Storia di Milano, vol. 1

Part 18

Chapter 183,581 wordsPublic domain

(1152) Corrado, poco dopo il suo ritorno da Terra Santa, morì in Bamberga l'anno 1152, e fu eletto re de' Romani il di lui nipote Federico Barbarossa. Egli allora aveva trentadue anni. Pieno di ardor militare e di un carattere fermo e impetuoso, sembra che il suo primo pensiero sia stato quello di sottomettere le città del regno d'Italia, e di ridurle ad una reale obbedienza, dallo stato indipendente a cui si erano poste da centoventi anni e più. Albernardo Atamano e Omobono Maestro, due cittadini lodigiani, si portarono alla dieta di Costanza, e gettaronsi a' piedi di Federico, implorando il suo aiuto contro de' Milanesi, i quali non cessavano di opprimere i Lodigiani, anche presso le diroccate mura della loro patria distrutta. Il re Federico destinò Sicher per suo ministro a Milano, con un decreto in cui comandava che si cessasse di opprimere Lodi. I due Lodigiani ritornarono alla patria, per cui avevano operato senza commissione. Credevano di essere accolti come salvatori dei cittadini, e non ritrovarono che biasimo, strapazzi ed ingiurie; poichè il timore de' Milanesi era il solo sentimento che restava a quegl'infelici, dopo il peso di lunghe e gravissime sciagure. Venne a Milano Sicher, e presentò il decreto del re. I consoli milanesi stracciarono la carta, la calpestarono; e a stento il regio messo potè sottrarsi al furore del popolo[387]. Dopo un tale affronto Federico si determinò di venire in Italia alla testa di un'armata. I nemici de' Milanesi non potevano mancare di unirsegli contro di Milano; la quale, come dice il panegirista e parente di Federico:[388] _Inter caeteras ejusdem gentis civitates primatum nunc tenet..... non solum ex sui magnitudine, virorumque fortium copia, verum etiam ex hoc, quod duas civitates vicinas in eodem situ positas; idest Cumam et Laudam, ditioni suae adjecerit_[389]. Cominciò Federico a devastare alcune nostre terre. Erano amici nostri Tortonesi, i Piacentini, i Cremaschi ed i Bresciani. Federico assediò, prese e distrusse Tortona; e dai Pavesi fu accolto con solenne pompa. Così il re Federico nella sua lettera riferita da Ottone di Frisinga:[390] _Destructa Terdona, Papienses, ut gloriosum post victoriam triumphum nobis facerent; ad civitatem nos invitaverunt._ Col vocabolo però di _distruzione_ non si può intendere già che fossero atterrate le case della città, ma deve intendersi soltanto la demolizione delle fortificazioni, e lo smantellamento de' ripari che la munivano. Poichè nello stesso anno in cui venne distrutta Tortona, la repubblica di Milano scrisse ai Tortonesi la lettera seguente:[391] _Consules, populusque mediolanensis, consulibus derthonensibus, omnique populo, salutem. — Cuncto romano Imperio notum fore credimus, urbem vestram, quam de caetero confidenter nostram dicemus, contra fas ac pium, injuria penitus, destructam, a nobis audacter nec non viriliter restaurutam esse, murisque, omnium nostrorum invicem sudore constructis, circumdatam. Tria itaque civilia signa ad perennem memoriam ad vos dirigimus. Tubam videlicet aeneam, qua populus in unum convocetur, vestrum significantem incrementum. Album vexillum cum cruce Domini Nostri Jesu Christi, rubeum colorem habens per medium significans a manibus inimicorum post multas ac magnas angustias vos esse liberatos: in quo solem et lunam designari jussimus. Sol Mediolanum, luna Derthonam significat; lunaque lumen a sole suum trahit, omne a Mediolano Derthona suum trahit esse. Haec duo mundi sunt lumina, haec duo regna. Sigillum, quo vestrae signentur chartae, continens in se duas civitates Mediolanum et Derthonam, designans Mediolanum cum Derthona ita esse unitos, ut separari numquam possint amplius. Millenus centenus quinquagesimus annus quintus erat Christi, cum lapsa, refecta fuit_[392]. I Milanesi innalzarono la circonvallazione di Tortona con somma rapidità e con sommo ardire, nel tempo in coi Federico si portò a Roma, e fu incoronato imperatore dal papa Adriano IV. Questa riparazione di Tortona dovette irritare sempre più l'animo dell'imperatore, al quale inutilmente avevano già in prima offerto i Milanesi considerabili somme di oro per accontentarlo. Non si trovò forte Federico allora abbastanza per cimentarsi contro di Milano, ovvero gli affari l'obbligarono a portarsi in Germania. Prima però di abbandonare l'Italia, nelle vicinanze di Verona pubblicò un decreto in cui spogliava i Milanesi della zecca, dei telonei, e di ogni podestà: e ciò in pena d'avere distrutto Lodi e Como, e oppressi que' cittadini, con contumacia agli ordini imperiali: per lo che li condannò al bando dell'impero[393]. La sentenza di questo anatema non cagionò male alcuno ai Milanesi. Essa era concepita con frasi che provavano l'inimicizia passionata dell'imperatore. Leggevasi che i delitti imputati ai Milanesi fossero _enormi_, commessi con _animo sacrilego, empiissimamente, con iniquità, malizia e pertinacia_. Ciò non di manco, appena allontanato che fu Federico, i nostri ritornarono al loro abituale mestiere: batterono i Pavesi; insultarono e vinsero i Novaresi; presero Vigevano, e ne demolirono il castello. Tanto erano poco disposti a lasciar liberi i Lodigiani e i Comaschi già sottomessi! Pretesero anzi dai Lodigiani un giuramento positivo di fedeltà; e sull'opposizione che i Lodigiani fecero, volendo essi porvi la condizione che salvo fosse il primo giuramento di fedeltà da essi già prestato all'imperatore, e non accordandolo i nostri, vennero saccheggiate e abbruciate le povere abitazioni dei Lodigiani, ed essi costretti a ricoverarsi presso dei Cremonesi. Per tal modo erano nemici nostri i Lodigiani, i Comaschi, i Pavesi, i Novaresi, i Vigevanaschi e i Cremonesi.

Frattanto però che stavano rendendoci più odiosi ai vicini ed al lontano nemico, la sola cosa ragionevole che femmo, si fu di munire di un valido fossato, ossia d'una linea di circonvallazione tutta la città; la quale, sebbene avesse tuttavia in piedi le antiche mura di Massimiliano, ristorate dal l'arcivescovo Ansperto due secoli e mezzo prima, nondimeno, per l'accresciuta popolazione doveva avere molte abitazioni esternamente adiacenti alle mura medesime. Questo fossato è precisamente quello per cui ora scorre il canale del naviglio, e così con chiarezza ognuno può capire qual fosse il giro delle antiche mura, che ora è indicato dalle chiaviche, da noi chiamate _cantarane_, e quale quello del fossato, che visibilmente anche oggidì circonda la città. Di questo fossato ne parla il continuatore di Ottone di Frisinga e Radevico[394], inimico de' Milanesi con questi termini:[395] _Mediolanensem autem utpote viri bellicosi et strenui civitatem suam magnis fossis circundederunt, et imperatori audacter et viriliter restiterunt_; e della terra cavata nel fare la fossa se ne formò il parapetto nel luogo che anche presentemente conserva il nome di _Terraggio_. Convien dire che queste fortificazioni fossero assai ben fatte; poichè vedremo che non vennero mai superate colla forza; e che, perduta che fu la città, ebbe somma cura il vincitore di vederle distrutte. Venne in Italia l'imperatore Federico alla testa di un'armata poderosissima, la quale conteneva quasi tutte le forze della Germania. Basti il dire che aveva sotto di lui a bloccare Milano Ladislao re di Boemia, Corrado duca di Rotenburg, Lodovico conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia, Enrico duca d'Austria, Alberto conte del Tirolo, Ottone conte palatino di Baviera, l'arcivescovo di Colonia Federico, Arnaldo arcivescovo di Magonza, Hellino arcivescovo di Treveri, Wikmanno arcivescovo di Magdeburg, il duca di Zarighen, e altri principi sovrani[396]. (1158) La venuta di questa terribile armata accade l'anno 1158. È strana la cerimonia che l'imperator Federico volle premettere alle sue operazioni militari. Prima di innoltrarsi nel Milanese fece intimare alla città un termine perentorio a presentare le discolpe, se ne aveva. Non volle dare un gastigo senza una sentenza, nè una sentenza senza un giudizio, nè un giudizio senza una citazione. Vennero i legati di Milano a questa formalità. L'eloquenza e i doni furono inefficaci; e la sentenza dichiarolli pubblici nemici. Così, pagando questo facile tributo alla mania del secolo, che in Italia singolarmente aveva riscaldati gli animi nello studio e nel Codice e delle Pandette di Giustiniano, rese sacra in certo qual modo la vendetta e interessate più che mai le città nostre nemiche a favorire la rovina di Milano. Poich'ebbe data Federico la sentenza, si rivolse al Milanese, e, affacciatosi a Cassano per passar l'Adda, trovò il ponte così bene presidiato dai Milanesi, che non ardì di superarlo. Gl'imperiali tentarono il guado verso Corneliano: alcuni perirono nel fiume; ma però un buon drappello di militi si postò sulla sponda destra del fiume. Per lo che i nostri trovavansi alla custodia del ponte, dovettero abbandonarlo, per non vedersi a un tempo stesso assaliti di fronte e al fianco; e si ricoverarono in Milano. L'esercito imperiale s'incamminò a passare sul ponte, il quale si ruppe, non sappiamo se a caso, con qualche danno dell'esercito. Questi avvenimenti, anche minuti, meritano luogo nella storia, poichè fanno conoscere che la guerra non si faceva con un cieco impeto, ma con arte e consiglio anche in que' tempi. Un errore però commisero allora i nostri, e fu quello di collocare un presidio nella torre dell'Arco romano, di cui ho dato notizia nel capitolo primo. Quella mole, fabbricata dai vincitori romani fuori del recinto per dominare la città, e fondata sopra quattro enormi pilastri e quattro arcate, doveva atterrarsi da una città che aspettava un potentissimo esercito nemico. Un presidio così isolato non poteva nè difendersi, nè reggere, soltanto che sotto vi si fosse collocata una catasta di legna e postovi il fuoco. Gli imperiali, ben presto cominciando a rompere i pilastri, costrinsero gl'infelici situati tanto incautamente ad arrendersi, e dalla cima poi di quella gran torre, gl'imperiali, colla pietrera, scagliarono incessantemente de' sassi a danno ed incomodo inevitabile di coloro che stavano alla difesa della porta Romana. L'imperatore pose il suo quartiere verso la Commenda di Malta, che allora era la magione de' Templari. Il re di Boemia pose il suo a San Dionigi. L'arcivescovo di Colonia alloggiò verso a San Celso. Di contro a ciascheduna porta della città vi si postò un principe; e si circondò la città con un esercito di centomila uomini[397]; ovvero, come dice lo storico nostro contemporaneo Sire Raul, di quindicimila cavalieri, e inumerevoli fantaccini. A tutte queste terribili forze della Germania, dalla quale erano venuti quasi tutti i sovrani alla testa de' loro sudditi armati, si unirono le forze di quasi tutte le città di Lombardia; e il canonico di Praga Vincenzo, che vi era presente, nomina Pavesi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Veronesi, Mantovani, Bergamaschi, Parmigiani, Piacentini, Genovesi, Tortonesi, Astigiani, Vercellesi, Novaresi, d'Ivrea, di Padova, d'Alba, di Treviso, d'Aquilea, di Ferrara, di Reggio, di Modena, di Bologna, d'Imola, di Cesena, di Forlì, di Rimini, di Fano, d'Ancona e di altre città ancora, che tutte avevano mandate le loro milizie a combattere contro di noi[398]. Al comparire di tante forze i Milanesi stavano armati tranquillamente rimirandole dalle loro fortificazioni:[399] _Stabant armati supper vallum, nihil omnino strepentes; dubium, principis advenientis aspectus utrum hanc reverentiam, et huius silentii disciplinam, an metum universis incusserit_, dice Radevico, lib. I, cap. XXXII. Una tanto spaventosa unione di forze non si impiegherebbe al dì d'oggi per acquistare una città presidiata da soli cittadini. Un esercito assai minore basterebbe, e coll'assedio, ovvero con un impetuoso assalto se ne renderebbe padrone; ma allora la polve per anco non era conosciuta (la più antica memoria della polve ascende sino alla pubblicazione dell'opera: _De nullitate Magiae_, in Oxford, fatta da Rugiero Bacone circa l'anno 1260, cioè quasi un secolo dopo i tempi de' quali tratto; e il più antico uso della polve nella guerra seguì l'anno 1346 nella battaglia di Crecy, come ci attestano Larrey e Mezzerai. Il re d'Inghilterra Edoardo scompigliò i Francesi con cinque o sei cannoni; ciò accade più d'un secolo e mezzo dopo Federico). Troppo era ardua impresa il venire a cimento contro gli assediati, i quali, dalla sommità del terrapieno, scacciavano nella larga fossa gli aggressori prima che ad essi potessero nemmeno accostarsi, e perciò:[400] _Divisis, ut dictum est, inter principes exercitus portis Civitatis, singuli eorum festinare, parare, sudibus, palis aliisque propugnaculis castra munire, propter improvisos hostium incursus, decertabant. Neque enim vineis, turribus, arietibus, aliorumque generum machinis tantam civitatem attentandam putabant. Sed longa potius obsidione fatigatos ad deditionem cogi, vel si foras propter fiduciam multitudinis erupissent, proelio superatum iri_[401]. Si aspettò adunque che il tedio e i maneggi inducessero i Milanesi alla resa, e non ardì Federico di sottometterli colla forza. Questi fatti, trasmessici da un tedesco, nemico del nome italiano, e panegerista dell'imperator Federico, provano abbastanza che Milano in quel tempo era una repubblica, piccolissima per la sua estensione, ma di una forza e di un ardimento maravigliosi; e se ella avesse avuta tanta sapienza, quanto ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe più simile alla romana. Lo storico nostro Sire Raul ci parla di varie scorrerie che i Milanesi fecero su i nemici, col rappresagliar ai medesimi molti cavalli:[402] _Interea milites Mediolani egrediebantur de civitate, et auferebant scutiferis exercitus roncinos, et tantos abstulerunt, quod roncinus quatuor solidis tertiolorum vendebaturj_; e il Radevico, che scrisse i fasti dell'imperator Federico per comando di lui, e in conseguenza non è mai sospetto di parzialità per i Milanesi, descrive varie sortite da essi fatte; ed una singolarmente caduta sopra il conte palatino del Reno, e sul duca Federico di Svevia:[403] _Apertis portis cum pugnacissimis egressi, disjectis custodibus, usque ad jam dictorum heroum castra excurrunt, oppugnant, sauciant. Alemanni, ubi hostes adventare senserant, inopinata re, ac improvisa primo perculsi_ (l'affare era di notte) _alter apud alterum formidinem simul, et tumultum facere: deinde alius alium appellare, hortari, arma capessere, venientes excipere, instantes propulsare: clamor permixtus hortatione, strepitus armorum, etc._, e conchiude che, accorsovi poi il re di Boemia coi suoi, e così resasi più vasta l'azione, i Milanesi, non potendo reggere a tanti, ritornarono nella città[404]. Questo fatto, altrimenti in parte, lo descrive la cronaca del canonico Vincenzo da Praga, che si legge nel libro del P. Gelasio Dobner[405]. Secondo detto cronista la sortita fatta dai Milanesi non fu di notte, ma[406] _circa horam vespertinam... fit pugna ex utraque parte: fortissimi caeduntur milites, nec hi vincuntur nec illi. Videns autem praedictus princeps se eis sufficere non posse, ad regem Bohemiae plurimos mittit nuncios, rogans ut ei sua subveniant militia_; dice poi che il re accorse co' suoi e piombò addosso ai Milanesi:[407] _Mediolanenses pro libertate adversariis suis fortissime resistunt; ex utraque parte fortissimi caeduntur milites. A vespertina hora usque ad crepusculum durat praelium. Mediolanenses tandem, plurimis amissis, et captis, Bohemorum ictus non valentes sustinere, inter muros se retrahunt, quos Bohemi victores, usque ad ipsas portas caedentes, insequuntur. Interea nox praelium dirimit._ Questo autore era presente, quindi il di lui racconto pare più verisimile; poichè di notte non poteva tentarsi un'operazione, quando si combatteva, come allora, in mischia. Altra uscita fecero i Milanesi per testimonianza dello stesso autore tedesco e panegirista dell'imperatore Federico, contro il duca d'Austria, che s'avanzava per attaccare una porta della città:[408]_ Mediolanenses quippe, molitiones nostrorum praesentientes, ignominiam judicabant si pares, imo plures multitudine, minori animo venientibus non occurrerent_[409]; e allora pure furono respinti. La più fortunata azione ce la descrive lo stesso Radevico[410], quando uscirono i Milanesi contro una schiera di mille volontari, comandati dal conte Ekeberto di Rutene, che, dopo un ostinato conflitto, vennero fugati coll'uccisione del conte e di varii altri nobili imperiali. Osserva però lo stesso Radevico, come dalla porta che era bloccata dall'imperatore (ed era quella del _Buttinugo_, ora detto _Bottonuto_, e il conte Giulini la crede posta al ponte dell'Ospedale), i Milanesi non ardirono mai di presentarsi, o per timore o per riverenza, verso la persona dell'imperatore:[411] _Sed nec ad portam, ubi militia principis obsidionem celebrabat, excursus facere, dubium an metu, an reverentia imperatoris cohiberentur_[412]. Tentarono gl'imperiali di prendere la città di assalto, e potè loro riuscire di porre il fuoco ad una porta ed al bastione vicino, combustibile, perchè composto di fascine e travi, che rassodavano la terra e la munivano al di fuori; ma furono vigorosamente respinti, e il colpo andò a vuoto. Ciò nondimeno fa meraviglia come dopo un mese di blocco la città si rendesse; e non è facile il persuaderci come questa dedizione fosse allora cagionata dalla fame e dalle malattie, siccome varii scrittori asseriscono, appoggiati al testimonio di Radevico[413]. Non è da credersi che i Milanesi da lungo tempo prevenuti dell'odio dell'imperatore, e che con prodigioso dispendio ed ardimento avevano premunite le abitazioni colla linea di circovallazione, avessero preparato così poco ne' magazzini, da penuriare dopo di un mese; nè è da credersi che un morbo contagioso ponesse tanta desolazione da obbligare in quattro settimane alla dedizione una città non ancora offesa da macchina o assalto nemico; tanto più che di questa supposta pestilenza, la quale avrebbe dovuto comunicarsi al campo nemico, nessuna menzione se ne fece poi; e il canonico Vincenzo di Praga, che era presente a questi avvenimenti, non scrive nè della fame nè d'altra malattia, se non che:[414] _Foetor cadaverum intolerabiliter ex utraque parte omnes cruciabat exercitus ita quod jam plurimi plurimis cruciabantur aegritudinibus_[415]. L'autore medesimo ci avverte che il patriarca d'Aquileia Peregrino, il vescovo di Praga Daniele, il vescovo di Bamberga Everardo aprirono i discorsi di pace co' Milanesi, e Radevico ci attesta che l'autore di questa dedizione de' Milanesi fu il conte Guido di Biandrate; eccone le parole:[416] _Hujus auctor negocii dicitur fuisse Guido comes Blanderantensis, vir prudens, dicendi peritus, et ad persuadendum idoneus. Is, cum esset naturalis in Mediolano civis, hac tempestate tali se prudentia et moderamine gesserat, ut simul, quod in tali re difficillimum fuit, et curiae charus, et civibus suis non esset suspiciosus_[417]. Questo conte Guido di Biandrate, per testimonianza del conte Giulini, era generale della milizia de' Milanesi[418]. La maggior parte del Novarese era sua, ed esposta alle invasioni degli imperiali. Il carattere e la fede di questo conte, anche prima in un fatto co' Pavesi, si resero soggetto di dubitazione, e sembrò che, comandando i Milanesi, li disponesse per essere battutti[419]. L'imperatore poi sempre se lo ebbe caro, l'adoperò in molte commissioni, creò arcivescovo di Ravenna suo figlio, e fu perfino trascelto, insieme col cancelliere imperiale, per obbligare gl'infelici Milanesi esuli dalla patria a sborsare nuovi tributi[420]. Posta tutta questa serie di fatti, io credo che senza pericolo di oltraggiare indebitamente la memoria di lui, sospettar si possa aver egli sacrificata la patria alla personale ambizione. I patti della resa furono: 1.º I Lodigiani e i Comaschi nel governo civile saranno indipendenti dai Milanesi; 2.º i Milanesi giureranno fedeltà all'imperatore; 3.º fabbricheranno un palazzo imperiale; 4.º pagheranno novemila marche d'argento; 5.º daranno ostaggi; 6.º i consoli saranno eletti dai Milanesi, ma approvati dall'imperatore; 7.º nel palazzo imperiale risederanno i legati cesarei, e giudicheranno le liti; 8.º si restituiranno i prigionieri; 9.º saranno dell'imperatore la zecca e le regalie; 10.º saranno assoluti dal bando imperiale i Milanesi, tosto che dai Cremaschi siano pagate centoventi marche; 11.º eseguito ciò l'imperatore partirà fra tre giorni, e tratterà da amico i Milanesi e le cose loro; 12.º i Milanesi eseguiranno i loro patti con buona fede, quando non siavi impedimento legittimo, ovvero il consenso cesareo non li dispensi; 13.º potranno i Milanesi imporre una colletta per pagare la somma convenuta, e chiamare in contributo quei che solevano, eccetto i Lodigiani e i Comaschi, e alcuni del contado del Seprio, i quali, poco prima, avevano giurata fedeltà all'imperatore[421]. Così Milano si rese, il giorno 7 settembre 1158, all'imperatore Federico.

Questo avvenimento non fu veramente nè di gloria all'imperatore, nè di biasimo a Milano. Con un'armata immensa, atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi una città abbandonata, e sola in mezzo a tanti e sì potenti aggressori. Nè l'imperatore, scortato di tanti e sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigor militare che caratterizza un gran generale. Non pose assedio, non attaccò le fortificazioni, non usò dell'impeto, ma con mezzi industriosi, e probabilmente colla seduzione del comandante, acquistò la città. Questo avvenimento pure ci mostra quanto imprudente sia stata la scelta del conte Guido, che i Milanesi vollero avere per loro generale. Si trovano, è vero, delle anime nobili, più sensibili alla gloria che a qualunque altro bene presente, capaci di un generoso entusiasmo che faccia loro trovare il massimo interesse nelle azioni virtuose; ma furono sempre mai rare, e ne' secoli barbari singolarmente. In ogni tempo poi imprudentemente si pone un uomo nell'alternativa o di essere un eroe, o di sacrificarci. Se la capitolazione pose Milano nella dipendenza, però l'imperatore riconobbe nella città una esistenza civile con quest'atto medesimo, perchè capitolò, e perchè si obbligò a partirsene, e lasciò il reggimento della città ai consoli; nè proibì ai Milanesi il governo della loro città, o la facoltà della pace e della guerra. Se la città fosse stata resa suddita, si sarebbe posto un conte a governarla a nome dell'imperatore, si sarebbe abolita la nuova magistratura de' consoli nata colla Repubblica; e si sarebbe espressamente proibito di contrarre mai più leghe o far guerre, come da un secolo e più s'andava facendo. L'articolo della zecca è pure meritevole di osservazione. Ho già accennato che di monete battute in Milano prima di Federico non ve ne sono, se non col nome dell'imperatore o re d'Italia; che le monete della Repubblica mancanti del nome del sovrano hanno l'immagine di sant'Ambrogio, colla mitra, ornamento che prima di Federico non fu generalmente in uso. Dopo gli Ottoni, dei quali abbiamo le monete, non ho altre monete della nostra zecca, che di Enrico, non ben sapendosi se del primo, secondo, terzo o quarto; ma nè dei Corradi, nè di Lottario II non ne ho; nè alcuno ne ha pubblicate; e perciò sembra verosimile che da molti anni la zecca di Milano fosse oziosa, appunto perchè la nuova Repubblica non osasse di sottrarsi interamente da ogni protezione dell'Impero coll'omettere il nome augusto nel conio, e nemmeno volesse espressamente confermarsi dipendente col riporvelo. Conservo bensì alcune monete dell'imperatore Federico coniate in Milano, e sono pubblicate in più opere. Così quel sovrano, richiamando a sè la moneta, ravvivò anche nel conio la soggezione dalla quale ci eravamo col favore dei tempi sottratti.