Storia di Milano, vol. 1

Part 2

Chapter 23,680 wordsPublic domain

Attese quindi indefessamente a preparare la riforma della tariffa. Basterà a dare un'idea di questa improba fatica la sola nomenclatura de' travagli da esso presentati su tal proposito al magistrato camerale, che era stato sostituito nel 1772 al Supremo Consiglio di Economia. Il 13 agosto 1773 presentò egli la ricapitolazione generale dei generi entrati e usciti nell'anno 1769; il 5 ottobre dello stesso anno, il bilancio generale dell'anno predetto; il 14 marzo 1774, lo spoglio delle merci passate in transito nel 1771; e per ultimo, il 30 maggio, pure detto anno, il progetto della nuova tariffa. A fine di render giustizia a chi gli avea giovato co' suoi consigli, così si esprime nella lettera colla quale ha accompagnato il progetto medesimo: «Avrei giustamente motivo di diffidare se queste idee le avessi sviluppate solo e isolato; conobbi la gravità dell'oggetto, sentii il bisogno dell'aiuto de' ministri illuminati, lo chiesi e l'ottenni. S. E. il signor conte presidente Carli ebbe la bontà d'interessarsene meco, discutere le massime ed assistermi co' suoi lumi; oltre i signori consiglieri relatori di finanza, anche i signori consiglieri conte Secchi e marchese Beccaria ebbero la compiacenza più volte di unirsi meco a trattare di queste viste; onde il risultato di questo progetto è una conseguenza di quanto si è discusso». Questo passo comprova da una parte la modestia dell'autore, e dall'altra la maturità e la ponderazione con cui procedeva nei suoi travagli.

L'importanza del beneficio che Verri con quest'opera ha reso alla sua patria, risulterà maggiore dal riflettere allo stato delle finanze di quel tempo. La daziaria era allora divisa in altrettante giurisdizioni, quante erano le provincie che componevano il ducato di Milano, e in ciascuna giurisdizione si esigeva un dazio. Perciò la circolazione del commercio era ad ogni tratto vincolata, e perfino quaranta erano talvolta i pagamenti cui soggiaceva una sola merce[10]. Era tanto mal calcolata la tariffa, che in più di trecento casi i rappresentanti la Ferma generale aveano da quella receduto, e si erano accontentati di percepire un tributo minore di ciò che portava la legge, _per non annientare molti rami di commercio e deviare tutti i transiti dello Stato_[11]. Questo è pure il motivo per cui avendo a combattere un errore autorizzato dalla pratica, si diffuse Verri nel suo Progetto, sul danno risultante all'erario dal soverchio aggravio del tributo nella tariffa, dimostrandolo con molti antichi e recenti esempi. La corte, nell'eccitarlo ad esporre le sue idee, non si era ancor decisa tra una modificazione della tariffa esistente e una totale riforma. Ma la faraggine degli errori e dei disordini fu da lui sì evidentemente dimostrata, che quella non esitò a preferire l'ultimo rimedio. Così ottenne Verri la gloria di aver applicato al multiforme tributo indiretto quella regolarità di principii e quella semplice uniformità cui era già stato ridotto dal presidente Neri il censo delle terre; e come questa fu l'epoca del risorgimento dell'agricoltura, del pari la nuova tariffa il fu per l'industria e per il commercio.

Chi crederebbe che, frammezzo a sì gravi e moltiplici occupazioni, cui sembra che appena possa bastare un uomo solo, avesse Verri a trovar agio per occuparsi ancora de' favoriti suoi studii? Eppure fu in quel tempo che egli si produsse di nuovo in pubblico come scrittore di economia e come metafisico, stampando nel 1771 le _Meditazioni sull'economia politica_, e nel 1773 il _Discorso sull'indole del piacere e del dolore_.

Le _Meditazioni_ sono state accolte con singolare applauso. In due anni furono ristampate sei volte in Italia; e di nuovo, nel 1773, a Losanna, tradotte in francese, e a Dresda in tedesco, nel 1774. Quest'opera può essere considerata il deposito de' principii che egli ha seguiti come magistrato, e il risultato della sua esperienza. Del metodo che tenne nello scriverla c'informa egli stesso nella prefazione alla nuova edizione che ne fece eseguire nel 1781, unitamente ad altri suoi Discorsi[12]. «L'economia politica, dic'egli, è la materia più vasta de' delirii di chiunque, e una specie di medicina empirica, che serve di argomento ai discorsi e agli scritti anche i più inetti, e potrebbe essere la facoltà di chi volesse insegnare senza possedere facoltà alcuna. In questo campo io pure sono entrato, ma il metodo tenuto da me non è simile a quello che comunemente è stato di norma a molti autori. Essi, dall'ozio tranquillo del loro gabinetto, formandosi idee astratte sopra del commercio, della finanza e di ogni genere d'industria, mancando di aiuti per esaminare gli elementi delle cose, sopra ipotesi, anzi che sopra fatti conosciuti, hanno innalzate le loro speculazioni. Il mio ingegno è stato più lento. Ho impiegato varii anni a conoscere i fatti: le commissioni colle quali la clemenza del sovrano mi ha onorato, me ne hanno somministrato i mezzi. Quasi tutte le idee mie hanno cominciato coll'essere idee semplici e particolari; poi, coll'occasione di esaminare oggetti reali, accozzate, disputate, contraddette, si sono andate componendo, e le generali idee sono emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi conosciuti. Questo metodo non ha il merito certamente di essere il più breve, nè il meno penoso, ma a lui solo credo di essere debitore della onorevole accoglienza che è stata fatta a questa serie d'idee, le quali le trovo vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le trovai dieci anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei essere collocato fra gli autori buoni; ma ambisco ancora di più l'essere conosciuto un buon cittadino. Felice quel popolo da cui comunemente si ragiona della virtù, e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi che producono la felicità dello Stato».

Era impossibile che quest'opera non incontrasse degli oppositori; essa aveva una decisa superiorità di dottrina, e si era osato in essa di dimostrare erronee le venerate massime dei nostri maggiori. Perciò gl'invidiosi e gl'idolatri delle proprie abitudini ne dovevano muover schiamazzo; il che infatti avvenne. Tra i secondi si distinse certo M. Bisthowen, che pubblicò in Vercelli, col titolo di _Esame breve e succinto_, un volume di sarcasmi, di trivialità e di sofismi, in cui si propose di contraddire da capo a fondo alle _Meditazioni_, e di fare una illimitata apologia del vigente sistema economico, senza riflettere che, con un tal sistema, la popolazione deperiva nello Stato, l'agricoltura vi era negletta, l'industria languente, il commercio passivo e i racconti dell'antica prosperità erano omai riguardati come una favola. Un altro non men violento oppositore a quest'opera, benchè più ragionevole, suscitò l'invidia in un uomo il quale era altronde fornito di bastanti meriti perchè non avesse dovuto degradarsi cotanto. Fu questi il conte Gian-Rinaldo Carli, allora presidente del Supremo Consiglio di Economia. Ho già indicato nelle notizie di lui[13] qual fu il principio di rivalità che il mosse a ricorrere a questo poco onorevole artifizio. L'amarezza che lo animava, traspira quasi ad ogni pagina. Dice in un luogo: _L'oceano ingoia le navi e le isole, un terremoto distrugge le città, una voragine abissa un paese, un autor fervido confonde e trasforma i principii dell'Economia Politica, tenta una rivoluzione nello spirito degli uomini, e si delira_. Mentre affetta di parlar sempre dell'_autore anonimo_, fino ad asserire che egli siasi _impenetrabilmente tenuto occulto_, si cura poscia di rimarcare che _si sono veduti dei bilanci stampati, i quali, se non hanno discreditata la nazione, perchè i fatti veri trionfano su le illusioni della mente, hanno onorato poco l'autore che gli ha formati_; con che allude apertamente al primo bilancio di Verri. In difesa delle sue dottrine fece questi alcune aggiunte alle _Meditazioni_, nella sesta edizione che se ne eseguì in Livorno l'anno 1772, in cui non mancò di ribattere talvolta la mordacità del suo censore. Ma una reciproca stima riavvicinò in seguito i due illustri competitori; e si è di sopra veduto che Verri consultò lealmente il suo antagonista sul Progetto della nuova tariffa, e gli rese una solenne testimonianza dell'utilità de' suoi suggerimenti.

Non meno applaudita è stata l'altra opera che successe alle _Meditazioni_, cioè il _Discorso sull'indole del piacere e del dolore_. L'autore vi stabilisce la teoria che il piacere consiste nella cessazione del dolore; teoria ch'egli seppe ornare con tutta la magia dello stile e i magnifici colori dell'immaginazione, benchè forse non sia applicabile con eguale esattezza alla generalità delle umane sensazioni. Egli deduce per corollario della sua teoria che «il prodigioso avvenimento dei quattro illustri secoli d'Alessandro, d'Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, cessa di esserlo tosto che si conosca essere spuntati quei secoli dai dolori e da così turbolenti governi, che gli uomini ricevettero le massime spinte per agire[14]».

Ma se senza limiti era lo zelo di Verri per ben sistemare l'amministrazione economica dello Stato, nel tempo stesso che promoveva co' proprii scritti la propagazione delle utili dottrine, non era meno sollecito il sovrano a ricompensare i suoi servigi con successive promozioni. Già si disse che nel 1765 era stato eletto consigliere del Supremo Consiglio di Economia. Soppressa questa magistratura nel 1772, coll'erezione del magistrato Camerale, cui venne pure affidata l'amministrazione delle finanze, egli ne fu nominato vicepresidente con diploma onorevolissimo[15]. Nel 1780 fu promosso alla carica di presidente, rimasta vacante per la giubilazione accordata al conte Carli. Nel 1783 fu decorato del grado di consigliere intimo attuale di Stato, e nello stesso anno creato cavaliere di Santo Stefano. L'erezione della Società Patriotica di Milano per l'avanzamento dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture, seguita con dispaccio 2 dicembre 1776, sul modello della Società Patriotica di Slesia e di quella d'arti e manifatture di Londra[16], procurò a Verri una nuova testimonianza della confidenza della corte, coll'essere destinato conservatore anziano della medesima. In questa qualità intervenne alla sua prima adunanza, pronunziandovi un discorso che, dato alle stampe e spedito al principe Kaunitz, gli procurò per di lui parte la lusinghiera dichiarazione che «la robusta eloquenza, la giustezza delle vedute, la finezza colla quale l'autore ha saputo toccare gli oggetti più importanti della pubblica amministrazione, e combinarli collo scopo della Società per risvegliare la passione del bene generale, sono altrettanti motivi per i quali egli ha diritto all'applauso da lui ottenuto»[17].

Noi abbiamo finora veduto Verri magistrato abilissimo ed instancabile, riformatore della parte più complicata e difficile dell'amministrazione dello Stato, scrittore di metafisica, di economia generale, e quindi separatamente di monete, di finanze e di annona. Ma tutto ciò che poteva giovare alla di lui patria, diveniva tosto l'oggetto dei suo più fervido interessamento. Questo carattere non gli permise di rimanere indifferente nell'universal gara de' saggi onde ottenere che fossero proscritte dalla procedura criminale le atrocità che la deturpavano. L'abolizione della tortura formava allora il voto di tutti i filosofi. Fin dal 1764 Verri avea abbozzato alcune idee su quell'orribile abuso[18]; le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza de' ragionamenti scelse un famoso esempio di un delitto impossibile, confessato per l'eccesso de' tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche, cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L'ordine, la chiarezza, la forza de' raziocinii e l'insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelle _Osservazioni su la Tortura_ in un grado eminente. Non temo d'incontrar la taccia di esagerato, se dico che quest'opera mostra più che ogni altra qual grand'uomo era Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario de' tribunali, ancor più barbaro a que' tempi; d'insinuare l'austerità de' ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di trasfondere ne' suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre era presidente di quel collegio di supremi giudici, che cento quarantasette anni prima avea dato un sì atroce esempio d'ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette che l'estimazione del senato potesse restar macchiata per la propalazione dell'antica infamia. Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò all'idea di dare alle stampe le sue _Osservazioni_; e così il pubblico rimase defraudato di un'opera che certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la palma.

La diligente ricerca delle antiche memorie, onde appieno conoscere le successive vicende economiche della sua patria e la vera causa di esse, gli aperse la via ad un più vasto lavoro, la _Storia di Milano_. Fino a lui non si aveano che dei cronisti più o meno ignoranti, rare volte esatti e rozzi sempre; e il conte Giulini, che, per qualche gusto di sana critica, si distingue tra gli antiquari, non avea raccolto che dei materiali. Questa bella parte d'Italia, sì celebre per antica potenza e per tante vicende, deve riconoscere in Verri il primo suo storico che sia degno di tal nome. Il primo volume, che si estende fino alla morte dell'ultimo dei Visconti, fu pubblicato nel 1783 con qualche pregio di eleganza tipografica[19]. La nitidezza della edizione, la dignità del racconto, l'indeclinabile proposito dell'utile e la filosofia de' concetti, meritamente gli ottennero il generale applauso degl'intendenti. Dell'imparzialità da esso osservata così rende ragione egli stesso in fine della prefazione; «Ho rappresentato lo stato de' nostri maggiori senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione, la oscurità e la gloria, il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione dei tempi. Destiamoci ora noi, per trasmettere ai posteri costumi ed azioni che la storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun ornamento».

Ridonato per tal modo all'ozio domestico, la sua famiglia ed i suoi studii divennero le sole sue cure. Talvolta accordava ancora qualche attenzione alle cose pubbliche, e lasciò manoscritte diverse pregievoli memorie sulle riforme del 1786, e sullo stato politico del Milanese nel 1790, _unicamente_, come si espresse, _per dare sfogo alle sue idee sulla pubblica felicità_.

La morte del suo intimo amico, il matematico Paolo Frisi, seguíta nel 1784, lo determinò a scrivere le _Memorie_ della sua vita e de' suoi studii, che rese pubbliche nel 1787, indirizzandole al celebre ed infelice marchese di Condorcet. Nè qui si è limitato lo sfogo della sua dolente amicizia. Ma due monumenti gli fece erigere: uno nella chiesa della sua villa di Ornago, e l'altro nella chiesa de' Barnabiti di Sant'Alessandro di Milano, colla di lui medaglia, scolpita in marmo di Carrara dal valente professore Giuseppe Franchi. Mi sia qui lecita una riflessione. Frisi e Parini, il di cui busto, scolpito dallo stesso Franchi a spese del celebre astronomo Oriani, fu collocato nel ginnasio di Brera, sono forse i soli tra tanti illustri italiani morti a' nostri tempi che abbiano ottenuto l'onore di un monumento: e questo pure nol debbono che a' loro amici. Mentre pertanto e Beccaria e Agnesi e Mascheroni e Spallanzani ed altri molti giacciono tuttora indistinti, quanto non è doloroso e umiliante che, anche nel poco che si è fatto, la sola forza della privata amicizia abbia dovuto supplire a tutto per onorare la memoria degli uomini grandi?[20]

Stette Verri nella sua beata tranquillità fino al 1796, quando proruppe in Italia la forza preponderante delle armate francesi. Allora, sotto la licenza di un governo militare, tutte le passioni si sfrenarono, e l'irritazione de' diversi interessi introdussero la discordia tra i cittadini. Nei principii di questi turbamenti Verri fu eletto a far parte della Municipalità di Milano, e poco dopo presidente di quel Consiglio di quaranta cittadini che dovea esaminare i conti della pubblica amministrazione, ma che, per le cabale di coloro che avevano interesse nel mistero, cessò di esistere appena avea cominciato a dar segni di vita. Egli rientrò nella pubblica carriera animato dalla più ardente brama di promuovere il bene della sua patria; ma, in parte la sua tenacità al rigor de' principii, forse soverchia in quella violenza di circostanze, e in parte un sistema di fanatiche contraddizioni, resero quasi affatto vana la lusinga. Tuttavia la felicità della patria fu il costante scopo dei suoi più fervidi voti; ed io stesso il vidi più volte afflitto profondamente nel riflettere su la successione di tanti traviamenti, e inturgidirsi di pianto que' parlanti occhi, che sì bene esprimevano le commozioni della sua anima.

Fu nel 1796 che Verri fece stampare, per ammaestramento de' nuovi governanti, le sue _Riflessioni_ sull'annona, scritte ventisette anni prima, di cui già si disse. Nel 1797 intraprese la stampa del secondo volume della _Storia di Milano_, che venne poi condotto a termine dal di lui amico il canonico teologo Frisi, certamente con pubblica benemerenza, se non si fosse permesso due gravissimi arbitrii. È il primo di aver interpolato i propri supplimenti alle lacune lasciate dall'autore senza alcuna indicazione che li distingua, contro la pratica dei Freinsemii, dei Brotier e dei più dotti editori di storici antichi e moderni. L'altro, di aver violato la protesta da lui fatta[21] di trascrivere _fedelmente_ i frammenti dell'autore, mentre osò di _mutilarli_. Queste arbitrarie alterazioni, le quali avrebbero pregiudicato alla fama di Verri se dessa stata non fosse solidamente fondata, rendono maggiore il desiderio di veder presto eseguita un'edizione completa delle di lui opere, affinchè vi si possa ristabilire il testo della _Storia_ nella sua integrità, aggiungendovi i preziosi frammenti che esistono per la continuazione di essa fino al regno di Maria Teresa.

Dal non essersi potuto da Verri ridurre a compimento il secondo volume della _Storia di Milano_, si sarà già eccitato nell'animo de' lettori il presentimento di un qualche disastro. Ed uno infatti sommo e irreparabile ne era accaduto; ma a lui non già, che placidamente era trapassato alla pace de' morti, bensì a tutti i suoi concittadini che privi rimasero dei suoi consigli e del suo esempio. Egli morì quasi improvvisamente, colpito d'apoplessia nella sala della municipalità, nella notte del 28 giugno 1797, essendo in età di anni 69, mesi 6 e 17 giorni.

Si ammogliò due volte. La prima con Maria Castiglioni, dalla quale ebbe una figlia; indi, il 13 luglio del 1782, fece sua sposa Vincenza Melzi, che amò sempre teneramente, formando delle sue domestiche virtù e della numerosa prole che da essa ottenne, la costante delizia degli ultimi anni suoi. Essa gli corrispose colla maggiore affezione, e rimasta a lui superstite nel fiore dell'età, gli fece erigere nella cappella gentilizia della rammentata villa di Ornago un decoroso monumento, accanto al sepolcro ch'egli stesso, vivendo, si avea preparato.

Di tre fratelli ch'egli ebbe, e tuttora viventi, Carlo ed Alessandro, si distinsero pur essi nella carriera delle lettere. Il primo, illuminato agronomo, pubblicò, non ha molto, due utili saggi su la coltura dei gelsi e delle viti; il secondo, oltre molti discorsi inseriti nel foglio periodico del _Caffè_, scrisse le _Avventure della poetessa Saffo_, la nota tragedia della _Congiura di Milano contro Galeazzo Sforza_[22], e le _Notti Romane al sepolcro de' Scipioni_, che gli ottennero una meritata celebrità per tutta l'Europa[23].

Fu ascritto a varie accademie, e specialmente a quella di Mantova, di Padova, di Stokholm e all'Istituto di Bologna. Oltre una continua corrispondenza con suo fratello Alessandro, fu pure in relazione di lettere con Voltaire, Condorcet, Keralio, Morellet, Schmidt d'Avenstein, il conte di Saluzzo, de Felice, Filangieri, Spallanzani, ed altri molti.

La rimembranza delle sue qualità personali accresce il dolore della sua perdita. Non solo egli fu incorrotto ed instancabile magistrato; ma fu pure buon marito, buon padre, leale amico, di maniere cortesi, benefico, sincero, dotato della più viva sensibilità, costante nella gratitudine. Fu religioso, ma nemico della superstizione; zelante per la verità e paziente di esporla: appassionato per il bene de' suoi simili, e non meno bramoso di ottenere la pubblica stima. Questa passione era sì fervida in lui, che soleva chiamarla un bisogno incessante, insaziabile, e che continuamente lo tormentava. Scrisse molto e più operò; nè si sa qual preponderi in esso, se il profondo filosofo, o l'attivo ed utile cittadino. Nulla trattò che non avesse direttamente per oggetto il vantaggio pubblico. Anche il più sterile argomento si abbelliva sotto la sua penna; e il suo stile, benchè talvolta scorrevole in qualche lascivia di vezzo straniero, è sempre immaginoso, animato, persuadente. Mi lusingo che non dispiacerà ai lettori di vederne riferito qualche saggio, che servirà pure a dimostrare la purezza e la forza della filantropia che divampava nella sua anima.

Nelle _Riflessioni sull'annona_[24], dopo di aver dimostrato il mal uso delle largizioni elemosiniere che si fanno nelle città al questuante di professione, mentre il misero agricoltore è lasciato nell'abbandono, soggiugne: «Io non pretendo di ammortizzare quel benefico sentimento di compassione, che è la parte più sacra e nobile dell'uomo. Non pretendo che alcuno rendasi duro ai gemiti dei miseri cittadini, pretendo soltanto di rendere illuminata la commiserazione, e avvisare che non si benefichi un cittadino col sagrificio crudele di otto contadini. Perda la mia mano il moto, e cessi io da scrivere prima che offenda la causa dell'umanità con alcuna opinione; la causa dei poveri e dei deboli è sempre stata e lo sarà, finchè io avrò vita, la causa per cui scriverò. Me felice, che sono nato e vivo sotto un governo, in cui questa causa liberamente si difende ed è favorevolmente ascoltata!»

Altrove[25] dichiara i suoi principii politici nei seguenti termini: «Uomo benefico, uomo illuminato, che hai esaminati e conosciuti i sacri diritti dell'uomo, non ti sdegnar meco se ne prescindo e se unicamente lo considero come parte della società contribuente alla di lei forza e ricchezza. No, non degrado l'uomo alla servil condizione di un mero fondo fruttifero; così potesse la mia voce annunciare con frutto gli augusti primitivi diritti di un essere intelligente e sensibile, che, associandosi, non può averlo fatto che per il miglior genere di vita; dritti altamente pubblicati da sublimi uomini che la potenza ha in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi, deboli, sparsi e avvezzi alla meditazione, onorano! Sappi che a stento raffreno, scrivendo, gl'impeti del cuore; ma la fredda ragione mi suggerisce di promuovere il bene degli uomini, non col linguaggio del sentimento, ma coll'analisi tranquilla delle cose, e illuminando chi può far il bene, mostrare la coincidenza degli interessi comuni. Rispettiamo la elevazione del genio e la calda virtù di chi, posto in privata condizione, si erge a tuonare sull'abuso della forza, e vorrebbe far arrossire gli uomini in carica de' loro vizi e dei loro errori. Se perciò l'umanità venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe quel sentiero; ma la misera condizione degli uomini è tale, che più si ottiene generalmente sollecitando l'interesse personale, che non si fa interessando la gloria, a cui rare sono le anime che s'innalzino».