Part 11
Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto nella Storia di Milano. Gli scrittori per lo più lo nominano _Heribertus_; ma egli si sottoscriveva _Aribertus_, e così lo chiama il conte Giulini, come io pure lo nominerò. Se Ansperto arcivescovo ebbe idee tanto generose e grandi da restituire le mura diroccate della patria e munirla di robusta difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva le forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto nacque a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua indole ardita e grande un risalto ed una considerazione che ella conservò dappoi. Se noi risguardiamo questi due illustri cittadini come arcivescovi, certamente dobbiamo confessare che essi non professarono quella dolce mansuetudine e quel distacco dalle cose mondane che formano la base delle virtù di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo come due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente dignità, che, profittando delle occasioni, sacrificarono le ricchezze, il riposo, e cimentarono valorosamente la vita per la gloria e l'amore della patria, che ad essi debbe il suo risorgimento, siamo costretti a ricordarli con una tenera venerazione. Ariberto era stato creato arcivescovo nel 1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occupò questa sede, Milano diventò la città precipua della Lombardia, e in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da Uraja ad Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione per Milano. Ariberto da Antimiamo era, nel 1007, suddiacono della santa chiesa milanese, cioè _cardinalis de ordine_, dal che ne venne il vocabolo di _ordinario_, nome che conservano tuttavia i canonici maggiori della metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di Galliano, che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni dopo che fu fatto arcivescovo, eresse uno spedale pe' poveri al luogo ove trovavansi, non ha guari, le monache Turchine, lo dotò di molti e vasti poderi propri: _de nostris proprietatibus_, come egli dice, e assegnò il fondo per mantenervi ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali dovessero osservare la regola di san Benedetto[168]. Sanno gli eruditi che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo di Milano, come ogni altro ecclesiastico[169], e che i monasteri per lo più avevano uno spedale vicino, in cui dai monaci si albergavano e nodrivano i poveri. Questo monastero era presso la basilica di San Dionisio. Morto Enrico Augusto senza figli nella Germania, fugli eletto per successore Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati, non comparvero in Germania, ma si radunarono in Pavia per passare alla elezione d'un re. Era tanto combattuta la dignità reale nell'Italia, che non potevasi mantenere senza una incessante forza; e perciò il re di Francia Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche altro principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia, quando l'arcivescovo Ariberto:[170] _Suorum comparium declinans Heribertus consortium, invitis illis, ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse regem electurus teutonicum,_ così ce lo rappresenta Arnolfo, nostro milanese, scrittore di quel secolo[171], dal che vedesi abbastanza il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non si curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche modo trascelto, e che a lui dovesse la sua corona. Wippone, cappellano del re Corrado, scrive questo arrivo dell'arcivescovo in Costanza, ove trovavasi il re Corrado, al quale dice che Ariberto promise che, tosto che fosse venuto in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re:[172] _Ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice laudaret, statimque coronaret;_ il che gli promise con giuramento e col pegno di ostaggi. Questo produsse che il nuovo re concedette all'arcivescovo:[173] _Praeter dona quamplurima, Laudensem episcopatum; ut sicut consacraverat, similiter investiret episcopum_; e con ciò oltre il diritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di investitura, ossia di collocare al possesso della dignità e dei beni il nuovo vescovo: dritto che in que' tempi pretendevasi dal sovrano, non come un semplice _placet_, ma come una investitura, la quale cagionò poi gravi sconcerti e guerre fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranità sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i Milanesi fecero della loro potenza ad esterminio de' Lodigiani, da che ne vennero fatali conseguenze per noi medesimi. Che che ne sia, l'arcivescovo, al dire del citato Arnolfo,[174] _rediens securus in omnibus, totam suis legationibus evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos faciens._ Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare, o per innalzare sè stesso. Ariberto incoronò in Milano Corrado l'anno 1026[175], o almeno assai convincenti sono le ragioni per crederlo. Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato imperatore in Roma dal sommo pontefice Giovanni XIX. L'arcivescovo era ricco e splendido a segno, che per più settimane alloggiò signorilmente il nuovo augusto e le sua corte a spese proprie, poi gli somministrò l'aiuto per soggiogare i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene l'imperator Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente elesse un nuovo vescovo di Lodi; e sul rifiuto che i Lodigiani fecero di accettarlo, mosse verso Lodi alla testa di un numero d'armati bastante per costringere, siccome fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi non era cosa insolita di veder dei vescovi nelle armate: merita però riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e autorità si era acquistata da potere da sè fare la guerra[176]. I Pavesi e i Lodigiani così diventarono nemici dei Milanesi.
(1028) Un fatto accaduto circa questo tempo, cioè nel 1028, merita di essere riferito, perchè ci dà idea dei tempi e del carattere di Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello di Monforte, nella diocesi di Asti, vi fosse celata una nuova setta di eretici. Glabro dice che questa eresia approvava i riti de' pagani e de' giudei[177], quasi che fossero componibili i due riti dell'unità di Dio e del politeismo, della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio dice che, interrogati questi eretici, rispondevano di essere pronti ad ogni patimento; che amavano la virginità e vivevano castamente sino colle loro mogli; non mangiavano mai carne; digiunavano, e si distribuivano le orazioni in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni in comune; credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo; tenevano che vi fosse una podestà in terra di legare e di sciogliere; e riverivano i libri del nuovo e del vecchio Testamento, i sacri canoni. Così essi professavano la loro fede[178]. Molti marchesi e vescovi e signori erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello di Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando, per la sua giurisdizione, sulle diocesi dei vescovi suoi suffraganei, scortato da militi valorosissimi[179], sebbene ascoltasse da Gariardo, uno dei pretesi eretici, la professione di fede nella maniera che ho detto, credette di penetrare la malignità di quelle espressioni. Si posero loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri della Trinità e della Incarnazione; e si volle che, fra gli altri errori, coloro credessero che il matrimonio fosse cosa riprovabile, e che anche senza veruna opera di uomo sarebbero nati i fanciulli e continuato il genere umano. Ogni lettore che preferisca la verità alla opinione, giudichi se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi una tale dottrina! Certo è però che gli abitatori del castello di Monforte vennero in buon numero presi dai militi dell'arcivescovo, e tradotti a Milano insieme colla contessa di Monforte, signora del castello; e l'arcivescovo tentò di convertirli col mezzo di ecclesiastiche e pie persone, ma ciò non riuscendo, _i primati della nostra città, temendo_, dice il conte Giulini[180], _che non si spargesse più largamente il veleno, alzata da una parte una croce e dall'altra acceso un gran fuoco, fecero venire tutti gli eretici, e loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi a piè della croce, e confessando i loro errori, abbracciare la dottrina cattolica, o di gettarsi nelle fiamme. Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo progetto; ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente consumati_; al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un tal fallo accadesse per volere dei primati,[181] _Heriberto nolente_. In quei tempi il glorioso nostro sant'Ambrogio non si dipingeva punto in atto feroce e con uno staffile nella mano; nè si credeva che avesse contrastato al sovrano, nè perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che il santo vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione del principe; e aveva tollerati con carità e mansuetudine i suoi fratelli, che traviavano nella fede; e a Dio, padrone di tutto, supplice offeriva le sue preghiere, acciocchè misericordiosamente gli richiamasse alla strada della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni, che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor più, e la fraterna compassionevole affezione, colla quale si distinse quel beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione di sovraneggiare persino le idee, coprendosi col manto d'un religioso zelo, ha introdotta la persecuzione, la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto giammai il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e resi irreconciliabili gli eterodossi. L'umanità, la dolce insinuazione, la pazienza disarmano gli avversarii, e li richiamano a venerare il vero Dio con mansuetudine, con pace, colla benevolenza e coll'esercizio della virtù. Io mi sono prefisso di non considerare Ariberto come arcivescovo. Come uomo pubblico, cittadino, soldato, politico, egli ha saputo rendersi padrone di quella rôcca, il che invano altri aveva tentato; e il suo cuore ricusò di approvare l'atto ingiusto e crudele del supplizio. Vi è molto anche da dubitare se veramente quegli infelici fossero in errore nel dogma. Mi pare incredibile l'errore di fisica sulla generazione. Mi sembra assurdo l'altro errore, loro imputato, cioè che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume che volevasi loro attribuire, cioè che violentemente uccidessero i loro confratelli allorchè gravemente erano ammalati. Se ci fosse rimasto qualche scritto in cui alcuno di questi infelici avesse rappresentata la causa propria, saremmo un po' meglio informati della verità. Forse erano costoro cristiani più pii e segregati dalla depravazione generale, e per ciò perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva in quel secolo, così scriveva:[182] _ad tantam faecem quotidie semetipso deterior mundus devolvitur, ut non solum cujuslibet sive saecularis sive ecclesiasticae conditionis ordo a statu suo collapsus jaceat, sed etiam ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim, reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione languescat. Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit, et veluti facta agmine, omnium sanctarum virtutum turba procul abscessit_[183]. Così quel santo descriveva i costumi di quei tempi infelici. Il supplizio adunque dei nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco cristiano; l'errore se vi fosse, è cosa dubbia. Così leggiamo che dai pagani si trattassero i martiri; ma così non si legge che gli apostoli dilatassero la santa e mansueta religione di Cristo. Questa però è la prima memoria e la più antica di persecuzioni e patiboli adoperati dai cristiani per causa di religione; e mi dispiace che questo primo esempio, che nei secoli posteriori è stato seguíto da tanti altri funesti, sia stato dato in Milano l'anno 1028.
Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia, la potenza d'Ariberto andava ogni dì crescendo, e la città si avvezzava sempre più a considerare l'arcivescovo come il capo della Repubblica. A tanto giunse il potere di Ariberto, che, unitosi con Bonifacio, marchese di Toscana, formarono un esercito, e, sormontato il gran San Bernardo, si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno della Borgogna, occupato da Odone, duca di Sciampagna. Wippo attesta il luogo in cui quest'aiuto venne ad unirsi all'imperatore, e i nemici furono sconfitti rimanendo il regno a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo storico nostro Arnolfo[184]. Poi, ritornato Ariberto alla patria, sempre più militare ed animoso, avvenne che un buon numero di militi milanesi, malcontenti di lui, cercarono il modo di contenerlo; e, memori della violenza usata da Ariberto contro i Lodigiani, passarono a Lodi, ed eccitarono quanti più poterono a prendere le armi e seco loro unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto andò incontro a costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei. Seguì una zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo rimase con poco vantaggio, e fra gli altri uccisi si annoverò il vescovo di Asti, suo suffraganeo, che rimase sul campo[185]. Venne poi l'imperator Corrado in Italia nel 1037, e si portò a Milano. Cosa veramente gli accadesse non lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta, di tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si è che quell'augusto ben tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto lo raggiunse. Ma, sia che quell'augusto avesse attribuito ad Ariberto la poca sicurezza ritrovata in Milano, sia che l'arcivescovo usasse di un tuono poco rispettoso e sommesso, la storia c'insegna che Ariberto ivi fu arrestato, e sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero. Io non trovo difficoltà a credere che realmente Ariberto non fosse contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore di lui; che egli indirettamente potesse aver fomentata la licenza del popolo per farne patire l'imperatore; e che, confidando sull'autorità che possedeva, o sulla illusione del principe, si presentasse a lui a Pavia con sicurezza. A custodire il prigioniere Ariberto l'imperatore aveva destinati i suoi più fidi, ai quali l'arcivescovo offrì una lauta cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza; e questo era appunto lo stato al quale aveva pensato di ridurli l'arcivescovo per sottrarsi, come fece, alla loro custodia. Così egli ricuperò la sua libertà, e cautamente portossi a Milano, accolto dalla città con somma allegrezza. Poichè Corrado intese il fatto, si mosse, e alla testa de' suoi s'accostò a Milano per farne l'assedio, ad oggetto singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere; ma i tempi erano assai cambiati. Milano non era più la città spopolata, distrutta e languente; era[186] _maxima multitudine munita_, come ci attesta Wippo; e i Milanesi gli andarono incontro, e più volte si azzuffarono con gl'imperiali. Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei potè devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare il pensiero di aver Milano. La collera dell'imperatore scelse allora un'altra specie di guerra. Pensò egli di deporre l'arcivescovo Ariberto, e nominò Ambrogio prete cardinale della santa chiesa milanese in sua vece: forse credendo che alla città medesima, stanca per avventura della dominazione di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma nessuno de' cittadini da questa novità fu commosso[187]. Vedendo riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare, ed era di animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo; e Corrado perciò portossi a Roma, e indusse Benedetto XI a scomunicare Ariberto: ma nemmeno perciò l'arcivescovo cambiò punto pensiero o sistema[188], e quindi Corrado il Salico abbandonò l'Italia, e nella Germania poco dopo cessò di vivere nel 1039.
Rimase così quasi sovrano Ariberto alla testa della sua città. Enrico, figlio di Corrado, era stato già proclamato re di Germania. Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta da Ottone in Berengario e Adalberto, i re di Germania credevano che l'Italia fosse una parte della loro corona; e gli Italiani diversamente credevano che il loro fosse un regno distinto, e che non si acquistasse se non colla proclamazione e incoronazione in Italia. Prima che non seguisse la incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione alcuna del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo che ne assumesse il titolo, e da noi perciò chiamasi Enrico II, sebbene gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era lontano; e l'impazienza del carattere facendo sembrare noioso il tempo della tranquillità, disgraziatamente animò i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili e la plebe. Questo primo germe di discordia non si estinse mai più, sebbene per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne farà testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de' nobili, come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori. La cosa è assai naturale, perchè i cardinali erano scelti fra le più nobili famiglie, e l'arcivescovo era trascelto dal loro numero. La plebe era trattata con molta durezza dai nobili. La nazione aveva già preso un'educazione militare, e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro il comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servitù longobarda, per cui un nobile era proprietario di molti uomini. I costumi erano ancora agresti, e spiravano il secolo di ferro. La plebe, che aveva col suo sangue contribuito anch'essa a difendere la patria, non poteva soffrire di vedersi così non curata e depressa cessato che fu il pericolo. La plebe di Roma abbandonò la patria e si ricoverò sul monte Sacro. Convien confessare che quella di Milano trovò uno spediente migliore; poichè invece ella scacciò dalla città l'arcivescovo e tutti i nobili: e ciò avvenne l'anno 1042. Per più di due anni continui si mantennero i plebei ben muniti e difesi in Milano; tentando incessantemente i nobili, a per assedio o per sorpresa, di rientrarvi; e sempre rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che il re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo Ariberto, nel 1045, finì la sua gloriosa carriera. Mentre egli era ammalato e vicino a morte, Uberto, fedele suo milite, mostravasi afflitto; e l'arcivescovo placidamente lo consolò dicendogli: Io vado sicuro ai piedi di Sant'Ambrogio, tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive la religiosa pietà del nostro Ariberto:[189] _Convocatis sacerdotibus et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum poenitentia accepta, atque confessione coram omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus per impositionem manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata, Sanctam Eucharistiam humiliter ac devote suscipit_[190], e poco dopo morì: uomo che nel carattere ebbe molta grandezza; buon soldato, buon principe; aveva i costumi e la religione de' suoi tempi; egli nacque opportunamente per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che dall'epoca sua può contare il vero suo risorgimento.
L'arcivescovo Ariberto, le di cui armi portarono la vittoria oltre le Alpi, e seppero fare insuperabile resistenza all'imperatore, fu quello che inventò l'uso di condurre nell'armata il _carroccio_, nome conosciutissimo, sebbene poco ne sia conosciuto l'oggetto. I nostri scrittori ci rappresentano questo carroccio come una superstizione, ovvero come una barbara insegna. Io credo che piuttosto debba riguardarsi come una invenzione militare assai giudiziosa, posta la maniera di combattere di que' tempi. Nel tempo in cui dura un'azione, egli è sommamente importante il sapere dove si trovi il comandante, acciocchè colla maggior prestezza a lui si possa riferire ogni avvenimento parziale; egli è parimenti opportunissimo il sapere dove precisamente si trovino i chirurgi, per ivi trasportare i feriti; parimenti è necessario che il sito in cui trovasi il comandante, e in cui si radunano i feriti, sia conosciuto da ognuno, acciocchè si abbia una cura speciale di accorrere a difenderlo. Questo sito deve essere mobile a misura degli avvenimenti, e a tutti questi oggetti serviva il carroccio, ch'era un'assai eminente antenna, alla sommità della quale stava un globo dorato assai lucido e distinguibile: sotto il quale pendevano due lunghe bandiere bianche, e al mezzo dell'albero stavavi una croce. Avanti a quest'antenna erari l'altare sul quale celebravansi i sacri misteri per l'armata; e tutto ciò era conficcato sopra di un carro assai vasto e sicuro, per servir di base a questo enorme vessillo, e trasportarlo. Un gran numero di bestie si adoperava per moverlo. Non è punto inverosimile il credere che su di quel carro o carroccio si ponesse la cassa militare, la spezieria e quanto più importava di avere in salvo e pronto uso. Nemmeno sarebbe inverosimile il dire che con varii segnali da quell'altissimo stendardo si dessero gli ordini per un mezzo prontissimo, come si costuma anche ora nella guerra di mare. Terminata la guerra, si riponeva il carroccio nella chiesa maggiore, come cosa sacra e veneranda; e così anche l'opinione religiosa contribuiva a fare accorrere alla di lui preziosa custodia i combattenti. Pare adunque che il comandante o rimanesse vicino al carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito a cui si volgeva, per subito rinvenirlo; che vicino al carroccio si portassero i feriti, sicuri di trovare ivi ogni soccorso, lontani da ogni pericolo; che dal carroccio si diramassero gli ordini per mezzo di segnali con somma rapidità; che ivi si custodisse quello che eravi di prezioso; e che gli occhi de' combattenti, di tempo in tempo rivolti a quel vessillo, conoscessero quali azioni ad essi comandava il generale, e quale fosse il luogo più importante di ogni altro da custodirsi. Nella maniera dì guerreggiare dei tempi nostri riuscirebbe inutile una tal macchina, ben presto rovesciata dall'artiglieria, che ridurrebbe quel contorno più d'ogni altro pericoloso; il fumo impedirebbe spesse volte che quello stendardo fosse visibile: ma prima dell'invenzione della polvere il carroccio inventato da Ariberto certamente fu con accortezza immaginato; e perciò anche le altre città della Lombardia, quando, coll'esempio de' Milanesi, acquistarono l'indipendenza e si ressero col loro municipale governo, adottarono ciascheduna il proprio gran vessillo, ossia carroccio. Così facilmente intendiamo come la perdita del carroccio fosse un avvenimento che funestasse una città, non già per un'idea di Palladio, o per una vana opinione d'onore soltanto, ma perchè la perdita del carroccio era prova di una totale sconfitta, al segno di non avere potuto preservare quello spazio che sommamente era cura di ciascuno il difendere.