Part 6
Carlomagno è uomo, come vediam dalla storia, d'indole evidentemente scientifica. Spesso di mezzo alle civiltà primitive emergon uomini che corrono con indicibile ardore verso lo studio, ed avviene allora che nell'opere loro si mesce un non so che di rozzo, di selvatico, di strano, che ritrae della prima loro educazione. Ben è vero che Carlomagno ama con entusiasmo gli studi romani, ma in sostanza egli resta pur sempre germanico. Eginardo narra ch'ei seppe appena accozzar le lettere e comporre a stento i caratteri del suo nome di _Karolus_[57], scritto appiè degli ordini e dei diplomi. Studia egli la scienza romana per genio, o solo per dare maggior lustro e profondità all'opera sua? Uomo di guerra e di conquista, egli ha nondimeno compreso tutto il profitto ch'ei trar può dall'educazion latina, — a voler aggentilire i costumi e gli spiriti; egli vide l'Italia, i suoi monumenti, le sue grandezze; egli udì la sua lingua, la sua musica; e qual pro cavar non puossi pe' popoli dalla grande educazion romana o bisantina? Egli è in amistà co' papi, i quali hanno intorno vescovi e abbati che parlano la lingua greca o latina, e scrivono in latino, egli condur vuole la doppia mossa della Chiesa e della scienza, e al par di tutte le menti sovrane, ei domina e regge ogni cosa che tocchi.
Tre uomini gli dan mano ad eseguire i suoi disegni di scientifico ordinamento; Alcuino, Teodolfo e Landrado, i quali appo lui rappresentano tre civiltà, tre lingue, tre popoli; Alcuino è sassone di stirpe, come san Bonifazio, parla l'idioma di quei popoli da Carlomagno domati fino alle rive dell'Elba, ed ha la viva ed ardente loro imaginazione; Teodolfo è lombardo, e rappresenta al di là dell'Alpi la letteratura latina, la civiltà di Milano, di Ravenna e di Roma; Landrado è uomo di patria germanica, e conserva e perpetua il profondo, solido e certo sapere. Alcuino è un cherico di fortissimi studi, come tutto il chiericato anglosassone di quel tempo, ed ha fatto laboriose e feconde indagini intorno alla Sacra Scrittura, alla grammatica, alla rettorica e scritto assai.
Teodolfo è il poeta degl'Italiani; le più dell'opere sue sono in versi, egli tutto descrive nella sua bella lingua, e vedesi ch'egli ha studiato Orazio, Virgilio e Ovidio pure. Un dei _missi dominici_, com'egli era, di Carlomagno, nelle provincie meridionali, lo spiritoso viaggio a Brindisi gli suggerisce il pensiero di descrivere in versi i luoghi da lui visitati nella sua legazione, e il fa con singolar magistero. La pittura ch'egli ivi porge della Settimania e della Provenza, è briosa, colorita, nè visita pure una città senza tutte riferirne a minuto le origini, gli usi, i costumi. Landrado, faticoso scrittore, come son tutti quelli di razza germanica, ha continuo carteggio cogli abbati, ammaestra i cherici, le donne, i fanciulli, ad esempio di san Girolamo, raffronta e punteggia le opere della Sacra Scrittura, e tutto pazienza, rettifica i caratteri merovingi, ad essi dando forma più pura e più studiata, che in prima non avevano. Alcuino è pur esso un grande correttore e punteggiator del greco e del latino; critico sodo e paziente, corregge gli errori de' manoscritti biblici; poi apprende l'ebraico, il siriaco, ed è siffattamente immedesimato con Roma, ch'ei dà il titolo di _Pandette_ alla raccolta delle opere sue; il suo lavoro intorno alla Bibbia è solenne, però che la Bibbia è il gran libro dei popoli, e tutta la generazione vi applica: nelle badie si commentano i salmi, le monache stesse sillogizzano intorno al senso dei libri sacri, e la badessa di certo monastero della Neustria, in carteggio con Alcuino, gli dice come le gravi sull'animo quella sentenza del profeta: _tutti gli uomini sono mendaci_. A somiglianza dei primi padri della Chiesa, Alcuino è in corrispondenza epistolare con le donne consacrate alla vita monastica, e abbiamo di quel dotto abbate un trattato indiritto alla vergine Eulalia; quelle giovinette, votatesi alla solitudine, si stimavano forti sì da leggere sant'Agostino[58], ed Alcuino ne fece un ristretto per uso loro[59].
Teodolfo insegna con pari ardore, e compendia e commenta e fa ristretti anch'esso ad uso dei laici, e difficil molto essendo l'interpretazione dei libri sacri. Alcuino e Teodolfo la pongono a ragguaglio di tutti per via di compendii in lingua latina ed anche in lingua volgare. Tutte queste menti si vengono concitando sotto il forte e generoso impulso di Carlomagno, che le anima e protegge; Alcuino è guiderdonato con ricche abbazie, Teodolfo è promosso al vescovado d'Orleans, Lanfranco ottiene la metropolitana di Lione; tutti si fanno stromenti a Carlomagno per illuminarlo e sublimarlo; l'uno gl'insegna le lettere, l'altro il latino ed il greco, ed egli tien con tutti loro intimo e familiare carteggio.
La teologia è la scienza di quell'età, è il fondamento d'ogni discussione. I dommi cattolici non son eglino la base di quella società? Tutto la fede religiosa comprende, e mal conoscerebbe lo spirito di quel secolo, chi credesse ivi all'azione della filosofia, foss'anche speculativa, al tutto estranea a quella credente generazione. Se non che alcuni libri di greci sofisti incominciavano sotto i Carolingi a penetrar nell'impero franco, e le compilazioni che sotto il pseudonimo di Dionigi l'Areopagita comparvero, precedettero d'oltre ad un secolo le dottrine dello Scoto. Io non voglio magnificar l'altezza degli scoprimenti del tempo antico, chè anzi chi suppor volesse un'ampia libertà d'indagini a quel tempo di forza e di cattolicismo, mostrerebbe di non sapere che cotali ardimenti dell'ingegno non sarebbero stati pure compresi a que' giorni, dove le teoriche religiose medesime aveano alcun che di materiale, e le controversie tutte versavano intorno al culto delle immagini. Tuttavia le pratiche con Costantinopoli favoreggiar dovettero il progresso della filosofia, benchè rarissime si trovin le citazioni dei libri d'Aristotile, i quali non furono, a dir proprio, conosciuti, se non per le arabe traduzioni del secolo nono. Ella è cosa incontrovertibile che la compilazione sotto il falso nome di Dionigi l'Areopagita, diffusasi in Occidente verso il regno di Carlo il Calvo, operò potentemente sugli studi filosofici; lo Scoto venne solo a compierli, nel secolo duodecimo; e il mondo attinse il primo lume alle faci del greco sapere, che conserva vasi nelle scuole di Costantinopoli; poi gli Arabi recaronvi le traduzioni della scuola alessandrina col suo sincretismo, finchè due secoli dopo il medio evo accolse le teoriche dello Scoto, capo della filosofia scozzese e maestro della scienza.
Del resto, in Occidente, i progressi non erano nè grandi nè vigorosi; e valga il vero, si può egli dare il nome di astronomia ai calcoli per fissare le date ed ai computi ecclesiastici delle feste mobili? In fatto d'astronomia disputavasi intorno al sistema aristotelico, intorno alla scuola alessandrina, intorno al sistema tolemaico; Teodolfo ed Alcuino eran di diversa opinione; quegli volea che l'anno astronomico principiasse a settembre; questi ponea quel ch'egli chiamava il _salto della luna_ in novembre. Singolari son le teoriche da Alcuino esposte intorno al sistema lunare; al tempo che la luna accostasi a quel salto astronomico, di cui tanto ragionano i dotti di quel secolo, egli segna sulla carta certe figure, che poi manda a Carlomagno, e questi discute con lui per farlo persuaso dell'esattezza delle sue proprie osservazioni, e lo regala d'imperfetti stromenti tolti dalla civiltà egiziana e romana. Non altrimenti che appresso tutte le primitive nazioni, quei dotti e quei sapienti molto osservano il movimento ed i fenomeni degli astri; al principio del secolo nono v'ebbe un lungo ecclisse di sole, che spaventò tutte quelle generazioni; il monaco d'Angouleme, che meritossi il titolo d'astronomo, prenunziò la congiunzione di Mercurio col sole nell'anno 807, e nel mese di febbraio fu veduto in cielo quel fenomeno che annunziava, al dir dei contemporanei, lo scontro di eserciti in guerra, e forse altro non era che un'aurora boreale, tinta in rossiccio. La discussione scentifica posossi quindi fra le memorie della scuola alessandrina ed i libri meramente della scuola greca aristotelica; ogn'anno, quand'aveasi a determinare la Pasqua secondo il rito del concilio Niceno, sorgeano vive discissioni procedenti da calcoli astronomici; l'astronomia era fatta scienza indispensabil pe' cherici: «un sacerdote di Dio dee saper fare i conti» dice un dei capitolari di Carlomagno. Il libro del Computo ecclesiastico, ingiunto dai concilii ai preti e nei monasteri, diviene il fondamento così d'ogni scienza, e gli astronomi furono preposti a tutti gli altri maestri, per la ragione che le feste ecclesiastiche dipendevano dalle combinazioni dei numeri e dei tempi.
Negli studi del medio evo trovasi sempre unita all'astronomia la geografia, scienza, della quale aveasi sotto Carlomagno imperfettissima cognizione; vero è che Teodolfo, sempre studioso, erasi provato a comporre un globo sferico con tutti i segni dello zodiaco, ma la spiegazione ch'egli ne dà è priva d'ogni esattezza. Egli si pare che in questa scuola domini la teoria di Tolomeo sulla forma della terra; ma non ben se la intendono intorno alle basi d'un sistema sferico: Alcuino pone per principio che la terra è quadrata, e il mondo, a dir suo, è fermo su quattro punti cardinali[60], e diviso in tre parti, Europa, Affrica ed Indie, le quali sono da lui descritte in modo vago, come uno spazio immenso dalla parte di Oriente. Tutto ciò che sapevasi a que' giorni di geografia, veniva dai pellegrini e dai vescovi viaggiatori, che andavano a predicar la fede tra i Barbari; le città e le provincie erano rozzamente segnate sopra qualche pergamena o papiro, e tutto ciò che serbavasi del mondo antico, era tolto dalla scuola romana o bisantina.
La scienza nondimeno forma tutta l'occupazione di quegli uomini che scoprir vogliono i riposti misteri suoi, e Teodolfo, il poeta italiano, uomo di fantasia, la rappresenta sotto l'imagin d'un albero, co' suoi rami madornati e coi fioriti suoi ramoscelli di mille colori; la grammatica forma la radice, da un lato esce la rettorica, dall'altro sorge la dialettica con tutto il rigoglio d'un lussureggiante rampollo, poi vengon, come tre sorelle strettamente abbracciate, la musica, la geometria e l'astronomia; e questo simbolo viene da Teodolfo svolto non senza un certo ardimento di pensiero. In tempo che gli altri sapienti altro non fanno che applicarsi alla Sacra Scrittura e allo studio dei salmi e dei libri biblici, egli confessa di gustar un interno diletto al leggere, e meditare gli autori pagani, e negli opuscoli suoi continua è la citazione de' bei versi di Virgilio e delle commedie di Terenzio. Anche i versi del sassone Alcuino san dello studio degli antichi; celebra l'arrivo di papa Leone in Francia, e usa la lingua poetica nello scriver epitafi e descriver l'oriuolo a polvere del Tempo, che corre presso all'eternità, intanto ch'egli biasima coloro i quali troppo si dedicano agli autori profani e a Virgilio principalmente, e ch'ei dice ad un suo discepolo: «tu sei troppo virgiliano,» e che ad un vescovo amico suo rimprovera la soverchia passione di lui per l'Eneide. In qualche monastero a que' giorni parlavasi il greco; v'erano scuole in cui veniva pubblicamente insegnato, e il latino era la lingua comune della Chiesa. Non è quindi maraviglia che gli antichi fossero letti e consultati quai maestri in letteratura e in poesia. Carlomagno medesimo non isdegnò il meccanismo de' versi latini, come vedemmo nel tenero epitafio suo di papa Adriano, ed anch'egli usava quella poetica lingua nelle sue epistole a Paolo Diacono.
Dettava pur versi nella patria favella, e spesso ancora in tedesco e in idioma germanico; facea raccogliere le tradizioni degli antenati, e voleva che gli scaldi e i poeti serbassero le memorie del passato e le vittorie degli avi. Di qui forse l'origine di quelle canzoni eroiche, onde ci restano oggidì ampie reliquie; se non che il tempo ha distrutto gli originali di questi monumenti in lingua barbarica, e poche parole appena, poche frasi sparse qua e là nelle iscrizioni latine, additano la lingua che parlavasi nel secolo ottavo; niuno tuttavia negar può che non vi fossero a quei tempi tradizioni e leggende scritte nel sermone della patria, alcune delle quali tradizioni mescolavansi con la vita dei santi. Le canzoni eroiche e i romanzi di cavalleria furono attinti a queste prime fonti; l'imaginazione dei trovatori vi lavorò sopra di ampie epopee, ma la sostanza di questa poesia vien da quelle leggende, di cui fan menzione le cronache, da quei canti in lingua teutonica, che a gran diligenza si raccoglievano per ordine di Carlomagno. Quei primi canti disparvero, perchè al tutto estranei alla vita solitaria dei monaci ed allo spirito loro di conservazione; le croniche, all'incontro, si son tramandate d'età in età, con la cura e la religione d'un sacro monumento; la lingua del chiostro fu la latina, quella del campo la tedesca; le croniche appartenevano all'ordine monastico, le canzoni eroiche all'ordine militare; le une furono conservate all'ombra delle solitudini; le altre si dileguarono, come il suono delle grandi battaglie, in preda ai venti delle generazioni.
Le canzoni eroiche si recitavano a gran voce in battaglia e nelle corti dei feudatari, ma nessun antico manoscritto ci pervenne con le note e le scale segnate come in quelli venuti dappoi; pur nondimeno non è a dubitar che siffatte canzoni non fosser cantate, e il nome loro medesimo ce lo insegna. E le poesie omeriche non furono anch'esse cantate per le campagne della Grecia? Le _cantilene giocolari_, come Alcuino le chiama, erano in contrapposizione col canto della Chiesa, grave e solenne; e recitavansi su arie allegre da menestrelli e trovatori, laddove gl'inni cattolici procedeano da due origini, dal canto gallico, che teneva un certo che di druidico e di selvaggio, e dal canto fermo romano o greco, e v'ebbe tra le due scuole vivo ed ardente contrasto, chè la Chiesa delle Gallie serbar voleva i suoi canti.
Carlomagno inchinava per la forma romana, siccome la più soave e appropriata agli inni di gioia, e il monaco di San Gallo ci narra come lo dilettassero gl'inni cantati, e com'ei volesse che i cherici ripetessero ad alta e sonora voce le lezioni della cattedrale[61], e come spesso a quelle assistesse, accennando egli stesso col dito o con la punta del bastone ognuno a cui toccava la volta sua di cantare.
Il canto fermo scritto consisteva nel metter sulla parola degli inni o dei salmi alcuni piccioli quadretti di note, le cui code stendevansi in alto o in basso; i fanciulli scolpivano, cantando, le sillabe, ed i cherici facevano il basso, intantochè l'imperatore mostrava, sorridendo, la contentezza sua nell'udire il perfetto accordo di quelle voci. Un giorno, tanto gli piacque il canto dei Greci, che ordinò si cantassero sul medesimo tuono le parole latine. Dalla Grecia pure venne, come già dicemmo, quel magnifico istrumento, maraviglia di tutta la generazione, l'organo dir vogliamo, che fu a Carlomagno mandato dall'imperatore di Costantinopoli, a quel modo che gli fu dal califfo di Bagdad mandato l'orologio meccanico. Fino a quel tempo i Franchi non avean conosciuto che certi strumenti a corda ed a fiato, ma poi che udirono quei mille suoni, che rimbombando si diffondeano per la cattedrale, come le mille voci del giudizio finale, quando quelle canne, artificiosamente ordinate, ad esprimer si fecero tutte le passioni del cuore e dell'anima, i cherici rinunziarono quasi spontaneamente all'arpa ed alle tibie romane. L'organo è lo strumento sacro che meglio s'accordi con le aspirazioni religiose; l'organo e gli inni sono l'espression vera dell'evo medio, e quelli che meglio di ogn'altra cosa interpretare a noi ne possono i vivi e profondi affetti, le misteriose angosce, il pio simbolismo.
Accanto alla musica veniva la pittura, ma non viva ancora che per la tradizione di Roma e di Bisanzio, nessun'arte speciale essendovi che riferir si possa al regno di Carlo, non più che al tempo dei Merovei; tutto toglievasi dalle scuole di Costantinopoli o di Roma, e le informi pitture, quali son quelle che oggidì s'incontrano in alcuni rari manoscritti, come a dire nella Bibbia di Carlo il Calvo, le coperte d'avorio, i finimenti di rame, d'argento e d'oro, incastonati, e le lettere, che pur sono un lavoro d'arte, niente hanno di originale; la pittura, la cesellatura, la miniatura venivano dai Bisantini. La forma secca germanica appare all'incontro più profondamente segnata nelle opere dell'architettura, ivi dominando la scuola lombarda con le pesanti e solide sue fondamenta. Qualche rara reliquia ci porge ancora un indizio dell'architettura carlinga, come a Poitiers alcune muraglie tuttora in piedi, e ad Aquisgrana alcuni avanzi del coro della cattedrale, a cui si adoperarono massi di solida pietra, e le colonne di porfido tolte a Ravenna; ma sono monumenti che mai non appartengono ad un'età solamente, trovandovisi innestate le colonne e i mosaici dei tempi anteriori. In Aquisgrana, esempigrazia, ci son rottami del palazzo imperiale di Ravenna, e mosaici ancor più curiosi; la badia poi di San Ricchieri, come fu descritta dal Padre Mabillon, riconosceva l'origine sua dal secolo ottavo. Ogni giorno intanto ne porta qualche resto dei monumenti dell'antichità, sì che in breve non avremo dell'età carlinga altro che polvere.
Questo quanto alle arti. Quanto alle scienze gravi, le scuole monastiche tenevano il primo luogo, favorite, a tutto potere, da Carlomagno. A cui non era giunto il grido, nella Francia neustriaca, delle scuole di Corbia, di Fontenelles, di Ferrieres, di San Dionigi e di San Germano? Così nell'Austrasia nessuna scuola contender poteva il primato a quelle di Fulda e di San Gallo, fondate da Carlomagno. In Italia, il monastero di Montecassino possedeva il meglio dell'antico sapere; ivi tutto insegnavasi, e specialmente l'interpretazione della Scrittura. Lo studio del diritto canonico ristringevasi ai concilii antichi; il diritto civile desumevasi dai capitolari e dalla legge salica e ripense; alcune città e popolazioni della Gallia erano governate dal diritto romano. Considerati come opera in corpo, i capitolari sono un bel monumento di diritto civile, e tal che può mettersi allato del codice teodosiano e del giustinianeo: considerati, parte per parte, il diritto non era ivi una dottrina, ma tutti formavano una raccolta di editti di polizia sociale, tali da richieder più obbedienza che studio.
La scienza della medicina era al grado medesimo d'imperfezione; solo gli scritti d'Ippocrate aveano alquanto rischiarata la pratica; aveasi cognizione dei semplici, per quanto Plinio ne insegna, e ci aveano alcune scuole per apprender la medicina come arte, e i capitolari ne fanno menzione, laddove ingiungono di mandare i fanciulli a simili scuole. Tale a que' tempi si era la credenza nei sortilegi e nelle malíe, che ognuno comprenderà facilmente come trascurata esser vi dovesse la scienza vera; non istudiavasi punto a que' giorni, ma si credeva. Le Regole fatte per gli ordini religiosi di San Benedetto imponevano che in ogni convento ci fosse un fratello medico ed una spezieria, ed a' tempi cavallereschi ci ebber leggende intorno a meravigliose guarigioni, che lo studio de' semplici altro non era che un passatempo di quelle nobili castellane. Recavansi dalla Siria balsamo, unguenti, droghe e medicamenti già belli e preparati, eseguivansi gli aforismi d'Ippocrate, regolati con qualche tradizione della scuola alessandrina. Tutto poi si faceva senza disamina, senza osservazione; si pigliavano i fatti com'erano, e quando la cronica riferiva un avvenimento, la generazione ci prestava intera fede; leggende, pergamene, documenti, tutto ammettevasi per verità fondamentale. Non ci ha spirito di critica in checchè sia; chè quella generazione, tutta di credenza e di fede, non ragiona punto, ma ubbidisce; e se pure ella discute, sì il fa intorno a parole; nè parimenti ella s'inabissa punto nelle interpretazioni de' sensi scritturali; quanto alla scienza razionale, ella non c'intende nulla, e la vita per lei altro non è che una gran leggenda.
In sul primo fervore di una tal quale ristaurazione degli studi romani, vediamo nei dotti dell'ottavo secolo una gioia innocente; studiando i tempi passati, contemplan essi coll'ardor de' neofiti i belli avanzi dell'antichità, s'ingolfano con entusiasmo negli studi, e quest'ammirazione in loro dei tempi antichi è sì ardente, che i vescovi, abbati e cherici, studiosi delle scienze, si danno scambievolmente i nomi dei poeti e degli oratori antichi che degni giudican del culto loro, e dl questo nodo Davide il salmista ed Omero il cantor delle sublimi rapsodie prestano i nomi loro ai letterati dell'ottavo e del nono secolo; Carlomagno forma una specie d'areopago e d'accademia, nella quale ciascuno toglie a prestito un nome: Davidde[62], Samuele, Oniaste, Omero, Virgilio; nè oramai più si chiamano che con questi soprannomi. Tale si è l'indole di tutti i tempi di risorgimento, e il carattere delle età in cui cominciasi a studiare; ognun gittasi con ardore ed entusiasmo verso le cose del passato, sempre nuove per chi le ha innanzi neglette. Le rarità dei libri sì in papiro come in pergamena, era motivo che venissero bramosamente cercati[63], pagatosi come le reliquie sacre e facevasi il giro dell'Italia e della Grecia per pur raccoglierne alcuno. E' non furono gli Arabi a tramandar, come fu scritto, i più degli autori greci per imperfette traduzioni, ma essi venner dirittamente da Costantinopoli, e ci son manoscritti che recano ancora l'impronta degli studi greci. Le comunicazioni con Costantinopoli furono frequentissime sotto Carlomagno, e ancor più a' tempi de' pellegrinaggi; d'altra parte il greco era in uso nelle scuole monastiche; onde perchè ricorrere agli Arabi, per aver da loro una traduzion di seconda mano? Ben dagli Arabi venir poterono alcuni libri di geometria e di cabalistica, padroni come essi erano d'Alessandria; ma quanto agli autori principali della Grecia ed ai poeti latini dell'antichità, essi erano pienamente conosciuti dalla generazione letterata dell'ottavo e del nono secolo[64].
Grande fu a que' tempi l'influenza delle scuole bisantine su tutte le forme e lo spirito della scienza, tanto che fino i caratteri merovingi, informi così come sono, e in cui son mescolate l'orme della sassonica origin loro, spariscono anch'essi quasi del tutto per dar luogo alle lettere con tanta perfezione formate, che sono nelle bolle di Roma e nei papiri di Costantinopoli. Le poche scritture e diplomi che ci rimangono del secolo nono, sono tratteggiate a perfezione, e i caratteri loro s'accostano per poco a quegli ammirabili manoscritti del nono e del decimo secolo, fra i quali primeggia il codice a penna di Gregorio Nazianzeno, bel monumento d'arte, posseduto dalla Biblioteca reale, lavoro di pazienza e di perizia che più non rifarebbesi ai nostri tempi svagati.