Part 12
La riconciliazione fra i nobili e i plebei era stata momentanea; e durava tuttora, come dappoi continuò, lo spirito di partito. Acciocchè il governo degli ottimati sia fermo, conviene che la costituzione ponga una distanza grande fra il ceto dei pochi, presso i quali sta il comando, e il vasto ceto di quelli che sono destinati alla passiva obbedienza. La loro persona deve comparire al popolo sacra e veneranda; ma conviene che ciascuno ottimate, al deporre che fa la toga e la pubblica persona, diventi popolare; e così la plebe ama i padroni, e riceve come un beneficio que' momenti ne' quali discendono con lei i magnati. Niente di questo eravi nella informe costituzione nascente di Milano. L'autorità de' magnati non aveva l'augusto appoggio delle leggi, e il loro costume, violento e duro, insultava il popolo, e lo indisponeva ad obbedire ad un'autorità incautamente adoperata. Morto appena il grande Ariberto si rinnovarono i partiti, e cominciò la plebe a pretendere di avere essa pure influenza nell'elezione dell'arcivescovo, dignità diventata assai più politica che spirituale[191]. Non fu possibile di terminare la controversia fra di noi; l'ostinazione era insuperabile, e quindi fu risoluto di ricorrere al re Enrico, e lasciare a lui la nomina del nuovo arcivescovo. Vennero adunque presentati al re i nomi di quattro cardinali della santa chiesa milanese, acciocchè ne facesse la scelta. Ma il re profittò dell'occasione e nominò arcivescovo certo Guidone, milanese bensì, ma uomo ignobile, e conseguentemente che non era del ceto de' cardinali ordinari; e così collocò sull'importante sede metropolitana una sua creatura, interamente da lui dipendente; si affezionò il partito de' plebei, abbassò i magnati, e si aprì la strada per essere più padrone del regno d'Italia, che non potè esserlo il di lui padre Corrado. Vi volle tutta l'astuzia di Guidone, tutto il timore che si aveva del re Enrico, e molto denaro per ottenere che fosse consacrato il nuovo arcivescovo[192]. Il partito de' nobili fu talmente offeso nel vedere collocato un plebeo a loro dispetto sulla sede arcivescovile, che in un giorno solenne l'indecenza fu portata a segno di piantare abbandonato solo all'altare il nuovo arcivescovo, essendosi sottratti i cardinali in mezzo della sacra funzione, come ci attesta Landolfo Seniore. Non si può a meno di non compiangere con san Pietro Damiano la misera condizione di que' tempi, e consolarci nel vedere i sacri ministri dell'altare de' giorni nostri ben diversi, col loro esempio insegnando al popolo la riverenza che si deve al santuario, e colla loro mansuetudine allontanandolo dai perseguitare i nostri fratelli sotto pretesto di religione. Pare che in quel secolo infelice la religione, in vece di contenere le malvagie passioni degli uomini, da essi fosse sfrontatamente adoperata, servendosene di pretesto per farvi un più libero corso.
Il re Enrico venne in Italia; portossi a Roma; depose varii che si dicevano sommi pontefici, e fece eleggere dal clero o dal popolo Svidger, sassone, ch'egli aveva al suo seguito condotto a Roma. Nel giorno medesimo in cui Enrico fece incoronare papa Svidger col nome di Clemente II; Clemente II incoronò imperatore Enrico. Così quel sovrano, coll'assoluta sua autorità, eleggeva il papa e l'arcivescovo, e aveva annientato il potere de' sacri canoni e la libertà dell'ecclesiastiche elezioni. Da ciò nacquero le discordie, che durarono per secoli, a separare i cristiani in due partiti, gli uni a favore della sovranità, gli altri a favore della libertà ecclesiastica; e se questo furore di partito finalmente nella vita civile è tolto, ne rimane però sempre qualche seme, almeno presso degli scrittori che ne raccontano la storia. Non può, a mio parere, imputarsi a delitto se i vescovi, vedendo soggetta la loro città a un sovrano elettivo, indifferente per lo più al ben essere del suo popolo; vedendo il saccheggio, la rapina, la miseria essere diventati lo stato naturale e costante della città; non si può, dico, imputar loro a delitto, se, adoperando le pingui loro rendite per ripararne le mura, per assicurarne la difesa, con questo mezzo acquistarono la rispettosa riconoscenza del loro popolo. Nè si può fare alcun rimprovero ai prelati se procurarono, colle forze acquistate e col loro credito, di accrescersi i mezzi per meglio difendere gli uomini della loro diocesi. Sin qui non si può che venerare la loro condotta. Vero è che al comparire di re migliori, avrebbero essi ottimamente operato, se, limitandosi al sacro loro ministero, avessero abbandonato le cure del regno al sovrano: ma dagli uomini non si può pretendere che, per essere rivestiti d'un carattere pio e santo, cessino d'essere uomini e si trasmutino in altrettante divinità. Ecco il modo col quale i vescovi diventarono potenti. Niente poi è più naturale del partito che allora presero i sovrani mischiandosi nelle elezioni de' vescovi, la scelta dei quali era essenziale per la sicurezza della loro corona; partito che non aveva l'appoggio della tradizione, contrario alle opinioni di quei tempi, ma assolutamente necessario per restare tranquilli sul trono. Questo turbamento essenzialissimo, che rovesciava dai fondamenti la gerarchia ecclesiastica non solo, ma la disciplina istessa e il costume; che faceva collocare sulla sede vescovile soggetti inettissimi e affatti indegni di ascendervi; che apriva un mercato alla simonia, e faceva diventare un articolo di finanza per il sovrano l'investitura de' vescovadi e de' beneficii, era un oggetto turpe e luttuoso, meritevole di riforma; e nessun altro poteva tentarla fuori che il sommo pontefice capo della Chiesa. L'impetuoso zelo di Gregorio VII fu spinto da questo universale disordine. In ogni cosa umana, quando si ha da combattere, si corre rischio di trascorrere più in là del giusto. Così è accaduto ai due partiti più di una volta, abusando delle circostanze favorevoli. Scegliendo i fatti della storia con impegno per un partito, e tacendo que' che non torna conto di ricordare, si trova una serie che prova e convince; tanto fecondi sono i casi favorevoli ora al sacerdozio ed ora al trono. Io non ardirò di mischiarmi nella gran contesa; tralascerei anzi di parlarne, se fosse possibile l'omettere nella storia di Milano i fatti più importanti e più interessanti per la loro influenza: ma giacchè la fatica che ho intrapresa, e il corso degli avvenimenti mi conducono a scrivere que' fatti che risguardano la città, io lo farò, mosso dal sentimento di compassione de' mali che da un tale dissidio sono nati; conoscendo il dissidio originato da una serie di cose che lo rendevano necessario; e sempre ricordandomi che la debolezza, la illusione e le passioni sono compagne degli uomini in tutti i secoli e in tutte le condizioni. Ma di ciò tratteremo nel capo seguente.
Per ora ci può servire, per avere idea del governo della città in que' tempi, un passo del Fiamma, che così c'insegna:[193] _Insuper archiepiscopus mediolanensis quosdam alios maximos redditus imperiali auctoritate recipiebat; quia super stratas regales, in exitu quolibet de comitatu, habuit teloneum, et dum intrabat aliquis extraneus in equo vel cum curru, aut pedibus, dabat telonario archiepiscopi, immo innumerabilibus telonarii scensum, et archiepiscopus tenebatur custodiri facere passus, et omnibus damnificatis intra territorium restituere de suo tantum quantum damna fuissent aestimata_[194]. Da queste parole molte cognizioni si ricavano. Primieramente il sovrano è sempre stato considerato il re d'Italia o l'imperatore, e da lui, o per tacita o per espressa concessione, doveva provenire ogni diritto pubblico per essere considerato legittimo. L'arcivescovo realmente non è stato mai sovrano di Milano, e mi sembra una favola evidente la pretesa donazione che si asserisce fatta dal re Lotario nel 949 della zecca di Milano all'arcivescovo; giacchè due anni dopo quest'epoca le monete di Milano portarono il nome di Ottone, e dipoi degli Enrici, dei Federici, dei Lodovici, indi dei Visconti e degli Sforza, non mai ebbero il nome di verun arcivescovo, trattone quello dell'arcivescovo Giovanni Visconti, che fu successore di Lucchino nella signoria di Milano, e che la dominò per titolo ereditario di sua famiglia, e non per la dignità ecclesiastica. Questa supposta donazione della zecca ha per appoggio una bolla di Alessandro III sommo pontefice, il quale poteva essersi ingannato nel suo fatto, e nella quale si considera come legittimo arcivescovo Manasse, sebbene tale non fosse. Questa bolla fors'anco è stata composta ne' tempi posteriori per altri fini, senza che il papa l'abbia spedita giammai. L'arcivescovo adunque riscuoteva per concessione del sovrano il tributo, e doveva l'arcivescovo istesso tenere difeso il contado, e risarcire del proprio i danni secondo la stima che ne venisse fatta. Il sistema fu introdotto dall'imperatore Ottone. Sappiamo che il tributo s'impone per supplire ai mezzi della difesa dello Stato. È strano il sistema che il sovrano confidi al pubblicano medesimo la cura della difesa: ma la sovranità elettiva d'un monarca per lo più lontano, in tempi ne' quali non si tenevano milizie stabilmente assoldate, poteva renderne il progetto spediente. Dovevano temersi le scorrerie degli Ungheri, e da essi forse avevano anche imparato i vicini a depredare. Non era sicuro il contadino di raccogliere e conservare la messe del suo campo. I Pavesi, Lodigiani, Novaresi e i Comaschi venivano furtivamente a predare i Milanesi; e questi altrettanto facevano fuori de' confini. Non v'era giudice che avesse una giurisdizione estesa per punire il delitto commesso da un uomo che abitava fuori di contado. Perciò ogni distretto doveva essere custodito, e questa custodia era confidata all'arcivescovo, personaggio il più facoltoso e autorevole della città, ma non però l'arbitro di essa; poichè v'erano i messi ed i giudici regii, che potevano e dovevano condannare l'arcivescovo al rinfacimento, tosto che per negligenza di lui gli estranei avessero portato danno a un milanese. L'autorità dei conti, che in origine comandavano la città in nome del sovrano, si andava indebolendo ogni anno. La potenza dell'arcivescovo non era dunque illimitata, anzi avendo preteso i fratelli dell'arcivescovo Landolfo,[195] _prae solito, civitatis abuti dominio_[196], venne scacciato per questa insolita pretenzione l'arcivescovo della città, la quale,[197] _tempore Ottonis imperatoris primi, Bonizio...... virtute ab imperatore accepta, velut dux castrum procurando regebat_[198].
Alcune usanze ed opinioni di quel secolo meritano di essere ricordate. Continuava l'usanza, siccome ho detto, di considerare alcuni uomini come servi: a questi si tagliavano i capelli, e quando volevansi manomettere, era costume di presentare il servo a un sacerdote, che lo faceva passeggiare in giro intorno dell'altare, e, dopo una tal cerimonia, l'uomo era considerato libero. Per fare un atto solenne di donazione il costume esigeva che si adoperasse un coltello e un bastone nodoso, un ramo d'albero, ovvero un pampino di vite. Qualche altra volta si adoperava per tale atto un'altra cerimonia, ed era di porre sulla terra la carta e il calamaio, e il donante li prendeva dal suolo e li poneva nelle mani del notaio, pregandolo a scrivere la donazione e autenticarla. Il lardo era molto in uso presso la plebe. Abbiamo più legati pii ai poveri che dispongono di distribuirne. Uno di questi è nel testamento fatto dall'arcivescovo Andrea, in cui vuole che il suo erede, nel giorno anniversario di sua morte,[199] _pascere debeat pauperes centum, et det per unumquemque pauperem dimidium panem, et companaticum lardum, et de caseum, inter quatuor, libra una, et vino stario uno_. Nella chiesa di Sant'Ambrogio avevamo tre oggetti di opinioni capricciose: un antico marmo rappresentante Ercole, e si credeva che l'impero doveva conservarsi sin tanto che quella scultura rimaneva al suo luogo: di ciò scriveva Fazio degli Uberti:
_Hercules vidi, del qual si ragiona_ _Che, fin che 'l giacerà come fa ora,_ _L'Imperio non potrà forzar persona._
Avevamo la sede vescovile marmorea nel coro, sulla quale, ponendosi a sedere le donne incinte, credevano di non poter più correre alcun rischio nel parto. In terzo luogo si credeva che quel serpente di bronzo collocato sulla colonna dal buon arcivescovo Arnolfo, quel prezioso dono de' Greci, avesse la virtù di guarire i bambini dai vermi. Si credeva molto alle streghe, e si opinava ch'esse nulla potessero operare nelle case avanti le quali passavano le processioni delle Rogazioni, le quali sono assai antiche presso di noi. Quando le campagne avevano bisogno della pioggia si poneva una gran caldaia a fuoco in sito aperto; e vi si facevano bollire legumi, carni salate ed altri commestibili; poi si mangiava e spruzzavansi di acqua i circostanti. Nella vigilia del santo Natale si faceva ardere un ceppo ornato di frondi e di mele, spargendovi sopra tre volte vino e ginepro; e intorno vi stava tutta la famiglia in festa. Questa usanza durava ancora nel secolo decimoquinto, e la celebrò Galeazzo Maria Sforza. Il giorno del santo Natale i padri di famiglia distribuivano, sin d'allora, i denari, acciò tutti potessero divertirsi giuocando. Si usavano in quei giorni dei pani grandi; e si ponevano sulla mensa anitre e carne di maiale, come anche oggidì il popolo costuma di fare. V'è nell'archivio del monastero di Sant'Ambrogio una donazione, fatta nel 1013, da Adamo, negoziante milanese, all'abate del monastero; egli dona una casa, acciocchè col fitto di essa i monaci comprino de' pesci, ed allegramente se li mangino nel giorno anniversario della morte di Falcherodo, monaco, e di Giovanni, prete: e ciò per sollievo dell'anima de' trapassati. Sono anche curiose le parole:[200] _Emanat pisces ad refectionem et hilaritatem annualem in die anniversario obitus eorum Falkerodi monaci et Johanni presbytero, pro animarum eorum remedio, quo ipsis proficiat ad gaudium et anime salutem_[201]. Si credeva da molti che giovasse al riposo delle anime de' defunti l'accendere sulle tombe loro delle lampadi:[202] _Ut ipsa luminaria luceant pro anima ipsius_[203]. Altre donazioni ritrovansi colla condizione:[204] _Et faciat ardere ia quadragesima majore super sepulturam ipsius quondam Andreae genitoris_[205]. Di varie superstizioni di quei tempi ne tratta la dissertazione dell'illustre Muratori, alla quale si può ricorrere per una più vasta erudizione[206].
Non v'è ai nostri giorni alcun giudice, per corrotto e meschino ch'egli si sia, che sfrontatamente ardisca di raccontare di avere venduta la sentenza. Allora l'imperatore Ottone III non ebbe difficoltà, in un diploma del 1001, di asserire di aver ricevuto dal vescovo di Tortona la metà dei beni disputati:[207] _Propter rectum judicium quod fecimus inter eum et Ricardum, ex jam praenominatis rebus_[208]. Facile è quindi il conoscere in quale stato fossero allora le leggi, la disciplina, le scienze. I vescovi erano soldati e vivevano più nelle armate che nella Chiesa. Così facevano gli abati[209]. L'uso di decidere le questioni col preteso giudizio di Dio nel duello, sempre più rendevasi comune. I beni ecclesiastici si dilapidavano dagli stessi prelati; e così fece Landolfo, arcivescovo, il quale[210] _ecclesiae facultates et multa clericorum distribuit militibus beneficia_[211]; e più distintamente lo spiega l'altro storico nostro contemporaneo Landolfo:[212] _Pollicens illis omnes plebes, omnesque dignitates atque Xenodochia, quae majores ordinarii atque primicerius decumanorum, archipresbyteri, et cimiliarchi hujus urbis ecclesiarum tenebant, jurejurando asserens, pactum usque detestabiles patratus_[213]. Io ripeterò più volte una verità che non sarà mai ripetuta abbastanza; cioè che le malinconiche declamazioni che si fanno contro i costumi del secolo in cui viviamo, suppongono una totale ignoranza della storia; e che, paragonando il tempo d'oggi ai tempi de' quali tratto, dobbiamo umilmente benedire e ringraziare l'Essere Eterno che ci ha riserbati a vivere fra uomini assai più colti e ragionevoli, sotto governi assai più saggi e benefici, diretti da un clero assai più dotto, costumato e pio, mentre il vizio e il delitto cautamente fra le tenebre serpeggiano (poichè la terra è la loro abitazione), ma non innalzano la temeraria fronte, nè dettano precetti per confondere, come allora facevano, ogni idea di giustizia e di virtù.
CAPITOLO V.
_Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica dopo la metà del secolo XI._
La rivoluzione di cui sono per trattare in questo capitolo, ha cagionato più di trenta anni di fazioni nella nostra città. Stragi, incendii, odii, scandali, risse, questa è la scena che ci si apre davanti. Vorrei cancellare dalla storia la memoria di que' tristi avvenimenti; ma essi influirono sopra i posteriori, e furono troppo lunghi ed importanti. Costretto a riferirli, io lo farò più colle parole altrui, che colle mie. La libertà ecclesiastica era stata depressa all'estremo dall'imperatore Enrico II, come già accennai. Il pontificato istesso di Roma già da una serie di anni era abbassato all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore di Roma, a forza di denaro si era fatto eleggere sommo pontefice col nome di Giovanni XIX nel 1204. Teofilato, di lui nipote, fanciullo ancora e appena cherico, a forza pure di denaro speso da' suoi parenti, gli succedette col nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudeltà che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore Corrado, colle sue armi, lo collocò di nuovo sulla sua sede; ivi però, circondato dalla detestazione pubblica ben meritata, vendette il sommo pontefice a prezzo d'oro all'arciprete Giovanni Graziano, che fu Gregorio VI. L'imperatore Enrico II, successor di Corrado, volle che Gregorio VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi costrinse i Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito, e si chiamò Clemente II. Morto questo, l'imperatore Enrico elesse a sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen, e lo spedì a Roma, dove ebbe nome Damaso II; a cui l'imperatore stesso in Worms destinò per successore Brunone di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX. Gli fu successore Geberardo, vescovo di Eichslat, scelto in Magonza, il quale in Roma si chiamò Vittore II. Così si facevano allora le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana, monaco, in Roma, poi cardinale, viveva in que' tempi. Dotato di somma accortezza e di quella energia d'animo che caratterizza gli uomini grandi, fermo ne' suoi principii, audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libertà delle elezioni canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni, umiliata Roma all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili uomini talvolta i più vili e i più indegni d'occupare quel sacro luogo. Ildebrando era nato a tempo, poichè il disordine era al colmo. L'evidenza de' mali pubblici, cresciuti a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e seguire una mente superiore riscaldata per una rivoluzione. In ogni altro tempo più placido l'inerzia prevale; e il vigoroso entusiasmo sbalordisce e dispiace. La stima de' Romani l'aveva innalzato a tale ascendente, che Vittore II era pienamente governato da lui; ch'egli creò, si può dire, Alessandro II; e che erano già quasi vent'anni ch'ei dirigeva il sommo pontificato quando vi ascese col nome di Gregorio VII, nome che ei rese famoso nella storia. Egli si propose di assoggettare alla chiesa romana la milanese; di rendere il papato potente colla soggezione de' vescovi, e così opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia nelle elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni dell'apostolato. La chiesa milanese era la più importante di ogni altra, per il numero grande delle chiese da essa dipendenti, per l'opinione antica, per la venerazione del suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo nella elezione del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare giammai consiglio, malgrado le gravissime difficoltà che vi si frapposero.