Storia di Milano, vol. 1

Part 16

Chapter 163,498 wordsPublic domain

Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio fosse un uomo di carattere assai mite, e quantunque dovesse interamente la sua dignità al papa, cui era nella più esatta maniera sommesso; e quantunque l'autorità politica del metropolitano fosse di molto diminuita, ciò non ostante dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione, piacque a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua diocesi, e, seguendo lo spirito delle Crociate al principio del secolo duodecimo, si portasse a guerreggiare nell'Asia. Gerusalemme era già in potere dei cristiani. Non sembrava che vi rimanesse altro desiderio alla pietà dei fedeli, se non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo storico nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo da Boisio, e tale, che la gravità della storia corre pericolo nel raccontarla, cioè la conquista del regno di Babilonia. Eccone le parole dello storico:[324] _Anselmus de Buis, mediolanensis archiepiscopus, quasi monitus apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum, et in hoc studio praemonuit praelectam juventutem mediolanensem cruces suscipere, et cantilenam de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujusprudentis viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum, villas et castella eorum cruces susceperunt, et eamdem cantilenam de Ultreja, Ultreja cantaverunt_[325]. Questa canzone latina inventata allora aveva la frequente esclamazione _Ultreja_, che il conte Giulini crede, assai verisimilmente, essere un composto di _Eja! Ultra!_ come sarebbe _animo! avanti!_ eccitandosi così la gioventù lombarda a prendere le armi e passare nell'Asia[326]. Che questa crociata milanese, avendo alla testa l'arcivescovo Anselmo da Boisio, attraversasse l'Ungheria e si portasse in Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo morì, sembra cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa, è difficile il definirlo, tanto sono discordi gli scrittori. Orderico Vitale, scrittore di quei tempi, ci racconta che questo esercito si accostò verso Gerusalemme, e in una battaglia verso _Gandras_ fu malamente battuto, onde i fuggitivi si ricoverarono a Costantinopoli; ma i geografi non ci sanno dire in qual luogo trovisi questo _Gandras_. Radolfo, che scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava, ci lasciò scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto dai Saraceni sotto _Danisma_; ma nemmeno _Danisma_ si trova in nessuna carta geografica. L'abate Uspergense invece c'insegna che la battaglia seguì:[327] _contra terram Coritianam, quae est Turcorum patria_; ma nemmeno questa terra è conosciuta nella geografia; e la patria de' Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio, è nei contorni delle paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino e il Caspio, nelle vicinanze del Caucaso; parti del mondo assai sviate per coloro che dalla Lombardia cercavano di passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo Tirio, che è riputato il più sicuro scrittore di quelle guerre di Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo di Milano Anselmo, nè delle disgrazie del suo esercito. L'arcivescovo morì in Costantinopoli l'anno 1110, e Landolfo il Giovine ce ne indica la malattia; ei morì di tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio ce lo qualifica Landolfo il Giovine per un povero uomo, semplice, timido, e ironicamente lo chiama nel testo riferito:[328] _ad vocem hujus prudentis viri_. Probabilmente a queste disposizioni del di lui animo egli doveva la sua dignità. Questo moderatissimo prelato, se per il merito dell'obbedienza aveva animato i suoi a prendere le armi per combattere gli infedeli; poichè si vide affaticato da un assai lungo viaggio; trasportato in mezzo a popoli dei quali ignorava il costume e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti per trovare mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli; senza forza d'animo e senza aiuto; mi sembra naturale ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e che si sbandassero i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi rimasti, cui riuscì di trovare la strada ed i mezzi per rivederla. Coloro che rimproverano alla generazione vivente d'avere minor senno di quello che si osservava altre volte, esaminino queste epoche.

Nel principio appunto del secolo duodecimo lo storico nostro Landolfo Juniore, che è il solo autore contemporaneo, ci racconta un fatto prodigiosissimo; e ce lo descrive con circostanze cotanto minute e singolari, che sembra quasi ch'ei temesse l'incredulità nei posteri. Sinora il suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto è il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia, il vescovo di Savona Grossolano, come vicario dell'assente arcivescovo, reggeva la chiesa milanese. Giunta la nuova della morte di Anselmo, Grossolano ebbe un partito, e fu eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito il pallio, che il portatore, tenendo a guisa di stendardo, in cima del bastone, andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo il Giovine: _heccum la stola, heccum la stola_[329]; dal che vedesi che anche allora si parlava una lingua simile a quella che oggidì si parla. Eravi in Milano un prete che aveva nome Liprando. Egli era zio di Landolfo Juniore, e convien dire che fosse di genio piuttosto attivo, poichè ebbe tagliati il naso e gli orecchi in uno de' tumulti per la giurisdizione romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio VII prese questo prete sotto la speciale protezione della Santa Sede, e nella bolla gli scrisse:[330] _Tu quoque, abscisso naso, et auribus pro Christi nomine, laudabilior es qui ad eam gratiam pertingere meruisti, quae ab omnibus desideranda est, qua a sanctis, si persevereraveris in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis tui diminuta est, sed interior homo, qui renovatur de die in diem, magnum sanctitatis suscepit incrementum: forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis Canticorum gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum, filiae Hierusalem_; e poi dopo lo chiama[331] _martyr Christi_[332]. Il prete Liprando era titolare della chiesa di San Paolo in Compito. Appoggiato a questa bolla, pretendeva di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ciò nacquero dei dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accusò pubblicamente l'arcivescovo di simonia,[333] _per munus a manu, per munus a lingua, per munus ab ubsequio_[334]. La disputa andò tanto avanti, che vi furono partiti; si venne alle solite zuffe, e[335] _Grossolani turba, dimicans adversus primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii clericum lapide occidit_[336]. Fu perciò costretto l'arcivescovo Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse s'egli fosse legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco; e il prete Liprando si esibì di provare col giudizio di Dio, passando attraverso del fuoco, l'accusa che aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accettò con avidità questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo maravigliosissimo. La curiosità di vedere un miracolo generalmente eccitò l'impazienza di ognuno; e fu avvisato il prete Liprando di apparecchiarvisi: e il fatto ce lo descrive Landolfo nella maniera che dirò. Distribuì il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo nipote; e dispose che se egli morisse nel giudizio, quel che le fiamme avessero lasciato del suo corpo, venisse seppellito nella chiesa della Trinità. Sia ch'ei temesse falsa la simonia asserita, ovvero non sicuro il miracolo, egli credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiunò il prete due giorni; poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi nudi, portando la croce, da San Paolo in Compito venne a Sant'Ambrogio, e cantò la messa all'altar maggiore in faccia all'arcivescovo, che si era collocato sul pulpito con altri due personaggi. Forse in que' tempi il digiuno naturale, prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno, nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda,[337] _ante introitum missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit plenam phialam vini peregrini, et post haec, coelestem participavit mensam_[338]. Comunque sia di ciò, Landolfo non dice come celebrasse la messa quel prete sospeso dal suo ufficio: ci dice però che l'arcivescovo, poichè la messa fu terminata, prese a dire così: Aspettate, che con tre parole convincerò quest'uomo; indi, rivolto al prete: Hai asserito, gli disse, che io sono simoniaco, ora dichiara soltanto, se il puoi, qual sia la persona a cui io abbia donato. Il prete si collocò sopra un sasso elevato che era nella chiesa, e indicando il pulpito: Vedete, disse al popolo, vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi col loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo che con quel danaro istesso che il diavolo gli suggerì di adoprare per comprarsi l'arcivescovato, possono aver occultata la verità e togliermi i testimonii; e per ciò ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna. Il dialogo continuò qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo di vedere questo prodigio, si udì gridare perchè venisse al cimento il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno per il terzo giorno, ed avesse fatto un lungo cammino, balzò dal sasso e si portò co' suoi paramenti avanti l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale erano disposte due cataste di legna di quercia, ciascuna delle quali era lunga dieci braccia, alte entrambi più di un uomo, e similmente larghi, e distanti l'una dall'altra un braccio e mezzo. Anzi nel viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di legna tratto tratto, per renderne più lento e difficile il passaggio. Poichè il prete e l'arcivescovo furono fuori dell'atrio, l'accusatore prese l'arcivescovo per la cappa e disse:[339] _Iste Grossulanus, qui est sub ista cappa, et non de alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani_[340]. Ciò fatto, l'arcivescovo non volle star più presente, montò a cavallo, e se ne partì. Arialdo da Meregnano, amico dell'arcivescovo, teneva frattanto il prete, acciocchè ei non passasse, sin tanto che il fuoco non fosse bene acceso; e il fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe offesa la mano. Allora dissegli: Prete Liprando, mira la tua morte, piegati all'arcivescovo e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla maledizione di Dio. Il prete rispose a lui:[341] _Sathana, retro vade_, poi si prostrò a terra, fece il segno della croce, ed entrò fra le cataste ardenti. La fiamma si spaccava avanti di lui, e si riuniva tosto che era passato; passò sopra i carboni, come se fosse arena, due volle recitò in quel passaggio:[342] _Deus, in nomine tuo salvum me fac, ed in virtute tua libera me_, e nella terza volta, alla parola _fac_, si trovò sano dall'altra parte del fuoco, senza danno alcuno nella persona, o nei lini del camice, o nella pianeta. Così il nipote Landolfo ci racconta il fatto.

Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia da chi scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con quello che Desiderio, abate di Monte Cassino, asserisce accaduto in Firenze, che non si potrebbe giudicare quale dei due fosse l'originale e quale la copia; se quello di Toscana non fosse stato collocato quarant'anni prima di questo di Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si accusava quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla prova del fuoco; si prepararono due cataste lunghe dieci piedi, alte e larghe cinque, distanti appunto un piede e mezzo. Le misure sono le medesime nel numero, sebbene da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi passò illeso un monaco Giovanni Aldobrandino, che fu poi chiamato Giovanni Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima. Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo, ovvero al buon senso, io abjurerò la prima: nè crederò che la novità abbia operato un portento per approvare una temerità solennemente riprovata dalla Chiesa in più concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non sarebbe stato possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano pel sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero a deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo ci avvisa che:[343] _praesentia episcoporum suffraganeorum huic legi et triumpho favorem integre non praebuit_[344], e il popolo istesso, pochi giorni dopo, cambiossi di parere sul preteso miracoloso passaggio:[345] _turba tristis de casu et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem post paucos dies scandalizavit_. Ci narra di più lo stesso autore che in quella occasione il prete ebbe offesa bensì una mano dal fuoco, ma che se l'abbruciò prima di passarvi; che ebbe anche male a un piede, ma che ne fu cagione un cavallo da cui fu calpestato. La verità sola che oggi possiamo sapere è, che il fatto, come ce lo racconta Landolfo, non è vero. Se qualche fatto simile vi è stato, conviene allargare il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre il prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora con una mano ed un piede offesi potremo accordare i due fenomeni, il fisico ed il morale. Se poi il racconto fosse imitato da Landolfo dall'altra favola toscana, per vanità di raccontare cose prodigiose, e per farsi nipote di un taumaturgo, allora ne sarebbe ancora più semplice la spiegazione. Nè sarà questa un'accusa troppo severa che noi faremo all'ingenuità di questo storico, il quale ci vuol far credere che un angelo sia venuto ad avvertirlo che il di lui zio Liprando era ammalato:[346] _Mihi angelus occurrit dicens: presbyter Liprandus, rediens a Valtellina, infirmus jacet ad monasterium de Clivate_[347]: asserzione sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro conte Giulini, che «sarebbe stato desiderabile che lo storico ci avesse additato i segni pe' quali egli s'avvide con tanta sicurezza, che quello era un angelo[348]». Tutti i nostri autori però, ciecamente appoggiati all'asserzione del solo Landolfo, hanno creduto vero un tal prodigio; e nemmeno il nostro conte Giulini si è voluto segregare. Sarebbe stato veramente desiderabile che avessero seguita l'opinione piuttosto dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice. Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di affrontare una lunga tradizione per annunciare la verità, i di cui dritti non si prescrivono giammai; ed è costretta la storia a raccontare di tali inezie, qualora sieno generalmente credute.

Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continuò l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignità, sebbene con un partito contrario. Il papa lo considerò arcivescovo legittimo, e non cessò d'esserlo, se non quando, portatosi egli, nel 1111, a Costantinopoli, se gli elesse in Milano un successore. Morì frattanto in Germania l'infelice imperatore Enrico III; ciò avvenne l'anno 1106. Corrado, di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato da una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo titolo per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde. Anche l'altro figlio Enrico si trovò modo di farlo ribelle al padre. Non si può rinunziare ai sentimenti dell'umanità e della natura più freddamente di quello che fece questo figlio Enrico, che il padre aveva già fatto suo collega nel regno di Germania. Io ne racconterò l'avvenimento colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce. «I vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma dell'imperatore erano veramente cose orribili a chi le considerava; ma pure dovevano con pazienza tollerarsi da un suddito, e molto più da un figliuolo. Per quanto la storia della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo imperatore e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro dì lui, quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a compassione e pietà. Altro io non dirò, se non che il misero principe, spogliato a forza de' reali ornamenti, pentito de' commessi delitti senza poter ottenere dal legato apostolico la desiderata assoluzione, prosteso a' piè del figlio senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente da disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie, alli sette di agosto del corrente anno 1106 terminò in Liegi di puro cordoglio la vita. Così castigò Iddio i suoi delitti in vita»[349]. I delitti di questo principe sono di non aver voluto rinunziare alle investiture de' vescovi, che avevano goduto i suoi antecessori. Le sue buone qualità furono la generosità, la giustizia e il valore. Non rapì l'altrui, non insidiò alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudeltà. Egli comandava in persona la sua armata; si trovò in sessantasei battaglie, e le vinse tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito. Il di lui figlio Enrico, che poi fu il quarto imperatore di questo nome, venne in Italia nel 1110; pretese dalle città lombarde l'antica obbedienza; trovò degli ostacoli, poichè erano già avvezze a reggersi da sè. Novara, fra le altre, non fu docile, e il re Enrico la incendiò; così fece a varie altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non adoperò il fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce maniera di guerreggiare mosse le altre città a cercare di guadagnarselo con denaro, con vasi d'oro e d'argento; ma la popolata e nobile città di Milano non gli fece regalo alcuno, nè in verun conto gli badò, come ci attesta il monaco Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della contessa Matilde con versi assai meschini:

_Aurea vasa sibi nec non argentea misit_ _Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:_ _Nobilis urbs sola Mediolanum populosa_ _Non servivit ei, nummum neque contulit aeris[350][351]._

Pareva che allora Milano ergesse già la testa sopra delle altre città del regno italico. Prestarono però i Milanesi assistenza ad Enrico, piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa fu di molti armati che lo accompagnarono a Roma per ricevervi la corona imperiale. È noto che Pasquale II, papa, pretese, prima d'incoronarlo, che rinunziasse al diritto di dare l'investitura ai vescovi. Ricusò Enrico di rinunziarvi, e pretese, non meno di quello che aveva fatto suo padre, di conservare questa ragione, posseduta dai precedenti augusti. Insisteva il papa; nacque in Roma una zuffa: i Lombardi, uniti coi Tedeschi, frenarono l'impeto de' pontificii, a segno che Enrico fece suo prigioniero il papa, lo condusse fuori di Roma, nè gli accordò la libertà, se non quando gli promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture come per lo passato. Ciò fatto, ei lo pose in libertà, e da esso fu incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il giorno 13 di aprile 1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire anche i Milanesi, de' quali varii ne perirono, e fra gli altri Ottone Visconti:[352] _Otho autem mediolanensis Vicecomes, cum multis pugnatoribus ejusdem regis, in ipsa strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus civitatem mediolanensem, et Ecclesiam_[353]. Questo Ottone è forse lo stesso reso immortale dai due versi del Tasso:

_O 'l forte Otton, che conquistò lo scudo,_ _In cui da l'angue esce il fanciullo ignudo_[354]

L'imperatore Enrico V, che aveva degradato suo padre per aver sostenuto le investiture dei vescovati, non solamente le sostenne ei medesimo, ma colla forza sulla persona istessa del sommo pontefice se le fece accordare. Nella costituzione che avevano presa le città italiche, non vi rimaneva più altra dignità che potesse conferire l'imperatore, se rinunziava alle investiture: e il titolo di re d'Italia, già diventato sinonimo di protettore piuttosto che sovrano, sarebbe stato colla rinunzia ridotto a una mera parola insignificante; come vi si ridusse in fatti undici anni dopo, colla cessione che ne fece. I Milanesi frattanto, inquieti, avvezzi alle fazioni, diretti da magistrati la nuova autorità de' quali era incerta, mancanti di un sistema civile che organizzasse la città, privi d'un regolamento che assicurasse la vita e le sostanze del cittadino, avevano ottenuto piuttosto una turbulente indipendenza, anzi che la libertà. Convien dire che allora o non vi fosse uomo capace di progettare una costituzione, ovvero che non venisse ascoltato. Avevamo impiegati i primi impeti nostri a lacerarci vicendevolmente colle civili dissensioni; i secondi impeti furon adoperati per rovinare i vicini meno forti di noi. La città di Lodi fu distrutta da noi quasi sotto gli occhi dell'imperatore Enrico, che ritornava da Roma dopo la sua incoronazione:[355] _Mediolanenses quoque, cum iste imperator per Veronam a Roma in Germaniam properabat, gladiis et incendiis, diversisque instrumentis, funditus destruxerunt Laudem, in Langobardia civitatem alteram._[356]. Un calendario antico, stampato nella raccolta _Rerum Italicarum_[357], dice:[358] _VII kal. (junii) MCXI capta est civitas Laudensis a Mediolanensibus_ (1111); e la cronica di Filippo da Castel Seprio dice:[359] _anno MCXI die VII ante kal. junii destructa est civitas Laudensis, et jacuit annis XLVIII._ Qual fosse il motivo che inducesse i Milanesi a simile crudeltà, non lo sappiamo. Il nostro Tristano Calchi così ne ragiona:[360] _De Laudis vero Pompejae eversione haud immerito prudens lector uberiora desideraverit: sed mecum transeat oportet, cujus in manus plura in eam rem, et si diligenter perquisiverim, non venerunt. Caeterum constat et duras leges et foedam servitutem victis impositam fuisse: dejectisque caeteris aedificiis, et urbis moenibus, vix agrestium similes vici, et pauperum tuguria miseris civibus, quae inhabitarent relicta; et pro magno commodo existimatum, quod vicum cognomine Placentinum reliquerint, in quo solitum mercatum octavo quoque die continuarent, sed nec rem alienare, matrimonia contrahere, post occasum solis in pubblicum prodire, certosve fines excedere inconsulto magistratu mediolanensi licebat; si quipiam paulo remotius sermones contulissent, continuo, novorum consiliorum suspecti, aere multabantur, aut fustibus caedebantur, quibus aerumnis indignati plurimi diversa exilia petere maluerunt, et perpetuo patriis finibus carere_[361]. La città di Lodi era fabbricata sopra di un fiumicello chiamato Silaro, fra l'Adda ed il Lambro: anche al dì d'oggi se ne vedono le vestigia al sito che si chiama _Lodi Vecchio_. La città di Lodi presentemente non dovrebbe più portare il nome di Pompeo, poichè deve la sua esistenza a Federico imperatore, che la fece fabbricare alle sponde dell'Adda, quattro miglia distante dalla città di Pompeo.