Storia di Milano, vol. 1

Part 15

Chapter 153,396 wordsPublic domain

L'arcivescovato di Milano restò vacante per circa sette anni, dopo la rinunzia fattane da Guidone: perchè Gotofredo non potè mai farne le funzioni per la potenza di Erlembaldo, che glielo impediva. Erlembaldo, di propria autorità, pretese di creare un arcivescovo, e innalzò a questo grado un giovane chiamato Attone.[297] _Herlembaldus_, dice Landolfo Seniore, _producens quemdam Attonem, sibique consentientem, coram omni multitudine, ore suo inclito elegit. Hoc videns majorum et minorum multitudo tam suorum quam adversarium, quae noviter fidelitatem imperatori juraverat, sumptis armis, magnoque praelio, Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis, archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit_: su di che veggasi il conte Giulini[298]. Papa Alessandro II tenne un concilio in Roma, in cui dichiarò scomunicato l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione di Attone, e nulla la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di quaresima del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano, e nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devastò più che mai; e queste deplorabili sciagure forse non a caso piombavano sulla città. Ad Alessandro II era succeduto Ildebrando, col nome di Gregorio VII. Egli non acquistò influenza maggiore di quella che in prima aveva da più anni: seguitò il sistema introdotto; nuovamente scomunicò l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato dai suffraganei; animò il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli ordinari celebravano l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo, colla forza, venne di mezzo ai sacri ministri, gittò a terra il Sacro Crisma, col motivo che fosse questo stato benedetto da un vescovo scismatico[299]. In mezzo a questo cumulo di strane miserie, i nobili finalmente, vedendo i mali giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse la loro patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla campagna ove, come dissi, stavano ritirati, presero il partito di ritornare unitamente in città, conducendo una buona scorta de' loro vassalli armati, per discacciarne Erlembaldo. Erlembaldo _armato di tutto punto sopra d'un generoso destriero_[300], preso il vessillo romano, si pose alla testa della sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella città per tal fatto meglio è l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo[301]:[302] _Eadem hora, post hoc insigne tropheum, cives omnes triumphales personant hymnos Deo, ac patrono suo Ambrosio, armati adeuntes ipsius ecclesiam. In crastinum, simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos confitentur alterutrum; absolutione vero a sacerdotibus, qui praesto aderant, celebrata, reversus est in pace populus universus ad propria. Hic jam apparet schismatis hujusce terminus, decem novem per annos semper ab ipsa radice pullulando protensi_. Pochi anni dopo Urbano II _riconobbe Erlembaldo per santo, e trasportò solennemente le sue reliquie_[303]. La Chiesa però non celebra la memoria di Erlembaldo, e di lui può liberamente la critica esaminare il merito e la virtù.

Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo avvenimento; si rivolse perciò Gregorio VII ad un altro partito. Primieramente egli sottrasse molti vescovi suffraganei dalla dipendenza dell'arcivescovo di Milano. Qualche leggiero distacco n'era già seguito in prima. Pavia, già fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei vescovo, come vescovo della città dominante, si era reso indipendente dal metropolitano[304]; indi Giovanni VIII, nell'874, aveva dilatata la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito della diocesi di Milano; ma Ildebrando sottopose Como al patriarca d'Aquilea; Aosta all'arcivescovo di Tarantasia; Coira all'arcivescovo di Magonza[305]. Così la dignità del metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente, per i maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da Gregorio VII, Milano si ribellò al re Enrico III, che allora era imperatore, per quei mezzi istessi pei quali se li ribellò Corrado II, di lui figlio; e così Milano, spontaneamente, e quasi per stanchezza di resistere, dopo trentatre anni di guerra, si rese soggetta a Roma, e l'arcivescovo divenne semplicemente il vicario del sommo pontefice. Se alla fine del capitolo primo indicai con quali riguardi i sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli arcivescovi di Milano, ora non potrò più riferire che scrivessero:[306] _Reverendissimo et sanctissimo confratri_, ma dirò che Urbano II, nel 1093, scriveva:[307] _Discretioni nostrae videtur quatenus, secundum praecepti nostri tenorem..... facias_[308]. Vero è che non per ciò immediatamente la creazione dell'arcivescovo potè appropriarsela il papa; per qualche tempo durò un resto di libertà nell'elezione. Ma i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de' suffraganei; e l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo Arnolfo venisse consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo, dal vescovo di Passavia e dal vescovo di Costanza. S'introdusse il rito che l'arcivescovo non portasse il pallio, se non ricevuto che l'avesse dal papa. In appresso si volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero dalla giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali, sino allora, erano stati a lui soggetti, come tutti gli altri ecclesiastici. Quindi si posero ad accordare delle indulgenze; e la più antica che ne ha ritrovata il conte Giulini è dell'anno 1099[309]. In séguito Genova venne sottratta all'arcivescovo e creata arcivescovato; Bobbio fu staccato dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente furono la maggior parte de' vescovi suffraganei o dichiarati dipendenti immediatamente dalla santa sede romana, ovvero incorporati con altre chiese arcivescovili. Così la gran mole della chiesa ambrosiana venne a rendersi assai meno importante, e in ogni sua parte interamente sommessa alla giurisdizione romana.

Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol so. Nessuna memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga accettata la proibizione di esercitare il sacerdozio a chi aveva moglie; anzi mi pare probabile che, rivoltesi le mire di Roma al punto della soggezione, poichè vide piegarsi le cose a seconda, non si volle insistere sopra un punto irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare il disegno. Pare che si avesse di mira d'obbligare piuttosto indirettamente al celibato coloro che dovevansi promuovere ai sacri ordini, anzi che instare e costrignere i sacerdoti ammogliati alla dura scelta o di perdere lo stato loro, o di abbandonare disonorata e senza condizione la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in Milano, pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato: _Gloria dei santi milanesi_. Questa sacra adunanza si tenne l'anno 1098. Il fine sembrò essere quello di consolidare il sistema dipendente da Roma, e di prescrivere una più santa disciplina al clero. In quel concilio si pronunzia l'esecrazione contro della simonia; e del matrimonio degli ecclesiastici non si parla:[310] _Sicut a sanctis patribus stactutum legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus, et in ecclesiarum beneficiis execramus, et ab ecclesia radicitus extirpare per omnia volumus_; così leggesi in quegli atti. Delle due riforme la più facile certamente non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti; anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che facevasi per le ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta difficoltà per abolirlo. O dunque questa legge contro la simonia è stata allora fatta, dappoichè in pratica erasi abolita la tassa unicamente per avvalorare sempre più la riforma; e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione uguale, sul non meno importante articolo del celibato, per rinfiancarne la perpetua osservanza, se già si era ciò ottenuto: ovvero la legge contro la simonia vogliam dire che supponesse ancora quella vigente; ed allora dovremmo supporre essersi disimpegnato senza strepito alcuno l'oggetto intralciatissimo dei matrimonii, prima che si abolisse una tassa, che poi non era difficile l'abolire; e che il concilio nessun pensiero si prendesse del pericolo che la opinione tanto ostinatamente sostenuta pochi anni prima, ritornasse a prender partito, il che non mi pare verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare una tolleranza per allora su quel punto di disciplina. Anzi mi sembra di ravvisare in quel concilio una legge che tende indirettamente al celibato degli ecclesiastici; quella cioè con cui si proibisce che nessun ecclesiastico possa godere qualsivoglia beneficio, se prima non rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal legge s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per non lasciare i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo:[311] _Statuimus etiam juxta sanctorum patrum instituta et primitivae ecclesiae formam, nullum clericorum ecclesiarum beneficia possidere, nisi, abrenuntiatis omnibus propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus sorte videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit, non ei clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia interdicimus._ Mi pare ancora più chiaramente provato che per allora si lasciavano al godimento dei loro beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro canone dello stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo passato alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli non fosse nemmeno cherico, così si minaccia la scomunica a chiunque in avvenire tentasse di usurparsi per successione i beneficii medesimi; il che fa vedere che alcuni beneficiati allora avevano i loro figli, e che v'era pericolo che continuassero i beneficii per eredità:[312] _Et quia nonnulli intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam laici per paternam successionem...... archidiaconatum, vel archipresbyteratum, cimiliarchiam, aut etiam aliquid de beneficiis ad ecclesiarum officia pertinentibus hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi nefanda cupiditate ductus, ecclesiam ulterius possidere tentaverit, et haereditate sanctuarium Dei obtinere praesumpserit, juxta profeticam vocem; quousque resipiscat, anathematis vinculo subjaceat._ Così quel sinodo. Se le nozze dei preti fossero state proscritte, è naturale che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i figli de' sacerdoti dichiarati illegittimi, e per questo titolo esclusi dai beneficii. Parmi adunque probabile che si lasciassero per allora vivere in pace i sacerdoti ammogliati, e che siasi poi introdotto poco a poco anche da noi il celibato, senza violenza, puramente colle ordinazioni date solamente ai celibi. Di fatti, nell'anno 1152, certo canonico di Monza Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritrovasi in quell'archivio, in pergamena segnata n. 4 (di cui ho avuta la notizia dal chiarissimo signor canonico teologo don Antonio Francesco Frisi, conosciuto per le erudite sue dissertazioni sulle antichità monzesi), ordina che se gli celebri l'annuale il dì della sua morte, e che il di lui erede[313]_persolvat omni anno in annuali meo canonicis et decumanis et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus uxorem, qui in annuali meo fuerint, per unumquemque canonicum denarios quatuor, custodibus et decumanis binos denarios_: e poi più sotto vi si legge:[314] _Si vero aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non fuerit in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem, et si aliquis habuerit uxorem, nolo ut habeat istam benedictionem._ Le quali parole sembrano assai concludentemente provare che sino alla metà del secolo duodecimo siasi continuata l'usanza di non escludere dagli ordini sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la soggezione della chiesa milanese alla giurisdizione di Roma, si cessò di perseguitare il matrimonio dei preti; e lentamente soltanto, e col favor del tempo, si dilatò la legge del celibato.

Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta una serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii, sacrilegi, profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto fu opera d'Ildebrando, che tutto architettò e diresse. Se risguardiamo il fine di togliere dalla Chiesa gli abusi nelle elezioni, ci si diminuisce in parte il sentimento contrario ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando da un altro canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto che immaginò. Egli forse considerava l'Italia, un tempo signora, manomessa dai Goti, dai Vandali, Longobardi, Saraceni e Greci; divisa come ella era, doveva ubbidire ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali, ora ai Bavari, ora ad altre straniere genti. Conveniva concentrare la forza d'Italia in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle un'esistenza. Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il tempo era opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza politica della Lombardia era principalmente collocata nei vescovi: sottomessi questi, era formata la romana potenza. L'oggetto era grande. Ma egli è giusto e ragionevole l'avventurare il riposo e la sicurezza della generazione vivente, che ha un diritto attuale di esistere bene, colla speranza incerta di procurare la tranquillità alle generazioni che nasceranno? È egli ragionevole e giusto un tal sacrificio, quando anche fosse sicuro il bene che procuriamo ai successori? Gli uomini che hanno fatto parlar di loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno mai esaminate bene simili questioni.

CAPITOLO VI.

_Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico I._

Si è veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore non si intromettesse mai nella lunga guerra civile per la giurisdizione di Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano della debolezza dell'imperatore per sottrarsi dalla soggezione del sovrano. Non solamente guerreggiavano per distruggersi, divisi in due fazioni, ma si arrogavano la facoltà di farsi degli alleati, di mover guerre, e così fecero nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de' Pavesi. Un pubblicista cercherà con qual diritto così pretendesse di operare una città suddita. Uno storico si limita a dire che mancava al sovrano allora la forza, come ne' secoli precedenti ella era mancata a questi popoli a fronte de' Longobardi, de' Franchi e dei Sassoni; e che in que' secoli non si conoscevano fra il sovrano ed i sudditi i dolci e potentissimi vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene però Milano si reggesse da sè, una apparente dipendenza del sovrano si conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico, le monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore, come fanno anche oggidì le città libere dell'Impero[315]. Oltre all'onore di porre il nome nelle monete, egli è certo altresì che l'anno 1075 i Milanesi vollero dipendere dal re Enrico per la elezione d'un arcivescovo. Guidone aveva rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo, siccome dissi: questi era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo non permise mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo ministero. Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva colle percosse costretto a rinunziare; non era mai stato ordinato; e il papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re Enrico, che nominò per arcivescovo Tealdo, milanese, che possedeva un ufficio nella sua reale cappella. Gregorio VII gli comandò che non ardisse di farsi ordinare se prima non veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e Attone; nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno fu consacrato solennemente, e posto nel suo ufficio, poichè Erlembaldo era stato ucciso. Il papa, in un concilio tenuto in Roma nel 1078, lo scomunicò insieme coll'arcivescovo di Ravenna; eccone la cagione:[316] _Thealdum dictum archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem Guibertum, inaudita haeresi et superbia adversus hanc sanctam catholicam ecclesiam se extollentes, ab episcopali omnino suspendimus, et sacerdotali officio, et olim jam factum anathema super ipsos innovamus_[317]. Più volte fu ripetuta la scomunica; ma non per ciò le funzioni di Tealdo vennero sospese. Ildebrando ebbe una superiorità senza esempio quando vide il re Enrico nel castello di Canossa, a piedi nudi, nel mese di gennaio del 1077, aspettare per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi, e implorare l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la scena nel 1084, quando Enrico s'impadronì di Roma, fece incoronare papa appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna, e ne scacciò Ildebrando, che, rifuggiatosi in Salerno, poco dopo terminò la sua vita. A questa impresa molto contribuirono i militi che l'arcivescovo Tealdo spedì in soccorso di Enrico.

(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore Enrico fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il quale abbandonò il partito imperiale, e interamente si collegò col partito romano. La famosa contessa Matilde sembrava che conservasse tutto lo spirito di Gregorio VII, a cui fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei fu sedotto Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio Corrado (1093). Un arcivescovo che doveva ad Enrico la sua dignità, che da lui non fu mai offeso, che doveva ai popoli servire d'esempio di rettitudine, consacra nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore e ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa Matilde, dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando le sacre cerimonie, abusando della religione.... Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo il secolo più illuminato e più felice in cui viviamo! Corrado, poichè in tal forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette dare il suo nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da Ro, e il legato romano elesse per arcivescovo Anselmo da Boisio, che ebbe il bastone pastorale dalla contessa Matilde, e il pallio dal papa; e si pose a esercitare il suo ministero senza dipendenza alcuna, nè dall'imperatore Enrico nè dal re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe della repubblica milanese: poichè, se in prima l'arcivescovo godeva, per l'eminenza del suo grado, una sorta di principato nella città; ora i nobili e la plebe, vedendolo ridotto all'obbedienza, poterono bensì conservare una rispettosa deferenza al di lui sacro carattere, ma non vi trovarono più quella distanza che l'opinione deve collocare fra chi obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della repubblica milanese, e con questa nuova magistratura si venne a formare una sovranità che rappresentava tutto il popolo[318], e si vennero ad abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo dovette subordinare a questo senato persino i decreti sinodali, acciocchè venissero confermati coll'acclamazione[319] _fiat, fiat_, quando piacevano. In fatti nel 1100 dovette l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati, perchè si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora venissero eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; quanto la loro dignità durasse, le memorie di quei tempi non ce lo insegnano. Certo è però che monete nè di Corrado nè col nome della Repubblica non ve ne sono; e che le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono sinora, sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica si considerò sempre sotto la protezione imperiale. Pochi anni dopo sappiamo che il numero de' consoli era diciotto, e talvolta anche maggiore. Sembra che questi consoli formassero il minore consiglio, sempre adunato e sempre attivo per reggere la città; e che negli affari di maggiore importanza questi consoli intimassero una generale adunanza del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed erano stati eletti dalle tre classi di cittadini, cioè dai _capitani_, i quali erano i nobili del primo ordine, dai _valvassori_, che erano nobili bensì, ma di minore autorità, e dai _cittadini_, che erano come il terzo ordine. Il numero dei consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle altre due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili[320], non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza, come in Roma, ne' comizi centuriati. La repubblica di Milano però era ben piccola allora, poichè la giurisdizione di lei si limitava a poco più della mera città; e la campagna che le stava intorno, formava diversi altri piccoli Stati indipendenti da lei, e così v'erano i conti del _Seprio_, i conti della _Martesana_ e altri distretti, che avevano un governo parziale e i loro consoli[321]; di che rimasero sino al 1781 le vestigia nelle diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del ducato, abolite or ora. Questo è tutto quello che sappiamo intorno la costituzione civile di Milano verso il principio del secolo duodecimo. L'autorità suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la giurisdizione alcuni giudici e messi che decidevano le controversie dei privati[322]. Ma il governo politico, la pace e la guerra, l'imposizione e riscossione de' tributi erano presso la città istessa. Landolfo il Giovine, parlando dell'anno 1112, così si esprime:[323] _Papienses et Mediolanenses statuerunt et juraverunt sibi foedera, quae nimium quibusdam videntur fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae auctoritate contraria; cum illi cives juraverent sibi servare se et sua contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum_; dal che pare che, collegandosi per difendere le cose loro contro qualunque uomo, tacitamente s'intendesse la disposizione di contrastare colla forza all'imperatore, qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati, o i tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de' contratti, testamenti, sentenze, ec., si soleva in prima porre il nome dell'imperatore o re d'Italia: _Regnante Domino nostro_, il tale. Al principio del secolo duodecimo non più si fece questa menzione. In una parola la costituzione civile di Milano allora divenne, siccome dissi, a un dipresso simile a quella d'una città libera dell'impero.