Storia di Carlomagno vol. 2/2

Part 18

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Fin qui Alcuino s'è tenuto nel campo della filosofia, ma d'ora innanzi egli scorre quel delle lettere e delle scienze più amene, e l'opera sua prima in questa materia è un trattato delle sette arti liberali, di cui soli ci restano alcuni capitoli. Quello fra essi che tratta della gramatica, è a forma di dialogo tra un Franco ed un Sassone che discutono intorno alla punteggiatura, alle parole, al senso loro. Ingegnoso è il disegno di questo dialogo, in cui il Franco e il Sassone parlano due lingue distinte. Segue dappoi un altro trattato sulla retorica e sulla virtù, più curioso ancora del precedente, per la qualità degli interlocutori, che sono Alcuino stesso e Carlomagno. Il dottore ama quivi di provocare il potente principe alle quistioni più alte della scienza, e lo fa stare continuamente in scena, in modo che tu diresti esser egli la sua providenza, la sua forza, la sua salvaguardia, il suo tutto, e te lo mostra come un saputo teologo, e un dottor cattedrale. Alcuino ha studiato le opere di Cicerone, e Aristotile stesso non gli è ignoto; in ogni parte, a quel tempo, traspira lo studio degli antichi; in fatti quest'accozzamento della dottrina e della virtù in un medesimo trattato non è fors'egli un simbolo adombrato già da Cicerone nelle sue lettere famigliari? E l'arte del ben parlare, non dee forse aver l'origine sua nel pensiero e nel proposito di ben fare?

Tutto negli studi d'Alcuino si riferisce a Carlomagno, protettore ed amico suo; nulla egli scrive che a lui non sia dedicato; egli è un maestro sempre in commercio co' suoi allievi, l'imperatore e i figliuoli di lui: principio ed autor com'egli è della scienza, ei discende tuttavia ad insegnare i primi rudimenti, e il suo dialogo col principe Pipino è un modello analitico della filosofia umana e cristiana ad uso dei giovani. E scrive la vita di san Vasto, vescovo di Arras, e compone iscrizioni sepolcrali, chè il sepolcro era il pensiero di tutta quella generazione. In fatto poi di lettere, nessuno ebbe a scriverne più di Alcuino, e prezioso è il suo epistolario, molto più ch'esso addita il progresso delle arti e delle scienze, nè v'ha nulla mai di superfluo in questo studio dello spirito umano. Ventisei di queste lettere sono indirizzate a Carlomagno, e trattano d'importantissimi e svariatissimi argomenti: di storia, di giurisprudenza, d'astronomia, alcune in versi latini ed altre in prosa. La poesia forma il sollievo di quell'uom grave, ed egli ama di compor inni in onore di Dio e in esaltazion dei misteri di nostra religione. Leone III viene in Francia, ed Alcuino scrive un lungo poema in onor suo; poi, mescendo i nomi dei santi cristiani alle memorie di Grecia e di Roma, indirizza versi agli amici suoi sotto i pseudonimi di Dafni e di Menalca; poi un poemetto sulla vigilanza del gallo, poi un altro sulla tristezza e servitù del mondo, poi un lungo poema eroico, fatto a celebrar la storia degli arcivescovi di Jorc, e fin compone una genealogia di Cristo. Grande è la rassomiglianza sua con sant'Ambrogio e sant'Agostino; egli è, al par di loro, un filosofo letterato, disputatore, ingegno ameno per la forma, e scientifico per le memorie e gli studi profondi della scuola sassone. La storia di costui è appunto importantissima, perch'ella si mesce e confonde con quella di Carlomagno, di cui egli è institutore, e a lui attribuir si dee il risorgimento degli studi.

Questa curiosa smania che trae alcuni di quegli scienziati verso l'antichità greca e romana, manifestasi principalmente in un monaco semplice, di nome Angilberto, ch'erasi meritato il soprannome d'Omero del tempo suo, siccome Carlomagno il chiama nelle sue lettere. Alcuino veniva, quasi pellegrino, dalla Sassonia; e Angilberto era della Neustria, ed il più caro allievo e discepolo che quegli si avesse, e ben per saggio e prudente il conobbe Carlomagno, che il diede per primicerio a Pipino, quando fu coronato re d'Italia. Poi di colà ritornossene in Francia; sposò Berta, propria figlia dell'imperatore, e venne in tanto favor di questo, ch'ei fu fatto duca e governatore della Francia littorale dalla Schelda fino alla Senna. Uomo tra i più atti agli affari del tempo suo, com'egli era, fu adoperato nelle legazioni di maggior rilievo; giovine ancora, e consentendolo Berta sua moglie, ritiratosi nel convento di Centula o San Ricchieri, pigliò l'abito di bigello come semplice monaco, e vestito di quest'umil tonaca, accompagnò Carlomagno a Roma, quando ivi fu cinto della corona imperiale; finalmente, rinunziato al mondo, passò di vita nel monastero suo di San Ricchieri, dove fu sepolto, secondo l'ultimo suo volere, alle soglie della chiesa, con un epitaffio, non tanto modesto, quanto quel d'Alcuino. Quest'Angilberto, l'Omero della corte di Carlomagno, fu di fatto un poeta. Indirizzò egli a Pipino, re d'Italia, parecchie centinaia di versi, nei quali gli dipinge la gioia che provò Carlo suo padre al rivederlo dopo un'assenza di più anni; poi Pipino, tutto forza e valor giovanile, tornava vincitore degli Unni, e Angilberto celebrava le sue vittorie; s'ei fondava un monumento, una chiesa, un monastero, e Angilberto esaltava in versi queste sue fondazioni; poi ora scriveva epitafi, ora dedicazioni di chiese, dilettandosi egli di scriver nel marmo quei caratteri che invitano all'orazione ed alla meditazion della morte.

Landrado[136], un degli altri scienziati illustri, ond'era circondato il trono di Carlomagno, era natio della Norica, e venuto indi in Francia o nella Neustria, chiamatovi certamente da Carlomagno, a cui piaceva di raccogliere intorno ad Alcuino tutti gli altri sapienti, ed ivi fu in breve innalzato alle supreme dignità del secolo, siccome dice l'autore della vita di lui, e divenne uomo utilissimo alla repubblica. Nel tempo che apparteneva al numero di quei _messi regi_, che scorrevano le provincie per disporle ad ubbidire agli ordini imperiali, fu eletto vescovo di Lione; visitò la Gallia Narbonese, facendo in ogni luogo dalle popolazioni meridionali osservare i capitolari, nè la vita sua fu altro più che un contrastare e un vigilar continuo, a premio de' quali suoi servigi ottenne la traslazione nella cattedrale di Lione delle reliquie di san Cipriano, vescovo di Cartagine, che le reliquie dei Santi formavan di que' giorni la gloria delle città e il vanto del clero e del popolo. Gli scritti di Landrado sono manco pregevoli di quei d'Alcuino, e consistono principalmente nelle lettere a Carlomagno, dove rende conto del modo da lui tenuto ad amministrar la diocesi di Lione. Egli ha pure un trattato sul battesimo, sulle sue pompe e sulle sue cerimonie dove anche ne cerca l'origine nell'Antico Testamento. E non gliela indicavano forse i padri della Chiesa? In un altro scritto, viene enumerando i doveri del vescovo, che sono operare e pregare; mentre, nella vita sua fattiva, è uomo in un politico e letterato, e intento sempre a secondar in ogni parte il grande intento di Carlomagno, che è il progresso dei poteri e degli studi.

Landrado ebbe a successore, nel vescovado di Lione, un uomo ancor di lui più famoso nella vita politica, dir vogliamo Agobardo, Goto di nazione, ma ingegno meridionale, che, venuto a Lione, una delle metropoli romane, per istudiar le lettere in quella cattedrale, vi fu eletto arcivescovo nel tempo, o in quel torno, che salì al trono Lodovico Pio. Spirito inquieto costui e sempre agitato, fu un dei capi di quella setta di vescovi che non volevano la supremità assoluta dei papi. L'altra metà, e più attiva, della sua vita, passò sotto il regno di Lodovico, e certamente con quella natura sua vivace, ardente, impetuosa, dovette avere gran parte nella lega, stretta fra i vescovi ad abbassar la corona. Intanto noi vediam quest'Agobardo, già fatto vescovo di Lione, confutar l'eresia di Felice, e acquistarsi per questo modo grandissima riputazione; poscia, infaticabile nel proposto suo, volger le sue forze a danno degli Ebrei, e dettar parecchi trattati contro di essi, e scrivere all'imperatore, affinch'ei li reprima, in tempo che avean troppa entratura alla corte. E ancora scrive un trattato contro il duello giudiziario, però che egli è fautor delle prove del ferro e del fuoco, e d'una certa superiorità di ragione fa mostra in un altro suo trattato sui sortilegi, in cui vien confutando le ubbie di cui i popoli delle Gallie son pieni, e cerca di sgannarli intorno al poter delle stelle a cui credono. Agobardo non era certo un uom comune, senza parlare dell'azion sua politica, la quale troverà luogo nel regno di Lodovico Pio, chè egli appena cominciò ad illustrare la vita sua nel tempo che Carlomagno regnava sull'Occidente.

Turpino è invocato sempre nelle cronache cavalleresche a mallevadore di quanto si narra; egli è come il testimonio giurato di tutte le maraviglie. Or chi era egli questo raccontator di prodezze? Ci ebbe infatti un arcivescovo di Reims, di nome Tilpino o Turpino, nato verso il principio del secolo ottavo, il quale, essendo la città turbata dalle sollevazioni del popolo, fu, in mezzo a quel tumulto, eletto a governare la Chiesa travagliata. Grandissima fu la riputazione di cui godette, nè poteva essere altramente, se ben sei generazioni, l'una dopo l'altra, invocarono l'istorica sua testimonianza. Di studiosa e pronta capacità nelle lettere, costui si adoperava continuamente, perchè la sua cattedrale fosse proveduta di buoni libri e di manoscritti antichi, e il monastero di San Remigio dee a Turpino l'ampia sua biblioteca; e il libro pontificale, il più bello di quanti mai ne fossero, ch'essa possedeva prima delle nostre turbazioni civili era pur dono di lui. Egli visitò pure, quando arcivescovo, la metropoli del mondo cristiano, e seppe meritarsi la confidenza dei papi; fido consigliere dei Carolingi, ma non segretario mai de' medesimi, nè cancelliere; delle sue gesta e dei suoi fatti al fianco di Carlo solo è discorso nei romanzi di cavalleria. Egli morì a Reims, nè il medesimo Incmaro sdegnò di comporgli l'epitafio. Di Turpino non abbiamo in realtà opera niuna, ma gli viene attribuita quella famosa storia delle gesta di Carlomagno, che fece la delizia e il vanto dei secoli di mezzo; Turpino certamente esser dovette un luminare del tempo suo, senza di che la generazione non si saria imaginata di attribuirgli la cronica più popolare e più celebrata di quell'età.

Nessuno potea stare come lavoratore a paragon di Teodolfo, che vien dai contemporanei posto pari in merito ad Alcuino. Nasceva egli al di là delle Alpi, in Lombardia, ed essendo il suo nome giunto fino a Carlomagno, mentre questi facea viaggio da Ravenna a Roma, lo chiamò, lo accarezzò, e tanto fece che l'indusse a lasciar la patria natía per un'altra adottiva, dove prima fu fatto abbate di Fleury, poi vescovo d'Orleans, e insieme con Landrado e Angilberto compreso fra i messi regi, che scorrevano le provincie, divenuto uom di stato al pari che uom di lettere. Era dotato di mente chiara e avea metodo negli scritti, e testa ordinativa, nella quale vedeasi l'azione del genio che avea dettato i capitolari, poichè quell'ordine che Carlomagno poneva nel governo dell'impero suo, Teodolfo il poneva nell'amministrazione della sua diocesi. Ci resta di suo un capitolare o istruzione, che è una specie di regola pel suo clero, in chi tratta specialmente del battesimo, argomento a cui Carlomagno volea che la Chiesa rivolgesse la sua particolare attenzione. Egli fa quindi un pomposo elogio di questo sacramento, e il mostra per quel puro e compiuto modo di rigenerazione ch'egli è sopra tutti; Alcuino volle restarsi fra i dommi della filosofia, Teodolfo discende al contrario nella vita pratica. Il più eloquente de' suoi scritti si è l'opuscolo da lui dedicato ai diversi stati di questo mondo; egli è quivi un moralista che fa passare dinanzi a sè le vergini, i voti, le penitenze, i servitori. In un poema appartato, sempre sollecito della sua moral pratica, indirizza un ammaestramento ai giudici sul modo di sentenziar nelle liti, e insegna loro come debbano condursi con le parti, e render giustizia a tutti, affin di meritare anch'essi la giustizia suprema.

Teodolfo è poeta epigrammatico latino, e dice versi all'improvviso, come fanno quasi tutti gli abbati; e alle copie splendidissime che facea far della Bibbia, poneva in fronte brevi versi in onore delle sacre scritture. Usavasi a que' giorni grande magnificenza in queste copie dei messali e delle bibbie, e ancor ne durano tutte di porpora e d'oro, e coi caratteri violetti, somiglianti al zaffiro, con mostra, quasi a ogni riga, dell'arte greca. Teodolfo adoperò particolarmente il suo genio poetico a comporre inni, e suo è il cantico _Gloria, laus et honor_, che viene ancor dalla Chiesa cantato il dì delle Palme; al qual proposto è da notarsi che i più dei cantici solenni, che ancor risonano, accompagnati dall'organo nel tempio cattolico, furono scritti al tempo di Carlomagno. Nulla di ciò che è grande, sfugge all'estro poetico di Teodolfo, ed ora ei celebra la vittoria di Carlomagno contro gli Unni, ne descrive le ricche spoglie, ed esalta il principe per aver convertito que' popoli alla fede di Cristo; ora, in una epistola ad Angilberto, accenna lo stato delle lettere sotto il regno dell'imperatore; poi tocca delle sette arti liberali e degli studi scientifici sotto allo stesso regnante, ed in tutti i suoi poemi dominar vedi la filosofia cristiana. E ad esempio di tutti i pontefici di sovrano intelletto, Teodolfo anch'esso detta precetti che valgono a formare i costumi e le consuetudini dei preti che vivono sotto la legge episcopale, per modo che ogni cosa, in questi suoi poemi, si volge e si applica alla religione, alla morale, alla teologia; teologia sottile, a dir vero, ma qual è il secolo che non abbia le sue sottigliezze? Nessuno ne va senza, e quando non si discute sulla natura di Dio o dell'anima, si discute sulla latitudine degli umani poteri, argomento certo che non è nulla più grande nè solenne di quello.

Por si deggiono uniti come fratelli due uomini che vissero contemporaneamente, e governarono due vaste badie, stupendi eremitaggi; Adalardo, il primo abbate di Corbia o Corbeia; Angesiso, il secondo, abbate di Fontenelle. Fontenelle e Corbeia! chi mai dir potrebbe la rinomanza di questi due monasteri al secolo nono! Angesiso usciva dalla stirpe dei Franchi nella diocesi di Lione, e fatti profittevoli studi in quella cattedrale, giovanissimo ancora, e tutto ridondante di speranza e di vita, consacravasi alla vita solitaria in Fontenelle sotto l'invocazione del glorioso san Vandregisillo. Angesiso fu, più che altro, legista e compilatore, e raccolse il primo in un sol corpo i capitolari carlinghi, distribuendoli per ordine di materie, e raccomandandone a tutti con egual cura l'osservanza. Ad Angesiso è pur dovuta la costituzione del monastero di Fontenelle, che poi divenne fondamento e modello a non poche comunità del medio evo, chè in tutte le età, accanto ai poeti ed ai prosatori, ci sono menti positive che attendono all'ordinamento sociale. Adalardo, abbate di Corbia, vantava nobilissimi natali, perch'egli era figlio del conte Bernardo, il leudo più segnalato del suo tempo, quel medesimo che varcò le Alpi e i Pirenei, guidando gli eserciti di Carlomagno. Allevato in mezzo alle delizie ed agli ozi della corte, le abbandonò all'età di vent'anni per farsi monaco; viaggiò in Italia, e venne indi a sedersi al fianco di Pipino per indirizzarlo e consigliarlo nell'arte di governare, e di là frequentissimamente passava alle corti plenarie in Francia, però che Carlomagno avea caro di consultarlo, tanto era l'avvedimento suo nelle pubbliche bisogna. Morì vecchio, e la vita sua, scritta da Pascasio Radberto, è un vero documento istorico che tutte apprende le sue fatiche e i malaugurati sforzi suoi nella via scientifica. Adalardo fu anch'esso, al par dell'abbate di Fontenelle, un ingegno politico e legislativo, testimonio gli statuti suoi per l'amministrazione del monastero di Corbia, nei quali è una specie di classificazion di persone e d'ufizi. La badia è divisa in sei ordini: monaci, studianti, serventi, proveditori, vassalli, ospiti e forastieri.

Già ben oltre negli anni Adalardo compose un libro sulla forma della corte di Carlomagno, alla foggia dei libri porporati di Bisanzio, dove determinato era ogni ufizio, e ogni grande collocato al suo posto in quella gerarchia. Da ultimo scrisse dei solenni parlamenti che tenevansi due volte l'anno, il parlamento di guerra e il parlamento di giustizia.

Or ecco farcisi incontro due uomini che si provaron di riuscire a due grandi intenti: l'uno, Felice da Urgel, alla riforma del dogma, l'altro, Benedetto d'Aniano, alla riforma dei costumi. Già detto abbiamo più sopra quali fossero i cardini dell'eresia di Felice da Urgel, rinnovazione degli scismi d'Ario e dei Nestoriani. Il principio filosofico di Felice altro non è che lo spirito; Cristo altro non è, secondo lui, che una luminosa emanazione di questo spirito; nè comprendere ed ammetter sapea come Dio avesse una natura materiale, e questa carnalmente trasmetter si potesse. In tutte le età ci ha qualche domma di morale o di filosofia, che diviene l'argomento prediletto delle scuole, e anzi il fondamento d'ogni scientifica discussione. E però Felice anch'esso, sottile argomentator com'egli era, viene svolgendo i suoi principii contro i dotti e i filosofi che francheggian la pura e santa religione cattolica; che non v'ha pure un prelato il quale non entri in campo contro di lui. Il domma materiale delle imagini e il domma morale dello spirito erano il pensier di quei tempi e la formola d'opposizione contro di Roma. San Benedetto d'Aniano, uomo meridionale al par di Felice da Urgel, fu il ristoratore della disciplina monastica; e da paggio e coppiere nelle corti bandite, dove splendea, divenne, in progresso di tempo, austero riformatore degli ordini religiosi, sì che a fronte di colui che scuote la dottrina sempre troviamo il rigido intelletto che purifica la disciplina. Benedetto si ritirò prima nella badia di San Seino, poi nella diocesi di Maguelone, dov'egli edificò un picciolo eremitaggio vicino al fiumicello Aniano o Aniane, in cui ben due centinaia di monaci vennero in breve a porsi sotto il rigore della sua regola.

Gli ordini monastici in Occidente avean bisogno d'una costituzione più solenne e più stabile, e d'una più stretta osservanza in fatto di costumi, e Benedetto d'Aniano fu primo a darne l'esempio. Fattosi promotor degli studi scientifici, volle che Aniano avesse la sua biblioteca, nè risparmiò cura o fatica per raccoglier libri, e dare il maggior impulso ch'egli potesse allo studio. Avea visitato l'Italia, e portatone memorie dell'arti e dell'industria sua, onde rizzar fece le celle d'Aniano sul modello di quelle mirabili di Montecassino; gli altri monasteri imitarono a gara l'esempio suo, e cessò quindi la rilassatezza dei costumi, talchè Benedetto d'Aniano fu in breve pareggiato a san Benedetto, primo institutore degli ordini religiosi in Occidente. L'uno in fatti ne fu il fondatore, l'altro il riformatore; e chi consideri che gli ordini monastici furono, al medio evo, il principio d'ogni governo e d'ogni gerarchia; chi rammenti che i loro statuti divennero la base delle comuni e delle comunità, non potrà fare di non confessar che niuna istituzione fu più favorevol di questa al sapere, e alla disciplina sociale. La maggior opera di Benedetto d'Aniano fu la redazione degli statuti di tutti gli ordini monastici, divisi in tre parti distinte: la prima tratta dei padri dell'Oriente che accolser fra loro gli Antonii e i Pacomii, santi solitari del deserto, filosofi in atto, che in faccia ai disordini dell'Egitto e della Siria, davano l'esempio del digiuno e della mortificazion della carne; la seconda intende a fermare e a stabilir le basi dell'ordine di San Benedetto, suo precursore nell'ampio ordinamento monastico che posa sopra queste massime: _Lavorare, orare, studiare_: e la terza tutta destinata alle religiose, vergini sante che debbon raccogliersi e fuggire dal mondo. Di questo modo san Benedetto d'Aniano è l'uom della gerarchia, laddove Felice è l'uom della distruzione, due principii che sono perpetuamente in guerra tra loro: da un lato la podestà e l'autorità, dall'altro l'opposizione e la riforma. San Benedetto è tutto nella conservazion delle regole; ei la interpreta, e concordar le fa l'una con l'altra, onde non è maraviglia ch'ei fosse uno dei più loici oppositori di Felice da Urgel, e ancor si conservano i suoi discorsi contro a costui, dove il solitario non sa comprendere come abbatter si voglia il principio e la regola, la regola fondamento e governo di tutte le società, grandi o picciole ch'elle sieno.

Questo periodo letterario dell'impero di Carlomagno ebbe pure alcuni altri scrittori qual più qual meno famosa: Magnone, arcivescovo di Seus, uno dei _messi regi_ di Carlomagno, scrisse intorno al rito del battesimo nel tempo che l'imperatore avea comandato di spiegare e analizzare questo sacramento. Cotali scritti sul battesimo furono dall'imperatore richiesti con una circolare da lui indiritta nel medesimo tempo a tutti i vescovi[137]. Magnone fu, al par di tutti gli altri messi regi, un giurisperito, ed a lui si debbe una raccolta delle antiche annotazioni del diritto.

Smaragdo, abbate di San Michele, diè in luce un'opera pregevole di morale, intitolata la _Via regia_, e dedicata all'imperatore, nella quale fulminava i vizi capitali e le bollenti passioni degli uomini da guerra dei tempi suoi. E la _Via regia_ facea indi seguire dal _Diadema de' monaci_ fatto a raccender la pietà già presso a spegnersi; poi, sotto il nome di Carlomagno, l'abbate di San Michele indirizzava a papa Leone uno scritto intorno alla natura dello spirito, sublime quistione di filosofia; poi ancora spiegava i Vangeli e la messa, i due fondamenti della fede cattolica e della politica soggezione dei popoli. Vettino, monaco di Richenon, fu un uomo entusiasta e falotico che visse e compiacquesi in un mondo soprannaturale. Questi è colui che vide il purgatorio, e il cielo aperto ai beati; e questa sua visione ci fu narrata da Valfrido Strabone, suo discepolo, però che veduto avea pur Carlomagno in mezzo al purgatorio, in espiazione de' suoi peccati di concupiscenza.

Non lunge dal monastero di San Dionigi vivea un uomo noto sotto il nome di Dungalo. D'onde veniva costui? È opinione ch'ei fosse nativo dell'Ibernia, e in fatti l'Inghilterra e la Scozia erano feconde a quei giorni di begl'ingegni[138]. Datosi all'istruzione, insegnava filosofia ed astronomia, e in una lunga lettera a Carlomagno vien ragionando intorno all'eclisse di sole che avvenne nell'anno 810, e ne segna il crescere e il declinare, allegando le autorità di Platone, di Virgilio, di Plinio e di Macrobio. Tutti i dotti di quel tempo pagavano il loro tributo d'ammirazione a Carlomagno, onde anche Dungalo non dimenticò di celebrare in un poema eroico le gloriose gesta di quel principe, e di far voti per la prosperità dell'impero, e per colui che con tanto senno e valore il reggeva.

In questi rapidi cenni sugli uomini notevoli che illustrarono il tempo di Carlomagno, non s'è potuto allegar se non opere che si riferiscono al cattolicismo ed all'imperatore, nulla essendovi d'estraneo a questi due concetti, perchè nulla v'ha d'estraneo a queste due podestà. Quando una generazione è sotto l'impressione di certe formole, tutto vien ivi a collimare, e chi a quel tempo non avesse pensato alla Chiesa, sarebbe stato come straniero alle idee ed ai costumi del popolo; chi non avesse ogni cosa riferito alla persona di Carlomagno, non si sarebbe accorto di colui che era dal mondo intero acclamato. L'impero e la Chiesa si tenevan per mano; il papa e l'imperatore, doppio e misterioso potere, signoreggiavano la società, e incessante era l'effetto dell'autorità di questi due dominanti pensieri.