Part 14
Eterna rimase indi fra i popoli la memoria di Carlomagno, nè sol come signor supremo e imperatore, ma sì ancor come santo, e i breviarii della Chiesa germanica, conservano ancora certe orazioni a san Carlomagno; tale si è l'effetto dell'ammirazione e della gratitudine dei popoli, nè il progresso dei tempi altro fa se non mutarne le forme. Al medio evo, quando un uomo avea sfolgorato in mezzo a ogni maniera di gloria, era fatto santo, e la Chiesa il collocava nel suo panteone, nè certo alcuno meritava più quest'onore del principe che fondò la potenza e la costituzione germanica. Vero è però, che in quest'entusiasmo per un'umana creatura, la Chiesa non perdea mai d'occhio lo scopo morale, però ch'ella compier ben sapeva ogni mandato suo. Carlomagno non aveva in vita osservato mai troppa castità nei domestici suoi costumi; egli, all'usanza di tutti i Germani, avea prese e lasciate le mogli a suo libito, e parecchie concubine aveano accomunato il letto con lui; or la Chiesa gli perdonerebbe ella queste scostumatezze? E non ci sarebbe anche qui qualche leggenda composta a far trionfare l'unità del matrimonio? e l'uomo carnale, perchè grande e potente, avrebbe libero l'adulterio e il concubinato? Mainò; la Chiesa aveva anche in ciò le sue giustizie, nè la perdonava a niuno, per grande e forte ch'ei fosse, e a quel modo che quando Carlo Martello spogliò i pacifici coloni ed i cherici dei beni loro per distribuirli a' suoi guerrieri, si ebbe una spaventosa leggenda che lo infamò, e inseguì la violenza fin dentro al sepolcro, così, col medesimo rigore frecciossi il concubinato nell'alto personaggio di Carlomagno stesso, e un santo monaco, di nome Vettino, ebbe una visione alcuni anni dopo la morte di lui, nella quale gli comparve il signor dei Franchi in mezzo alle ardenti fiamme del purgatorio, e questo per aver carnalmente peccato con più mogli ad un tempo e concubine. Ben poteva la Chiesa innalzar Carlomagno, ma non volea nel medesimo tempo che quest'esempio dell'uom prepotente, che sprezzava le leggi della morale, avesse pur troppo ad operar sui costumi della intera società cristiana.
Curiosissimo e rarissimo è nella storia il caso di quest'impero carolino, smisurata fondazione, preparata innanzi con tante cure e fatiche, che cade e si scioglie quasi subito dopo la morte del fondatore. Nulla predisposto avea quest'ampio concetto, e nulla ne rimase poi che la robusta mano di colui che il teneva, si trovò inaridita nel sepolcro. Carlomagno passa per mezzo alle generazioni, senza lasciare altre orme che una lunga striscia di gloria, e un'incancellabile ricordanza; nè gli elementi della società di que' tempi, e lo sminuzzamento feudale che a gran passi avanzavasi, consentivano punto una podestà centrale e suprema. Carlomagno avea fatto violenza alla natura stessa delle consuetudini di tanti e sì diversi popoli, da lui a viva forza, raccolti sotto lo scettro suo; egli voleva l'unità; e tutto intorno a lui inchinava alla divisione; egli avea innalzato un gran monumento sì, ma caduche ne erano le fondamenta.
Piacemi di ripeter questa grande verità storica: spesso nella vita della società appare un uomo di mente suprema, ed egli può far trionfare un'idea grande, gigantesca, far forza a tutti gl'interessi, a tutte le consuetudini; egli ha una meta, e cammina diritto ver quella; fin ch'ei vive, e regna, e ha la forza in mano, la società si curva, e può patire e immolarsi, per così dire, a questo grande idolo; ma non sì tosto questo forzato culto svanisce, e l'uomo che ha concetto il gran pensiero è sotterra, ella ritorna, per moto naturale, alle sue consuetudini, e ogni popolo ripiglia le sue leggi ed i suoi costumi[120]. Così avvenne dell'impero di Carlomagno, egli accozzò e raccolse insieme mille diversi popoli, e li tenne fermamente sotto il suo freno, tanto ch'ei consumò tutta la vita a reprimer continuamente nazioni che si agitavano, e quasi gli fuggivan di mano. In somma, l'opera da lui creata era tutta personale: le forme dell'impero di Costantinopoli, e l'ordinamento centrale d'un impero d'Occidente erano cose estranee agli usi germanici, ed appo i Franchi, tante eran le leggi, e tanti i capi, quanti i popoli. Dove anche Lodovico Pio fosse stato un uomo di mente altissima, sarebbesi egualmente formata contro di lui una reazione di sminuzzamento e dispergimento, se mi si passi questo modo di dire. Il fascio di tante e sì diverse nazioni era mal costrutto, nè i capitolari erano un legame bastante. Quei principii di unità e di centralità ceder doveano innanzi ad ogni contratta consuetudine, chè non si pestan mica i popoli così a profitto d'un'idea; cessa colui che l'ha concetta, e l'uso rimane, tanto egli è potente!
La creazione d'un impero d'Occidente, concetto d'un uomo di mente altissima, non istette perchè mancavano gli elementi primi. Le memorie di Roma non erano forti sì da contrastar contro gli usi locali e l'amministrazione, tutta a ritaglio, delle nazioni germaniche; l'istituzione ambulatoria dei _messi regii_ mirava bensì a introdurre la centrificazione del governo, ma ella non durò che brevissimo tempo. I capitolari stessi, leggi generali com'erano, si trovaron costretti a riconoscere il principio della personalità delle consuetudini, e la rispettarono, contenti a poche addizioni; nè i messi dovean cozzar cogli usi antichi de' luoghi, i quali usi moltiplici erano e per ogni dove, come nella civiltà primitiva; in una parte la comune dei Galli, in un'altra il municipio romano, e dove un monastero co' suoi diritti regolati da un diploma, e dove un altro dipendente dalla giurisdizione del vescovo. Il gran fine della centrificazione, quello è di tutto piegare e ridurre a un'idea ferma, ed ecco che proprio in questa società s'incontrano mille intoppi, sì che Carlomagno è obbligato ben anco di ammetter le leggi dei Sassoni, dei Franchi, dei Romani, dei Longobardi. Or come fondar così un governo che procede da un'idea comune? Allato dunque dell'unità ci ha un dissolvente; un impero alla foggia romana in mezzo alle popolazioni germaniche non era altrimenti possibile, perchè come porre ad esecuzione questo gran concetto che avea per fine il governo del mondo, per mezzo dei Barbari che tagliavano ogni dì questo nodo dell'impero col fendente della loro spada? Unire era la massima de' Romani, disciogliere era il costume dei Franchi, e niuno cambiar può le inclinazioni dei popoli. E lo stesso potentissimo imperatore può egli levarsi d'intorno interamente la scorza germanica? Egli non trovasi ad agio suo se non nella vita errante, l'impero, in sulle prime, altro non è per lui che un gran cumulo di conquiste; e il rimanente vien come frutto dell'avere studiato del mondo romano; l'amor suo per le grandi cose gli fa nascere il desiderio d'applicare, a quella barbara società, le massime dell'impero de' Cesari; l'amistà sua coi papi gliene porge i modi, e il capo degli Austrasii è salutato col nome d'imperatore e d'Augusto. Ma questo titolo in lui non si assume, nè da lui si trasmette se non nominativamente, però che Lodovico Pio vede in breve sfuggirgli di mano lo scettro pesante troppo che Carlomagno gli avea confidato nella dieta d'Aquisgrana.
CAPITOLO X.
LA CITTÀ E IL DIRITTO PRIVATO CARLINGO.
La città romana, la gallica, la franca, la germanica, la longobarda, la gotica. — Il vescovo. — I difensori. — I collegi delle arti. — I conti. — I giudici. — I vidami — I prevosti. — Gli avvocati. — I centurioni. — Gli scabini. — I buoni uomini — Diritto privato. — La vendita. — Atti di manumissione. — La locazione. — Il testamento. — Formole e processure. — Il giuramento. — La testimonianza. — Le prove del fuoco e dell'acqua. — Azione della Chiesa. — Origine del diritto feudale.
768 — 814.
L'imperatore d'Occidente moriva, e quali orme lasciava egli mai del suo governamento, quali istituzioni durar doveano dopo di lui? L'impero suo abbracciava tante e sì diverse popolazioni, ch'egli è troppo difficile notar sicuramente e sceverare le istituzioni private di ciascuno dei popoli che ubbidivano a' suoi capitolari. Ben si può nel corso dei secoli trovar le orme di quelle lagrimevoli inondazioni de' popoli che vengono l'un dopo l'altro a distruggere le civiltà; ed anche raccoglier si possono gli atti principali della legislazione politica del passato; ma i fatti della vita privata dove trovarli, e come coglier le domestiche consuetudini delle nazioni? Or dunque ch'io ho accompagnato il vecchio imperatore fino alla tomba sua d'Aquisgrana, parmi cosa essenziale cercare il popolo e la città in mezzo a questa confusione, e doversi risvegliare, a dir così, le consuetudini del diritto privato caroliniano; e alla guisa che fan gli antiquari, i quali spesso riedificano gli antichi monumenti, come a dire il Partenone di Atene e i templi egiziani, e compongono superbi frontoni con pochi rottami di marmo e con la polvere delle doriche colonne; così io mi farò ardito di fare il medesimo lavoro quanto ai costumi privati del secolo ottavo, e di rivolgere per l'ultima volta quella spenta civiltà.
Queste città, che noi vediamo oggidì sì frequenti di popolo, sì ricche di edifizi, ebber quasi tutte un'origine antica che collegasi con le morte generazioni; da Roma ebbero principio le più delle maggiori città, recando essa in ogni luogo le sue leggi e la sua politica dominazione. Suo sistema fu sempre quello delle colonie militari; in ogni punto dove le sue legioni recavan le armi, esse fondavano città, ed edificavano per l'eternità. Pigliate ad esempio l'antica città d'Arli, superba de' suoi circhi e de' suoi teatri che si specchian nel Rodano; essa riconosce la sua fondazione dai veterani della sesta legione. Così Beziers, sotto l'ardente sole della Settimania, fu anch'essa un alloggiamento della settima legione, e così Frejus, così Orange, ornata tuttavia dell'arco suo trionfale, furono edificazioni di quei veterani, signori del mondo. Ben cento città delle Gallie riconoscono l'origine loro dalla grande città, dalla _urbs Roma_, tuttor sì magnifica nelle memorie sue. La colonia romana era generalmente piantata in una pianura in mezzo a un suolo ridente, non lungi da qualche fiume d'altero corso: le città, edificate alla stretta, largheggiavano nei monumenti pubblici, nei circhi, nei teatri dove sedean comunemente venti migliaia di spettatori; ivi era il pensier della patria, la grandigia del nome romano; il bagno, il convito, il foro costituivano la vita sociale.
La Gallia era di questo modo coperta di città romane, ma poi quanto mutata d'aspetto! Solo chi lasciando il romoroso soggiorno di Napoli e la via di Toledo, assordata dalla stridula voce dei Lazzaroni, siasi talvolta avviato per la strada di Torre del Greco o di Portici, per dirizzare indi il solitario suo cammino verso le rovine di Pompei, coperte dalle lave del Vesuvio, può formarsi un giusto concetto della città romana con la sua via sparsa di tumuli, le sue case magnifiche, i suoi bagni, i suoi triclinii, i suoi mosaici, i suoi freschi, dipinti con sì vivaci e splendidi colori! Chi scorre il tempio di Giove, con quelle sue superbe colonne, il foro, i teatri, le cantine piene d'anfore, ben può dir seco stesso: «Tali esser doveano le colonie d'Aquisgrana, d'Auxerre, della greca Marsiglia, di Narbona e di Nimes!»
Allato della città romana, tu trovavi dal Reno alla Loira ed al Rodano, sparsa una moltitudine di città di origine affatto gallica, che la vita presso alle foreste era grata a quelle celtiche popolazioni che innanzi abitavano l'ancor vergine suolo. Le descrizioni che ce ne rimangono, dipingon queste galliche città, come strette, rannicchiate, informi, con rozzi edifizi, somiglianti a quegli ammassi di pietre che s'incontrano ancora in Sardegna, e si additano col nome di _monumenti ciclopici_: non erano tanto città quanto borghi e villaggi in cui raccoglievansi le popolazioni sotto il loro capo. La casa gallica non altro era che una capanna, ed i templi eran costrutti di pietre, con sovrapposti sterminati macigni, ai quali si dà tuttavia il nome di _tavole delle fate_. Le città erano quasi tutte situate presso a un bosco solitario, all'ombra folta degli alberi; infatti l'annosa quercia, coperta di vischio e della ruggine dei tempi, non era forse l'albero sacro? Poche eran le città, che al tempo dei Carolingi, ancor durassero nella loro originale purezza; pur nondimeno alcune borgate in Bretagna conservato aveano l'incolto aspetto e l'impronta dell'antica patria gallica. I capitolari fanno anche menzione delle città che si governavano con la originaria legge delle Gallie.
I Franchi, solerte e bellicosa gente, non situarono altrimenti le città loro nella pianura bagnata e fecondata dal fiume; ma diedero la preferenza alla regione alpestre, alle balze scoscese, che consentivan loro d'innalzar muraglie inaccessibili e torri dove giunger non potesse il dardo nimico benchè da vigoroso braccio scagliato. Vivendo essi di guerra, come viveano, più che altro cercar doveano la difesa, e quindi alloggiavano, come l'aquila e il falco, in sul sommo de' monti. Ond'è che quasi in ogni luogo dove duri qualche orma del passaggio dei Franchi della Neustria e dell'Austrasia, tu vedi qualche resto di muro in cima alle rupi, sotto alle quali, coll'andar del tempo, si venne formando un pacifico villaggio. Le vie di queste città franche erano strette, le case stipate: alcune fonti, saltando di sasso in sasso, attraversavano rapidamente le vie; le mure antiche eran costrutte col cemento romano, la chiesa formava il centro; una piazza comune serviva a raccogliere gli abitanti; qualche resto d'ampio selciato, nascosto sotto i veprai, addita tuttora l'antica via romana; appena è qualche traccia di sentiero su quel ripido pendio, nè su quegli alti gioghi altro più vedi che qualche uccello da preda volare, mandando acute strida, tra le fessure e i rottami delle muraglie appiccate ai fianchi del monte.
La città germanica molto non diversava dalla città franca; i due popoli derivavano infatti dalla stessa origine, nè l'Austrasio punto distinguevasi dall'Alemanno schietto; essi erano, come dir, due vecchi fratelli che si prendevan per mano. Il Franco tuttavia erasi meglio stabilito nelle Gallie che non i popoli germanici sulla terra, però che i Sassoni, ancora si ricoveravano sotto la tenda, nè avevano città proprie, e amavano di stabilirsi con le famiglie e gli armenti, in questa o quella situazione, sì che il viver loro, era più che altro, un continuo campeggiare. In Germania, le fondazioni monastiche furono i primi elementi delle città politiche e commerciali, testimonio Magonza, la sede vescovile di san Bonifazio. Appo i Longobardi, siccome quelli che aveano un'indole più colta, la città prese un andamento rapido, nè mai tribù alcuna ebbe, più facilmente di que' popoli, a provar l'azione delle idee civili. Se in Lamagna dir si può che tutte le città riconobber l'origine loro dalla predicazione cristiana, il medesimo non è a dirsi dei Longobardi, i quali molto crearono, e stabilirono e fondarono; Milano e Pavia furon quasi opera loro; i monumenti d'architettura pigliarono per essi una forma speciale e originale, sorta di miscuglio dello stile romano e del gotico concetto. I Longobardi e i Visigoti furon le due frazioni dei popoli barbari che più si segnalarono per la somma facilità degli edifici loro, e per l'accettazione delle usanze romane.
Il governo dei vescovi visigoti fu un modello d'ordine e di costituzione. Le città della Settimania risplendettero al pari delle medesime antiche città fondate da Roma, senza nulla di barbaro, salvo l'arianesimo che fu inesorabile contro i monumenti dell'arti belle; se non che quando i Saraceni vennero con le loro invasioni a minacciar quelle contrade, i difensori fecero riparo a sè di quelle ruine, e gli antichi templi di Giove e di Venere della città di Arli servirono a ristaurar le mura per difesa della città; il marmo dei circhi fu adoperato a edificar le chiese; le statue degli dei furono infrante, e i sepolcri romani serviron di deposito alle ossa del vescovo, o del santo martire. Così le città della Gotia restaron romane, solo il bisogno della difesa e lo spirito cristiano, modificandone così un poco l'antica struttura; le contrade si fecero anguste e più tortuose; le mura furono innalzate a spese dei monumenti antichi, e la via dei sepolcri servì al cimitero cristiano. Anche l'influenza dei Saracini dovette modificare alquanto il primo aspetto delle città romane, della Gotia, chè i costumi dell'Oriente fanno desiderar l'ombra, in quella guisa che l'Arabo cerca il rezzo della palma nel deserto, e quindi per difendersi dal sole si ebbe ricorso alla forma quasi orientale delle case che vicendevolmente prestavansi l'ombre dei tetti loro, e si piantarono ruine sopra ruine, però che ciascuna invasione era un guasto. I Saraceni introdussero nelle città del Mezzodì e della Spagna l'architettura dei minaretti e delle moschee, che il secolo decimoterzo vide perfezionata.
Numerose popolazioni eransi ricoverate in queste città, e il metodo delle ville carolingiche avea raccolto grandissima moltitudine di operai ed altri uomini di diverse professioni, che in quei poderi lavoravano d'ogni mestiero; ma pur l'artiere preferiva il domicilio della città, siccome quella che godea vari privilegi, ed era difesa da mura. Ciascuna città infatti, aveva i suoi magistrati, i suoi difensori, i suoi collegi delle arti, con preminenza dell'autorità episcopale sull'altre autorità tutte. Bello sarebbe descriver la storia dell'episcopato nei tre primi secoli delle barbariche invasioni; il vescovo era il conservatore del diritto municipale, l'uomo tutto città, il magistrato vigilante che la preservava da ogni flagello, il suo procuratore, il suo negoziatore; all'avanzarsi degl'inesorabili vincitori, il vescovo usciva incontro a que' Barbari, trattava e patteggiava pe' cittadini, e tanta era l'efficacia della sagace sua mediazione, ch'egli ottenea quasi sempre di far sotto il pastorale inchinare il capo ai più altieri Sicambri. Leggete le storie di Prudenzio, di Sidonio Apollinare, di san Remigio, e vedrete que' nobili magistrati del gallico municipio difender la città, i suoi privilegi, e salvar più d'una volta la libertà e la civiltà del popolo.
Il vescovo, in questa sua prevalenza nella città, era sussidiato da una quantità di ufiziali eletti fra le varie condizioni del popolo, che sotto il titolo di _difensori_ e d'_avvocati_, tutti concorrevano a formare il municipio romano; nè punto è a dubitare che un difensore del municipio ci fosse pure al tempo de' Carolingi, quel medesimo che poi sotto la terza stirpe prese il nome di _maire_[121]. Insiem con esso i centurioni, i giurati, eletti del popolo, amministravano la cosa pubblica, a modo dei tempi antichi delle colonie, intanto che i conti erano i rappresentanti dell'imperatore, e i pubblici magistrati, ad imitazion dei prefetti del reggimento romano. Coteste forme municipali erano in ogni luogo sotto i Carolingi ben prima del sedizioso irrompere del Comune, ed erano pe' cittadini un aggravio piuttosto che un privilegio, non potendo alcuno esimersi dagli obblighi della curia sotto i vidami, i prevosti, gli scabini, i buoni uomini o i savi, che tutti esercitavano press'a poco i medesimi ufizi. La massa del popolo avea conservato le consuetudini romane; ciascun individuo manteneva la personalità sua, e reggevasi con la sua legge; solo la division generale, sotto i centurioni e i decurioni, rimanea come forma di governo pel corpo della società, chè ben era necessario vi fosse, accanto della podestà municipale, un'autorità che venisse a confinar coi conti e coi messi regi, delegati del principe.
La personalità delle leggi seco traeva sostanzialmente quella delle consuetudini; poche tra le formole municipali son quelle che si dipartano dalle regole proclamate dal codice teodosiano, e tutte ne serbano il colore. Gli atti della vita e dell'avere procedevano dai codici promulgati dai Romani, e ti basta legger le carte e i diplomi di quei tempi, per indi persuaderti che il diritto teodosiano regola pur sempre le private transazioni, quelle in ispezialità che si riferiscono alla terra. I codici, secondo che essi furon dai giuristi classificati, comprendono tre parti distinte: 1.º le persone; 2.º gli averi; 3.º il modo di regger questi ultimi, e di trasmetterli. La qual classificazione troppo esatta era e troppo filosofica per l'uso dei Barbari; l'invasione avea per ogni dove gittata una grandissima confusione, ogni popolo era affezionato a' suoi privilegi; il Franco alla legge salica e alla ripense, il Visigoto a' suoi concilii diocesani, il Romano al suo codice teodosiano ed alle decretali; e pur nondimeno siffatta classificazione reagisce sullo stato generale della società.
La legge de' cherici, quasi sempre uniforme, veniva dai papi e dai concilii; il tutto consistea per loro nella vita religiosa: battesimo, matrimonio e morte. Niuno pone pur dubbio che non ci fossero a quel tempo classi nobili; ce ne avea nelle città e nelle colonie, e ne formavano il senato, ed esercitavano quasi sole gli ufizi supremi del municipio. Le idee di famiglia e di trasmissione delle stirpi, potenti erano appresso i Germani; gli uomini liberi erano tributari, o interamente franchi. Ma senza contrasto poi, la schiavitù era dappertutto, e formava come uno stato sociale; quando gli uomini liberi recavansi alla guerra, i coloni e gli schiavi restavano a coltivar la terra, e i vinti erano posti in catene dai vincitori; tale essendo a que' giorni la legge inesorabile della vittoria. Ancor ci durano alcune formole di emancipazione o manumissione, da cui sappiamo che quest'atto di franchigia facevasi in chiesa o dinanzi alla curia, e per solito la formola con cui faceasi libero lo schiavo, era questa: «In nome di Dio, e per rimedio dell'anima mia, io voglio che questo servo sia fatto libero; onde qui dinanzi alla chiesa, in presenza de' sacerdoti, ed appiè dell'altare io lo sciolgo da tutti i vincoli della servitù per modo che, oggi e sempre ei sia tenuto come nato e procreato da parenti ingenui.» Queste manumissioni assai si multiplicarono sotto il regno di Carlomagno, in tempo che la schiavitù era il diritto comune, l'affrancamento l'eccezione, nè la vendita dell'uomo era per nulla contraria alla legge civile, lo schiavo essendo cosa del padrone. In una di queste formole, quasi contemporanea, si legge d'un bambino trovato di notte alla porta della chiesa, il quale, mercè un prezzo pattuito, è venduto a un Franco, che lo alleverà e il terrà poi cosa sua. L'origine di questo bambino, ch'erasi trovato ravvolto in pannicelli _sanguinolenti_, era ignota, e interrogatine i vicini, nessun seppe additarne il padre, onde colui che l'avea trovato il vendeva ad un altro alle dette condizioni.