Part 19
Poichè fu sottomessa Milano, l'imperatore radunò una dieta in Roncaglia. Ivi, ricorrendo molti per farvi giudicare le liti, quell'augusto, se crediamo a Radevico, diceva:[422] _Mirari se prudentiam Latinorum, qui cum praecipue de scentia legum glorientur, maxime legum invenirentur transgressores; quumque sint tenaces justitiae sectatores, in tot esurientibus et sitientibus injustitiam evidenter apparere._ Se quell'augusto avesse riflettuto che lo studio delle leggi si fa per acquistare onori e lucro, e che questo desiderio non esclude i vizii dell'animo; che il raffinamento medesimo nell'interpretare le leggi debb'essere una fecondissima sorgente di litigi; che in una nazione ricca ed ingegnosa vi debbon essere più controversie che in una più povera e indolente, non avrebbe parlato con derisione degli italiani, perchè, studiando molto le leggi di Giustiniano, erano in molte liti imbarazzati. Cesare, Ottaviano Augusto e gli altri Romani non deridevano i vinti. Il grande Ottone si mostrò pure abitatore del mondo, come le sono le anime grandi. Le antipatie nazionali sono minute opinioni del volgo, in ogni secolo e presso di ogni nazione le anime nobili sempre furono al disopra della popolare invidia, ingiusta per lo più o fomentata da una meschina politica. Cercano esse indistintamente il vero merito, e si pregiano di onorarlo ovunque lo trovino; mirano la terra come la patria del genere umano, e gli uomini una famiglia, divisa in buoni e malvagi. Un sovrano poi, che è il padre dei suoi popoli, non può avere piccole gelosie di nazione. Federico mancò di politica. Dovevano accorgersi i Lodigiani, i Pavesi, i Cremonesi, i Comaschi e gli altri che l'imperatore non era punto affezionato nè agli italiani, nè ad essi. La guerra fatta ai Milanesi certamente non aveva per oggetto la loro felicità, liberandoli dall'oppressione; ma profittando delle nostre discordie, cercava di sottometterci. È vero che con una pomposa formalità aveva Federico, il giorno 3 agosto dello stesso anno 1158, consegnato ai consoli lodigiani in Monteghezzone un vessillo, e data loro la proprietà di quello spazio alla sponda dell'Adda per fabbricarvi, siccome fecero, la nuova città di Lodi; ma l'imperatore con questo dono non perdeva cosa alcuna; e le città alle quali in quella dieta prese tutte le regalie, per formare a sè medesimo un tributo annuo di trentamila marche d'argento, perdevano assai. Più accortamente avrebbe operato quell'augusto, se, dopo di aver vinto, colla moderazione e colla clemenza si fosse proposto di far amare il suo governo; forse avrebbe lasciato a' suoi successori un regno fedele e tranquillo, fondato sull'interesse medesimo de' popoli governati, i quali avrebbero naturalmente preferita la pace sotto di una moderata monarchia, alla turbolenta indipendenza, alle stragi, all'incertezza che da lungo tempo li rendevano infelici. Ma è più facile il vincere che il saper godere della vittoria; ed è più facile il carpire la fortuna, che il convertirla in propria stabile felicità. L'incauta condotta dell'imperatore gettò i semi di molte sciagure funeste ai popoli d'Italia, funeste all'impero medesimo; perchè, dopo le miserie di una seconda guerra, potè bensì opprimere i malcontenti, ma rovinò il suo Stato, e impresse un tal ribrezzo per la soggezione, che le città giunsero poi a liberarsene interamente, e col fatto si resero indipendenti. Questo errore in politica fu allora tanto più grande, quanto che il sistema feudale somministrava bensì all'imperatore un'armata combinata per una spedizione; ma non gli lasciava mezzo di avere un corpo di truppe costantemente assoldate e acquartierate nell'Italia per mantenersela soggetta.
Nella dieta che tenne l'imperatore in Roncaglia, simulò di essere interamente amico de' Milanesi, e, come dice il canonico di Praga Vincenzo:[423] _Mediolanenses in suum vocat consilium, quomodo urbes Italiae sibi fideles habeat quaerit, qui ei dant consilium, quod eos quos per civitates Italiae sibi fideles habet, per suos nuncios, eos sibi sua constituat potestates..... quod imperator laudans, usque ad tempus huic rei competens in corde suo recondit._ I Milanesi, appoggiati alla fede di un trattato che lasciava loro il governo dei consoli, e l'elezione soltanto da approvarsi dal sovrano, non sospettarono che un consiglio pronunziato con candore e con impegno di corrispondere alla confidenza di quell'augusto, dovesse ricadere a loro detrimento. Così però avvenne. Il citato canonico era presente in Milano, quando i nunzi dell'imperatore pretesero di creare un podestà, cioè un dispotico ministro che reggesse a nome di Federico. Egli così ci racconta la risposta dei Milanesi:[424] _Nullo modo se hoc facere posse respondente; verumtamen, sicut in privilegio imperatoris habebant, quod ego Vincentius ex parte imperatoris et regis Bohemiae scripseram, se per omnia facturos promittebant._ È da notarsi che l'autore era presente, ed ei medesimo aveva scritto la capitolazione:[425] _Scilicet quod ipsimet, quos vellent, consulens eligerent, et electos ad imperatorem, vel ad ejos nuncium ad hoc constitutum; pro juranda imperatori fidelitate, adducerent. Contra hoc, nuncii imperatori respondent quod ipsi Runcaliae hoc imperatori dederint consilium, quod per suus nuncios in civitatibus Lombardiae ponat potestates: eo consilio utantur et ipsi._ Ognuno facilmente giudicherà quale dei due mancasse ai patti. La maggior parte degli scrittori tedeschi incolpano gl'italiani d'aver infranta la data fede; nessuno però era presente al fatto, come questo autore, che era al seguito del suo vescovo di Praga[426]. Egli è certo che il popolo di Milano si mosse, e che si ascoltavano le grida _fora, fora! mora, mora!_ come dice l'autore medesimo; e i nunzi (sebbene i nobili milanesi cercassero di guadagnarsegli co' regali e procurasser di persuader loro che il rumor popolare si sarebbe calmato) non trovandosi sicuri, se ne partirono di notte e s'avviarono verso dell'imperatore. Egli era col suo esercito vicino a Bologna. (1159) E previe le citazioni perentorie legalmente promulgate, proferì nuovamente una sentenza contro i Milanesi dichiarandoli contumaci, ribelli, disertori dell'impero e nemici; condannò quindi i beni de' Milanesi al saccheggio e le persone alla schiavitù. Ognuno sente qual grado di nobile eroismo vi sia in tale sentenza, e s'ella rassomigli più ai fasti dei Scipioni, ovvero a quei di Attila. La data di tale sentenza è 16 aprile 1159. Dopo un tal fatto non vi era più altro partito che tentare nuovamente la sorte delle armi. Il castello di Trezzo era presidiato dagl'imperiali, i quali devastavano le campagne all'intorno. I nostri prontamente ne fecero l'assalto, e condussero a Milano il comandante e la guernigione. L'imperatore aveva fatto un errore, allontanando la sua armata da Milano, nel tempo in cui, violando la convenzione, voleva renderla perfettamente suddita. Ora si accostò, e, considerando Crema la amica alleata de' Milanesi, cominciò dal porvi l'assedio. Sono concordi gli scrittori italiani e tedeschi nel fatto della Torre, e fu: l'imperatore aveva fatta fabbricare una torre di travi posta sulle ruote, e la faceva spignere verso le mura di Crema da un lato in cui erano giunti gli assedianti a riempire la fossa colla terra. Se riusciva di accostare tali ordigni alle mura, si combatteva a condizioni pari dalla torre al baloardo. I Cremaschi scagliavano colle loro macchine vigorosamente grossi macigni contro di quella torre, che innoltrando correva pericolo di essere rovinata. L'espediente che prese Federico fu di far legare alcuni prigionieri cremaschi e milanesi fra i più distinti, e con essi, coprendo il lato della Torre che si presentava alla città assediata, farla così spingere da' suoi verso quelle mura. Così furono ridotti i Cremaschi alla scelta o di essere crudelmente i carnefici dei loro parenti ed amici, ovvero di sacrificare la patria loro. Difesero la patria, e lasciarono all'imperatore la macchia d'una inutile atrocità. Nè questa fu la sola. I Cremaschi, usando del dritto di rappresaglia, uccisero sulle mura in faccia de' nemici alcuni prigionieri cremonesi e lodigiani: e l'imperatore fece tosto impiccare in faccia della città due prigionieri cremaschi; e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero due altri prigionieri; finalmente l'imperatore fece condurre sotto le mura tutti i Milanesi e Cremaschi che aveva in suo potere, e dispose perchè tutti fossero appiccati. Se non che alla preghiera dei vescovi si arrese, e si accontentò che ne fossero impiccati non più di quaranta. Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferirò come lo espone Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli comincia a incolpare i Cremaschi assediati, perchè si difendessero con valore e facessero delle uscite coraggiosamente:[427] _In eruptionibus suis aut machinis flammas inire, aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos de nostris sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae aut ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari praetermitterent; et dum jam inclinata putaretur eorum superbia, de patratis facinoribus tumidi gloriabantur_[428]. L'imperatore perciò, continua lo stesso autore a narrarci:[429] _Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque pro muris jussit appendi._ Non credo che Cesare, quando assediava le città delle Gallie e della Germania, lasciasse ne' suoi fasti esempi tali.[430] _Contumax autem populus, nimis de pari volens contendere, etiam ipse quosdam de nostris in vinculis positos eodem modo traxit ad supplicium._ E prosiegue a narrarci come allora Federico[431] _obsides eorum, numero quadraginta, adduci jubet ut suspendantur_; e, non contento di quaranta miseri prigionieri di guerra, sei militi milanesi, allora côlti, perchè parlavano co' Piacentini, vennero condannati alle forche:[432] _Tum interim adducuntur captivi quidam de nobilibus mediolanensium sex milites, qui deprehensi fuerant ubi cum Placentinis perfida miscebant colloquia..... nam ut supra dictum est, Placentia principi, etiam tum, ficta devotione, et simulata adhaerebat obedientia.... hos itaque.... duci jubet ad supplicium, similisque his, qui et prioribus, vitae finis extitit_[433]. Se Radevico avesse scritto per oltraggiare l'imperatore, non poteva fare di più. Eppure egli scriveva,[434] _nutu serenissimi imperatoris Friderici_[435]. Convien confessare che le idee della virtù e del vizio, dell'eroismo e della crudeltà erano diverse da quello che ora sono generalmente. Finalmente, così Radevico ci descrive il fatto della Torre:[436] _Jamque ad civitatis perniciem machinae plurimae admovebantur, jamque turres in altum extructae applicari caeperant. Tum illi summa vi atque pertinacia resistere, atque a muris turres arcere, suisque instrumentis, validis saxorum ictibus, nostras machinas impellere. Efferatis vero animis princeps obsistendum putans, obsides eorum, machinis alligatos, ad eorum tormenta (quae vulgo mangas vocant, et intra civitatem novem habebantur) decrevit obiiciendos. Seditiosi, quod etiam apud barbaros incognitum, et dictu quidem horrendum, auditu vero incredibile, non minus crebris ictibus turres impellebant: neque eos sanguinis, et naturalis vinculi communio, neque aetatis movebat miseratio. Sicque aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter interierunt. Alii, miserabilius adhuc vivi superstites, crudelissimam necem, et dirae calamitatis horrorem penduli expectabant: o facinus!_[437] Secondo i principii che formano la base della giustizia e della morale, poteva controvertersi, se la indipendenza delle città d'Italia fosse diventata legittima dopo molti anni, dacchè erasi acquistata. Poteva anche chiamarsi ingiusta la guerra difensiva che facevano i Cremaschi. Ma non si può biasimare come audacia, o superbia, o pertinacia, o sfrenatezza di animo la costanza e il valore dei combattenti: nè imputare a delitto se gli assediati respingevano le macchine degli aggressori; e se vuolsi compiangere, come lo merita, il fato degl'infelici legati alla Torre, la barbarie è da imputarsi non mai a' Cremaschi. L'imperator Federico però volle che i suoi fasti fossero scritti, come Radevico lo fece. Crema fu obbligata a rendersi finalmente dopo un lungo assedio, e Radevico ci dice:[438] _Ipsum castrum, egressis inde quasi XX millibus hominum diversi generis, flammis traditum, et militibus ad diripiendum permissum est_[439]. Questo modo di assediare e di prendere una fortezza l'imperator Federico lo credette modo clemente: e la presa d'una piccola città, dopo un lungo assedio, ei la chiamò una vittoria. La lettera circolare che allora scrisse l'imperatore, ce la conservò Radevico[440] nel libro secondo, cap. 43:[441] _Fridericus, Dei gratia Romanorum imperator, et semper augustus. Scire credimus prudentiam vestram, quod tantum Divinae Gratiae donum, ad laudem et gloriam nominis Christi, honori nostro tam evidenter collatum occultari vel abscondi tamquam res privata non potest. Quod ideo dilectioni vestrae ac desiderio significamus, ut, sicut charissimos et fideles, vos participes honoris et gaudiorum habeamus. Proxima siquidem die post conversionem S. Pauli, plenam victoriam de Crema nobis Deus contulit, sicque gloriose ex ipsa triumphavimus, quod tam miserae genti, quae in ea fuit, vitam concessimus. Leges enim tam divinae quam humanae summam semper clementiam in principe esse testantur._
(1159) Durante tutto l'anno 1159 e 1160 niente intraprese l'imperatore Federico direttamente contro di Milano; e si passò il tempo in varie zuffe, per lo più dai Milanesi provocate, e terminate con vario successo, ora felice, ed ora contrario. L'erudizione tutto raccoglie; la voce della storia racconta que' soli fatti che meritano di essere conosciuti o per la relazione che ebbero cogli avvenimenti accaduti dappoi, ovvero per l'influenza che hanno a dimostrarci lo stato delle cose in quei tempi. Aspettava quell'augusto nuovi soccorsi dalla Germania, e frattanto girava per la Lombardia convocando concilii, sostenendo papa Vittore, scomunicando i partigiani di papa Alessandro III, il quale scomunicava i fautori di Vittore. L'origine di questo scisma venne perchè morto, nel 1159, Adriano IV, che nascosamente animava i Milanesi a resistere a Federico, i cardinali si divisero in due partiti: l'uno creò papa il cardinale Rolando, che poi fu chiamato Alessandro III; l'altro creò papa Ottaviano, cardinale di Santa Cecilia, col nome di Vittore III. Federico era del partito di Vittore; convocò in Pavia un concilio di cinquanta vescovi suoi sudditi o aderenti, al quale invitò i due pretendenti al papato. Vittore solo vi comparve, e fu dichiarato legittimo papa; e contemporaneamente in Anagni si tenne un concilio, con molti vescovi e cardinali, nel quale fu riconosciuto per vero papa Alessandro III, che ivi il giorno 24 marzo, che era il giovedì Santo, scomunicò Federico. Vittore scomunicò i Milanesi e i loro fautori. Alessandro scomunicò Federico, l'antipapa e i consoli cremonesi, pavesi, novaresi, vercellesi e lodigiani, aderenti all'imperatore e all'antipapa. Tali erano le occupazioni e gli affari di quegli anni, interrotti da piccoli e giornalieri fatti ostili, che, con un lento macello, affliggevano l'umanità, senza ricompensare in qualche modo il danno con qualche gran mutazione. La guerra è sempre un male atroce, e le società civili si sono instituite al fine di non provarla. Ma s'ella cagiona una gran rivoluzione, perde in certo qual modo la sua atrocità per i beni ch'ella talvolta produce; che se lascia il genere umano come prima, anzi più afflitto di prima, non si può rimirarla senza ribrezzo. (1160) Erano giunti rinforzi all'imperatore Federico, che divisava d'impadronirsi di Milano; e a noi era accaduto il più sciagurato avvenimento, un incendio cioè furiosissimo, che, il giorno 25 agosto 1160, abbruciò quasi tutti i nostri magazzini e quasi la terza parte di Milano. A questa disgrazia dobbiamo attribuire interamente l'umiliazione alla quale venimmo ridotti; e dopo il giorno in cui Uraja distrusse Milano, dobbiamo negli annali nostri ricordare il 25 d'agosto come il giorno sopra gli altri infausto: poichè ci trovammo da quel momento in faccia di un potentissimo nemico, aiutato dai nostri nemici vicini; tagliata ogni corrispondenza colle città amiche; privi d'ogni speranza di aver pane; e desolate le campagne nostre da ogni parte; per lo che una disperata fame ci costrinse a rinunziare ad ogni difesa.
(1161-1162) Il secondo blocco della città di Milano durò quasi sette mesi, e terminò alla fine di febbraio dell'anno 1162[442]. Non seguì alcuna operazione militare che forzasse alla resa; non furono diroccate le fortificazioni in verun modo; non fu dato l'assalto; ma l'unica cagione della dedizione in quella seconda volta è da attribuirsi alla fisica mancanza d'alimento. Lo storico nostro contemporaneo Sire Raul ci dice che, per provvedere la città,[443] _electi sunt de unaquaque parochia civitatis duo homines, et de iisdem tres de unaquaque porta, quorum unus ego fui, ut eorum arbitrio annona, et vinum, et merces venderentur, et pecunia mutuo daretur, quod in perniciem civitatis versum est_: parole che non furono abbastanza sinora meditate, perchè la violazione della proprietà, e la mediazione del legislatore fra chi vende e chi compra furono sempre mai operazioni insterilitrici, sebbene di autorità e lucro per gli esecutori, i quali soli parlano per un popolo che non ragiona ed ubbidisce, e perciò continuate per lunga serie di secoli. L'incendio memorando distrusse, in agosto del 1160, quasi tutte le provvisioni. L'esercito nemico del 1161 cominciò a postarsi tra levante e tramontana della città; poi sloggiò e collocò il suo campo, inviandosi a ponente, poi a mezzodì, sempre facendo fronte verso Milano. Una così poderosa armata copriva frattanto dietro di lei una moltitudine di guastatori, i quali tagliavano i grani ancor verdi, le viti, le piante, e devastavano, per la distanza di quindici miglia, tutte le terre. Poi l'esercito nemico scomparve; e si accampò verso Lodi, lasciandoci il miserando spettacolo d'una terra devastata che non poteva darci nulla; e non lasciando altro compenso per vivere, fuori che i pochi grani scampati dall'incendio. È assai facile il figurarci la depressione e l'avvilimento nel quale dovettero a tal vista cadere gli animi de' Milanesi. Il solo scampo che poteva loro rimanere era quello di avventurare tutto a una giornata: uscire dalla loro città con tutte le forze riunite, dare una battaglia, e terminare la vita con onore, e salvare la patria, distruggendo il nemico, e obbligandolo a lasciarla libera. Ma per abbracciare questo estremo partito vi voleva quel vigor d'animo ne' cittadini e quell'entusiasmo della patria, che cominciava a venir meno dopo tante infelici vicende. Molti cittadini avevano abbandonato il partito della patria, e si erano gettati a vivere co' nemici. L'esempio del conte di Biandrate ci allontanava dall'affidarci ad un secondo dittatore. Ne' casi estremi il dispotismo solo può salvare la città; ma non sempre vive nella città l'uomo che, per la sua virtù e talenti, meriti il deposito di quella terribile autorità, nè sempre il popolo ha mezzi per conoscerlo. Cercarono perciò i consoli di aprire la strada a una convenzione col nemico; e, chiesti i salvocondotti dal duca di Boemia e dal conte Palatino del Reno, fratelli dell'imperatore, non meno che dal langravio di Assia, di lui cognato, scortati con questi, uscirono dalla città per entrare con essi in parlamento. Il Morena, lodigiano e fautore di Federico, ci racconta[444] che dalle truppe dell'arcivescovo di Colonia Reineldo, contro il gius delle genti, vennero fatti prigionieri; e, quantunque i tre nominati principi altamente se ne dolessero, l'imperatore approvò il fatto. Lo storico nostro sire Raul ci descrive molte crudeltà praticate dall'imperatore in questo secondo blocco. Pretende quell'autore contemporaneo, che ai prigionieri che andava facendo in alcune scorrerie de' nostri, Federico facesse tagliar le mani. Nomina sei milanesi nobili, a cinque dei quali fece cavare gli occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocchè servisse di guida a ricondurre nella città i suoi compagni. Comunque sia, egli è certo che i Milanesi, in dicembre dell'anno 1161, e molto più in gennaio del 1162, erano ridotti all'estremo della penuria, a tal segno che colle armi nelle domestiche mura si vegliava, perchè il padre non rubasse al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il nostro Calchi:[445] _Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir uxorem, socrus nurum, frater fratem, pater filium strictis gladiis incessebat, quod pane fraudarentur, passimque domesticae discordiae et privata jurgia audiebantur_[446]. Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il raccolto, soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte, poichè le strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente tumultuava. La morte era il solo termine, e non lontano, che si prevedeva dover succedere alla fame. Esclamava il popolo volendo che la città si rendesse all'imperatore. Si opponevano i consoli; ancora volevano che non si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano essi che l'armata imperiale, già da tre anni dimorante nell'Italia, non vi poteva più a lungo soggiornare o per bisogni della Germania, o per la stanchezza de' principi: essere sempre aperto il disperato partito di assoggettarsi ad un monarca offeso e adiratissimo: del quale, nello stato in cui erano le cose, non era da sperarsi diminuito lo sdegno, quand'anche si accelerasse di qualche poco la dedizione; per modo che una più lunga resistenza riusciva in favore della città. Così allora dicevano i consoli, dei quali i nomi meritano di essere ricordati, Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Gottifredo Mainerio, Arderico Cassina, Anselmo dell'Orto, Aliprando Giudice ed Arderico da Bonate. (1162) Ma l'intollerabile peso de' mali della carestia mosse il popolo, e la vita dei consoli fu in pericolo; per lo che si dovettero spedire immediatamente all'imperatore le condizioni della resa. Nessuna condizione volle ammettere il vincitore, e volle che ci rendessimo senza alcun patto, abbandonandoci alla clemenza sua. Così Milano se gli rese; a ciò anche animati i Milanesi dalle promesse de' principi, i quali assicuravano che l'imperatore avrebbe operato generosamente; il che ce lo attesta lo stesso Burcardo, oltre il Morena.