Part 17
(1127) Dopo avere per tal modo rovinati i Lodigiani, ci siamo rivolti a danneggiare i Comaschi, i quali, col favore d'un paese montuoso, disputarono per alcuni anni, ma finalmente, superati dai Milanesi, videro la toro città e i sobborghi distrutti l'anno 1127. Co' Pavesi parimenti ai mosse la guerra; e nel 1152 ci riuscì di dar loro una rotta a Marcinago: ma la città loro, munita di antiche e solide fortificazioni, fu un ricovero sicuro per essi. Attaccammo briga coi Cremonesi, e nel 1157 c'impadronimmo del castello di Zenivolta, e femmo prigioniero il vescovo di Cremona Uberto, che era _armato con l'usbergo come un Paladino, e, inanimando i suoi alla battaglia, si era spinto contro uno de' nostri, e stava terminando di ammazzarlo_[362]. Tale era la strana condotta di una nascente Repubblica, che doveva saggiamente premunirsi contro le fondate pretensioni dell'impero, collegandosi e rendendosi amiche le altre città. Questo errore lo vedremo poi punito da Federico, e la punizione fu meritata. Lo stato della prosperità è il più funesto di tutti per una città che diventi libera dopo di avere sofferta la servitù. Nella loro infanzia le repubbliche hanno bisogno d'essere circondate dai pericoli per obbligare i cittadini ad accostarsi fra loro, e prendere cura incessante degl'interessi comuni. Se questi manchino, non vi è più quel principio che può solo formare un sistema capace di reggere alla prosperità; vi vuole un nemico e un comune pericolo per acquistare un interesse e un sentimento comune, e così animarsi la repubblica.
La Germania era divisa in fazioni, e l'imperatore aveva i suoi nemici, i quali vedevano volontieri che gl'italiani non gli obbedissero. Fra questi eravi l'arcivescovo di Colonia Federico, il quale scrisse alla repubblica di Milano una lettera che comincia così:[363] _Consolibus, capitaneis, onmi militiae, universoque mediolanensi populo. — Civitas Dei inclita, conserva libertatem, ut pariter retineas nominis tui dignitatem, quia quamdiu potestatibus Ecclesiae inimicis resistere niteris, verae libertatis auctore Christo Domino adjutore perfrueris_[364]. E in questa lettera ci avvisa come i principi della Lorena, della Sassonia, della Turingia e di tutta la Gallia (membri dell'Impero, come lo erano i Milanesi) si erano, al paro di noi, determinati di voler vivere liberi; e che tutti erano pronti a collegarsi con noi, ad assisterci; su di che aspettava il riscontro. Non ci rimane poi notizia alcuna se questa opportunissima offerta sia stata accettata; anzi dai fatti accaduti dappoi si può presumere che se ne lasciasse sfuggire l'occasione. Insomma Milano era una repubblica; era già forte e prepotente nella Lombardia; ma l'uso incautissimo che faceva della forza sua, eccitava l'invidia e l'odio delle altre città: odio ed invidia superflue, sin tanto che la dignità imperiale passava da un principe debole a un altro debole, ma rovinose disposizioni al movimento in cui fosse eletto imperatore un principe di animo e di forze robusto.
Morì in Germania l'imperatore Enrico IV l'anno 1125; e venne eletto per successore Lottario, duca di Sassonia, il quale fu poi Lottario III re d'Italia, e Lottario II imperatore. Alcuni signori tedeschi avevano protestato contro di questa elezione, la quale si pretendeva fatta per maneggi della Francia; e Corrado, duca di Franconia, del casato di Stauffen-Suabe, fu uno dei più malcontenti. Conviene dire ch'ei praticasse delle secrete intelligenze co' Milanesi per togliere almeno il titolo di re d'Italia a Lottario. Certo è che Corrado, nel 1128, se ne venne a Milano per la strada di Como; che fu acclamato re d'Italia, e incoronato prima in Monza, poi a Milano in Sant'Ambrogio. Sceso Lottario in Italia, si confederò colle città di Lombardia, nemiche de' Milanesi, affine di umiliar Milano. Tentò d'impadronirsi di Crema, città amica de' Milanesi, ma non ebbe forze bastanti. Lottario non potè essere incoronato re d'Italia, e portossi a Roma, ove fu incoronato imperatore in San Giovanni Laterano dal papa Innocenzo II. Vi erano allora due che pretendevano la sovranità del regno d'Italia: Lottario, come imperatore; Corrado, come re incoronato d'Italia. Nello stesso tempo eranvi in Roma due, ciascuno de' quali pretendeva d'essere il vero papa; uno possedeva la chiesa di San Pietro, e l'altro quello di San Giovanni Laterano. Il papa di San Giovanni Laterano favoriva Lottario, lo riconosceva per solo legittimo re d'Italia, e scomunicava l'arcivescovo di Milano, perchè aveva incoronato Corrado: il papa di San Pietro mandava il pallio al nostro arcivescovo. La origine di questi due papi fu che, essendo spirato Onorio II, sommo pontefice, il 14 di febbraio 1130, nel giorno medesimo, sedici cardinali de' più famigliari del defunto pontefice e dei più assidui nell'assisterlo all'ultima malattia, prima che fosse pubblicata la di lui morte, elessero Gregorio canonico regolare lateranense, cardinale diacono di Sant'Angelo, che prese il nome di Innocenzo II. Il maggior numero de' cardinali, intesa che ebbe quest'elezione, si radunò in San Marco, e creò papa Pietro di Leone, che prese il nome di Anacleto. Furono e l'uno e l'altro nello stesso giorno consacrati ed intronizzati. Innocenzo occupava San Giovanni Laterano; Anacleto aveva il partito più forte, e risedeva in Vaticano. I Milanesi erano per Anacleto e per Corrado; Lottario era per Innocenzo. Facilmente ognuno comprende qual confusione e quanti partiti dovevansi formare in mezzo ad un simile inviluppo di cose. San Bernardo fu quello che sedò i partiti, e fece riconoscere anche in Milano per vero papa Innocenzo II, e per vero re d'Italia Lottario. Si erano già domiciliati in Milano dei frati instituiti da San Bernardo. Il santo sosteneva papa Innocenzo, e l'arcivescovo di Milano, Anselmo Pusterla, aveva coronato Corrado, e aderiva ad Anacleto. Cominciarono in Milano i partiti contro dell'arcivescovo per deporlo. Quegli ordinari e decumani che erano pel papa Innocenzo II, per preparare delle insidie all'arcivescovo, distribuirono il loro denaro ai giurisperiti ed ai militari; e dalla disputa l'arcivescovo fu costretto ad entrare nel pubblico arringo, ove Stefano Guandeca, arciprete, lo accusò come eretico, spergiuro, sacrilego e reo d'altri delitti; giurò per convalidare l'accusa, e si esibì a provarla avanti ad alcuni vescovi suffraganei. Comparvero i vescovi, e seco loro comparvero pure molti vestiti in una nuova foggia con rozze lane e col capo raso; e questi, verisimilmente, erano i nuovi monaci di San Bernardo, che il popolo considerava come angeli del cielo. L'arcivescovo, vedendo costoro, rivolto al popolo, si pose a dire: che tutti quei che comparivano vestiti con quelle cappe bianche e bigie, erano tutti eretici. Da ciò ne nacque una zuffa, nella quale non fu però vinto l'arcivescovo; ma poi, mediante il denaro sparso dal contrario partito, fu scacciato dalla sua Sede. Quindi abbandonato Anacleto, Milano riconobbe il papa Innocenzo II. L'avvenimento ce lo descrive Landolfo il Giovine colle seguenti parole:[365] _Ordinarii itaque, et decumani sacerdotes, et caeteri faventes papae Innocentio Secundo, et insidias perpatrantes hujusmodi archiepiscopo suas pecunias effuderunt, et ipsas legis et morum peritis atque bellatoribus viris tribuerunt. Unde ipse archiepiscopus compulsus est intrare popularem concionem, ut ibi decertaret cum suis excomunicatis de excomunicatione. Cumque ipse expectaret sagittas de justa aut injusta excomunicatione, Nazarius primicerius, mirae calliditatis homo, per prolixum sermonem cunctae concioni induxit fastidium. Archipresbyter autem Stephanus, qui cognominatur Guandeca, videns primicerium suum fastidiose fore locutum, vocem suam exaltavit, et contra archiepiscopum sic ait: Hoc quod isti nolunt tibi dicere ego dico: tu es haereticus, perjurus, sacrilegus, et aliis criminibus quae non sunt hic notanda, es reus. His auditis ex improviso, archiepiscopus obstupuit. Archipresbyter vero ille habens textum Evangeliorum ad manum, continuo juravit, quod ipse de istis rebus, quas dixerat esse in isto Anselmo, qui dicitur de Pusterla, in judicio episcopi novariensis et albanensis, qui sunt de suffraganeis Ecclesiae Mediolani, staret. Consules itaque Mediolani, in concordia utriusque partis, statuerunt ut ipsi et alii suffraganei venirent. In statuta itaque die non solum suffraganei, sed quamplures pure induti rudi et inculta lana, et rasi insolita rasura, concurrerunt. Cumque archiepiscopus iste Anselmus vidisset eos constare et populo quasi essent angeli de coelis, ad ipsum populum ait: omnes illi quos hic videtis cum illis cappis albis et grisiis, sunt haeretici. Inde simplices, et compositi, ad expellendum, bellum commoverunt. Veruntamen gladio Anselmi in die illa resistere non potuerunt. Sed mediante nocte, per expansam pecuniam, manus primicerii, et presbyteri Stephani fortissima, in summo diluculo ipsum Anselmum a sede compulit._[366] Questi monaci, seguaci di san Bernardo, molto operarono per fare che Milano abbandonasse papa Anacleto e il re Corrado; e riconoscesse papa Innocenzo e l'imperatore Lottario: e san Bernardo medesimo moveva tutta questa rivoluzione, e come dice Landolfo il Giovine al luogo citato:[367] _Ad haec peragenda, papa adeo idoneum angelum habuit, sicut Bernardus abbas Claraevallensis fuit._ Il santo abate venne in Milano, e fu con tanta venerazione accolto, che immediatamente divenne l'arbitro della città. Egli mostrava dispiacere che nelle chiese vi fossero ornamenti d'oro o d'argento, e i Milanesi cessarono di esporli:[368] _ad nutum quidem hujus abbatis, omnia ornamenta ecclesiastica, quae auro et argento paliisque in Ecclesia ipsius civitatis videbantur, quasi ab ipso abbate despecta, in scrineis reclusa sunt_[369]. Tutto venne a prendere quell'aspetto che insinuava quel celebre santo, al di cui cenno i popoli europei passavano a guerreggiare nell'Asia, e riconoscevano o abbandonavano i sovrani ed i pontefici. Tanto era il potere dell'opinione generalmente sparsa di lui! Il popolo di Milano, poichè era scacciato l'arcivescovo Anselmo Pusterla, accorse a san Bernardo, che stava alloggiato vicino a San Lorenzo, e con acclamazione lo voleva arcivescovo. Il santo aveva più vasti affari da reggere, e disse alla moltitudine, che nel seguente giorno egli si sarebbe posto a cavallo, e che se il cavallo l'avesse condotto lontano dalla città non sarebbe stato arcivescovo, e così appunto fece e se ne partì:[370] _Ego in crastinum ascendam palafredum meum, et si me extra vos portaverit non ero vobis quod petitis, ac sic a Mediolano recessit_[371]. Così Milano riconobbe papa Innocenzo e imperatore Lottario; e partito che fu san Bernardo, i suoi monaci, dice Landolfo al luogo citato:[372] _per civitatem euntes, collectam multam de auro et argento et rebus pluribus sibi fecerunt_, e con questi mezzi fondarono i due monasteri di Chiaravalle e di Morimondo, così nominati ad imitazione di due già stabiliti in Francia, i quali avvenimenti accaddero l'anno 1134. L'arcivescovo Anselmo, scacciato così dalla sua sede, per essere stato del partito di Anacleto s'incamminò verso Roma, dove Anacleto era riconosciuto per legittimo papa da un gran numero di persone, e risedeva, siccome dissi, al Vaticano; ma viaggiando, fu preso e consegnato a papa Innocenzo II, che trovavasi a Pisa per un concilio; e quel papa che possedeva, come già dissi, in Roma il Laterano:[373] _illum captum Romam misit, dice Landolfo, ibique, prout fama est, Anselmus ille, in eodem mense, in manu Petri Latri, qui procurator est Innocentii, vitam finivit._
Corrado sebbene fosse stato incoronato re d'Italia in Monza ed in Milano, vedendo di non avere forze bastanti a resistere, si piegò ai tempi, e riconobbe l'imperatore Lottario, e rinunziò ad ogni pretensione sul regno italico. Lottario, riconosciuto anche dai Milanesi, venne in Italia; e favorì i Milanesi nelle dispute che avevano co' vicini. Mentre il nuovo arcivescovo Roboaldo scomunicava i Cremonesi, l'imperatore Lottario li sottopose al bando imperiale; e, unite le forze degl'imperiali e de' Milanesi, si devastò il contado di Cremona, si prese Casalmaggiore, San Bassano e Soncino[374]: poi queste forze si rivolsero contro Pavia, la quale venne umiliata. Così assai incautamente i Milanesi, colla distruzione di Lodi e di Como, colla desolazione dei Cremonesi, e cogli insulti fatti ai Pavesi, si erano procurati dei nemici implacabili intorno le loro mura; e ne vedremo l'effetto nel capitolo seguente. Altro non mancava ad accendere il fuoco che doveva distruggerci, se non l'occasione d'un imperatore potente e voglioso di riacquistare la signoria d'Italia. Ma nè Lottario, nè Corrado istesso (che poi, nel 1138, colla morte di Lottarlo, fugli eletto in Germania per successore) ebbero forze per tentarlo. Corrado, obbedendo alle insinuazioni fattegli da san Bernardo a Spira, s'incamminò alla testa di una armata per la Terra Santa; dove il suo esercito fu interamente distrutto per la mala fede dell'imperatore Manuello Comneno e per il valor militare de' Saraceni. Lottario debolmente regnò fra i torbidi. Così la indipendenza della repubblica di Milano si andò rinfiancando.
La città di Milano, diventata opulenta e popolata nel secolo duodecimo, naturalmente doveva offrire agi migliori ad ogni cittadino. Non si discorreva più di adoperare per companatico il lardo, come vedemmo al capitolo quarto; ma pretendevano i canonici di Sant'Ambrogio che un abate, in certo giorno di solennità, desse loro un pranzo con tre imbandigioni, ed erano queste:[375] _in prima appositione, pullos frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam: in secunda, pullos plenos carnem vaccinam cum piperata, et tertullam de lavezolo: in tertia, pullos rostidos lombolos cum panatio, et porcellos plenos_; sorta di vivande che non ha saputo indicare cosa fossero l'erudito nostro conte Giulini[376], e che molto meno potrei io spiegare. Bastano però queste per dimostrare che si viveva con una sorta di abbondanza. Fra le cerimonie religiose vi era quella che il parroco andasse a lustrare coll'acqua benedetta la casa, da cui si era trasportato un morto; e che al Natale il parroco girasse per le case del suo distretto coll'incensiere a profumarlo. Quando si contraevano[377] _sponsalia de futuro_, cioè quando si faceva la promessa del matrimonio, si regalava alla sposa un anello, ovvero una corona, o un cinto, ovvero una veste o un drappo, ovvero un zendado; e qualora il matrimonio poi non si dovesse più fare, se lo sposo aveva dato un bacio alla sposa, non si doveva a lui restituire se non la metà del regalo:[378] _Si nomine sponsalitiorum annulus, vel corona, vel cingulum, vel quid simile, seu amictum, vel pallium, vel zendadum detur; matrimonio non secuto, medietas redditur si osculum intercesserit_: così le consuetudini di Milano dell'anno 1216. Dello stato delle lettere in quei barbari tempi pochissimo se ne può dire. Unicamente sappiamo che molti de' nostri giovani allora andavano in Francia a fare i loro studii; ed è assai probabile che le turbolenze interne alle quali era in preda la Repubblica, non permettessero quella placida educazione che è necessaria per avervi delle scuole e de' maestri utili. Fra i paesi vicini, il più tranquillo e indifferente per noi era la Francia, colla quale non avevamo più veruna politica relazione. Sotto Lottario s'erano scoperte in Amalfi le Pandette, e s'era risvegliato un fermento universale per lo studio della giurisprudenza. Il nostro Oberto dall'Orto fu distinto fra i dottori di quel tempo; e maestro Giovanni, pure nostro cittadino, fu un medico che ebbe molta parte nel far risorgere la facoltà che coltivava in Salerno. Egli scrisse in versi latini un trattato di medicina per Enrico I, figlio di Guglielmo il Conquistatore, re d'Inghilterra, che così comincia:
_Anglorum regi scribit schola tota Salerni_[379][380] ec.,
e sebbene la ragione umana fosse coltivata da pochi, e con poverissimo successo, se vogliansi paragonare que' lavori colle produzioni di secoli più felici; nondimeno dobbiamo accordare che ci eravamo scostati assai dall'ultima barbarie del secolo undecimo, quando ne' pubblici contratti si scriveva così:[381] _deveniat in potestatem abas ipsius monasteri sancti Ambrosii in perpetuis temporibus in eodem sanctum monasterio ordinatus fuerit... capella una... que ego noviter edificavi... in onore sancti Michaelis et Petri, consecratam ab domum Eribertus archiepiscopus_[382]. I cognomi cominciarono a formarsi nel secolo undecimo; e nel duodecimo erano generalmente praticati. Le maggior parte ebbero l'etimologia dai luoghi d'onde traeva origine, ovvero dimorava la famiglia. Vorrei poter descrivere le azioni de' nostri Bruti, de' nostri Orazi, de' nostri Scevola; ma non balena alcun lampo di virtù fra quei tempi ancora caliginosi; o se qualche uomo generoso e nobile visse allora fra noi, e produsse la sua virtù fuori dalle azioni della famiglia, questa trovò così poca elasticità negli animi altrui, che non ne rimase memoria. La sola religione era il mobile di ogni azione in que' tempi... sebbene questa mia proposizione non è esatta. La sola corteccia della religione moveva ogni cosa, e la vera religione era trascuratissima. Il mancar di fede, l'assassinare il distruggere, l'usurpare, il calunniare, l'opprimere, erano azioni comunemente praticate quasi senza ribrezzo. Dopo ciò, tutte le esterne pratiche del rito religioso erano osservatissime, e servivano di pretesto allo sfogo della feroce inquietudine de' nuovi repubblicani; poco degni in verità d'esser liberi per l'abuso che ne fecero a danno proprio e dei vicini.
CAPITOLO VII.
_Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I._
Il nome di Federico I imperatore, comunemente conosciuto col soprannome di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno sa che Milano fu distrutto da lui. Molte favolose tradizioni, come accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si ricorda come un barbaro. L'epoca di questo imperatore è stata funesta. Siamo stati avviliti; ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due epoche di somma umiliazione; le Forche Caudine e l'invasione de' Galli. Noi avemmo Uraja e Federico. Gli autori di Germania di que' tempi ne fanno un eroe; i nostri ne fanno un tiranno. L'unico partito ch'io prendo sarà quello di appoggiare il mio racconto singolarmente agli autori tedeschi che scrivevano in que' tempi; e credere di Federico tutto il bene che ne dicono i Milanesi, e tutto il male che ne dicono i Tedeschi. I primi autori che mi serviranno di guida saranno Ottone, vescovo di Frisinga, figlio di Leopoldo Pio, marchese d'Austria, e zio paterno dello stesso imperatore Federico; il quale, come esercitato, quanto in que' tempi potevasi, nelle lettere latine, scrisse i fasti del nipote, da lui animato a farlo: l'altro sarà il canonico di Frisinga Radevico, il quale, per ordine dello stesso imperatore, continuò que' fasti dopo la morte del vescovo Ottone[383]. Ivi si legge la lettera che l'imperatore diresse al vescovo suo zio, animandolo a scrivere e dandogli una traccia dei suoi fatti nell'Italia[384]; ivi pure si vede che il continuatore Radevico, dice di avere scritto per obbedienza al desiderio del defunto vescovo:[385] _Ejus jussu, pariterque divi imperatoris Friderici nutu_[386]. Sicuramente essi non hanno propensione per i Milanesi. Il terzo sarà il canonico di Praga Vincenzo, che accompagnò il suo vescovo in quella spedizione d'Italia, e fu presente alla maggior parte degli avvenimenti accaduti in Milano. La cronaca di Vincenzo fu data al pubblico per la prima volta nel 1764 dal padre Dobner, nel primo tomo dell'opera intitolata: _Monumenta Historica Boemiae_, stampata in Praga. Gli altri autori tedeschi, pubblicati nelle raccolte del Pistorio Nideno, del Menckenio, dello Struvio, dell'Ocfalio, mi serviranno pure di guida. Farò uso ancora de' nostri italiani Morena e Sire Raul, autori tutti contemporanei; ma unicamente pei fatti che non possono essere contrari all'imperatore; sebbene il Morena sia più imperiale di alcun altro. Sarò costretto a registrare più le parole altrui, che a scrivere le mie; ma i lettori che temono lo spirito di partito e che bramano di conoscere quanto si può la verità de' fatti accaduti, non mi sapranno mal grado se pongo sotto a' loro occhi piuttosto i pezzi interessanti degli autori originali, che scrivevano le cose dei loro tempi, anzi che un sempre incerto racconto negli argomenti contrastati. Questo è il solo partito che conviene allorchè s'entra a narrare una porzione di storia controversa.