Part 19
Gli è il tempo pure in cui avviene un rinnovellamento di studi, un'azione delle menti, azione fervente, entusiastica, come suole in ogni cosa sul principiare: l'orizzonte appar senza termini, l'avvenir senza limiti. Oh la schietta gioia di tutti quei dotti allo scoprire l'antichità con la sua letteratura e le sue maraviglie! Forman essi, come a dire un'accademia intorno a Carlomagno, per modo che i dotti del secolo decimosettimo vollero in questa congregazione trovar l'origine dell'Università[139]; ivi si tratta di gramatica, d'astronomia, di poesia; e bello è vederli assisi, nel palazzo d'Aquisgrana, intorno all'imperatore, sdegnare i nomi franchi e germanici della loro schiatta, sol degne avendo del magnanimo loro affetto Roma e la Grecia. Dameta scrive indi ad Omero, e Davide è il protettore supremo; l'uno è Virgilio, l'altro Orazio, ed amano di scandere i versi latini, ad essi barbara parendo la patria favella; vivono sotto le impressioni romane: leggende, poemi epici, epigrammi, epitafi, ogni cosa è in latino; e pii cristiani, ferventi cattolici come sono, pure invocan le muse, e tramezzano alle descrizioni della Chiesa le reminiscenze dell'antichità profana. Gli armoniosi versi di Virgilio destano un ineffabile entusiasmo in quella nascente accademia, e piangono con Ovidio, e scorrono Roma rigenerata con Macrobio alla mano; e Omero trova settatori in tutte le badie.
In ogni parte di questo vastissimo impero si trovano scuole pubbliche e monastiche, quasi metropoli dell'istruzione. La Neustria noverava parecchie di queste scuole madri, che diffondeano il sapere per ogni dove; la più famosa tra esse, per l'antichità sua, era quella di San Martino di Tours, sotto la direzione di Alcuino, della quale fu già più sopra fatta menzione; le lezioni erano pubbliche, e vi s'insegnavano la gramatica, l'astronomia, con maraviglioso concorso di studianti, che ci venivano fin di Germania e d'Inghilterra. Alcuino era secondato da un giovine, di nome Sigolfo, ardente ammiratore di Virgilio, cui egli studiava, per sua delizia, notte e giorni. Ci eran di santi vescovi, che venivano a scuola a San Martino di Tours; le scienze si andavano di là diffondendo per tutta la Neustria; le biblioteche si componevano già di parecchie centinaia di volumi, nè i libri erano punto rari, come poi divennero nel secolo decimo, che le biblioteche de' conventi s'erano arricchite mercè dei pellegrinaggi in Italia e in Oriente, e Carlomagno avea tratto da Costantinopoli e dalla Siria copiosi manoscritti, onde gli autori dell'antichità cominciavano a diventar famigliari.
Altra scuola della Neustria era quella di Corbia, sotto il reggimento del dotto Adalardo; a Tours dominavano, come pare, la dottrina sassone e l'erudizione inglese, a Corbia signoreggiava l'autorità romana del papa. Qui la biblioteca era forse più ricca di quella che avea San Martino di Tours, e vi si conservava, come proprietà della badia, un bel pontificale in lettere d'oro, sopra cartapecora, e quegli stipati scaffali mostravano un _san Giovanni Grisostomo_, con coperta di porpora ornata d'avorio; e molti di quei libri, confidati alla custodia degli abbati, splendevano di pietre preziose. Le scuole insegnavano giorno e notte la scienza sotto i celebri abbati Pascasio, Radberto ed Anscario; nel chiuso di quelle mura fu da Robano Mauro compilato il libro del _calcolo de' tempi_; da Corbia moveano i missionari, cui era commesso d'andare ad insegnar la scienza e la religione cristiana nel nord dell'Europa; e quanto curiosa e bella è la relazione di sant'Anscario, che scorre nel nono secolo la Decia e la Svezia! Che dir poi delle scuole di San Vasto d'Arras, di San Fleury o di San Benedetto alla Loira, di Fontenelle, sorgente maravigliosa dell'ecclesiastico sapere! Di Ferrieres, più celebre ancora pe' suoi diletti studi dell'antichità profana, per l'amor suo a Cicerone e Sallustio! Le opere di maggior eleganza e bellezza non erano estranee alle occupazioni di que' monaci, i quali comentavano Quintiliano e Terenzio, e aveano in convento chierichetti, ch'altro non facean che copiare i poeti e gli oratori antichi. Tutte queste scuole della Neustria corrispondevano con l'areopago, ond'era circondato Carlomagno, e ci avea per la scienza un centro, siccome un re pel governo e per la politica.
Fulda e San Gallo furon le due metropoli degli studi germanici; l'una quasi al settentrione, l'altra proprio al mezzodì dell'Alemagna. Fulda pigliava la sua origine dalla predicazione cristiana di san Bonifazio, poichè il santo vescovo, dopo d'aver predicato la religion cristiana ai Sassoni, credette cosa indispensabile instituire un centro delle umane scienze, per indi diffonderle in tutta la Germania; e dopo l'episcopato di Magonza, Fulda fu la sua favorita fondazione, gittata, per così dire, com'ei l'aveva, in mezzo ai Sassoni, come sacra scaturigine d'insegnamenti. Rabano fu il più dotto e scienziato dei suoi abbati, ed a lui succedette Rodolfo, monaco alemanno, storico, poeta e nobilissimo favoreggiatore di tutte le arti[141]. Non disprezziamo, per Dio, questi passati, che provocarono l'attenzione di tutto un secolo: e chi sa mai se resterà pur briciolo dell'opere di questa nostra generazione! Fulda ebbe pur essa le sue degne filiazioni nella scienza, al par di Corbeia, ed emanazione degli studi suoi fu pur la scuola d'Irsaugo, nella diocesi di Spira, dove monaci di ardente fantasia comentarono il cantico dei cantici e il libro di Tobia, dirigendone la musica Erderico, con un'arte sì soave, che fin da cento leghe accorrevano per udirla. L'origine d'Irsaugo era già antica al decimo secolo.
San Gallo, il monastero della Germania meridionale, vedea sempre più ingrossar la sua biblioteca per cura di quei religiosi che attendevano principalmente, con mirabil pazienza, a trascrivere i libri, giovando infinitamente così al progresso delle umane cognizioni. E chi non ama di frugar nelle reliquie di San Gallo, il vero monasterio dell'età carolina? Il Mabillon, quel dotto viaggiatore, lo ha descritto qual era sotto Lodovico il Pio, e ci si veggono, com'ei dice in quel suo semplice linguaggio, _scuole dentro e scuole fuori_, l'ammaestramento pe' monaci, l'educazione per tutti. Le sette arti liberali eran come il grande albero del sapere. Nell'ore solitarie, colà sulle rive del lago di Costanza, que' monaci si davano ai lavori di mano, con l'attitudine di quegli alpigiani, che pensano, considerano e lavorano ad un tempo in cospetto di Dio. Colà visse, nel nono secolo, un monaco, di nome Sintrano, il quale, dice la leggenda, fu eccellente pittore, intagliatore e sonatore d'ogni sorta di strumenti. Laonde l'intaglio non sarebbe un'invenzione del secolo decimoquinto, ma sì apparterrebbe ad uno dei più rimoti periodi alemanni, al medio evo germanico. In grembo pure a quel monastero venne formandosi l'imaginazione pittoresca e novelliera del monaco di San Gallo, il cronista che, per ordine di Carlo il Calvo, compose la storia di Carlomagno. Fra quelle mura molto si perdonava, però che la scienza purificava la licenza mondana, e la leggenda del figlio di Chiburgo[143] mostra che indulgenza si avesse per gli uomini letterati e scienziati.
Mentre le scuole di Fulda e di San Gallo eran tutte germaniche, quelle di Magonza e di Metz serbavano, come a dire, un misto di origine austrasia e neustrasia: Magonza, in riva del Reno, fondazione di san Bonifazio, d'ond'egli era partito per andar a convertire i Sassoni, gli Alemanni, i Bavari, ebbe un ragguardevol numero di maestri e dottori, fra' quali il sapiente Lullo, successore di san Bonifazio. In quella scuola parlavasi il greco, e parecchi monaci sapevano anche l'ebraico; e da quel santo monastero nascevano le scuole di Paderborna, di Metz, di Verdun; Metz famosa principalmente pe' suoi gramatici, e Verdun pe' suoi copisti. Le quali scuole alemanne tutte furono eziandio rinomate, pel canto ecclesiastico, però che a Metz, a Fulda, a San Gallo, applicavan di proposito alle antifone e agli inni, avendo già fin da quel tempo gli Alemanni quel loro profondo sentire nell'arte della musica. In mezzo a quelle solitudini, quando tutto intorno era silenzio, essi amavano di farsi udir in coro, accompagnati dall'organo. La voce dei Franchi era stridula, nè avea la dolcezza di quella dei Greci, o l'accento facile degli Italiani; ma gli Alemanni avean di bellissime note basse e suoni gravi e solenni, ed eran sublimi maestri a musicar quegl'inni de' morti o di rendimento di grazie, che innalzavansi a Dio in mezzo al rimbombo degli organi nella cattedrale.
Di questo modo la triplice nazione _germanica, austrasia e neustriaca_, veniva a perfezion riprodotta dalle scuole monastiche. Restava l'Italia, e il regno de' Longobardi, la cui nazione era rappresentata dalla scuola di Montecassino, dove la scienza era spinta all'ultimo apice della perfezione, dappoi che san Benedetto gli avea dato le sue regole. Posto tra la civiltà greca e la civiltà latina, il monastero di Montecassino in sè ricevea il doppio riflesso di Roma e di Bisanzio, e in mezzo alle pubbliche tempeste, era rimasto in piedi come un monumento religioso de' tempi antichi: la sua ricchissima biblioteca durava illesa dai guasti della barbarie; ci si trovavano Bibbie scritte a caratteri d'oro, testi preziosi al pari di quelli di Costantinopoli, i libri della scuola alessandrina, la filosofia d'Aristotile; ed Omero e Cicerone ci aveano il culto loro, a par dei padri della Chiesa. Montecassino fu il potente istruttore degli ordini monastici, l'archetipo sul quale tutti si foggiarono, e quest'azion sua fu tanto più viva e grande, quanto che tutti i monaci erano stretti da una dolce e invariabile fraternità tra loro. Formavan essi come un'ampia repubblica: se un frate di San Benedetto aveva a far viaggio, trovava ospitalità in ogni luogo e protezione; potea scorrere le biblioteche, assistere alle scuole; e le più volte i monasteri erano succursali o colonie fondate dalle chiese madri. Pe' monaci non ci era patria; un frate dell'Inghilterra veniva nella Neustria o nell'Austrasia, ed un frate dell'Aquitania andava a ricoverarsi nell'ospital ricetto d'una badia lombarda o italiana. Quindi nascer dovea quella scambievole, scientifica azione d'una badia sull'altra. Quando un monastero aveva un gran tesoro di scienza, esso lo donava e accomunava; tutte le fondazioni religiose aveano il medesimo grado; ci aveano monaci messaggeri, che andavano a cambiar le pergamene, a portare i manoscritti o a ristorar gli studi da una solitudine all'altra.
Tale si fu lo spirito letterario di quel tempo. Carlomagno volle accentrarlo nelle sue mani, ma esso non dovea sopravvivere a quel sublime impulso, e spento l'imperatore, gli studi anch'essi doveano sparire con lui. In fatti, il principio del regno di Lodovico Pio offre ancora qualche bell'ingegno nelle scienze e nelle lettere, come a dire, Incmaro, arcivescovo di Reims, lo scrittore che celebrò col pomposo suo stile le usanze e le consuetudini del palazzo di Carlomagno; Agobardo, arcivescovo di Lione, più ancora statista che letterato, non essendovi a que' tempi avvenimento di qualche rilievo, di cui non si trovi mescolato il suo nome; Pascasio Radberto, che serba un'indole sodamente scolastica, e coltiva gli studi come studi, applicando a ciò ch'essi hanno di più liberale ed attivo; Anscario, vescovo viaggiatore, il predicator che corre ad apprendere alle nazioni selvagge la religione cristiana e la civiltà, il san Bonifazio della Scandinavia. Ma qualunque siano cotesti uomini d'ingegno e di vaglia, non puoi far di non avvederti che il sapere e gli studi, favoriti sotto l'impero di Carlomagno, sono già in pieno decadimento sotto Lodovico Pio. Le scuole non hanno più il loro valore, gli studi il loro ardore; le popolazioni sono tornate al loro stato d'ignoranza, e ciò procede da più cagioni.
Egli avvenne dell'opera letteraria di Carlomagno il medesimo che delle politiche sue concezioni; l'unità era collegata alla sua persona, ma non era punto nelle idee e nelle costumanze di quella società; chiuso che fu nella tomba l'imperatore, non v'ebbe più scienza, più istruzione, chè il popolo non la desiderava. Il servo poteva egli desiderare la luce? L'uomo d'armi disprezzava i libri, anche cristiani e devoti, o solo li apprezzava per ispogliarli dei carbonchi onde fuori splendevano; ben più caro ad essi era combattere e agitarsi nei campi, e però che importar poteva ai conti ed ai leudi del progresso della scienza? Non un solo si nomina di quegli uomini di ferro che abbia messo in carta un pensiero; laonde l'impulso fu tutto di Carlomagno in persona, e dopo lui tornarono al rozzo istituto della conquista, a spogliarsi l'un l'altro, a guerreggiarsi da castello a castello.
Gli studi disparvero nello sminuzzamento dell'impero; non v'ebbe più centro, più movimento ordinatore, e se pur taluno qua e là attese ancora alle lettere, più non v'ebbe quell'ardente inclinazione allo studio che signoreggiò il regno di Carlomagno. E d'altra parte il tempo era egli fatto al tranquillo progresso del sapere? Carlomagno aveva bensì preparato per un tal quale ordine amministrativo la pace o la tregua generale della società, sì che studiar potevasi liberamente e sicuramente senza paura delle violenze de' soldati e dei prepotenti, con quella pacatezza di mente e franchezza di vita che lo studio richiede; ma questa pace si dileguò nella subita e forte agitazione che seco trasse la fine di Carlomagno. La società fu rotta in mille frammenti, e il sistema feudale cominciò a imperar come codice della generazione; nè l'impero fu sol messo in brani, ma ciascuno di questi brani ancora fu partito in contadi, ed in sì picciole signorie, che esser non ci potè oramai più comunicazione d'idee, nè d'ingegni, e non pur di governo: i conti divennero l'uno straniero all'altro, ed ogni castello fu un principato. Costantinopoli e Roma, che erano state in corrispondenza con Carlomagno per aprirgli i tesori immensi dell'antichità, furono indi interamente ignote alla società feudale, e appena si sapeva ch'esse erano al mondo, però che quegli uomini violenti sprezzavano le umane discipline. In fatti, a che potean elleno giovar loro? L'arte sola della guerra venne perfezionandosi, perchè essa era un bisogno per tutti. Laonde il decimo secolo non ebbe alcuna correlazione colla fine del secolo ottavo e col principio del nono: tutto disparve, e si perdè nell'abisso.
Ma il monastero almeno rimarrà nobil fonte di scienza, e in sicuro dal mondo e dalle sue scosse, i monaci si daranno pazientemente a copiare i manoscritti, e ad insegnar nelle loro modeste scuole? Mainò: il decadimento è ivi altrettanto rapido e grande quanto nella società generale, e ciò dipende dalle calamità che gravano così sulle fondazioni ecclesiastiche come sul popolo. Le età che precedettero il secolo nono avean veduto le istituzioni monastiche venire assai prosperando, e l'Ordine di San Benedetto risplendere in ogni luogo; la pace silenziosa del chiostro avea favorito le scuole scientifiche, e abbiam poc'anzi veduto come generalizzato si fosse l'amor di quelle. Ma spento Carlomagno, anche la pace della solitudine più non dura, e insiem con quella del mondo se ne va sotto la doppia invasion dei Normanni e dei Saraceni. I Normanni, crudeli avversari dei monasteri, atterrano gli altari, ardon le mura, spogliano l'arche; pur dianzi vedeansi edificar ricche celle ancora e chiese solidamente costrutte, ed ora i Normanni non lasciano pietra più sopra pietra, sgozzano i religiosi o li costringono a celarsi nei sotterranei. I più de' monasteri situati a riva de' fiumi o nelle vaste pianure che circondan la Senna, la Loira e la Saona, furon di questo modo posti a sacco, intantochè al Mezzodì i Mori e i Saraceni penetravano fino al Rodano. Come trovar tempo da meditare e applicare a lavori scientifici in mezzo a queste desolazioni? Come aver agio de studiare quando le voraci fiamme faceano scrollar le pareti? Che altro da far rimaneva a quei poveri frati se non implorare con lugubri litanie la misericordia di Dio contro le stragi dei Normanni? Ond'è che spesso, nel bel mezzo di qualche grave studio, il monaco sospendea tutt'a un tratto il libro che avea cominciato a trascrivere, il testo forse di Cicerone e d'Ovidio, per gridare con lamentevol voce: «Ah! ci libera dal furor dei Normanni, _Libera nos a furore Normannorum_.» E questo era il lamento di tutta quella trista e sconsolata generazione; che se pure i monaci aveano nella lunga lor notte alcun momento di tregua, ei si facevano a scriver qualche tetra e funebre leggenda, però che tutto era tristezza intorno di loro, o tremanti in faccia al pericolo da cui eran quasi per miracolo scampati, descrivevano la traslazione delle reliquie, ed era ben d'uopo tenerne memoria, però che quando i Barbari s'avvicinavano ad un monastero, la gran cura di que' devoti padri era il salvar l'arca delle reliquie, e trasportarla come potevano da una solitudine all'altra, e trafugarla in luoghi ignoti. Quest'era il santo viaggio che i monaci descrivevano col cuore oppresso e con le lagrime agli occhi: a ogni passo eran miracoli, a ogni pericolo lamentazioni, e i Bollandisti ci hanno conservato moltissime di quelle relazioni, storia dolorosa dei terrori di quell'età.
Di questo modo l'impero di Carlomagno è un periodo circoscritto così per le lettere come per la costituzione politica, nulla di quanto precede al par che nulla di quanto vien dopo può con esso compararsi, gli è un tempo di eccezione che tutto si attiene ad un uomo, e che svanisce con lui. Il movimento scientifico non era altrimenti negli spiriti, nè v'ha ingegno quaggiù che abbia facoltà di trarre un tutto da nulla, chè questo sarebbe uno degli attributi di Dio. Ben può uno farsi compagni alcuni uomini eletti che trascinano e signoreggiano per poco la civiltà, ma quando una generazione non ha in sè l'impressione di certe idee, non si può farle nascere. Il desiderio e il bisogno degli studi erano appena superficiali, l'ingegno letterario in pochi uomini appena, intantochè la moltitudine se ne restava ignorante fra il doppio servaggio del corpo e dello spirito. D'onde procede che ogni cosa, dopo il regno di Carlomagno, fu di nuovo sepolta nelle tenebre. Quanto ci avea di bisantino e di romano nell'opera dell'impero d'Occidente disparve; nè il periodo letterario del duodecimo e del decimoterzo secolo, sotto Filippo Augusto, ebbe più correlazione alcuna con gli studi dei tempi carlinghi: la è una letteratura nuova, allettante, nazionale, cavalleresca, che nasce dalla feudalità. Qualcosa di strano e di fantastico erasi pur creato sotto l'impero di Carlomagno; ma fu come se tu dicessi un vivo lampo che appar nelle tenebre: illumina per un istante con grande bagliore d'intorno, ma poi ch'egli è svanito la notte divien più fitta e intera di prima. Simile appunto si fu la prima epoca carolina!
CAPITOLO XIII.
QUANTO RIMASE IN PIEDI DELL'OPERA DI CARLOMAGNO.
1.º Leggi. — Avanzi della legge salica. — Ripense. — Borgognona. — Longobardica. — Sassone. — I Capitolari. — Incremento del diritto ecclesiastico. — Decretali. — Dionigi il Picciolo. — Isidoro Mercatore. — Prima origine del diritto feudale. — Ultime vestigia delle leggi carlinghe.
2.º Instituzioni. — Le Assemblee. — Quali diventano. — Come composte alla fine del regno di Carlomagno. — I Conti. — I due regni d'Aquitania e d'Italia. — Ordinamento del Conti. — I _missi dominici_ o messi regii. — Stato delle persone. — I Vescovi. — Gli Abbati. — Gli Uomini liberi. — Diverse nature d'uomini liberi e di servi.
3.º Quali divenissero i popoli alla morte di Carlomagno. — L'impero di Bisanzio. — Il califfato. — Gli Alemanni. — I Sassoni. — I Frisoni. — Gli Italiani. — I Longobardi. — Gli Aquitani. — I Goti. — La vera Francia. — Invasioni dei Normanni.
4.º Che avvenisse del commercio. — Comunicazioni fra popolo e popolo. — Disertamento delle campagne. — Distruzione dei monumenti carlinghi. — Strazio delle arti.
5.º Avanzi della famiglia di Carlomagno. — Morte dei due più abili figli suoi. — Carlo e Pipino. — Lodovico il Pio, solo superstite, infemminito dalla meridionale sua residenza. — Scontentezza suscitata dall'associazione di lui alla corona, e sua esaltazione.
SECOLO NONO.
D'una fatica si compiace principalmente l'animo nei gravi studi della filosofia e della storia, e quella è d'indagar che fine abbia avuto l'opera d'un grand'uomo, e di che frutto fosse apportatrice al mondo. Ogni fatto aver debbe, a così dire, la sua genealogia, il suo passato, il suo avvenire; chè anche quando un sovrano intelletto vi ha abbagliato, far non potete di non chiedere quali orme abbia lasciato del suo passaggio nella vita, e in certo modo, di che a lui vada debitore il genere umano. Ma ohimè! ci sono tempi pur troppi negli annali del mondo, che nulla lasciarono dopo di sè, e che amiam tuttavia di contemplare, come se si leggesse un poema epico! Tale si è appunto l'aspetto sotto cui ci facciamo ora ad esaminare il regno di Carlomagno. Dove son l'orme sue, e quali sono l'impronte da lui lasciate nella società con le sue leggi, gli alti suoi, la sua volontà, la sua forza? Malagevole assunto, ma pur necessario a dar l'ultimo compimento alla storia dell'imperator d'Occidente.
Le leggi di Carlomagno, quali trovate le abbiamo nei capitolari, hanno due grandi intenti: o mirano a confermar la legislazione anteriore, svolgendola e coordinandola con certe nuove disposizioni, o procedono da idee inerenti al sistema carlingo, il che forma due ben distinti diritti, l'uno ch'altro non è se non la confermazione del passato, l'altro che appartiene al presente. Le leggi particolari a ciascuna delle barbare popolazioni intatte rimasero sotto i Carolingi, salvo alcune poche modificazioni comandate dai capitolari. Ci avea pur sempre la _legge salica_, nata in mezzo alla Germania, e compilata da Teoderico re d'Austrasia, la quale, tutta posando sulla composizione, durò, come diritto particolare de' Franchi, anche sotto l'impero di Carlomagno, e poco rileva che la tribù loro si mescolasse nella più general costituzione dell'impero d'Occidente, chè privilegio era delle nazioni soggette a Carlomagno conservare il proprio codice e le instituzioni insieme della patria loro. La legge salica passò dunque per mezzo alla legislazion dell'impero, pochissimo contraendo del carlingo concetto, e lasciò qualche orma di sè fino al secolo dodicesimo, siccome varie scritture comprovano; ma poi si dileguò a somiglianza dei capitolari stessi sotto il diritto delle leggi feudali.