Storia di Carlomagno vol. 2/2

Part 7

Chapter 73,799 wordsPublic domain

Carlomagno fu il centro di tutto questo scientifico movimento; tutto, tutto egli raccolse intorno alla grandezza sua, e intantochè certe cronache dicono ch'egli a stento accozzar sapeva le sue lettere, altri monumenti ce lo presentano per l'illuminato protettore dei dotti. Non ci rimangono firme di sua mano, chè ne' suoi diplomi, accanto alla sua bolla e sigillo, trovasi il suo monogramma sì, ma pur sempre tratteggiato dal suo scrivano o cancelliere, conforme usavano i principi del secondo lignaggio[65]. Nè v'ha punto contraddizione in questa medesimezza d'un principe ignorante per sè stesso, e protettor nondimeno delle scienze e degli studi; questo capo, questo Barbaro, ama, al par di tutti i conquistatori, la poesia, e si fa cantar dagli scaldi le storie della patria, chè Carlomagno pure sapeva, al par d'ogni altro re che fondar volle un grande sistema di governo, l'azione dall'antica letteratura esercitata sulla compagnia civile; egli resta germanico sì, per l'indole sua, per la sua forza, per l'origine sua; ma quanto al pensare, egli studia di farsi Romano. Nelle militari sue spedizioni accompagnar si fa dai leudi, dai conti suoi; ma quand'egli ha a ordinar l'impero, a far leggi di buon governo, chiama in aiuto ed appoggio suo i cherici, e solerte e proveduto, com'egli è in ogni cosa, tien corrispondenza con tutti. Pochi sono i monumenti scritti venuti da lui di prima mano, nè altro più abbiamo di suo che poche lettere, ma son fattura d'un uomo che riempiè della sua fama il medio evo, e però la storia raccoglier dee, come sacre reliquie, tutto che vien da un'origine si sublime. V'ha sempre dell'oro in mezzo a questa polvere, e della grandezza sempre in mezzo a queste ruine!

La badia di Fulda, gran fondazione del secolo ottavo, è la stanza prediletta del principe d'Austrasia, non altrimenti che la badia di Montecassino è la fondazione dei re longobardi; e Carlomagno gode poi di carteggiar con quegli abbati, che con la mitra in capo, e col pastorale in mano, venner tante volte ad accoglierlo: «Tu dèi dunque sapere, scrive quindi a Bogolfo, abbate di Fulda, aver noi pensato, insiem coi nostri fedeli, esser utile che nelle chiese e nei monasteri, di cui Dio ci ha confidato il supremo governo, ognun dei cherici attenda non solo ad osservare una vita disciplinata, ed a praticare gli ufizi della nostra santa religione, ma sì ancora, se il Signore gli abbia dotati delle necessarie facoltà, ad istruirsi nello studio delle belle lettere, come regola onesta e difesa dei lor buoni costumi. Così pure vogliamo che lo studio e la dottrina giovino loro a purgare il discorso, onde, con la vita loro esemplare e con la piacevol maniera del dire, adempiano i comandamenti di Dio, però che scritto è: — Sarete assolti o dannati secondo le vostre parole. — Nell'occasione dell'averci, quest'anno, parecchi monasteri fatto sapere ch'essi indirizzavan per noi fervide orazioni al cielo, ci siamo accorti, per le lettere loro, che, se retto è l'animo, scorretto è lo stile, e che tradur non possono, senza sconcio, per iscritto, i buoni pensieri che ad essi vien suggerendo la loro devozione per noi. Or questo loro scorretto scrivere ci ha messo in timore, che dalla scarsa loro dottrina sieno impediti a ben comprendere il testo della Sacra Scrittura, ben sapendo noi che, se gli errori di lingua sono dannosi, quelli che falsano il senso son più dannosi ancora. Laonde noi vi esortiamo a non trascurar le belle lettere non solo, ma sì ancora ad applicarvi diligentemente a studiare e scrivere i misteri della Scrittura, affin di poterli facilmente comprendere.»

Nella qual epistola, opera certamente di Alcuino, si appalesa l'amore alle lettere di Carlomagno, volendo egli che i cherici studino e scrivano con eleganza e correzione di stile. Dai campi della Sassonia scrive indi ad Adriano: «Signor nostro: Re Carlo, vostro figlio, e la figlia vostra e nostra donna Fastrada, figlio e figlia di Nostro Signore, e tutta la casa vostra vi salutano; tutti i preti, i vescovi, gli abbati e tutta la congregazione devota in Dio, e così tutta la generalità del popolo franco vi salutano. Il figliuol vostro vi rende grazie dei legati che gli mandaste e delle dolci vostre lettere, con cui lo fate certo della prospera conservazione di vostra salute.» Carlomagno soggiorna indi nel monastero di Fulda, e d'ivi carteggia con la regina Fastrada, una delle donne sue, intorno all'astinenza e al digiuno. «Con l'aiuto di Dio (così egli), noi abbiam fatto per tre giorni orazione, principiando alle none di settembre, per impetrare da Dio misericordioso pace, vittoria, salute, ed insieme un prospero viaggio, e per supplicarlo d'aiutarci sempre e sostenerci e difenderci. I nostri preti ordinarono a tutti quelli che per età e per salute fare il potessero, d'astenersi dalla carne e dal vino, e per ottenere licenza di bere alcun po' di vino per questi tre giorni, i più ricchi e facoltosi di noi donarono, secondo le forze loro, ma non manco di un danajo; oltre di che ognuno fece anche limosine, più o meno abbondanti, secondo il suo stato. Ciascun prete disse una messa, salvo gli impediti da malattia, e quei cherici che sapevano i salmi, ne recitaron cinquanta, restando a piè nudi intantochè oravano. Tale si è il comandamento dei sacerdoti, a cui tutti abbiamo stimato conveniente di sottometterci, ed è voler nostro che tu faccia il medesimo coi nostri fedeli. Quanto a te ed a ciò che per la tua debolezza ti si può concedere, ci rimettiamo nella prudenza tua.»

Egli ti par di udire un antico imperatore di Roma, Cesare, per cagion d'esempio, che ragioni con la moglie sua, degna matrona romana, de' suoi pontefici e della celebrazione delle pubbliche feste. Carlomagno è il custode della polizia dell'impero suo, quindi egli invigila gli uomini d'arme, i cherici, e però ch'egli conosce tutta la podestà della Chiesa, se ne fa correttore e guardiano, e scrive anche in parti lontane a far che non abbia danno nelle cose sue; testimonio quant'egli scrive qui appresso al re Offa. «Un prete scozzese, che dimorò qualche tempo vicino a noi nella parrocchia di Ildeboldo, vescovo di Colonia, secondo la denuncia del suo accusatore, peccò, mangiando carne in quaresima. Se non che i nostri preti, non avendo trovata l'accusa bastevolmente provata, non vollero sentenziarlo; ma pur nullameno, più non gli consentono, a cagion del suo fallo, d'abitar nel luogo di sua dimora, onde il volgo ignorante non abbia a vilipendere l'onore del sacerdozio, e lo scandalo non conduca forse altri ad infrangere la santità del digiuno; rimessolo al tribunal del vescovo, innanzi a cui fece i suoi voti al Signore. Noi ti preghiam quindi d'ordinare ch'egli sia ricondotto al suo paese per esser ivi giudicato: chè ivi pure osservar si dee la purità dei costumi e la costanza della fede in grembo alla Chiesa di Dio, sì che quest'unica, perfetta e immacolata colomba dall'ali d'argento e dalla coda dorata, sfolgorar vi debba di tutto il suo splendore[66].»

Questa universal vigilanza della Chiesa doveva esser costantemente sostenuta da fermi atti del principe; calde controversie agitavano i vescovi, gli abbati ed i monaci; in più d'un luogo la stretta disciplina era posta in non cale; dove l'ignoranza, e dove la passione dei cherici; poi il viver rotto e romoroso dei monasteri. L'abbate di San Martino e i suoi monaci obbedir non volevano al vescovo, credendosi sciolti da ogni giurisdizione dell'Ordinario, onde Carlomagno scrive loro in questi severi termini: «Il vescovo Teodolfo si lagna, in una sua lettera, dei modi poco convenevoli coi quali avete trattata la sua gente, nè ancor tanto di questo, quanto del poco rispetto che aveste al vescovo della città vostra, e del disprezzo da voi dimostrato per gl'imperiali nostri comandamenti. Or questi comandamenti, da noi fatti scrivere sotto l'autorità del nostro nome, v'imponevano di restituir nelle mani di questo vescovo un cherico, che, fuggito di prigione, erasi venuto a ricoverar nella basilica di San Martino; nè questo era punto un comando ingiusto. Ci siam fatte rilegger amendue le lettere, la vostra e quella di Teodolfo, e abbiam trovato nelle vostre parole maggiore acerbità ed ira, e niun sentimento di carità verso di lui; egli pare che ivi vogliate piuttosto difendere il reo, ed accusare il vescovo, e dar a intender che si possa e anzi si debba metterlo in istato d'accusa, laddove le leggi umane e le divine tutte s'accordano in proibire al reo d'accusare nessuno. Indarno voi lo scusate, adducendo ch'egli ha interposto appello dinanzi a noi, facendovi appoggio della massima che ogni accusato e sentenziato dinanzi al popolo della sua città, ha il diritto anch'esso d'accusare altrui e di richiamarsene a Cesare. Voi citate ad esempio san Paolo che, accusato dal popolo innanzi a' principi giudei, fece appello a Cesare, e fu mandato dai principi stessi dinanzi a lui per essere giudicato; ma questo non ha niente a che fare col caso presente. L'apostolo Paolo era accusato sì, ma non giudicato, quando appellò a Cesare, e fu a lui rimesso; laddove questo ribaldo prete, accusato e sentenziato, s'è trafugato dal suo carcere per rifuggirsi in una basilica, non ostante la legge che gliene interdiceva l'entrata fino a penitenza compiuta, e solo adesso, benchè dicasi ch'ei continua nella peccaminosa sua vita, egli ricorre a Cesare, ad imitazione dell'apostolo Paolo. Ma, come Paolo altresì, indarno egli sarà venuto ad invocar Cesare, perchè noi comandiamo ch'egli sia rimesso nelle mani di colui dalla cui forza s'è sottratto, a lui solo spettando, parli vero o falso il colpevole, tradurlo dinanzi a noi, nè occorre che per un uom siffatto sia niente innovato negli ordini nostri. Non sappiamo poi abbastanza stupirci della temerità vostra nell'opporsi, soli, agli atti della nostra autorità. Già dovete saper quante mormorazioni si son fatte, e non senza ragione, sul vostro modo di vivere; infatti, ora vi chiamate monaci, ora canonici, e talvolta non siete nè l'un l'altro; sicchè vegliando al vostro bene, e toglier volendo la mala vostra riputazione, vi avevamo scelto un maestro e un rettore atto a mostrarvi con le sue parole e i suoi precetti la retta via, e fattolo venir da lontan paese, ed uom religioso e di santa vita come egli era, ci confidavamo che gli esempi suoi vi potesser correggere. Ma, ohimè! tutto fu contro alla speranza nostra, e il demonio ha trovato in voi quasi altrettanti ministri a seminar la zizzania fra i sapienti e i dottori della Chiesa, e ad indurre in peccato d'ira e d'invidia queglino stessi che castigare e corregger dovrebbero i peccatori. Se non che, speriamo, Dio non vorrà permetter ch'essi cedano alle maligne vostre suggestioni. Quanto a voi, spregiatori degli ordini nostri, canonici o monaci che vi chiamiate, verrete a quella delle nostre grandi udienze, che vi sarà dal presente nostro messo assegnata; nè vi giovi a sollevarvi dall'obbligo di comparire ad espiar l'inaudita temerità vostra la lettera in cui tentate di giustificare la vostra ribellione.»

In questa lettera Carlomagno tutta manifesta l'ira sua, e il subitano e forte suo risentimento; l'Austrasio, che vuole tutto soggetto, si maraviglia che vi sia chi ardisca resistere agli imperiali suoi comandi; detto il suo volere, ognuno ubbidir dee, e quel ch'egli dice agli abbati, dice anche ai re, imperando su tutti. «Mi è venuto all'orecchio, scrive egli a Pipino re d'Italia, suo figlio, che alcuni duchi e subalterni loro, castaldi[67], vicarii, centurioni, e i loro ufiziali, come sono i falconieri, i cacciatori e altri siffatti, nello scorrer qua e là le provincie da essi abitate, levano tasse non che sugli uomini liberi, sulle chiese di Dio, sui monasteri dei frati e suore, sugli ospizii, sul popolo e sugli operai che lavorano le vigne, i campi ed i prati delle chiese, di questi ultimi anche servendosi per far costruire gli edifizi loro, continuamente privandoli della carne e del vin loro, contro ogni giustizia, con mille altre angherie di cui gli opprimono. Onde è, caro figliuol mio, che ti mandiam questa lettera, acciò che tu applichi tutta la cura e la prudenza tua a riparare il male. Ci fu detto altresì che in alcuni luoghi, certuni de' nostri soggetti e de' tuoi, pretendono esser nullo il partecipar che abbiam fatto loro di vari capitolari scritti nella legge, e sotto simil pretesto ricusino di ubbidir loro ed averli per leggi. Ora, tu sai i discorsi che noi medesimi abbiam tenuti teco sul proposito di questi capitolari, onde ti preghiamo di farli conoscere ed eseguire in tutto il regno da Dio confidato alla tua vigilanza, e ti raccomandiamo di provedere affinchè facciasi quanto abbiamo ordinato così intorno all'uccisione dei vescovi e dei preti, come all'altre cose. Intanto, in riguardo a' preti, ci par conveniente, che se il prete sia nato libero, si triplichi l'ammenda imposta dalla legge, e il medesimo s'egli sia stato anche solo ferito. Se poi v'ha dubbio ch'ei sia nato servo, si faranno indagini sull'origine sua per sapere se debbasi o no far pagare triplicata l'ammenda. Così facciaci anche rispetto ai diaconi.»

Tanto per la legge politica; ecco ora una lettera di Carlomagno intorno alla predicazione della parola divina, perchè egli signoreggiar vuole eziandio la dottrina, la parte morale dell'uomo, l'intelletto. La lettera è indiritta al vescovo di Liegi. «La paternità vostra tenga bene in mente quanto le abbiam più volte detto in consiglio, circa le predicazioni nella Santa Chiesa di Dio, ed il modo in cui ella doveva predicare, ed istruire il popolo secondo l'autorità dei sacri canoni. Per prima cosa, in quanto riguarda la legge cattolica, noi le dicevamo, sia debito a chi imparar non ne può di più, recitare almeno a memoria l'Orazione dominicale ed il Simbolo della fede, quali gli Apostoli ce li hanno insegnati, nè ad alcuno sia lecito levare dal fonte battesimale niun fanciullo, senz'aver prima recitato, alla presenza di vostra paternità o d'alcun de' suoi preti, l'Orazione dominicale ed il Simbolo. Se non che avendo nel giorno dell'Apparizione del Signore trovato parecchie persone che volean far battezzare dei fanciulli, noi abbiamo ordinato che ognuna di esse, fosse appartatamente e diligentemente esaminata per vedere se, come dicemmo, tutte sapessero l'Orazione domenicale e il Simbolo, e ne furon trovate parecchie che non sapevan nè l'una nè l'altro; onde allora fu da noi ordinato che venisse loro impedito di levare nessuno dal sacro fonte, finchè imparato non avessero, sì da recitarle a mente, le dette due orazioni, il che fu cagione a molti di grande vergogna. Ed appresso, eccellentissimo vescovo, ci parve bene di ordinare un digiuno, e che ognun si astenesse dal vino e dalla carne, digiunando fino all'ora nona, eccettuati quelli ai quali non è consentito farlo dall'età o dalle infermità loro.»

Tutto si mescola e confonde in questi tempi, e mentre Carlomagno impone i digiuni e le penitenze come un vescovo, ordina pure agli abbati di seguirlo alla guerra coi loro armigeri, e un armamento all'abbate Folrado, uomo di scienza. «Tu verrai, così gli scrive, co' tuoi armigeri al luogo assegnato, perchè d'indi muover tu possa verso qualunque altro luogo noi saper ti facessimo, a mano armata, cioè con armi, arnesi, munizioni da bocca, vesti, tutto ciò insomma che fa di bisogno in guerra. Ognuno de' tuoi cavalieri abbia scudo, lancia, spada, mezza spada, il suo arco, il suo turcasso, le sue frecce; ogni tuo carro contenga scuri, asce, cunei, pale di ferro, e tutti gli altri arnesi utili contro il nemico. E di questi arnesi e munizioni da bocca ve n'abbia per tre mesi, e dell'armi e degli abiti in quantità sufficiente per mezzo l'anno. Tanto ti ordiniamo perchè tu il faccia eseguire, e perchè tu ti rechi pacificamente al luogo assegnato, cioè senza toccar nulla per via, salvo il fieno, la legna e l'acqua di cui tu possa avere bisogno[68].»

Questi frammenti delle epistole di Carlomagno da lui scritte o da' suoi scrivani e segretari, danno meglio a conoscer l'indole del conquistatore, del re, dell'imperatore, che non tutti i sistemi e le classificazioni dei tempi moderni; bello è veder l'imagine dell'uomo ne' suoi propri scritti, che ivi è tutto trasfuso il pensar suo. Invano tu ivi cercheresti alcuna division filosofica, ogni cosa essendovi insiem mista e confusa; le leggi civili coi canoni ecclesiastici, i capitolari coi concilii. La possanza di Carlomagno tutto domina dal governo generale della società, sino alla disciplina della Chiesa e all'amministrazione domestica del palazzo. Con la lettura di questo carteggio epistolare di Carlomagno tu puoi formarti concetto dell'indole e della podestà sua, la quale podestà è un misto di attribuzioni politiche e religiose, una creazione selvaggia che tien della terra, della scienza e della barbarie, gli è il caos sbrogliato dalla mente d'un supremo intelletto, il solo, in tant'opera, superiore al suo secolo, con una società intorno che resiste al vigoroso impulso suo.

CAPITOLO V.

LA CHIESA E LE SUE COSTITUZIONI SOTTO CARLOMAGNO.

Conflitto per l'unità. — Eresie. — Le due principali. — Gl'iconoclasti. — La dottrina di Felice da Urgel. — I libri carolini. — I vescovi. — Gli abbati. — Aspetto dei grandi monasteri. — La Regola. — Le cronache. — I cartolari. — Le mense ecclesiastiche. — Abbozzo della famiglia monacale. — Le terre ed i servi.

768 — 814.

La grand'opera di Carlomagno si congiunge sostanzialmente con la podestà e l'unità della Chiesa; la corona imperiale sorge accanto alla mitria pontificia, la spada presso al pastorale; i capitolari sono una perfetta confusione del diritto civile con la legge ecclesiastica. Ai primi secoli del periodo franco, l'universalità della Chiesa non è principio ammesso dappertutto; ella va debitrice del suo splendor temporale e dell'indole sua di sovranità secolare principalmente a Carlomagno, alle pratiche di quest'ultimo ed all'intimità sua con Adriano e Leone papi; donde avvien poi una specie di ristaurazione di quelle due podestà del pontificato e dell'impero, l'una delle quali tende sempre all'unità sua per istabilirsi su quella pietra da cui la Chiesa dee sollevarsi tutta rigogliosa di maestà e di vigore; l'altra attende ad ordinare il governo e la società materiale. Leone saluta l'impero in Carlomagno, e l'imperatore protegge questo pontefice doppiamente minacciato, e dal popolo di Roma e dalla moral ribellione dell'eresia; accordo misterioso che non ebbe a durar se non un tempo, però che il pontificato e l'impero si separarono, e ricominciò il naturale conflitto tra il soldato ed il cherico che già era fin dal nascere della doppia podestà dei papi. Come reprimer passioni che bollivano nel cuor dell'uomo prepotente e brutale, e strappargli dalle avide labbra la tazza del banchetto, e farlo soggetto alla castità, alla sobrietà, alla temperanza?

L'unità della Chiesa risultava dalla dottrina sua; i papi possedevano in sè l'autorità dell'interpretazione, e i concilii l'applicavano come legge civile. L'eresia era una separazione dalle dottrine fondamentali, una specie di sminuzzamento del potere; l'ingegno non s'arresta, ma procede innanzi sempre con un'azion violenta che arde e divora, e rintuzza l'autorità perch'essa vuol comandargli; quindi nasce l'amor della disamina che in un'ardente e fisicosa immaginazione va senza posa operando, e questo travaglio ingenera l'eresia. Due grandi turbazioni ebbe la Chiesa a quei giorni, l'una recatale dagli iconoclasti, distruttori delle imagini e delle statue, l'altra da Felice da Urgel, il quale interpretando in senso stretto il Simbolo niceno, negava la natura spirituale e divina del Figliuolo di Dio.

L'eresia degli iconoclasti, che fu come una rappresaglia delle barbarie, non voleva il culto delle imagini, e que' salvatichi settatori manomettevano brutalmente i capolavori delle arti, invocando l'antica avversion de' cristiani contro all'idolatria e a quell'olimpo popolato di Dei con belle forme d'oro e d'avorio uscite degli scarpelli d'Apelle[69] e di Fidia; il culto delle imagini, a dir loro, altro non era che un rinovare l'idolatria. L'ingordigia d'alcuni de' greci imperatori trovar pur volle imagini, materie d'oro e d'argento, e rubini, e altre pietre preziose da gittar come spoglie ai soldati; Carlo Martello dava i feudi e le mense della Chiesa alle sue genti, e gl'imperatori di Bisanzio distribuivan fra le loro gli aurei ornamenti dei reliquiari e degli altari. Il popolo minuto, sempre credente e sempre artista, che vuol dar corpo alle idee sue, in ciò ch'egli ama e venera, in Dio e negli spiriti celesti, era fautore ardentissimo delle imagini, chè al leggere o all'udire di qualche divota leggenda, gli nascea il desiderio di vedersela tutta, e bella foggiata sotto agli occhi, e voleva scolpirla, dipingerla per indi prostrarsegli innanzi, però che aveva l'amore e il culto del bello. Il terzo Concilio niceno accolse una dottrina di mezzo che posava sopra buoni principii; non si voleva, secondo esso, adorar le imagini, e offrir loro le stesse preghiere che a Dio ma potevasi, anzi dovevasi onorarle come rappresentazioni d'un pio pensiero, e una specie di leggenda marmorea. I libri carolini attribuiti a Carlomagno, e di cui per avventura fu autore Alcuino, sono anch'essi rivolti contro la materiale adorazione delle imagini, ed ivi si par che l'imperatore accetti egli pure, ma in senso circoscritto, alcuna delle massime degli iconoclasti. Nato egli in mezzo alle foreste, era cresciuto nell'idea d'un culto senza imagini, e certo colui che atterrato aveva in Sassonia l'idolo colossale d'Irminsul, sentir doveva qualche ripugnanza per quei santi di marmo, e per quei dipinti che rappresentavano la storia sacra.

Nel suo carteggio coi papi Adriano e Leone, Carlomagno viene a poco a poco ricredendosi dell'opinione sua eretica, promulgata dal concilio di Francoforte[70], e «s'egli scrisse, ivi dice, contro il concilio di Nicea, si fu perch'ei non ne comprese bene il senso». Infatti esso concilio non ingiungeva altrimenti d'adorare le imagini alla maniera degli antichi Greci, e conforme al culto de' pagani per gli Dei dell'Olimpo, nè di offrir loro sacrifizi, come all'Apollo dei gentili, o all'Ercole dalle forti membra, o alla Venere di Pafo; mainò; il culto de' santi altro esser non dovea che l'adorazione di Dio stesso, e la venerazione verso coloro che aveano praticati e rigorosamente osservati i precetti del cristianesimo; i santi erano i servi di Cristo, ed onoravansi come discepoli suoi, nè si adoravano. Queste dottrine, esposte da Adriano in una bella difesa dell'arte, cioè della scultura e della pittura, ricreder fecero Carlomagno delle sue germaniche opinioni contra le imagini. I libri carolini divenivano quindi senza scopo, e furono dismessi come un'antica dottrina caduta in disuso dopo l'interpretazione delle parole del concilio di Nicea. Il culto delle imagini prevalse, nel medio evo, perchè si confaceva col genio del popolo; i templi vuoti ben potevano acconciarsi alle meditazioni dei filosofi, ma il volgo avea bisogno della sua Madonna in manto celeste, del suo Cristo che il guardasse fiso e benigno, del Padre Eterno dal guardo severo, di san Pietro che cammina sull'acque, di Paolo, l'Apostolo della Grecia, e contemplar volea l'inferno in atto d'ingoiare i reprobi, e il cielo sempre aperto ai tribolati ed ai poveri di questo mondo. Queste imagini allettavano i fedeli nelle chiese, destavano in essi sentimenti di devozione, e confortavano il popolo con l'aspetto d'un avvenir di perdono pel giusto, e di tremende pene pel reo. Questo culto delle imagini produsse i bei dipinti, e creò i capolavori dell'Italia, principiando dai freschi del Campo Santo[71], fino al _Giudizio universale_ di Michelangelo, nella cappella Sistina.