venne poscia ridotto.