Storia di Carlomagno vol. 2/2

Part 22

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Nel tempo che l'opera carlinga tutta se ne va a soqquadro, la Francia, la nobil Francia si spicca dall'impero, che resta germanico, e costituisce la sua nazionalità personale, e appena conserva qualche lontana comunicazione con l'Alemagna ad oriente, con la Frisia e l'Olanda a settentrione, con la Spagna ed anche con l'Aquitania a mezzogiorno. La Francia non ha più nulla di carolino, nè i Capeti punto raccolgono la successione di quelle massime e forme; i conti di Parigi niente han di comune con la schiatta germanica; Filippo Augusto differisce da Carlomagno: egli è un altro tipo, un'altra civiltà; l'ordinamento della monarchia francese componesi con altro concetto che con quel dell'impero: egli è, per così dire, un frutto del luogo; la Francia si ricostituisce con le condizioni d'una vita novella e cogli elementi d'una vigorosa esistenza. In quest'opera, che ha principio da Carlo il Calvo, essa è sconvolta da due tremendi flagelli: le invasioni dei Normanni e quelle degli Ungari. Se non che, come sempre avviene tra le nazioni che fanno di ordinarsi, le invasioni de' Normanni che disertano le provincie, si trasformano ed ordinano esse pure, e da flagelli che prima erano, diventano elementi di forza e di vita. Lo stabilimento dei Normanni nella Neustria è un de' fatti più notabili della storia; ritemperò esso la nazion franca di più vigorosa complessione, la ristorò di giovin sangue, e fu come se tu dicessi un ramo nuovo innestato sopra un vecchio tronco: i discendenti dei Sassoni vennero a gittare una colonia nella Neustria in quella guisa che Carlomagno avea gittato colonie di Franchi nella Sassonia. E non faceasi forse tutto a que' dì per colonie? E l'esaltazione de' Carolingi non fu ella una colonia austrasia fra la Senna e la Mosa? I duchi di Normandia divennero i più fermi sostegni del trono dei Capeti, fino a che divenuti anch'essi re d'Inghilterra, tornano alle antiche gare con la corona di Francia.

Il secondo flagello, come detto è, che gravò sui Carolingi in sul loro cadere, fu l'invasione degli Ungari, popolo errante che mostrasi in arme nella Borgogna e nell'Austrasia. E' non cercan costoro una stabil dimora, ma danno il sacco; e poi, a modo di tutte le altre genti tartare, si sbandano, e se ne vanno carichi di bottino. Di che origin sono questi Ungari? E non son eglino forse un'altra reazione dei popoli domati già da Carlomagno, un rottame dell'edifizio carlingo che cade sul popolo franco? Sì, sono. Quegli Schiavoni, quegli abitanti della Pannonia, quegli Unni che pagavano tributo a Carlomagno, allo spirar suo vengono fieramente a sedersi sulle ruine dell'edifizio medesimo. Oh che doloroso spettacolo la distruzione di quest'opera! Imparate, o conquistatori, che forzar volete la natura delle cose: passate, e tutti fanno indi a ruffa raffa delle vostre spoglie, principi, popoli, tribù, a chi più ne coglie...

In mezzo a tanto disordine di tempi come cercar le tracce del commercio e dell'industria? Carlomagno, non già che concedesse speciale protezione al commercio, ma ne aveva col suo modo di governo aiutato l'incremento. Tutto che sia grandioso e forte, impronta della natura sua la società civile; l'impero era ordinato in modo che assicurava prima d'ogn'altra cosa la centralità del potere, l'immunità d'ogni persona, la custodia delle pubbliche strade; al di fuori, le corrispondenze diplomatiche apparecchiavano quelle del commercio; cose tutte che procedevano da un ordinato governo fatto a dare la spinta sulla via del progresso, e la vita politica alla nazione; ma quand'esso ebbe a cadere, tutto fu disordine e confusione; non v'ebbe più lusso, nè più traffico, però che le vie di comunicazione non erano più sicure; i Normanni correvano le provincie, i popoli fuggivano, su ogni luogo eminente si rizzavano torri, ma se queste valevano a protegger gl'inermi abitanti, divenivano altresì il riparo dei signori, i quali svaligiavano i mercatanti che s'attentavano di viaggiar soli.

Le relazioni di quei tempi ci fanno una dolorosa e lagrimevol pittura di questo stato sociale, in cui non era più orma di quel tempo glorioso dell'impero d'Occidente, quando le grandi carovane dei mercanti, partendo dalla Siria, da Roma, dalla Scandinavia e dall'Inghilterra, venivano ad attendarsi nelle fiere e nei landitti di San Dionigi: chè oramai nessuno vuole perigliarsi più per quelle vie infestate dai Normanni e dalla gente da guerra. Oh quanto desolata è la società del secolo nono! Tutta quella generazione prorompe in grida di dolore; i monasteri cantano le lamentazioni di Geremia per implorare la misericordia di Dio, e non sono ancora trent'anni che Carlomagno dorme l'eterno sonno! Le instituzioni dell'imperatore d'Occidente non penetrarono altrimenti nelle viscere di questa società, che rimase sempre la stessa; nulla in essa è mutato, nè bisogni, nè passioni, nè costumi; quanto egli fece a pro del commercio, tutto è morto insieme col suo regno; le vie di comunicazione sono interrotte, incompiuti rimangono i canali.

Quel tanto ch'ei far potè pel commercio, non si stende al futuro; tutto, dopo lui, si urta e si spezza; nè la cosa potrebb'essere altramente, quando non si può andar da una città all'altra senza grosse scorte e per carovane; i lupi vengono a torme ad urlare fino alle porte delle città, sì che ognuno si chiude e vive entro i suoi domestici lari. Il secolo undecimo è sì ignorante in geografia, che i Normanni non sanno come sia configurato l'Angiò, e ancor meno la Borgogna e l'Isola di Francia. Onde, chi pensar potrebbe ai negozi del commercio? Essi quindi si limitano al bisogni giornalieri; le vesti di bigello si tessono dentro a' monasteri; si foggia qualche strumento per l'agricoltura; l'uomo tiensi alla terra siccome alla grande sua nutrice, sì che tu diresti quella società una famiglia di schiavi, con tutti al piè la catena che li lega al campanile della parrocchia. Orsù, aspettiamo per veder rinascere e rifiorire il commercio, che sorga nel secolo decimo l'ardente amor de' pellegrinaggi; ed ecco allora allato di quegli uomini servi, di quegli appartati solitari, levarsi numerose bande, composte di nobili, di plebei, di preti, di monaci, tutti muover per una sola meta, la liberazione del sepolcro di Cristo; avviarsi per l'Alpi, attraversare l'Italia, e quali imbarcarsi a Marsiglia, quali a Venezia, a Pisa o ad Amalfi, passare per mezzo alla Grecia, e salutata Costantinopoli, giunger finalmente nella Siria lontana. E in questo lungo tragitto quante nuove cose si affacciano alla vista loro! Le arti nascenti, le città trafficanti, però che se la centrificazione predisposta da Carlomagno non riesce se non ad un fine, e mal certo anche questo, gli sforzi individuali di alcune di quelle comuni ottengono di moltiplicar le dovizie del traffico: raro è che un poter troppo assoluto possa qualcosa in quest'elemento di ogni ricchezza; il despota è troppo imperioso nei voleri suoi, troppo superbo ne' suoi comandari; il commercio in vece ama di correr libero, spontaneo, e chi l'imbriglia, lo strozza. Mirate di rincontro agli sforzi di Carlomagno, lo spontaneo impulso che si vien manifestando a Marsiglia, a Venezia, ad Amalfi, e in mezzo alle ruine dell'impero contemplate le città repubblicane innalzarsi all'apice del loro splendore[150]. E delle instituzioni mercantili di Carlomagno che resta? L'unità del peso e della moneta se ne va, la gabella delle merci cade in dimenticanza, ogni città ha i suoi statuti particolari, ogni repubblica le sue cause in sè di grandezza e di decadimento, ma tutto estraneo resta al concetto carolino.

Quel tremendo turbine di barbarie seco travolge indi l'arti appena nate; tutto sotto lo scettro di Carlomagno tendea verso una certa perfezione; i Greci e i Romani, grandi educatori del genere umano, compieron di belle opere. In fatti v'ha egli cosa che pareggiar si possa ai manoscritti del secolo nono, ed a quei caratteri sì chiari e belli che li diresti stampati? Pigliamo un messale o un codice teodosiano di Carlomagno e di Lodovico Pio: che scrittura nitida! che disegni tratteggiati all'antica! Quelle lettere, sopra tutto, color di porpora o di splendidissimo paonazzo, scritte sur una bella pergamena, che conserva la finezza e saldezza sua dopo ancora che i secoli l'hanno abbrunita!

Ma che resta di quest'arte carolingica, incoraggiata già dal gran Carlo, poi che soggiacque alle agitazioni della seconda stirpe? Un nonnulla. Le carte diventano inintelligibili, la scrittura s'imbroglia, nè più orma serba dell'antica chiarezza; non v'è più perizia negli operai: tutto palesa che siam tornati alle barbarie, che per poco fu nelle Gallie diradata. L'arte diviene ancor qual era al principio della prima stirpe; il Franco torna Franco; il Barbaro ripiglia l'antica sua scorza: il punto luminoso sparisce, e tutto ricade nelle tenebre. E in che modo l'arte avrebbe potuto fiorire, quando le vie rotte non consentivano più l'andare da una città all'altra, e quindi toglievano tutte quelle vicendevoli comunicazioni onde artisti e dotti hanno bisogno per contraccambiarsi i loro lumi. Al tempo di Carlomagno gli artisti poteano salutar Roma e Costantinopoli, raccoglier come reliquie preziose gli ammaestramenti d'un'altra età; ma in sullo scadere dei Carolingi altro innanzi a sè non aveano che la terra coperta di brume, il cielo tenebroso e tetro, le invernali notti, il suon delle campane, le strida degli uccelli da preda, e una natura che avea sol voce ad annunziar la peste, la fame o la morte!...

In mezzo a così rapida ed intera distruzione dell'opera, che accadeva degli altri rottami? e i rampolli della famiglia carlinga sopravvivevan eglino ancora alla ruina dello smisurato edifizio eretto da Carlomagno? Niuna famiglia certamente fu più numerosa di quella dell'imperatore: rigogliosi furono i rami che mise la pianta germanica, e figli e figliuole circondarono il vecchio signore, chè s'egli ebbe parecchie mogli, si fu per averne una discendenza, a modo di Davide e dei patriarchi; ed esse gliela porgono, ed ei nascer si vede l'un dopo l'altro Carlo, Pipino e Lodovico. Il solo de' figliuoli suoi di cui egli abbia a dolersi, è il primogenito, bello di volto e difforme di corpo, Pipino il Gobbo, che si ribella insiem coi Bavari e con Tassillone; ma Carlomagno il fa radere, e coronato con la tonsura in un monastero di San Benedetto, non s'ha oramai più a temere di lui, ed impotenti sono le sue cospirazioni.

Se non che la morte si scaglia su questa famiglia, e trae l'un dopo l'altro, Carlo e il secondo Pipino, al sepolcro, con funerale accompagnatura di armigeri, e con poeti che scrivono i loro epitafi. E per verità questi giovani erano due menti robuste, e intelletti capaci, e braccia potenti a sostener l'edifizio carolino. Già li vedemmo, fanciulli ancora, in mezzo alle battaglie; Carlo o Carlotto seguir suo padre in quasi tutte le guerre della Germania, e Pipino fare in persona le spedizioni d'Italia contro gli Unni ed i Barbari. I quali due figliuoli, sì degni del glorioso padre loro, e sì atti a succedergli, muoiono pochi anni prima ch'egli scenda nel sepolcro; che se avessero potuto regnar dopo di lui, l'impero forse si sarebbe consolidato in tre grandi frazioni nelle mani loro ferme e capaci di reggerlo: a Carlo il regno d'Austrasia, l'Alemagna, la Fiandra, la Frisia, il Reno, l'Elba, la Mosa; a Pipino l'Italia, le popolazioni degli Unni, degli Avari e le isole del Mediterraneo; a Lodovico Pio il regno d'Aquitania ed i popoli dalla Loira all'Ebro. Difficile certamente sarebbe stato di mantenere unito un impero composto di popoli sì diversi e di sì contrari elementi; ma egli è da considerar che Carlo, il primogenito, era tedesco di costumi e d'origine, che Pipino avea passata sua vita fra le Alpi e gli Apennini, e che Lodovico era benvoluto in Aquitania, della quale avea preso gli usi e i costumi[151].

Tre grandi monarchie adunque sarebbero nate da quel gigantesco impero; ma il sol de' figliuoli sopravvissuto a Carlomagno è Lodovico d'Aquitania, l'ultimo nato, il quale non è altrimenti un giovine inetto, e bene il mostrò governando con man forte i paesi dalla Loira ai Pirenei. Egli fece la guerra con buon successo; merito suo fu la conservazione di tutta la frontiera meridionale; a lui fu dovuto il compimento del sistema delle città e torri fortificate a riva de!l'Ebro; egli s'è abituato già alle cure del regno, molti sono i suoi capitolari, e mostrano ch'egli conosce l'arte di bene amministrare e governare; ha fatto suo tirocinio nella podestà regia, e moltiplicato i diplomi, spargendoli per dove egli passava, Carlomagno, finalmente, sentendosi vecchio, lo ha fatto compagno suo nell'impero; e nonostante tutto ciò, quest'impero, ereditato da un glorioso genitore, cade, e va in pezzi, a così dire, nelle sue mani.

Fu sola debolezza di carattere che cagionò questa ruina, o vi cooperarono e l'affrettarono altre cagioni?

Lodovico erasi certamente infiacchito nella corte sua d'Aquitania, chè nè la gente pure del nord resister sapeva all'influenza di quei sì molli costumi e di quel calido sole; allevato in mezzo a città quasi intieramente romane, i suoi consiglieri, i suoi amici sono poco men che tutti Goti o Aquitani; con essi ei muove alla guerra, ad essi affida il governo, e quando viene alla corte d'Aquisgrana per assumere la participazion dell'impero, i conti e i cherici delle meridionali provincie ve lo accompagnano, e parla la lingua loro, e usa abitualmente il latino, nè sa pur pronunziare il tedesco, sì che gli antichi cronisti ne lo riprendono. I leudi che circondano Carlomagno, oramai vecchio e spossato, portano lunghe vesti, ed hanno aspetto rigido e grave, intantochè i nobili del seguito di Lodovico sono gai e piacevoli come istrioni, vestono succinto, appena hanno indizio di barba; e ciò che più offende i leudi, si è che Lodovico anch'esso veste alla foggia di quei meridionali, quasi a testificar ch'egli è re ancora di quei popoli avversi alla razza germanica. Onde i mali umori e le cagioni che moltiplicano da bel principio le difficoltà intorno a Lodovico Pio, il quale, fatto imperatore, non è altrimenti servito con quella devozione e quel timore che inspirar sapeva il gran Carlo, ora chiuso nella tomba[152]. In somma, Lodovico è un uomo del mezzodì, e come potrebbero i conti del Reno e della Mosa altro che a malincuore ubbidirgli? La monarchia carlinga aveva avuto suo fondamento da una grande invasione della razza austrasia nella Neustria; Carlo Martello e Pipino aveano abbandonato le selve della Turingia per venirsi a impadronire della prefettura palatina di Neustria; dopo di che s'erano messa in fronte la corona de' Merovei: natural corso era questo, il settentrione veniva al mezzodì, e i Germani lasciavano le secolari foreste loro per gittarsi sulla civiltà romana; cosa era questa che avvenir si vedea da cinque secoli; Carlomagno avea condotto a fine l'opera tentata dall'avolo e dal padre suo; dato assetto alla civiltà franca; i popoli meridionali avean ricevuto conti e leudi nati in Isvevia e in Lorena; ma l'esaltazione di Lodovico Pio a mutar venne questa condizione. Or che vien egli a fare alla corte d'Aquisgrana quest'aquitano Lodovico, con quelle sue vesti corte, con quella sua barba rasa, con que' suoi saltimbanchi di Tolosa e di Arli, con quegli Spagnuoli suoi di Barcellona? Parlan eglino forse la lingua tedesca o sassone? partecipan eglino dei sentimenti altieri e inesorabili dei leudi del Reno e della Mosa? Quell'effeminato signore, quel cherico della Garonna e della Loira non dee a lungo regnare sugl'indomiti Franchi.... Non già per questo i Carolingi furon chiamati a succedere ai figli di Meroveo. Ed ecco qui una delle intime cagioni del decadimento della seconda stirpe.

A far indi intera la confusione in questa famiglia, alcuni bastardi, dimenticati, scendono in campo con l'armi alla mano, per dimandar la parte loro nel patrimonio della corona e del fisco, chè i Carolingi ebbero pur di tal prodi figliuoli, i quali, senza nome e senza fortuna, tentarono di formarsi uno stato. Dappoi che lo scettro non è più in mano di Carlomagno, ne' suoi palazzi e ne' suoi poderi è un disordine da non dire: qua un bastardo si collega co' Barbari per combattere il nuovo imperatore; colà insorge un figlio mal contento della parte sua; le figliuole del medesimo Carlomagno, che molte sono, si mescolano in questo moto disordinato, e con la scostumata lor vita fanno lo scandalo delle corti plenarie. La madre di Carlomagno fu una casta donna, e caste pure furon le mogli sue, ma le figliuole non han pur orma dell'indole pudica delle donne germaniche, e in vano vengono chiuse qua e là ne' monasteri, chè elle n'escon per gittarsi di nuovo nel mondo. A que' tempi le ferrate porte delle badie non di rado spalancavansi all'impeto di quei figli, di quei giovani forzati a ricever la tonsura, i quali, sprigionandosi a un tratto dal chiostro, pigliavano la spada per tentare di nuovo il riconquisto del proprio retaggio; nè si contentavan solo di ridomandare il patrimonio, ma si mettevano altresì a capo dei Normanni o dei Saraceni, che invadevan la patria. Il regno di Carlo il Calvo vide appunto un di questi figli, più che altri animoso, di nome Pipino, il gran ribelle narrato dalle croniche, uomo ardente, instancabile. Costui entra in lega coi Saraceni: e che importa a lui della sua fede! Ed anche è voce ch'ei sia miscredente; egli ora invoca e ottiene dagli alcaidi quell'aiuto che dianzi invocava e otteneva dai Danesi e dagli Scandinavi, guidandoli in Bretagna. Egli è certamente un fellone e un traditor del suo principe e della sua nazione, ma pur non ha chi il pareggi in prodezza e in prontezza, e ben si vede che bolle nelle sue vene il sangue di Carlomagno.

Benchè questa famiglia non lasci dopo di sè che indegni successori, pur tal si è lo splendore ch'essa trae seco, che tutta la progenie principesca di Lamagna va superba di questa chiara origine. In fatti, aver nelle vene il sangue di Carlomagno si è la maggior nobiltà che sia mai. Noverar per antenati Tassillone, duca di Baviera, Bernardo, re d'Italia, e Lotario, imperatore, si è il più bel blasone di Lamagna. Quei draghi figurati negli stendardi, que' cimieri, quegli elmetti di ferro, quegli scudi, con l'altre armadure, erano memorie carlinghe, e formavano il vanto di chi ereditate l'avea: sul Reno, sul Danubio e sull'Elba, tu non vedevi nè i fiordalisi di Francia, nè i merli senza becco, nè le pacifiche croci dei pellegrini; no, il blasone di Germania era qualcosa di più duro, qualcosa che teneva delle scoscese montagne, dei fiumi impetuosi, delle foreste d'Austrasia e delle Ardenne. I due blasoni dei Carli e dei Capeti non ebber alcuna rassomiglianza tra loro; ben gli scudi e i cosciali di quella cavalleria si scontraron più tardi nell'agone, e v'ebber di molte lance e spade spezzate. A Bouvines si rinnovò l'antica contesa fra Neustri ed Austrasi, ma in quei giorni la Francia trovato avea, in un con la forza della sua nazione, un re potente in Filippo Augusto, che incominciava il periodo di grandezza per la monarchia dei Capeti.

RICAPITOLAZIONE.

PERIODO DELL'ORDINAMENTO.

768 — 814.

Cosa malagevole, in tanta confusione dei tempi, si è lo sceverare distintamente ciò che appartiene all'ordinamento d'un grande impero, da ciò che si concerne alle conquiste militari che l'hanno creato o raffermato. Se non che in Carlomagno ci sono manifestamente due supreme doti personali, genio di guerra e mente alta di Stato. Laonde ogni cosa procede sotto di lui progressivamente e con un certo ordine; la conquista è compiuta quando appunto appare al mondo l'impero d'Occidente; e la legislazione principia quando l'imperatore è incoronato a Roma da papa Leone. Fino a quel giorno l'opera militare fu sì faticosa per Carlomagno, ch'egli applicar non potè ad altre cure: ei pensava a reggere, più che non a crear una stabile legislazione; ma da ch'egli è imperatore, i concetti in lui di legislatore ingrandiscono e si riempiono de' suoi vasti destini.

In quest'andamento dell'impero d'Occidente ci sono instituzioni tolte a prestito, e ci sono concetti d'istinto; le instituzioni tolte a prestito vengon da Costantinopoli e da Roma, dalla Chiesa e dal codice teodosiano; i concetti d'istinto derivano dalla forza e dalla rigogliosa potenza propria degli uomini boreali. Centrificare l'autorità è pensier che viene naturalmente ad ogni valent'uomo, ampliare la podestà è cosa sì naturale, che non è d'uopo raccoglierne il pensiero per trasmissione. Carlomagno non si fa già a mutar lo stato sociale, ma se lo reca in mano per governarlo; in molte cose egli altro non è che il continuator del passato, e nel fare i suoi capitolari egli è costretto di sottoporsi alle leggi barbariche, ed anche di sancirle cogli atti suoi. Quanto alla legge salica, esempigrazia, si può dir ch'egli si contenta di darne una seconda edizione corretta; a quella dei Ripensi poche sono e insensibili le modificazioni ch'egli v'aggiunge: il codice longobardico si rimane intatto, e ben è vero ch'ei distrugge la nazion sassone, ma non istà per questo di conservar lo spirito delle sue istituzioni. «Concesso ad ognuno di vivere secondo la sua legge;» tale si era la gran massima dei codici primitivi dall'imperatore promulgata.

Così, quest'uom supremo non sa intieramente spiccarsi dal passato; indarno egli si prova d'indirizzar la società per nuove vie, chè le consuetudini, i costumi, le leggi se gli attraversano, e la legislazion sua appena ne tocca la superficie. S'egli avesse voluto distrugger la personalità del codice franco, del longobardo o del bavaro: «Olà, imperatore, gli avrebbero detto i leudi, cotesto è patrimonio nostro, come tuo patrimonio è lo scettro: lascialo stare.» No mai, quegli altieri conti, quegli uomini liberi, quegli Austrasi comati, non avrebbero, nelle adunanze del campo di maggio, aderito ad accettar un capitolare che avesse intaccato il sistema delle composizioni, la sola penalità che i Franchi riconoscevano, la legge che regolava i gradi loro e la gerarchia. Necessità fu quindi all'imperatore arrestarsi dinanzi a questi impedimenti; chè anche gli uomini sovrani non sono mai al tutto padroni di dar libero corso ai loro concetti, e mille ignote voci attutiscono la loro: «Oh perchè, chiederà taluno fra sè, si sono eglino fermati a mezzo dell'opera?» nè sa, costui, quanto strazio, quanti travagli, quante debolezze, quante picciole cose si attraversano fra un uomo e il suo destino, fra la volontà sua e l'esecuzione.

Le instituzioni di Carlomagno si riferiscono a diversi ordini d'idee che compongono il governo e l'amministrazione d'un popolo; ma prima, siccome pare, egli è tutto in un pensiero, nella fondazione, cioè, dell'impero; egli cinger vuole la fronte dell'alloro dei Cesari: già patrizio è, e perchè non augusto ancora? Pensiero questo che non gli vien tanto per istinto, quanto per imitazione. In fatti, i Franchi conoscevano forse in mezzo alle loro foreste il titolo d'imperatore? No, che essi aveano i loro _heretogz_ e i loro _konnug_ come gli Anglosassoni, nè ad essi eran giunte le tradizioni augustali di Roma e di Costantinopoli. Mal compresa era tra i Franchi l'idea d'un impero, essendo che la legge salica e i codici barbarici, in generale, non altro posavano che sovra una continua divisione dell'autorità, sullo spartimento dell'autorità regia e delle terre. Qualunque concetto di unione e di coesione era quindi alieno dai Barbari, laddove l'impero posava sopra una gran mistione di nazioni, e di popoli tutti confusi sotto una medesima spada e uno scettro medesimo.