Storia di Carlomagno vol. 2/2

Part 8

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Mentre l'eresia degli iconoclasti va dileguandosi e perdendosi, sorgon quasi al tempo medesimo le dottrine di Felice da Urgel, le quali dottrine non erano, checchè ne scrivan taluni, sue originali, ma sì di Elipando, vescovo di Toledo, nato sotto quel medesimo sole di Spagna, che divampar fece più volte le fantasie de' Visigoti, e erano un tralignamento e deterioramento delle dottrine ariane. In mezzo ai Saraceni di Spagna, ed in tempo che era d'uopo liberare il paese con la forza e l'unità cattolica, l'apparizion di questa dottrina mosse un gran sollevamento e una funesta guerra civile; Felice da Urgel, si fece propugnatore dell'eresia, concetta nei termini qui appresso. Il simbolo degli Apostoli diceva: «Cristo figliuolo procede dal padre come sua carne e sangue suo.» Nè Felice negava, come gli Ariani, la divinità di Gesù Cristo, ma dicea che egli era sol figliuolo di Dio per adozione, modo filosofico di spiegar il mistero della Trinità che confonde la mente. Elipando, già vecchio, austero di costumi, cristiano e vescovo, scriveva assai, nè la perdonava, con l'aguzza sua penna, a chiunque facevasi a contender con lui nella dottrina. Felice, all'incontro, era giovine, d'indole soave, trattoso, senza macchia, assisteva alle preci con iscrupolosa pietà, e digiunava con grandissimo rigore.

I due eresiarchi fecero, con la loro predicazione, smisurati progressi nelle provincie meridionali, dove l'arianesimo avea, già tempo, signoreggiato le menti ed i cuori. Ma trovarono un valorosissimo avversario alla loro predicazione in papa Adriano, che conservar volea l'unità della Chiesa in questo conflitto di dottrine e di passioni, ed in quel modo che combattuto avea gl'iconoclasti, si chiariva contra l'eresia di Felice, la quale fu eziandio condannata dal concilio narbonense, a cui convennero i vescovi della Gallia meridionale. Era bisogno attraversarsi al contagio che già dilatavasi per tutte le città e fra il popolo della campagna; e l'avversario più formidabile dell'eresia, quello che la ferì al cuore, si fu Carlomagno, il quale vedeva in essa una reazione del Mezzogiorno contra il Settentrione. In mezzo dunque alle sue vittorie su i Sassoni, egli convocò un concilio in Ratisbona, dov'ei comparve col severo suo cipiglio, e con quell'occhio di bragia che tremar faceva i più animosi guerrieri. Felice presentossi umilmente, s'inginocchiò dinanzi all'imperatore e ai padri, ed attese la sua sentenza. «Felice, gli disse Carlomagno, ritratti tu quanto hai scritto? Spiega le tue dottrine.» E Felice, tutto tremante, svolse le sue dottrine sull'Incarnazione, che inorridir fecero, siccome la storia del concilio riferisce «Assai male, disse l'imperatore, ma pur vanne a Roma ad aggiustarla col papa.» Felice, in obbedienza, partissi per Roma, dove, inginocchiatosi dinanzi Adriano, fece la sua ritrattazione nella chiesa di san Pietro.

Elipando non seppe come lui acquistarsi il merito del pentimento, chè vecchio pervicace com'egli era, scrisse anzi parecchi libri a difender la sua dottrina; la quale facendo sempre maggiori progressi, che rendean testimonio del rinforzare ogni dì più dell'eresia, Carlomagno convocò un nuovo concilio a Francoforte, ci venne in persona con bellicoso apparato, e di nuovo intender vi fe' la sua voce. «Santi vescovi, diss'egli, da un anno in qua che questo pessimo lievito dell'eresia, si va più che mai dilatando, l'errore ha penetrato fino nei più rimoti distretti del nostro regno; onde io credo necessario di stirpar dalla radice questa mala pianta con una censura dommatica». Il concilio di Francoforte dichiarò infatti, che la dottrina di Felice era una sinistra e diabolica inspirazione. Grande sconvolgimento recò nella Chiesa la predicazione di questa eresia, e occupò tutto il pontificato di papa Adriano, quell'accorto Romano che aveva a difendersi nel medesimo tempo contra i Greci, i Longobardi e la rapace ambizione del principe de' Franchi. Tutte le eresie del medio evo, non altramente che nella prima Chiesa, si riferivan pur sempre o a qualche scuola filosofica del mondo antico o al sincretismo della scuola alessandrina, perpetuo conflitto tra le idee ed i principii che costantemente dividono gl'intelletti: l'autorità, la disamina, l'unità, lo sminuzzamento. Le forme sole si cambiano, ma le idee restano sempre le stesse, e i principii passano invariabili a traverso dei secoli, solo pigliando veste nuova. Così Felice da Urgel rinovava peritosamente le dottrine di Nestorio e degli Ariani, e siccome in quei paesi meridionali le fantasie corron dietro a tutte le novità, così la setta degli Albigesi, collegar potrebbesi con queste prime predicazioni del detto Felice, chè già il terreno era preparato per ogni sorta di nuovi semi.

L'ordinamento locale delle chiese riferivasi a due sistemi: 1.º alle metropolitane ed alle suffraganee, governate dagli arcivescovi e vescovi, capi spirituali di tutta la provincia; 2.º ai principali ordini religiosi, i più de' quali sottrarsi volevano alla giurisdizione episcopale. Continuo è nel medio evo il contrasto di questi privilegi, e Carlomagno invan si prova, ne' suoi capitolari, a ordinarli; i vescovi si affatican di tener soggette all'autorità loro le badie, e queste di sottrarsene co' privilegi dei papi. I quali privilegi venivano stabiliti da bolle e diplomi, che celebravano la grandezza dell'istituzione, però che quando una pia fondazione acquistava odore di santità, e le reliquie traevano intere popolazioni a prostrarsi dinanzi a questo o quel martire, i papi concedevano a gara immunità a quei monasteri, e di tutte la prima era quella di francarli dalla giurisdizione dei vescovi; ed allora tutta l'autorità concentravasi nell'abbate, e la mitra e la croce abbaziale ponevansi alla pari con la mitra e la croce episcopale. Le badie di questo modo si governavano da sè, indipendenti e solo soggette alla regola loro; di questo modo i monasteri di San Dionigi e le pie solitudini di Sant'Omer e di Fontenelle venivano sciolte, per bolle pontificie, dalla giurisdizione dei vescovi, intantochè altre, come a dir San Martino di Tours e San Bertino, aver volevano gli stessi privilegi. Grandissima era la riputazione e l'autorità degli abbati, pii pastori di quelle benedettine colonie, confidate quasi sempre al reggimento d'uomini di gran sapere, e chiarissimi in letteratura. Alcuino, il luminare de' tempi carlinghi, ottenne quasi nel tempo medesimo le abbazie di Ferneres nel Gatinese, di San Lupo a Troyes, e il picciol monastero di San Josse a San Ponthieu; poi più tardi, in sul sommo de' suoi meriti, quando insegnava umane lettere nel palazzo di Carlomagno, ne fu rimunerato con l'abbazia di San Martino di Tours.

Se tu ne togli alcuni pochi abbati, di bellicosa natura, che accompagnavano il principe alla guerra, regnava ne' monasteri un'altissima santità di costumi, e una gran semplicità di vita; su di che leggasi la leggenda di san Benedetto d'Aniano che fondò la pia sua religione in mezzo al deserto, la vita di sant'Adalardo, abbate di Corbia, tenerissimo cultor delle lettere, e ricoglitore della più ricca biblioteca dei monasteri nel medio evo; smisurata era la riputazion loro nel mondo cattolico, e l'episcopato medesimo ebbe spesso a toglier massime ed esempi da questi pii fondatori degli ordini religiosi. Due personaggi sopra tutti eminenti aveva l'episcopato: Teodolfo l'uno, promosso alla cattedrale vescovile di Orleans, ed un dei _missi dominici_ più zelanti nell'entrar del secolo nono. Aveva costui bastante pratica del mondo, chè nato nobile fra i Longobardi, erasi sposato a una fanciulla di nome Gisela, della quale rimasto indi vedovo, si consacrò al sacerdozio, ed ottenne il vescovado d'Orleans. Ei fu il cherico, a così dire, politico, del regno di Carlomagno, periodo pontificale piuttosto che episcopale, però che la podestà dei vescovi non venne a dismisura crescendo se non sotto Lodovico Pio; le tradizioni vogliono altresì che Teodolfo fosse un de' compilatori dei capitolari. L'altro di questi più eminenti personaggi dell'episcopato fu Agobardo, che splendè principalmente sotto il predetto Lodovico, ma che pur appartiene, per gli anni suoi giovanili, al regno di Carlomagno. Egli era uomo fortissimo e sapientissimo, e gli _Annali di Lione_ lo ripongon tra i vescovi più ardenti favoreggiatori dell'umana cultura. Noi lo vedremo in breve sopra campo più vasto.

Gli studi adunque si concentravano nei monasteri, e tutto apparecchiavasi sotto la protezione delle badie, e nella silenziosa solitudine del chiostro. Che se pure in talun di quei ricchi monasteri udivasi il latrato dei cani, e lo squittito dei falchi, misto allo strepito dell'armi, dir deesi tuttavia, per amor del vero, che le più di quelle colonie, attendevano a coltivare i campi e le scienze. Molte anche furono riformate da Carlomagno, e i cherici regolari, costretti alla vita monastica, ebbero a sottomettersi alle discipline della Regola di San Benedetto. I monasteri erano a que' tempi come società appartate, con loro leggi e consuetudini, loro sostanze e serventi; gli _Annali Benedettini_ ci recano innanzi il mirabile ordinamento delle grandi famiglie di San Dionigi, di San Marino, di San Germano e di Fontenelle, intantochè gli avanzi tuttora in piedi di quelle solitudini dar ci possono indizio della forma di quei monumenti al deserto. La badia era per lo più edificata in mezzo ad una foresta, incolta, tetra, fra gli urli de' lupi, però che le città non ispiravano divoti e malinconici pensieri, e il sito era quasi sempre appiè d'una collina, o alla sponda d'una riviera. Ivi tutta la colonia poneva mano all'opera; rizzavansi celle accanto l'una dell'altra, senza distinzione, per segno di fratellanza, poi, fra breve, una porzione della selva cadeva sotto la scure, e quegli operosi fraticelli vi disegnavano un orticello da seminarvi i legumi, nè i più superbi e nobili fra loro, i figli stessi dei re, sdegnavano punto questa coltivazion del verziere, e vi passavan ore dolcissime a veder crescere le maraviglie di Dio; ogni monaco viveva in comunità, ma pure aveva il suo orticello per proprio sollievo; le celle sorgevano ad una ad una, come le arnie dell'api, fatte, dice Agobardo arcivescovo di Lione, a distillarvi il mele dell'orazione e dello studio; alte muraglie segregavano quindi il monastero dal mondo, e ne facevan come una città di Dio, in salvo dalle passioni. O nobili ed antiche badie di Corbia, di Jumieges, di Fontenelle, come i vostri avanzi rendono ancor testimonio della pietà di Batilde, vostra regal fondatrice, di Batilde, che da schiava della Sassonia fu sublimata al trono dei Franchi! In questi avanzi più che altrove, è da cercar l'instituzione della vita monastica, chè ivi è tuttora in piedi l'umile refettorio, in cui, durante il grave e tacito desinare, un monaco leggeva le massime della Scrittura, ovver le leggende de' Santi, a quel modo che i re legger si facevan le gesta dei passati, mentre girava intorno la tazza traboccante del vino di San Greal!

In mezzo alle celle sorgeva la sacra cappella, che i monaci ornavano come il gioiello della lor solitudine: gli uni scolpivano l'oro dell'arca benedetta, gli altri formavano i legni nell'officina del convento, chi tesseva lino, e chi tagliava tonache di bigello; il monastero era il modello di tutta la contrada, il centro dell'industria e delle arti; vi s'insegnavano i metodi, le varie coltivazioni, l'arte d'irrigare e svolgere i terreni, di fecondar le selve e i deserti. A due cose principalmente attendeva la grandiosa istituzione di San Benedetto, allo studio e al dissodar le terre. Lo studio poneva sua stanza nell'ampie biblioteche e nelle scuole attinenti a ciascun monastero. — Vedi tu quel giovin monacello, colla fronte coronata di pochi e radi capegli neri, tutto circondato di manoscritti e codici antichi? Egli va pazientemente copiandoli, miniandoli d'oro, di carmino, d'azzurro, ei passa così gli anni della sua vita a compiere, un sudatissimo lavoro, a ben punteggiare ed a correggere i testi, a leggere ed a raffrontare Omero e Virgilio, ed i Salmi, opera ancor più stupenda. — Io per me non posi mai l'occhio o la mano su alcuno di questi manoscritti miniati del medio evo, senza sentirmi dentro profondamente commosso; tutta una vita fu consumata in questo lavoro; queste pitture, ora quasi appien cancellate, furon tratteggiate dalla paziente mano d'un povero padricciuolo, con davanti a sè l'oriuolo a polvere che versava le ore, e un teschio da morto appiè della croce, che lo guardava coi vuoti occhi suoi, e dirgli pareva fuor degli eburnei denti della sua bocca:

«Quale or tu sei, tal io pur era; e quale Ora son io tal tu sarai. Con vano Disío, del mondo seguitai le gioie: Or son cenere e polve, e ai vermi pasto.[72]»

Quante cose morte furon risuscitate in quelle solitudini! E quante passioni vi furon morte, e quante dolorose istorie del cuore umano! Mille affetti ci si fanno incontro, sotto le oscure ed umide vôlte delle basiliche cristiane; quelle antifone, quel canto fermo, quei suoni lamentosi dell'organo, quel contrasto dell'armonia che passar ci fa dall'arpa degli angeli ai ringhii dei dannati, tutto questo fu creazione, e non senza grandezza certo e magnificenza, di quell'età solitaria e silenziosa. Quelle generazioni se ne sono andate; esse compirono il dover loro, a noi ora a compiere il nostro! chè morto un secolo, altri ne succedono a ricominciare un'opera non mai finita, come il masso d'Issione che sempre scende, e risale al luogo dond'è partito. Nel passar da una generazione all'altra non si veggono che ruine e distruzioni, tristo spettacolo che parla eloquente all'anima commossa, come ti avvien nelle campagne di Roma, se inciampi in un fusto di colonna coperto dall'edera, o nelle ruine d'un tempio accanto ai cipressi della villa Adriana.

Le scuole monastiche sempre si collegano con la Regola degli ordini religiosi di San Benedetto; ivi si dettavano istruzioni ai cherici novelli, alla gioventù del popolo, e a que' monaci che s'innalzavano dalla terra per combattere moralmente contro la gente da spada e da guerra. In coteste scuole monastiche insegnavasi la gramatica, la lettura dei libri sacri, le tradizioni della Scrittura, le opere antiche, Sant'Agostino, San Girolamo, valenti padri della Chiesa che commossero il mondo coi loro scritti. Esse scuole erano salite in tanto grido a' tempi di Carlomagno, che venivan dalla Sassonia, dall'Inghilterra, dalla Germania a San Martino di Tours, a Jumieges, a San Benedetto alla Loira, per istudiare sotto i maestri che dettavano a' cherici novelli, e v'era ben anco una scuola di canto grave e severo pel rito gallico, e pel sassone, più dolce, o più sonoro, a seconda del metodo greco o del romano. Questa scuola monacale pel canto, antichissima com'era, procedeva dai primi tempi della Chiesa; facevasi scelta di petti robusti per farli cantare i tormenti dell'inferno, o i lamenti de' salmi penitenziali; e raccoglievansi le voci innocenti della puerizia, a imitazion de' cori dei leviti a Gerusalemme, per intuonar gl'inni delle vergini di Sion e le lodi di Jehova; l'ufizio de' cantori nelle cattedrali ben è atto a ricordar quale stima si facesse del canto fermo ecclesiastico. A questi ammaestramenti pe' cherici s'aggiungano alcuni lievi rudimenti di geometria, d'astronomia, e di prosodia latina, e si farà concetto appieno dell'educazion delle scuole monastiche, dove la scienza fu perpetuamente e santamente conservata.

Il secondo precetto di San Benedetto era questo: «Fratelli, coltivate la terra, lavorate, arate.» E appunto da esso procedevano que' grandi coltivamenti delle foreste e dei deserti. I Bollandisti, quegli infaticabili ricoglitori delle antiche leggende, ci hanno dato a conoscer la vita intima di quei fondatori dei monasteri, che ritiravansi in orridi deserti fra i bronchi e gli spini, allargavan le loro colonie a Mezzodì, sotto que' soli ardenti, ed aveano a combattere contra il velenoso serpente, la vipera acquattata sotto le pietre, la molesta salamandra, e l'aspide mortale, celato fra l'erba fiorita. Al settentrione in vece, que' poveri padri aveano a difendersi contra i lupi, che a branchi scorrevano la pianura; contra il terribil cignale, e l'astutissima volpe che facea la guerra al pollaio e alla greggia. Poi que' buoni religiosi contrastavano, con invitta perseveranza, contra una ingrata natura, rompevano, a forza di marra, lo steril macigno, e spianavano l'incolto terreno, nè eran usi scegliere il miglior suolo, ma tale essi il facevano, e in breve bei vigneti, prati condotti ad arte e verzieri, succedevano a quelle balze selvagge. Ogni monaco era ortolano, e al primo tocco del mattutino, ognuno ponevasi al lavoro; poi ci tornava dopo le preci, senza lasciarsi mai scorare da impedimento che fosse; tutti, come dice frate Adalberto, fino a notte sudavano, e quando poi la terra intorno al monastero era ben coltivata, qualche famiglia di coloni veniva a lavorar con loro, ed a viver sotto le loro leggi. Il servo che fuggiva dal maggiordomo troppo disumano del feudatario, riparava nel monastero, sotto la protezione delle immunità sue, all'ombra del pastoral dell'abbate, nè ad alcuno era lecito penetrare in quel santo asilo; il medesimo scherano fermavasi pauroso sulla soglia per tema di non aver petrificati i piedi, però che mille leggende raccontavansi di chi avea posto la mano nel bene altrui: un tale avea fatto per rapir certa trave da una chiesa, e le sue mani v'eran rimaste appiccate, ad esempio dei violenti che non rispettano l'avere altrui; un altro era stato sì ardito da romper con man profana i sigilli d'un'arca, ed ecco che un tremito improvviso gli avea prese le membra, con bava che gli uscia di bocca, e così, finchè il Santo medesimo era venuto a perdonargli. Maravigliose leggende, che in que' tempi di violenza frenavano la mano del forte e del brutale.

Oh quante anime lacerate dal dolore ricoveravano in quelle solitudini del deserto! quanti venivano nei monasteri a cercar porto dopo le tempeste della vita! I servi ivi eran quasi tutti volontari, sì dolce era il reggimento di Dio, nè alcuno attentavasi d'affligger con battiture le loro spalle gravate di tante fatiche. Il pastorale era una verga proteggitrice, non punitrice.

Poi, fra breve, accanto alle badie sorgevan villaggi sotto la loro speciale giurisdizione, ed esse concedevano tratti più o men grandi di terra da coltivare ai servi e ai coloni, senza fitto nè livello di sorta. Ogni monastero possedeva di ampie tenute, procedenti alcune dai doni di re o baroni, e altre dall'industria stessa dei monaci nel dissodare e coltivare la terra. Presto mi avverrà, con l'analisi del Poliptico d'Irminone, di narrar tutta questa innumerabil famiglia di monasteri, la coltivazion delle terre, la quantità dei servi che le abitavano, la differenza fra i coloni ed i servi sotto schiavitù, la diversa natura dei terreni, la loro girevole varietà, i loro frutti, le gravezze loro. La gran famiglia dei monaci di San Germano, di San Martino di Tours, di Fulda, di Jumieges, di San Benedetto, propagginavan colonie sino ai confini dell'Italia e de' Pirenei; gli abbati eran veri sovrani, ma buoni e paterni, indipendenti dai vescovi; ma non sì tosto traviavan dalla Regola, il papa scrivea loro di rientrar nella disciplina, santa non essendo la vita monacale presso a Dio, se non per l'umiltà e fraternità universale. E che cosa era infatti il monastero sotto i Carolingi? non altro che una gran congregazione di fratelli tutti eguali sotto un abbate, dittatore, il più delle volte, elettivo, che riduce così a realtà que' grandi principii di governo: l'eguaglianza, la fraternità, la gerarchia, l'elezione, la podestà forte e grande sotto una regola, una gran carta comune.

Lo storico che voglia formarsi un giusto concetto di questo periodo del medio evo, dee ad uno ad uno squadernar i cartolari delle badie, e quegli archivi rosi dal tempo; chè ivi si trovano tutti gli affetti, tutte le consuetudini della vita fra quell'antica società: ivi la nota del battesimo che lancia l'uomo nella vita, ivi del matrimonio che lo congiunge alla donna, ivi della morte inesorabile che a tutti ed a tutto lo svelle. Nei cartolari si trovan pure i contratti per la vendita d'un servo, l'emancipazione di uno schiavo, la donazione d'un campo, l'allegagione, la misura dei terreni, il fitto. La cronica ci narra i fatti generali della storia, i fenomeni della natura, il turbine che svettò i campanili, il vento che fece suonar le campane, i lupi che a grandi torme scesero alla pianura; la cronica raccoglie le memorie dei combattimenti, delle spedizioni militari, dei costumi, delle usanze de' cavalieri; la pia leggenda ci racconta la vita di qualche povera pastorella, da Dio recata a grande stato per insegnare agli uomini il rispetto dovuto al seno verginale della fanciulla e alla castità della donna; il diploma e il cartolare son come il ragguaglio di questa vita pubblica[73]. Leggete: qua una pia dama, di nome Ildegarda, o Berta, o Batilde, dona ad un monastero un tratto di terreno, con livello in danaro, per averne in cambio orazioni propiziatorie dopo la morte sua; colà il leudo, il conte, il re, tremendi potentati, si ricordano l'eguaglianza del sepolcro e la morte che viene, e parendo loro d'udir suonare la campana de' morti, in mezzo alle loro corti bandite, s'affrettano a dettare ne' cartolari: «Vogliamo che sien celebrate messe pel riposo dell'anima nostra, e fatta elemosina ai poveri.» E questa voce elemosina si trova in quasi tutte quelle pergamene.

Nell'età del vigore e della vita, impeto e passioni violente: nell'età della vecchiaia e della decrepitezza, debolezza e pentimento, e quindi l'aspergersi di cenere che quei cavalieri faceano, appoggiati sull'elsa della spada foggiata in forma di croce. E tuttor li veggiamo, quei prodi paladini, nelle loro marmoree figure, smozzicate dal tempo o dalla mano degli uomini, chè noi non abbiamo a cosa del mondo avuto rispetto, ed immemore troppo de' suoi padri la presente generazione ha frugato con sacrilega mano fin entro alle tombe. Dio non voglia ch'ella sia rimeritata con egual misura!

CAPITOLO VI.

L'INSTITUZIONE PRINCIPALE DEI _MISSI DOMINICI_.

Origine dei _missi dominici_. — Mobilità dei magistrati. — Giuramento dei vassalli. — Tributi. — Ufizio dei _missi_. — Capitolari ond'è ad essi affidata l'esecuzione. — Toccasi della giustizia. — Delle persone. — Delitti pubblici e privati. — Giurisdizione assoluta sui placiti, sui conti e sui giudici. — Soprantendenza sui monasteri. — Sulle mense reali. — Relazioni dei _missi dominici_ all'imperatore. — Teodolfo, un di questi nel Mezzodì. — Poema intorno alle sue rimembranze.

802 — 811.