Storia di Milano, vol. 1

Part 21

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Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le loro fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la loro città, vi voleva l'aiuto dei collegati; e si colse il tempo in cui l'imperatore stavasene colla sua armata sulla Romagna per discacciare il papa Alessandro III. La novella inaspettata del risorgimento di Milano fece che l'imperatore abbandonasse il papa e si rivolgesse alla Lombardia. Ognuno vede che il beneficio che il sommo pontefice ci aveva fatto non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti alla nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa, il valore dei nostri si rianimò. Ci portammo ad assediare il castello di Trezzo, presidiato dagl'imperiali, e presimo la guernigione e la condussimo prigioniera in Milano. I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova lega; e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que' cittadini ad unirsi con noi. Tutto ciò si fece prima che l'imperatore fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose al bando dell'Impero quasi tutte le città della Lombardia, le quali, o palesemente, o cautamente, avevano acceduto alla lega. Cominciò a fare delle scorrerie sul Milanese, ma si presentarono gli alleati con forza tale, che obbligarono l'imperatore a contenersi e ritirarsi nella Germania per la strada della Savoia, l'unica che gli rimaneva. Allora le città di Lombardia:[486] _Insimul unum corpus effectae sunt_, come dice il continuatore del Morena. Si trattava di ben ventitre città collegate: Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. Tal macchina aveva saputo preparare contemporaneamente l'accorto Alessandro III, con mezzi in apparenza inettissimi; e le città confederate, appena formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso e trascendente, la maniera di ragionare di que' tempi, di rendere immortale la fama del sommo pastore, creando una nuova città, che portasse ai secoli venturi il di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora erano imperiali; essi preferivano la condizione d'una reggia suddita a quella d'una città libera del second'ordine. Imperiale si dichiarava ancora pure il marchese di Monferrato, che vessava i popoli tortonesi con frequenti scorrerie sulle loro terre. Gli alleati trascelsero il sito ove il fiume Bórmida sbocca nel Tánaro, e vi piantarono una nuova città, che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e, radunati in questa nuova città gli abitatori delle vicine terre, diederle il nome di Alessandria. Le nazioni barbare e le incivilite hanno fatte delle guerre e delle conquiste: le prime, distruggendo ogni cosa; le seconde, riparando i mali della guerra con monumenti che ricordano alle nazioni venture la loro grandezza. La Francia, l'Inghilterra, la Germania, l'Ungheria conservano ancora gli avanzi delle grandiose opere che a pubblica utilità vi lasciarono i Romani, un tempo loro padroni e loro benefici legislatori e maestri. L'Egitto conserva ancora i monumenti della conquista di Alessandro. Gli uomini anche agresti, anche viziosi e corrotti, col disprezzo e coll'insulto non si migliorano, nè si uniscono a noi. L'uomo grande, posto a comandare un popolo, fa che è in sua mano l'imprimervi il carattere che vuole; e che il subblime dell'arte consiste nella scelta del mezzi; ma l'ambizione dell'imperatore Federico non fu illuminata a questo segno.

Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano l'imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova lega. L'imperatore nella Germania venne della Savoia; il conte vi unì le sue armi; entrò l'esercito nell'Italia; e, nel 1174, si postò sotto la nuova città e la cinse d'assedio. L'imperatore non la chiamava Alessandria, nome del papa suo nemico, ma la chiamava Rovereto, nome d'uno de' vicini villaggi, gli abitatori del quale concorsero a formare la città; e vi è una carta di quell'augusto che la data: _In episcopatu papiensi, in obsidione Roboreti_[487]. L'assedio fu ostinato, e durò tutto l'inverno, che fu anche più del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello che li riferiscono gli scrittori italiani. Federico è un eroe per quelli; è un barbaro tiranno per questi: io però mi attengo principalmente agli autori tedeschi, acciocchè non sia il mio racconto sospetto di parzialità. Il monaco Gottofredo, tedesco, dice che la nuova città d'Alessandria era popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi che erano scappati dai loro padroni:[488] _Multitudo latrunculorum, raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat_[489]. Pare veramente difficile che gli alleati volessero impegnarsi tanto per la salvezza di uomini che avessero loro rubato e disertato dal loro servigio. Comunque sia, l'autore istesso ci riferisce che ivi:[490] _Magna costantia ex utraque parte militaris res ferbebat: interdum ex his et illis quidam capti nonnulli occisi et suspensis sunt. Imperator vero quiddam laude dignum gessit. Tres enim ex captis ante faciem ejus cum essent ducti, mos oculos eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, tertium, juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis existeret inquisiva; ast ille: non (inquit) contra te Caesar, vel Imperium tuum gessi: sed habens dominum in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter servivi: qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa vice ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator, luminibus ei permissis, alios coecatos in urbem ab eo reduci praecepit_[491]. Nel capitolo antecedente ho riferito quello che il milanese sire Raul ci lasciò scritto; cioè che l'imperatore Federico, nel blocco di Milano, facesse cavare gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani a chi portava provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata quell'accusa; ma questo autore tedesco, che, negli altri suoi racconti è sempre parziale a Federico ed animato contro gli Italiani, pare che provi tale essere stato pur troppo il modo di guerreggiare dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri di guerra. Io lascerò che i tedeschi medesimi, che in questo secolo hanno tanti uomini illuminati e sensibili, giudichino se sia[492] _quiddam laude dignum_ quello che fece Federico, perchè fece accecare due soli di que' disgraziati; e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire dal carnefice in sua presenza. Il discorso di quel servo non era certamente da ladroncello, nè da disertore. Egli parlò come fa un uomo fermo e colto. Assai più verisimile è il racconto che ce ne lasciò il cronografo Siloense:[493] _Alexandriam obsidione cinxerunt, civitatem, sicut dicunt, munitissimam, non mororum ambitu, sed positione loci, et vallo incredibiliter magno, in quo vicinum derivaverunt fluvium, viri quoque virtutis in ea plurimi, fortiter ex adverso resistentes, quos imperator non tam cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque suorum caede, interjectis etiam aliquot annis_[494]; anzi a dir vero nè tosto nè tardi la potè Federico espugnare. Giunta la primavera del 1175 gli alleati formarono un esercito combinato, il quale si radunò presso Piacenza; d'onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza per resistere coll'armi: sciolse Alessandria, e cominciò a parlare di pace. L'esito poi fece conoscere ch'ei con ciò non cercava che d'acquistar tempo sin che gli giugnessero nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla Germania. L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'imperio; e le città confederate accettarono la proposizione, salvo la loro libertà e quella della Chiesa romana. Si passò all'elezione degli arbitri, e l'imperatore nominò Filippo arcivescovo di Colonia, Guglielmo da Piozasca, torinese, e Rainerio da San Nazzaro, pavese. Le città collegate nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara, bresciano, e Gezone da Verona.

Si cominciò a trattare per questa pace fra gli arbitri. Ma prima di esporre il soggetto del loro parlamento, conviene che io accenni l'opinione di alcuni cronisti tedeschi, i quali pretendono che l'imperatore siasi indotto a trattar di pace per le suppliche fattegli dalle città di Lombardia: anzi il citato monaco Gottifredo ci vuol far credere che, quando l'armata degli alleati si portò verso Alessandria, sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali si ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando le spade, ciascuno se le collocasse sul capo per dar segno che s'impetrava clemenza. La storia tutta smentisce un tal racconto; nè è mai stato l'uso che per mostrar sommissione, molte città collegate radunino un'armata cospicua, e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella volta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto; che s'aprì un congresso di pace; e di più che le proposizioni delle città alleate furono: che l'imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III; che nulla più pretendesse dalle città confederate di quanto avevano fatto durante i regni dei due ultimi Cesari, Lottario II e Corrado III:[495] _Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris Henrici imperatoris antecessoribus suis sini violentia, vel meta fecerunt_[496]; così impariamo da una carta pubblicata dall'esimio nostro Muratori. Esigevano pure le città collegate che l'imperatore restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodità che erano in uso di godere ne' pascoli, nelle pescagioni, ne' mulini, ne' forni, ne' banchi, ne' macelli, nelle case fabbricate sulle strade pubbliche: regalie tutte che l'imperator Federico pretendeva fossero di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le città alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl'Italiani, quasi che allora fossero un composto di inquietudine, di viltà e di mala fede. Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que' tempi, dice:[497] _Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter eruditi_[498]; e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi zio dello stesso imperatore Federico, di noi scrisse:[499] _Latini sermonis elegantiam, morunque retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam_[500]. I fatti successivi abbastanza ci provano che in quei tempi i Milanesi non mancarono nè di valor militare nè di condotta; e che furono tanto urbani e colti, quanto lo permetteva l'indole del secolo.

Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che l'imperatore aveva offerto con poca buona fede, per aspettare le nuove forze della Germania e acquistare tempo frattanto; da tali condizioni, dico, si ha idea quai fossero le regalie, ossia i tributi che si usavano in que' tempi. Non sarà discaro, cred'io, il darne un breve cenno. I tributi si sono dovuti accrescere nell'Europa in questi ultimi secoli il doppio, il triplo e più ancora, che non pagavasi al sovrano in que' secoli de' quali finora ho trattato. Questo accrescimento di tributo non è meramente apparente, o per la diminuzione delle lire, o per l'avvilimento dei metalli nobili, resi assai più comuni e abbondanti dopo la scoperta delle miniere d'America; ma è fisico e reale, indipendentemente ancora da queste cagioni. Ciò doveva accadere; poichè gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni uomo capace di portare le armi, veniva costretto a marciare alla guerra avvisatone dal proprio padrone, e questi, al cenno del sovrano, compariva all'armata reggendo i suoi; terminato il bisogno, si scioglieva l'esercito. I signori ritornavano a' loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a lavorare i loro campi. Così, invece di tributo, i sudditi prestavano servigi. Si cambiò poco a poco il sistema ne' secoli seguenti. Si stipendiarono i militari, poi gradatamente si andò formando di essi una classe distinta dagli altri sudditi, classe costantemente addetta alla sola milizia, e conseguentemente da mantenersi col tributo ripartito sul rimanente della società: e questo ceto di uomini, che non contribuisce all'annua riproduzione e consuma, si andò sempre aumentando nei tempi a noi più vicini; ed accresciutosi da un sovrano, fu d'uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero. Questa è stata la cagion principale per cui nell'Europa sono stati di tanto moltiplicati i tributi sopra dei popoli, i quali però hanno acquistata la libertà di passare tranquillamente la vita nelle loro case; e furono liberati dall'obbligo di espatriare e di soffrire le inquietudini della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la schiera dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli uni agli altri, hanno ancora di più aumentata la necessità dei tributi, i quali, e nella quantità e nel peso, generalmente si troveranno più che raddoppiati in quasi tutti gli stati di Europa. Sarebbe un quesito politico l'antivedere qual limite avranno le armate; e se troverà maggiore utilità qualche Stato a rendere la condizione del soldato più ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in minor numero e più contenti; ma ciò mi farebbe traviare in una folla d'idee disparate dalla storia. Unicamente ricorderò una verità assai facile e comune; cioè che i tributi, giunti a un dato limite, non si accresceranno senza una diminuzione di rendita; stabile, se vogliasi perseverare; e irremediabile talvolta, se alla diminuzione si creda di supplirvi con nuovi accrescimenti. Ne' tempi dei quali ragiono non erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno da potersi formare una carta esatta d'un paese; conseguentemente non si poteva ripartire sulle terre il fondo principale del tributo. Egli è vero che nel Milanese il fondo principale della riproduzione è la terra ferace sulla quale siamo nati; ma senza un'esatta misura de' campi non si poteva collocare su di quella il tributo. A questa difficoltà si aggiugneva un'altra di opinione, chè credevasi ingiusta cosa lo stabilire un carico uniforme e permanente sopra una ricchezza che è variabile colla diversità delle annate. Perciò anticamente, piuttosto si volle ogni anno esporsi alla spesa e all'arbitrio d'un generale catastro dei frutti raccolti, anzi che mancare all'apparente giustizia distributiva. L'erudito circospettismo nostro conte Giulini asserisce di non aver osservato mai alcun carico anticamente imposto su i fondi; ma bensì ai frutti, ovvero alle persone[501]. Forse l'antichissimo carico dell'_imbottato_, abolito dalla beneficentissima Sovrana l'anno 1780, era una tradizione discesa sino da que' secoli rimoti. Pagavansi antichissimamente da alcune terre delle tasse al sovrano. La terra di Limonta, prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza in denaro, dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia di polli, trecento uova e cento libbre di ferro[502], e con ciò aveva pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali s'imponevano all'occasione de' bisogni dello Stato: e questa, ne' tempi rozzi, doveva essere la ripartizione più facile e breve del tributo. Così, per liberarci dall'invasione degli Ungheri nell'anno 947, s'impose la tassa straordinaria di un denaro per testa, a cui vennero assoggettati anche le donne ed i fanciulli[503]. I _telonei_ sono antichissimi, ed era il tributo che pagava la merce nell'entrare nella città e nel distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto per ogni bestia da soma; ed è assai probabile che venisse questo assegnato alla conservazione e al rifacimento delle strade che, dal passaggio a cui erano destinate, ricevevano i mezzi per mantenersi. Col progresso del tempo si fece poi riflessione alla sproporzione intrinseca di questo carico, per cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un carro di panni lani; e si passò a formare una tariffa che, avendo per norma il valore della merce, vi regolava proporzionatamente il tributo. Nel 1216 questa tariffa vi era. Vedemmo già al capitolo quarto come da prima l'arcivescovo ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni medesime era passata alla comunità de' mercanti, i quali avevano il peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo essi obbligati a risarcire con quel fondo i danni che venissero a soffrire le merci, anche pei furti commessi sulle pubbliche strade[504]. Abbiamo stampata, colla edizione del 1480 dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata nel 1396, in cui vennero tassate le merci in ragione di dodici denari per ciascuna lira di valore, ossia il cinque per cento, senza distinzione alcuna di merci. Ne' tempi più colti si vede che la tariffa in origine, oggetto di mera polizia, diventata poi oggetto di finanza, poteva innalzarsi al grado di oggetto di legislazione, per rendere più o meno difficile l'ingresso e l'uscita delle merci, a norma de' bisogni e dell'industria nazionale. Nei tempi però dell'imperatore Federico, il _teloneo_, nè la _curtadia_, che era un nome quasi sinonimo[505], non si vedono nominati; e perciò è assai probabile che fossero un tenue tributo, tuttora destinato alla riparazione delle strade pubbliche, di cui non si curava l'imperatore; e questo _teloneo_, nei tempi de' quali tratto, nemmeno è certo se si ricevesse tutto in denaro, e non per decimazione, come dice il Fiamma, che anticamente si percepiva dall'arcivescovo:[506] _De quolibet curra lignorum recipiebat unum, de qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata panis, unum_[507]. V'erano altri tributi. Ogni barca per poter girare ne' laghi e fiumi pagava un annuo tributo, che si chiamava _nabullum_. In oltre per poter legare la barca alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava _abdicius_[508]. Un'altra tassa si conosceva col nome di _fodro_, e il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse nel somministrare il foraggio per il vitto e l'equipaggio del sovrano[509]. V'erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia ponti de' fiumi; sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni, sopra le macellerie e sulle case contigue alle strade pubbliche: e queste ultime tasse sono quelle che volevano rivendicare dall'imperatore le città della lega, come vedesi da una carta pubblicata dal nostro Muratori, di veneranda memoria[510]. Da questa generale idea può conoscersi che al tempo dell'imperatore Federico assai scarsa doveva essere, a proporzione d'oggi, la percezione del tributo; poichè mancava il censo sulle terre, mancava la gabella della mercanzia, e nemmeno si nominava il tributo del sale; i quali tre oggetti formano oggidì il nerbo principale della finanza del Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate, che ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia ci rimanevano. E forse il guasto che i nostri nemici fecero al circondario di Milano durante il secondo blocco, fu la cagione che, trovandoci poi svelte le piante e inceneriti i boschi, si stese la coltura sopra una gran parte di terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti della legna.