Storia di Carlomagno vol. 2/2

Part 2

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Al regno d'Irene si vuol pur annodare i primi vincoli d'intimità fra Carlomagno e l'impero d'Oriente, chè, senza dubbio, essi ebbero principio alle invasioni delle provincie lombarde e dell'esarcato di Ravenna, e all'occupazione dei feudi del Friuli, di Benevento e di Spoleti per parte dei conti franchi; se non che allora tenean della conquista e della guerra, chè queste terre eran prima possedute dai Greci, e formavano, un secolo innanzi non intero, altrettante pertinenze dell'impero d'Oriente, insieme con l'Adriatico greco, e solo le avevano svelte alla corona d'oro degli imperatori, le conquiste dei Longobardi. Irene ebbe pratiche d'amistà con Carlomagno re dei Franchi quand'egli fu incoronato a Monza, e gli annali dicono ch'ella profferse per isposo il figliuol suo Costantino ad una delle figlie di quello, chiamata Geltrude, e che anche celebrate furono le sponsalizie. Le canzoni eroiche narran pure che Irene, _imperatrice di corona_, profferto avea la sua mano a Carlomagno, il quale avrebbe così aggiunta una figlia della Grecia all'altre sue donne franche e germane, e congiunto le due corone imperiali. Leone III fu l'ardente promotore di queste nozze, però che i papi, simboli veri del principio d'unità, cessar voleano le contese di religione tra l'Oriente e l'Occidente, e l'unione o mistica o naturale d'Irene con Carlomagno sarebbe stata come il termine dello scisma mercè la reintegrazione del mondo romano.

Se non che tutto questo fu sconciato per le segrete mene dei principi longobardi rifuggiti alla corte di Costantinopoli; anzi vi ebbe un'intimazion di guerra fra i Greci ed i Latini; e Giovanni, logoteta della milizia greca, dalla Sicilia venne ad approdar nel regno di Taranto e di Napoli, per indi cacciare i Franchi dall'Italia; ma nelle prime schermaglie, i Greci, sgominati, la diedero a gambe innanzi alle lance dei Franchi, e Giovanni fu preso e messo a morte per ordine di Carlomagno. I Greci, sì culti, sì snervati dalla civiltà, non valevan più nulla per soldati, ora come avrebbon essi potuto combattere contro gli uomini del Nord, contro quei Franchi d'Austrasia più valenti dei Bulgari ond'era minacciata la loro metropoli? Irene, la protettrice delle immagini, la donna artista, non rinunziò punto per questo al disegno di sposar suo figlio Costantino Porfirogenito a Geltrude, e mandò un'ambasceria greca che venne a trovar Carlomagno ad Aquisgrana, dove furon celebrate nuove sponsalizie, e tanto è vero che queste nozze furono convenute indi a breve tempo, che gl'inviati greci lasciarono a Geltrude un eunuco dottissimo per istruirla dei costumi e degli usi di Bisanzio, e così della lingua ch'ella parlar doveva ai ministri del palazzo. Le quali pratiche fra Irene e Carlomagno continuarono fino a che una nuova rivoluzione abbattè l'autorità dell'imperatrice, e lo storico Teofane afferma che ancora trattassi di congiungere i due imperi. «Alcuni apocrisarii, egli dice, furono inviati affin di congiungere Irene in matrimonio con Carlomagno, e unire in un solo gl'imperi d'Oriente e d'Occidente; ma Azzio, cui stava a cuore d'assicurar l'impero al proprio fratello, sconciò questo disegno». Un fecondissimo avvenimento sarebbe stato questo maritaggio dell'imperator d'Occidente coll'imperatrìce d'Oriente, poichè per esso sarebbe stato ricomposto il romano impero negli ampli suoi confini, e i Barbari distrutto non avrebbero gli ultimi avanzi dell'antica civiltà. Se non che nel corso dei tempi raro è che le cose si ricompongano sotto le medesime forme: ciò che cade più non risorge, e quando un edifizio è crollato, niuno può far di raccorne sì a punto i rottami da rifarlo grande e forte in tutto come prima, nè più ridonar si può la vita a chi è spento.

La rivoluzione del palazzo di Bisanzio, che spezzava lo scettro in mano ad Irene, sollevava all'onor della porpora un uom di guerra, Niceforo, che fu dai soldati alzato in sugli scudi, come si vede nelle miniature dei tempi, e fu dal patriarca coronato in Santa Sofia. Irene, trattata prima con riverenza, siccome sposa di Leone e madre di Costantino Porfirogenito, fu indi chiusa in un monastero, e colei che pur dianzi avea grado e podestà d'imperatrice, andò a finir cattiva e confinata nell'isola di Lesbo. Una lettera dei legati franchi a Costantinopoli narra questa revoluzione domestica, nella quale sostennero Irene finchè poterono, siccome alleata di Carlomagno, ma poi terminato il moto, abbandonaron Costantinopoli per venire a riferir di presenza all'imperatore gli avvenimenti che agitato aveano l'impero d'Oriente, e i motivi politici ond'era stata mossa l'esaltazione di Niceforo.

La possanza di Carlomagno era tale che Niceforo ben comprese dover egli cercare, innanzi tutto, l'amistà sua;le frontiere dell'uno toccavan quelle dell'altro e grande era il timor delle irruzioni dei Franchi coronate sempre dalla vittoria. Per acquistarsi quindi l'amicizia e la grazia di Carlomagno, Niceforo gli mandò una solenne ambasceria; ed esperti oratori, com'eran quei Greci, giustificar doveano l'esaltazione del signor loro, e i motivi ond'era stato svelto lo scettro di mano ad Irene, amica dell'imperator dei Franchi. Il monaco di San Gallo, vivace cronista, segue, passo per passo, gli ambasciatori greci, che vengono a salutar Carlomagno a nome di Niceforo. I Franchi aveano grandemente in dispregio questa razza bisantina; i vescovi da Carlo mandati a Costantinopoli raccontavan mille istorie intorno alle bizzarre usanze dei Greci, e queste istorie giravano di bocca in bocca, e il buon monaco di San Gallo le racconta a questo modo: «Nel tempo della guerra contro i Sassoni, Carlo mandò suoi legati all'imperatore di Costantinopoli, il quale si fece a dimandar loro se gli stati di Carlo suo figliuolo[12] erano in pace, o turbati dalle nazioni vicine; e avendo il capo dell'ambasceria risposto che tutti erano in pace, salvo un certo popolo, chiamato i Sassoni, che infestava con le sue depredazioni le frontiere di Francia: — Oh cielo! rispose quel principe che marciva nell'ozio, e non era punto fatto alla guerra, e perchè il diletto figliuol mio si affatica egli a combattere sì picciol nemico, senza fama nè valore? Io dono a te stesso questa nazione con tutto ciò che possiede! — Tornato in patria, l'ambasciatore riferì questo discorso a Carlo, il quale gli rispose queste parole: — Ben più avrebbe fatto per te quest'imperatore, se t'avesse donato un buon mantello per un sì lungo viaggio».

I vescovi mandati da Carlomagno nell'impero di Costantinopoli, essendo stati, come vedesi, male accolti, se l'avean legata al dito, e il monaco di San Gallo non manca di soggiunger appresso, come i Franchi se ne vendicarono. «Poco di poi l'imperator greco mandò anch'esso suoi ambasciatori al glorioso Carlo, e si abbattè appunto che in quell'occasione si trovasser con lui il medesimo vescovo ed il duca di cui è detto, i quali, all'udir annunziare la venuta di quei legati, suggerirono al saggio monarca di farli condurre attraverso alle Alpi per vie impraticabili tanto che logorato e consumato avessero al tutto quanto seco portavano, e fosser così obbligati di presentarsi a lui già ridotti in pessimo arnese. Poi, quand'ei furono arrivati, il vescovo e il compagno suo fecer sedere il conestabile in mezzo a tutti i suoi dipendenti, e sovra un seggio elevato per modo che far non si potea di non prendere quest'uffiziale per l'imperatore. Onde gli ambasciatori, come tosto lo videro, si prosternarono a terra per adorarlo, ma ributtati dai servitori di Carlo, furon costretti a passar nelle altre stanze più innanzi, ove, avvisato il conte del palazzo che parlava ai grandi raccolti intorno a sè, credendolo il principe, di nuovo si precipitarono a terra. Cacciati più innanzi e schiaffeggiati dagli astanti, che andavan loro dicendo: — Questi non è l'imperatore, — andarono oltre, e trovarono il siniscalco della tavola reale attorniato da tutti i famigli, coperti di abiti ricchissimi, nè più dubitando che colui non fosse il re, eccoli di nuovo a terra. Cacciati anche da questo luogo, videro in un salone tutta la gente di servigio della camera reale intorno al loro capo, e per allora si tennero certi che quello esser dovesse veramente il primo dei mortali. Ma quell'uffiziale li tolse da questa credenza, e promise loro di fare ogni poter suo in un coi primi della corte, per ottenere ad essi, se far si potea, la grazia d'essere ammessi alla presenza dell'imperatore augusto. Alcuni di quelli che trovavansi con lui, ebbero intanto commissione d'introdurli in gran cerimonia.

«Carlo, il più illustre dei re, sfolgorante come il sole al suo sorgere, e tutto splendiente d'oro e di gemme, stavasene assiso presso una finestra che mandava gran luce, appoggiato ad Ettore, che tale era il nome del vescovo da lui già mandato a Costantinopoli. Intorno all'imperatore erano schierati a cerchio, a simiglianza della milizia celeste, i suoi tre figliuoli da lui assunti a compagni già nell'impero, le sue tre figlie con la madre loro, splendide di virtù in uno e di bellezza; e prelati d'aspetto e di merito senza pari; e abati illustri per la nobiltà del pari che per la santità loro, e duchi, appetto dei quali tal non fu in antico lo stesso Giosuè nel campo di Galgala. Questa schiera, al par di quella che ributtò Ciro e gli Assirii suoi dalle mura di Samaria, avrebbe potuto, come se avesse avuto Davide nel mezzo, giustamente cantare: O re e popoli tutti della terra, o principi tutti e giudici della terra, garzoni e donzelle, vecchi e fanciulli, lodate tutti il nome del Signore! — Gli ambasciatori greci, colti da stupore, si sentirono venir meno; e usciti di conoscenza, caddero muti e svenuti al suolo. L'imperatore, con tutta benignità, li fece alzar da terra, e procurò di rincorarli alquanto con parole di conforto; ma quando poi videro colmato di tanti onori quell'Ettore che i Greci trattato aveano con tanta sgarbatezza e disprezzo, presi da nuovo spavento, ricaddero a terra, nè si levarono finchè il principe ebbe giurato loro, pel re de' Cieli, che non sarebbe lor fatto male alcuno. Rassicurati da questa promessa, cominciarono a mostrar maggiore fidanza; ma, ritornati che furono alla patria loro, non posero mai più piede nel nostro paese[13].

«Qui è il luogo di raccontar come l'illustre Carlo avea intorno a sè uomini sapienti in ogni cosa. Dopo celebrato il mattutino in presenza dell'imperatore, quei Greci, nell'ottava di Natale, cantavano in segreto e nella lingua loro alcuni salmi in onore di Dio, quando il re, che stava nascosto in una stanza vicina, rapito dalla dolcezza della loro poesia, impose a' suoi cherici di non por cibo in bocca finchè recato non gli avessero quelle antifone voltate in latino; quindi è che tutte son d'uno stile, e che in una di esse trovasi scritto _conteruit_ in luogo di _contrivit_. Quegli stessi ambasciatori avean portato seco istromenti d'ogni sorta, che veduti furtivamente insiem con le altre cose rare che coloro aveano, furon dagli artieri del sagace Carlo, con gran diligenza imitati. Segnalaronsi essi principalmente nella contraffazione d'un organo, quel mirabile istromento che, per mezzo di vagelli di rame e mantici di pelli taurine, cacciando l'aria, come per incantesimo, in canne pur di rame, eguaglia co' suoi ruggiti il rombo del tuono, e con la sua dolcezza i lievi suoni della lira. Non è questo il luogo nè il tempo di raccontare dove fu posto quest'organo, nè quanto ei durasse, nè come andasse a male insieme con mille altre cose preziose che lo Stato perdette».

D'onde sono a notarsi i due sentimenti che inspirava a quei giorni l'aspetto della civiltà bisantina; prima un alto disprezzo per la viltà e doppiezza dei Greci, non avendo gli uomini forti e vigorosi che dimoravan sulla terra di Francia, e nelle cittadi a riva del Reno e della Mosella, stima veruna per quegli sciagurati eunuchi, quei giullari coperti di seta che difender non sapeano con la lancia e la spada la città loro; poi lo stupore e l'abbagliamento quasi, da cui eran presi a quella inoltrata civiltà, a quei mirabili monumenti, a quei progressi dell'industria, a quelle maraviglie della scultura, all'udire un organo armonioso, al vedere un dipinto di vivace colorito, un ricco reliquiario, o la porpora di quelle città loro sontuose. Questi due sì opposti sentimenti si manifestano nelle croniche; se parlano dei Greci come uomini, sono parole di spregio e d'astio di razza contro razza; se parlano all'incontro dello spettacolo ch'offre Bisanzio co' suoi monumenti, co' suoi giardini, con le sue statue, co' suoi vasti ippodromi, allora son tutti entusiasmo, e gli stessi monaci latini non posson far di non restare maravigliati a una civiltà che somiglia ad una bella statua d'avorio, tutta cosparsa d'oro e di gemme. La detta ambasceria di Niceforo a Carlomagno non avea sol commissione di appiccar pratiche per la confederazione tra i due imperi, ma sì ancora di stabilire i confini dell'una e l'altra frontiera in modo esatto e permanente; il che implicava la ricognizion pura e semplice del titolo d'imperatore d'Occidente nella persona di Carlomagno. In alcuni frammenti che ci rimangono, si vede anzi il cambiamento che viene operandosi nella diplomatica corrispondenza del gran principe austrasio cogli imperatori bisantini. Egli non è più _rex_ soltanto, ma _basileus_ e talvolta anche _imperator_; nè egli chiama più il signore che regna in Bisanzio col nome di padre, ma sì con quel di fratello; egli non è più tributario loro, ma loro eguale, cambiamento decisivo nelle forme, ed a Costantinopoli le forme erano tutto.

I limiti dei due imperi vennero, quanto all'Italia, assegnati sulle frontiere della Puglia, del ducato di Taranto e di Napoli; sull'Adriatico, alla Venezia, alla Dalmazia, all'Istria; verso il Danubio i territorii venner divisi per le nazioni barbare accampate nelle lande dal Danubio fino al Volga. La quale contrazione fu fatta non senza una certa giustizia ed equità, e l'effetto suo più significativo fu la ricognizione d'un impero d'Occidente, salutato dai Cesari di Costantinopoli come un rinnovamento di quel tempo in cui fu diviso il mondo romano, con due sedi in due grandi capitali città, Roma e Costantinopoli. E poichè le idee sopravvivono alle cose, e quest'imperio romano avea lasciato tante gloriose memorie de' suoi Augusti e de' suoi Cesari, non è maraviglia che uomini anche di stirpe germanica ad onor si recassero di ristaurar l'impero con le reliquie della civiltà da esso lasciate in retaggio alla terra. Il titolo d'imperator d'Occidente avea lasciato gran fama anche tra le barbare nazioni, e lo splendor di Carlomagno non ebbe ad esserne che più sfolgorante tra le generazioni.

La rinomanza di quest'imperatore e lo strepito delle conquiste e maraviglie sue, erano pur penetrati in Oriente, dove, l'anno dell'Egira 170 e di Cristo 786, seguì l'esaltazione d'un gran califfo di nome Arun-al-Raschild, o il Giustiziere, e Abulfeda racconta le guerre de' suoi primi anni che gli assicurarono il califfato. Le civiltà dell'India, della Persia e della Grecia operato avevano sulla nazione araba, e se ne trovavano tracce in ogni luogo. Gli Arabi non erano altrimenti un popolo creatore, ma sì imitatore, che ripetea le tradizioni persiane, indiane e greche; traduttori com'essi erano degli studi bisantini, ed esperti copiatori dell'architettura e dell'arti dell'Indostan, o dei monumenti sassanidi, ed eredi della scuola alessandrina, e' non sapevan da sè stessi nulla creare, ma destri erano in contraffare, imitare, tradurre. Dal dì della sua esaltazione Arun era in guerra cogli imperatori, quindi non è strano ch'ei cercasse l'alleanza di Carlomagno, nè questa politica dispiacer doveva ai Franchi d'Occidente[14], sì avversi com'erano ai Greci di Bisanzio. Riferiscon le cronache che il califfo mandò legati a Carlomagno con un presente di nuova foggia, ed era un orologio sul far bisantino, con tutta quella finezza e pazienza di lavoro che gli Arabi in grado supremo posseggono. Il quadrante era composto di dodici porticine che formavan la divisione delle ore; ogni porta restava aperta, poi all'ora duodecima, dodici piccioletti cavalieri, uscendo insieme, facevano il giro del quadrante, e chiudevan tutte le porte, e ogni giorno così. Questo lavoro, tutto d'avorio, ad ammirazione di tutta la corte di Carlomagno, fu collocato nella cattedrale di Compiegne[15].

Il monaco di San Gallo che scrive d'ogni novella, non lasciò di narrar, con tutti i suoi particolari, la venuta degli ambasciatori d'Arun, e le pratiche appiccatesi tra il califfato e il nuovo imperator d'Occidente. «Alcuni ambasciatori furono inviati all'imperatore dalla Persia, i quali pensarono di far meglio approdando ai lidi d'Italia, mossi anche dal grido di Roma che sapevano esser soggetta all'impero di Carlo. Ma essi furono accolti con sospetto dai vescovi della Campania, della Toscana, della Romagna, della Liguria, e finalmente della Borgogna e della Gallia, e altresì dagli abati e dai conti, cui fecero manifesto il motivo del loro viaggio, e da alcuni di essi non furon voluti ricevere, finchè dopo corso un anno, quegli sciagurati, stracchi e spossati dal lungo viaggio, vennero in Aquisgrana a trovar quest'imperatore tanto famoso per le sue virtù, se non che, giunti essendo appunto e annunziati al principe nella settimana più solenne della quaresima, fu differita l'udienza loro fino alla vigilia di Pasqua. Ed in questa festività, la maggiore di tutto l'anno, essendo l'incomparabil principe vestito d'ornamenti senza pari, fece introdurre alla sua presenza i legati di quella nazione, un tempo spavento dell'universo, e il massimo Carlo apparve loro tanto più maestoso d'ogn'altro mortale, che si persuasero di non aver mai prima di lui veduto nè re nè imperatore. Gli accolse egli benignamente, e concedette loro la grazia insigne di poter, come i suoi proprii figliuoli, andar dove più volessero, di esaminare ogni cosa, d'informarsi e pigliar nota di checchè si fosse. Rapiti dal contento, a tutte le ricchezze dell'Oriente anteposero il bene di non dipartirsi dall'imperatore, di contemplarlo e ammirarlo continuo. Saliti dunque nella tribuna che sopraggiudica intorno la basilica, e di là guardando ora il clero ed or la milizia, ma pur sempre ritornando cogli occhi sul principe, nè potendo, nell'eccesso della loro esultanza, trattenersi dalle liete loro acclamazioni, battevano palma a palma, e prorompevano: — Fin qui noi non abbiam veduto che uomini di terra; ma ora sì che ne vediamo uno d'oro. — Poi, appressandosi a ciascun dei grandi, ammiravano la novità delle vesti o dell'armi loro; di nuovo indi tornando all'imperatore, come al più degno dei loro omaggi. Passata così la notte del sabato santo e la domenica vegnente a tutto veder nella chiesa, furono in questo santissimo dì convitati al sontuoso banchetto del munificentissimo Carlo, insiem coi grandi della Francia, anzi dell'Europa; ma stupefatti a quanto vedevano, si levaron di tavola quasi digiuni. Ed ecco che il giorno appresso, all'istante in cui l'Aurora, lasciando il letto di Titone, dispensava la luce del sole[17], Carlo, insofferente del pigro riposo, muove per la foresta in caccia del bufalo e dell'uro[18], conducendo seco i legati; ma quei poveri Persiani alla vista di quelle immani belve, colti da grandissimo spavento, si danno alla fuga. Intanto il prode Carlo, che non sa che sia timore, cavalcando un velocissimo corridore, raggiunge una di quelle fiere, trae la spada, e fa per troncarle il capo; ma il colpo non va pieno, e il feroce animale rompe il calzare del re insiem con le strisce che lo legano, e gli sfrega con la ponta delle corna la parte dinanzi della gamba tanto da farlo poi alquanto zoppicare, e infuriato per la tocca ferita, fugge tra piante e balze per una macchia foltissima. Tutti i cacciatori vogliono spogliarsi a gara dei loro calzari, per servirne il loro signore, ma egli non lo consente, dicendo: — Io vo' mostrarmi in questo stato a Ildegarda».

Or nell'antica cronaca, l'imperatrice Ildegarda è la sposa diletta, la sollecita compagna di Carlomagno; essa non l'aveva tuttavia seguito in questa fiera caccia nelle selve della Germania, ed erasene restata in villa od in corte. «Intanto Isimbardo, figliuolo di Varino, prosegue il cronista, avea inseguito la belva, nè osando avvicinarsele troppo, le scagliò contro il suo giavellotto, cogliendola tra la giuntura della spalla ed il petto fino al cuore, indi la presentò ancor palpitante all'imperatore, il quale, senza pur mostrar d'avvedersene, lasciando a' suoi compagni di caccia il corpo dell'animale, tornossene al suo palazzo, ed ivi fatta chiamar la regina, e mostratole il lacerato suo calzare, le disse: — Che meriterebbe colui che m'ha liberato dal nemico da cui io ebbi questa ferita? — Ogni ben del mondo, rispose la principessa. — L'imperatore allora le raccontò l'accaduto, e fatte recare in testimonio le tremende corna della fiera, fu veduta la regina sciogliersi in lagrime, mandar profondi sospiri, e percuotersi il petto con ambe le pugna. Inteso poi che Isimbardo, in disgrazia a quei giorni del suo signore, e spogliato d'ogni onor suo, era quello il cui braccio avea liberato l'imperatore da un sì formidabil nemico, precipitatasi ai piedi del marito, ottenne da lui che allo stesso Isimbardo fosse restituita ogni cosa toltagli, nè contenta ella a questo, gli fece di sua mano larghissimi doni. I Persiani offrirono ancora all'imperatore un elefante con alcune scimie, balsamo, nardo, essenze diverse, aromi, profumi e droghe medicinali d'ogni sorta, tanto che parea n'avessero vuotato l'Oriente per empirne l'Occidente. Frattanto essendosi alquanto più addomesticati coll'imperatore, avvenne che un giorno in cui erano più allegri del solito e riscaldati da vin generoso, essi rivolsero, motteggiando, queste parole all'imperatore, il quale, temperantissimo, era in tutto il suo senno: — Certo, imperatore, la vostra potenza è grande, ma pur meno assai di quanto la fama divulgò nei regni dell'Oriente. — A che Carlo, dissimulando l'interno suo corruccio, rispose ridendo: — E a quale proposito dite voi questo, figliuoli miei? e da che vi fu suggerito questo pensiero? — Ed essi allora, tornando ai primi tempi del loro viaggio, gli raccontarono per filo e per segno tutto ciò che ad essi era intervenuto nelle regioni al di qua dei mari, dicendo: — Noi Persiani, Medi, Armeni, Indiani ed Eleniti, vi temiam tutti più che il nostro medesimo signore Arun. Che direm poi dei Macedoni e dei Greci, i quali paventano la vostra grandezza, come più atta ad opprimerli dell'onde del mar Ionio in tempesta? Quanto agl'isolani tutti, fra mezzo a cui siamo passati, ei si mostrano siffattamente solleciti e devoti a vostro servigio, da crederli pasciuti nel vostro palazzo e gratificati dai vostri più magnifici e onorevoli benefizi. Ma i grandi all'incontro del vostro paese non ci sembrano troppo vogliosi di piacervi, se non in presenza vostra; prova ne sia, che quando noi, per via, gli abbiamo pregati si degnassero di far qualche cosa per noi, a riguardo della vostra persona, che noi venivamo a cercar sì da lontano, eglino ci han congedati senz'ascoltarci ed a mani vuote.» Udita la qual cosa l'imperatore privò di tutte le loro cariche ed onori i conti e gli abbati, ai quali presentati si erano gli ambasciatori[19]; quanto ai vescovi, essi furon da lui condannati a forti ammende, dopo di che ordinò che i legati fossero condotti con grandissimi onori e attentissime sollecitudini sino alle frontiere del loro paese.