Storia di Carlomagno vol. 2/2

Part 4

Chapter 43,918 wordsPublic domain

Questo capitolare, come ben si vede, è un atto pubblico di penitenza, un voto dell'esercito per ottenere la cessazione d'un flagello, e conti e vescovi si sottomettono a far elemosina, per invocare la misericordia di Dio. Ma Carlomagno è re che attende sopra tutto ad ordinar la polizia e la giustizia, forza della quale non si può far senza fra un popolo di soldati, onde ancora ne' suoi capitolari: «I conti ascolteran per le prime le cause dei pupilli e degli orfanelli, nè andranno a caccia o a convito i giorni in cui debbon tenere udienza. Il giuramento di fedeltà ch'essi prestar debbono a noi ed ai figli nostri sarà in questa forma: Con queste parole io prometto di star senza frode e senza mala intenzione a servigio del re Carlo mio signore e de' suoi figliuoli, fedele com'io sono e sarò per tutta la vita ai medesimi. È interdetto alle badesse uscir de' loro monasteri, e fare ogn'altra cosa ad esse non lecita; i loro chiostri siano ben chiusi, ed elle non iscrivano nè mandino lettere d'amore. Niuno si faccia lecito di cercar le predizioni dell'avvenire nel salterio, nel Vangelo, o di fare in qualsiasi altro modo altre indovinazioni. Niuno offenda per danaro le regole instituite a conservazion della legge. Tutti concorrer deggiono alla chiesa nei giorni di festa e nelle domeniche, e nessuno chiamerà preti a farsi dire la messa in casa. Ognuno si astenga rigorosamente dall'ubbriachezza, e i vescovi e gli abbati dal recar la discordia così nelle case private come nelle pubbliche. I monaci e quelli che appartengono al sacerdozio, non si frammettano di faccende secolari. Ai vescovi, agli abbati e alle badesse non è lecito tener mute di cani, nè falchi o astori tampoco[32]. I poveri stesi per le vie e per le piazze, vadano alla chiesa, e si amministrerà loro la confessione. Si copriran di tettoie e palchi gli altari affine di preservarli. Non si battezzino le campane, nè si appicchino brevi in cima alle pertiche in occasione di mal tempo e gragnuola[33]. I nostri inviati s'informino del modo in cui sono governati i benefizi, e ce ne diano avviso. Finalmente, i lebbrosi non si mescolino fra 'l popolo.»

Questi codici, comechè sempre confusi nelle loro disposizioni, ci fan tuttavia conoscere le consuetudini di quel tempo, la libertà dell'uomo civile e i costumi degli ecclesiastici; la legge penale è lo specchio veridico in cui una generazion si riflette, e la legge reprime le cattive azioni, che di frequente si commettono tra la società, ma non castiga altrimenti una compiuta depravazione. Ora ecco parole ancora di Carlomagno in un capitolare: «È voler nostro che chi vuol torre qualche cosa da un luogo, farlo non possa, se non coll'assistenza di sei o sette testimoni, essendochè il giuramento dei Romani non vale se non è confermato da cinque o sei altre testimonianze[34]. Chi trova un tesoro sotterrato in un podere ecclesiastico, ne deve il terzo al vescovo; se sia un Longobardo o qualunque altro che, scavando di suo proprio senno, l'abbia trovato e n'abbia avuto la quarta parte dal padrone del luogo, le tre altre parti sieno a noi inviate e nessuno ardisca opporsi al nostro volere.»

Ecco di presente un solenne giudizio feudale: nelle vendette sue di capo signore, Carlomagno ha fulminato il duca Tassillone di Baviera, i Franchi hanno dato il guasto alle terre dei Bavari, ed un consesso d'uomini d'armi e di conti e di vescovi è già ragunato pel giudizio a Francoforte, innanzi ai quali è citato Tassillone; or ecco le parole del consesso: «Abbiam fatto il seguente capitolare intorno a Tassillone cugino del re Carlo, che fu duca di Baviera. Tassillone presentossi alla dieta, chiedendo perdono dei falli da lui commessi, tanto contra il re Pipino e il reame dei Franchi, quanto contra il re Carlo, piissimo nostro signore. Egli avea già mancato alla fede giurata, ma ci chiese grazia per questo, lasciando ogni ira e risentimento suo, e abbandonando tutti i diritti che egli e i figliuoli suoi, maschi e femmine, aver potessero sul ducato di Baviera, che avrebbe dovuto legittimamente appartenergli, ed a tor di mezzo ogni lite in avvenire, ne fece ampia rinuncia, raccomandando i suoi figli e le sue figlie alla misericordia del re. Onde il re e signor nostro, tocco da compassione per lui, gli perdonò i suoi falli, lo restituì nella sua grazia, e lo prese in grande affezione, facendogli sperar di più la misericordia di Dio. Indi fatte tre copie di questo capitolare, tutte del medesimo tenore, una ne fu custodita in palazzo, un'altra ne fu consegnata a Tassillone nel monastero dov'è egli ritirato, e la terza conservasi religiosamente nella santa cappella del palazzo. In questa medesima dieta di Francoforte, il piissimo nostro signore ha proibito, di consenso del Concilio, ad ognuno, o ecclesiastico o laico, di vendere i grani a prezzo maggiore della tariffa pubblicamente assegnata e stabilita, sia tempo d'abbondanza o tempo di carestia. L'avena si pagherà un danajo il moggio, due il moggio l'orzo, tre la segale, quattro il frumento[35]. Se vendasi il grano converso in pane, si daran per un danajo dodici pani di frumento, ciascuno del peso di due libbre; al prezzo medesimo quindici pani di segale, venti di orzo e venticinque d'avena, ciascun del medesimo peso. I grani del re saran venduti al prezzo d'un danajo l'avena, ogni due moggia, e così l'orzo, due denari la segale, tre denari il frumento. Chiunque tien benefizi da noi, invigilar dee che nessuno de' suoi schiavi muoia di fame, nè vender potrà, ai prezzi assegnati, se non il superfluo alla casa.»

Dopo questo capitolare, che statuisce una specie di tariffa o meta pel prezzo dei grani, Carlomagno si fa a regolar il valore del denario carolino, perchè s'egli ha fermo il prezzo delle derrate, gl'importa pur di stabilir il valsente della moneta, chè le son cose le quali si dan mano[36]. Poi assegnato il maggior prezzo dei grani e il valor dei denari, egli statuisce con leggi speciali i diritti dei venditori e dei compratori. Infatti questa tassazione assoluta del prezzo delle derrate, si è quella che nei tempi difficili accenna, senza più, la dittatura suprema.

Ma l'atto più ampio, più particolareggiato della sollecitudine regia, quello che mostra in Carlomagno la maggior cura per una buona amministrazion civile, si è il _capitolare de villis_, intorno all'azienda dei poderi del regio dominio. Fu egli fatto per solo volere di Carlomagno, o regolato in una dieta? Quest'editto, l'opera prediletta di Carlomagno, fu scritto dal segretario o scrivano suo. «Noi vogliamo, dice il principe, che le ville da noi stabilite servano a noi soli e non ad altrui[37]. I nostri servitori vi saranno con essonoi alloggiati, ed i giudici si guarderanno dal convertirli in servi loro, nè potranno obbligarli a far per essi alcun servizio, nè lavoro di sorte alcuna, nè ricever da essi alcun presente, come sarebber cavalli, buoi, vacche, verri, castrati, porcelletti, agnelli, nè altre cose, come ortaggi, mele, pollame o uova. Se alcun de' nostri servitori commetta qualche fraude per furto o negligenza, la paghi col capo[38]; per gli altri falli ei sia frustato secondo la legge, eccetto il caso d'omicidio e d'incendio, in cui si può dare riparazione. Abbiasi ben cura di fare giustizia ad ognuno secondo la propria legge. Quanto alle riparazioni a noi dovute, i servi nostri sieno flagellati. I Franchi domiciliati nei nostri poderi e nelle nostre ville, saranno soggetti alle proprie lor leggi, e quanto essi daranno a riparazione delle colpe loro, rientrerà nell'erario nostro[39]. Ognuno de' nostri giudici si renda ne' luoghi da lui governati al tempo delle opere, vale a dire, verso la stagione in cui si semina, si ara, si miete, si fan seccare i fieni e si vendemmia, e invigilino, affinchè tutto sia fatto bene e a dovere. Noi vogliam pure che i nostri giudici dian la decima di tutte le rendite nostre alle chiese situate nei nostri poderi[40]. Essi abbiano pur cura de' nostri vigneti, e li facciano prosperare, ponendo poi il vino in buon vasellame, e avendo tutta la cura che non vada a male. E ne facciano comperare pe' nostri valletti e trasportar nelle nostre ville, e quando accada che ne abbian proveduto più del bisogno, ce lo faccian prima sapere per gli ordini nostri in proposito. Ci mandino pure i nostri ceppi di vite, e faccian portare il vino che ci è dovuto nei nostri cellieri. Vogliamo altresì che ogni giudice tenga ne' luoghi dove esercita la sua giustizia, moggia, sestarii e misure per lo liquido e pel grano, simili a quelle che noi serbiamo nel proprio nostro palazzo. Gli uffiziali nostri, le guardie de' nostri boschi e de' nostri cellieri, i nostri palafrenieri ed i nostri esattori invigileranno, affinchè nei nostri poderi si paghino i tributi. Nè alcun giudice potrà levar tributi per sè o pe' suoi cani sulla nostra gente o sugli stranieri. Abbiasi grandissima cura de' nostri stalloni, nè si lascino troppo a lungo dimorar nello stesso luogo, chè forse non perdano così le lor buone qualità, e se alcun d'essi viene a morire, ci sia fatto sapere a tempo opportuno, prima della stagione che si suol far coprire le cavalle, e queste sieno diligentemente custodite, e i puledri sieno a tempi loro spoppati. Se gli stalloni sono troppi insieme, si sbranchino, e se ne formi un armento appartato. I puledri ci sieno tutti mandati a palazzo per la festa di san Martino d'inverno. Noi vogliamo che adempiasi tutto ciò che noi o la regina avremo ordinato, o che ordineranno in nome nostro il nostro siniscalco e il nostro cantiniere; e chiunque per negligenza non l'abbia adempiuto, si asterrà dal bere dal momento in cui gli sia intimato, fino a che sia venuto a chiederci perdono alla presenza nostra o della regina. Se il giudice che doveva eseguir l'ordine, trovavasi in campo, in giro, in messaggio o dove che sia, e l'ordine sia dato a' suoi subalterni, vengano essi a piedi al palazzo, astenendosi da bere e mangiare insino a tanto che abbiano esposte le ragioni onde furono impediti d'obbedire, e abbiano ricevuto il castigo loro sul dorso o in qualunque altro modo fosse per piacere a noi o alla regina[41].»

Questa cura e questa vigilanza sul celliere e sulle razze sotto gli ordini del cantiniere e del siniscalco, si stendono a tutte l'altre cose, ai giudici, ai giurati, ai leudi, agli uomini liberi ed ai servi, ai frutti pur anco della terra; Carlomagno porta l'attenta sollecitudine d'un fittaiuolo nell'amministrazione delle sue terre, ben sapendo egli che esse formano la rendita sua più certa. «Le nostre galline e le oche abbiano tanta farina che basti loro e della migliore, ecc.» Poi nell'operosa sua sollecitudine, si piglia pensiero dei banchetti del sovrano, e dar vuole alla sua tavola la sontuosità e la splendidezza delle sue corti plenarie. Il banchetto era una delle condizioni feudali, il capo signore era tenuto all'ospitalità verso a' suoi leudi, ed a raccogliergli intorno alla tavola rotonda nelle sue regie ville o nelle grandi sue diete. «Ogni giudice acquistar faccia nel circuito dei dominii quanto è necessario alla nostra tavola, invigilando affinchè tutto sia di buona qualità e assortito con gusto e diligenza, e faccia impastar pan fresco tutti i giorni per nostro uso, e tutto ciò che ci vien dato, sia buono del pari, così la farina come il grano[42]. Alle calende di settembre ci verrà fatto sapere se i nostri armenti sieno stati o no bene pasciuti. I maggiordomi non avranno a lor dipendenza più terre che visitar non ne possono e sopravvedere in un giorno. V'abbia sempre fuoco acceso nelle case[43], e vi si faccia la guardia per sicurezza, ecc.»

E' ti parrebbe, al leggere questo capitolare, di vivere ai tempi dell'Iliade, e d'assistere a quegli sterminati pasti d'Ajace e di Diomede, dove rosolavansi i buoi ad un fuoco ardente. La mensa feudale era un de' maggiori obblighi dell'alto signore, e Carlomagno n'ha cura particolare; vuole che i grandi piatti di cacciagione sieno inondati di vin del Reno, quand'egli torna stanco dalla caccia in lontane foreste; e le foreste pure son segno alle sue sollecitudini. «Le nostre selve sieno ben custodite, e fatte tagliare quand'è bisogno, e non si lascino dilatare i campi a danno del bosco[45]. Abbiasi cura egualmente delle nostre bestie selvagge, ed anche i nostri sparvieri ed astori sieno usati a vantaggio nostro. E se qualcuno dei nostri giudici o maggiordomi o dei loro uomini, lasci andare, per ingrassarlo, un suo porco in alcuno dei nostri boschi, sia tenuto perciò a pagare una decima, per buon esempio d'altrui. Abbiasi pur l'occhio attento a' nostri campi, alle nostre messi, ai nostri prati. I giudici riceveranno le uova ed i pollastri dalle mani de' nostri servi, e faranno vendere quelli che avanzano al nostro bisogno. Ci sarà in ogni villa un numero sufficiente di cignali femmine, di pavoni, di fagiani, d'uccelli acquatici, di pernici e di tortori; e gli edifizi dei nostri palazzi, con le siepi che li fasciano, sieno bene guardati. Le stalle, le cucine, i mulini ed i torchi sieno tenuti in buona condizione, affinchè i nostri uffiziali possano pulitamente adempier l'uffizio loro. In ogni camera delle nostre ville ci sieno letta, materassi, guanciali di piuma, coperte e lenzuola; ci debbon pur essere tappeti sui banchi e vasi di rame, di piombo, di ferro, di legno; alari, catene, treppiedi, asce o scuri, succhielli ed ogni sorta d'utensili, sì che non ci sia bisogno d'andarne in prestito. I giudici abbiano pure tutte le armi ed armature che si portano contra 'l nemico, e le tengano in buono stato, poi tornati dal campo, le rimettano nelle ville. Proveggan essi ancora il nostro gineceo di tutto quanto il necessario: lino, lana, guado, minio, robbia, pettini, strettoi e tutta l'altra minutaglia che ci fa di bisogno. A quaresima si faran due parti dei legumi, del formaggio, del burro, del mele, della mostarda, dell'aceto, del miglio, del pane, del fien secco e in erba, dei navoni, della cicoria, del pesce preso ne' vivai; una parte per noi e l'altra pel vescovo. Ciascun giudice avrà nel circuito delle terre commesse al suo governo, operai pratici di lavorare il ferro, l'oro e l'argento, ed esperti calzolai, tornitori, carpentieri, legnaiuoli, sartori, uccellatori e uomini abili a far la cervogia, il sidro di poma e di pere, e tutti gli altri liquori; e abbiano pasticcieri da impastar torte, e fabbricatori di reti, e tanti altri operai, che troppo lungo sarebbe l'enumerar qui tutti[46].»

Così queste ville, regie fondazioni, piantate sovra sì ampie basi, erano, come oggidì si chiamerebbero, poderi modelli veri, che racchiudevano operai d'ogni fatta, e servi e coloni sotto il reggimento d'un conte o d'un giudice, che corrispondea direttamente coll'imperatore. Facean questi poderi il reddito più grosso della corona, ed insieme co' monasteri diedero origine a borgate e villaggi; ond'è che Carlomagno pigliavasi cura grandissima per mantenerli in buona forma e condizione, come si può veder negli altri provvedimenti di questo medesimo capitolare, circa la loro conservazione. Il podere, o la villa, giacea, per solito, in mezzo a qualche spaziosa foresta, dove il sovrano veniva a soggiornare in tempo d'inverno nelle sue cacce a sant'Uberto, il patrono degli animosi cacciatori. L'educazione dei cani, dei falchi, degli sparvieri era oggetto delle maggiori regali sollecitudini, però che i cani erano delle razze bellissime di Scozia e di Germania, danesi e svevi dal corto pelo e molossi dal dente aguzzo. «Quel giudice a cui sieno commessi i nostri cani novelli (così lo stesso capitolare), li pascerà del suo o li confiderà a' suoi subalterni i _maggiori_, i _decani_, i _cellarii_, i quali avranno cura pur di ben pascerli; che se o noi o la regina ordinassimo di allevarli del nostro in alcuna delle nostre ville, il giudice allora sceglierà un uomo che n'abbia cura. Il giudice farà che i nostri servi, ne' giorni di servigio, abbiano tre libbre di cera e sei libbre quei servi che si trovassero nel luogo da noi abitato il giorno di sant'Andrea, e lo stesso il giorno della mezza quaresima. Egli ci farà pur sapere ogui anno a Natale, per nostro lume, ogni cosa intorno a' nostri bovi e boattieri, a' nostri schiavi e bifolchi, e così l'entrate da lui levate sui campi, sul vino e in qualunque altro modo, le scritture fatte e sciolte, le bestie prese dalla mandria nel bosco, e il ritratto delle ammende imposte; ci renderà conto di quanto riguarda la marineria e i navigli degli uomini liberi e de' centurioni che servono nei nostri allodii, dei mercati, dei vigneti, del fieno, di quanto concerne i boschi, i legnami, le pietre e gli altri materiali, e di tutto ciò che ci torni utile sapere sul fatto dei legumi, del miglio, del pane, della lana, del lino, della canapa, della frutta, delle noci e nocciuole, degli arbusti piantati o tagliati, degli orti, delle pecchie, de' vivai, de' cuoi, delle pelli, delle carni, del mele, della cera, del sego, delle bevande, come sono il vin cotto, l'idromele, l'aceto, la cervogia, il vin vecchio e nuovo; e ci diran delle galline, dell'uova, delle oche, dell'anitre, e finalmente di quanto fecero i pescatori, i manifattori, i carpentieri, i calzolai, i tornitori, i sellai, i lavoratori del ferro e del piombo e gli esattori delle imposte[47].»

Alla lettura di quest'ampio capitolare _De villis_, sì minuto, sì specificato, ben tu puoi farti, senza più, giustissimo e gravissimo concetto della domestica amministrazione di Carlomagno, poichè ivi egli intende a stabilire i suoi redditi e ad ordinar le sue colonie fiscali, una delle più meravigliose creazioni di quei tempi. Le ville non eran già solo masserie di campagna più o manco estese, ma formavano una intera colonia, ed eran picciole società composte d'operai d'ogni mestiere, i quali, sotto il reggimento d'un delegato del fisco, lavoravano pel ben comune e pel profitto del padrone, specie di tradizioni, così, della famiglia romana ed unione di schiavi e di liberti. Il capitolare _De villis_ è una delle opere più compiute di Carlomagno, perch'esso comprende l'amministrazione d'ognuna delle sue tenute, e ci fa penetrar nella vita interna della società; l'operaio del pari che il cultore, apparteneva al fisco regio, e tutti concorrevan con l'opera loro al miglioramento del podere. Codesti capitolari ci rivelano eziandio lo stato dei beni stabili a que' tempi, la condizione dei servi e degli uomini liberi, il genere di coltura delle terre, chè i Galli erano grandi agricoltori, e dopo aver confusi i metodi loro con le tradizioni di Roma, gli aveano indi via più perfezionati pel commercio loro cogli Arabi. Le ville erano il patrimonio dei re, ed aveano coloni ed altri operai per la terra, artieri che fabbricavano l'armi per la guerra o costruivano bottame per la vendemmia; ogn'uomo aveva il suo stato, ogni uomo della tenuta il suo impiego; le più dell'entrate raccoglievansi in natura; il signore riceveva il vin delle sue ville, i ricolti de' suoi campi, le carni de' suoi castrati e de' suoi maiali, dei quali tenea conto ad uno per uno, perchè ne avea bisogno ne' suoi conviti, quando a ribocco sgorgava entro la tazza feudale il vin del Reno e della Mosella. Laonde ognuno di questi poderi, era un corpo, un insieme che raccoglieva, come in una città, tutte le arti e tutti i mestieri.

L'atto onde sono sì mirabilmente ordinate le ville carlinghe, non è a proprio dire, un capitolare, ma sì una regola composta e data fuori da Carlomagno per l'azienda del suo medesimo patrimonio, e quand'ei fa compilar quest'ampio codice d'amministrazione, altro ancor non è che il re de' Franchi, nè ancor la corona imperiale gli ha cinta la fronte; è il tempo ch'egli si prende ancor più pensiero dell'ordinamento de' suoi poderi, che dell'impero suo. Tale si era la consuetudine dei Franchi della prima schiatta: e' s'applicavano a bene amministrare l'entrate del loro patrimonio, tanto ragguardevoli a que' tempi, da rendere insensibile quasi l'imposta generale. L'entrate del fisco consistevano principalmente in livelli, in contribuzioni, in natura, in servitù per le pubbliche vie, in biada, vino, armi per la guerra e per le corti regie, ed in servigi personali. Da ultimo i redditi del signore crescevano di pochi soldi o denari d'argento imposti agli uomini liberi ed obbligati a mantener lo splendore della corona.

CAPITOLO III.

OPERE PUBBLICHE, COMMERCIO, INDUSTRIA.

Delle grandi opere che si riferiscono a Carlomagno. — Torri. — Fari. — Campi, militari o valli. — Chiese. — La cattedrale d'Aquisgrana. — Tradizioni intorno alle chiese di Colonia e di Magonza. — Il gran ponte sul Reno. — Il gran canale. — Congiunzione del Danubio col Reno. — Commercio. — Unità delle monete. — Il maximum, o tariffa delle merci e delle derrate. — Lusso. — Pellicce. — Gioje. — Fiere e mercati. — Marineria. — Ponti. — Costruzion delle navi. — Custodi dei porti e dei fiumi. — Stato delle compagnie de' barcaiuoli.

768 — 814.

Quando un grand'uomo ha con la sua fama signoreggiato una generazione, le tradizioni popolari gli attribuiscono tutte le grandi cose avvenute al tempo suo, e in lui concentrano le opere fatte prima da altre razze già estinte, ed è come il simbolo delle maraviglie d'una civiltà trapassata. Se ci ha un tempio in sfasciumi, se ruine di monumenti, le son cose tutte lasciate da quest'uomo passando nella vita; intorno a lui si annodano tutti gli avvenimenti, tutte le pompe d'un secolo. Tale a noi presentasi appunto la memoria di Carlomagno! Scorrete le città del Reno e del Meno, Magonza, Francoforte, Colonia, Aquisgrana, le città tedesche o belgiche, ogni muraglia diroccata, ogni palazzo che cade, ogni chiesa che ruina, a udir la gente, furono edifizi di Carlomagno; nella Francia meridionale ben anco, attribuite gli sono le ampie e quadrate torri dell'arte romana, testimonio la torre Magna di Nimes. Dalle balze de' Pirenei, che ancor ripetono Roncisvalle, fino alla Sassonia, dove sì popolare è ancora il nome di Vittichindo, non v'ha che questa sola tradizione. Carlomagno ha tutto fatto; egli è il fondatore di tutto che v'ha di più solido e forte nell'ottavo e nel nono secolo.

Difficilissimo adunque si è nelle indagini storiche diffinire il vero o il falso di tutte queste tradizioni; Carlomagno fu il grande edificatore de' pubblici monumenti, non è chi ne dubiti, chè egli attinto avea dalle memorie romane il bisogno di lasciar dopo di sè lunghe vestigia del suo nome, e le sue faccende coi Longobardi, le sue corrispondenze con la Grecia gli avevano dato il genio e i modi a compiere grandiose opere d'arte. A vantaggiare il sistema suo militare, egli si diede innanzi tratto a rizzar gagliarde torri e campi trincerati, o valli, alla foggia delle legioni, a difender le sue frontiere contro le irruzioni dei popoli vicini, e ancor se ne trovano vestigi, che alla forma loro palesan la data dell'ottavo e del nono secolo. Le quali torri sono costrutte come quelle quadrate che i Romani piantavano nei paesi conquistati, a mantenere in soggezione i popoli vinti, e si compongono di quattro forti muraglie, alcuna delle quali munita di merli, con isfogate aperture[48]. Allato a queste torri, sulla marina, sorgevano fari ad esplorar il mare, alcuni dei quali, come il poeta sassone e il monaco di San Gallo riferiscono, furon da Carlomagno fatti costruire in modo che si mandavan segni l'un l'altro ad annunziar la presenza delle flotte nemiche. In progresso di tempo poi, quando le tremende invasioni dei Normanni minacciaron tutte le frontiere della Gallia ed i fiumi che ne fecondano le terre, quelle torri, qua e là piantate, furon destinate a preservare il paese dai pirati scandinavi, e quando, ai giorni del decadimento, le furon poste in non cale, i Normanni penetrar poterono fino ai monasteri e alle città della Senna e della Loira, funesta depredazione che contristò tutto il secolo nono.