Storia di Carlomagno vol. 2/2

Part 12

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Il popolo attivo, sotto il lignaggio carlingo, è in ogni luogo, ed il consenso suo è necessario nella promulgazione delle leggi; ma, come detto è, per questo popolo intender si vuole i leudi, i conti, i vescovi, i cherici, i Franchi. Il vasto ordinamento de' capitolari, appunto ha suo compimento nel chiudersi dell'impero di Carlomagno, il quale, benchè spossato e malaticcio, nè altiero più di quello spirito che atterriva col solo sguardo, pure dà opera a nuove leggi pe' Franchi; liberi son questi ultimi e grandi, ed è bisogno di capitolari che li distinguan dagli altri popoli che ubbidiscono all'imperatore. «Carlo augusto e serenissimo imperatore[100], coronato da Dio, grande e pacifico, col consiglio e consenso de' vescovi, abbati, conti, duchi e di tutti i fedeli della Chiesa cristiana, ha stabilito i seguenti capitolari, risedendo nel suo palazzo, e conformandosi: alla legge salica, romana e _gombeta_[101], affinchè ognuno de' sudditi suoi si conduca secondo questi ordini segnati di sua mano, e sia sollecito di porli ad esecuzione.» E seguitando, viene in questo capitolare, imponendo vari doveri ai vescovi pel buon reggimento delle loro diocesi; e così a quelli che godono benefizi, e al vicario o centurione, raccomanda d'essere attento ad incamerare le eredità vacanti, e nota quelle che si devolvono senz'altro, al fisco, e quell'altre, di cui solo esso ha ragione a una parte; poi ricorda ai vicari il dovere di tener uomini che dien la caccia ai lupi, con alcune immunità e rimunerazioni a questi uomini; poi tocca di varie provisioni della milizia e della guerra; ingiunge alcuni obblighi ai conti ed altri ai loro vassalli; accenna i doveri dei guardaboschi; assegna le qualità che aver debbono i coloni delle sue tenute; ordina di condurre abitanti nelle foreste dove siano residenze reali, di farvi orti e vigneti, di stirparne il bosco, sì che il podere diventi sempre migliore[102]; comanda che si dia lana e lino da lavorare alle donne che servono nelle sue case, e finisce confermando il diritto di guerra privata, quello che durò più a lungo di tutti fra i posteri, con le seguenti parole: «Se alcuno de' nostri fedeli combatter voglia un suo nemico, chiami seco a dargli aiuto un de' pari suoi, e se questi ricusa o si mostri renitente, gli sia tolto il suo benefizio, per darlo a chi si sarà serbato fedele.»

Quest'ampia legislazione reca la data dell'ultimo anno di Carlomagno, ed è appunto in mezzo all'ultima infermità sua, al dileguarsi della vita, ch'ei riprende l'antico vigor suo per promulgare questa lunga serie di leggi, che regolano i doveri dei Franchi. Al mese di settembre dell'anno 813, tiene un placito o tribunale di giustizia nella prediletta sua città d'Aquisgrana, e di consentimento de' suoi fedeli, vi promulga gli ultimi suoi capitolari. «Sia noto a tutti (così ivi è detto) che noi pure seguiamo le leggi comuni agli altri Franchi, in quanto concerne alle cause ecclesiastiche e dei servi di Dio. Chi uccide un Franco, paghi seicento soldi all'erario regio, e soldi duecento di risarcimento. Chi uccide un uomo libero, paghi duecento soldi, ed un terzo di soprappiù al re. Chi ucciderà un lido[103], darà cento soldi ed un terzo di soprappiù al re[104]. Chi ucciderà uno schiavo, darà soldi cinquanta ed un terzo di soprappiù al re. Chi ucciderà un conte nel suo contado, o un messo regio nell'esercizio della sua legazione, pagherà un'ammenda triplice in correlazione con la condizion dell'ucciso. Chi ucciderà un vagabondo, pagherà al re soldi cinquanta. Se alcuno sostenga che un uomo libero è suo servo, quest'ultimo giuri, insiem con dodici suoi prossimani, sulle reliquie dei santi, ch'egli è libero, o altrimenti si assogetti alla servitù. Chi vuole emancipare un servo con la manumissione, il conduca alla chiesa, ed ivi gli conceda la libertà. Chi fu fatto libero con una scritta o in altro modo, ripari nei poderi del re, nè sia più servo di chi l'ha affrancato. L'uomo emancipato per una scritta è libero come qualunque altro Franco, e s'egli abbia bisogno di protezione, la dimandi a tutt'altro signore, che a quello da cui ebbe la libertà. Chiunque assale un Franco, senza ch'egli abbia fatto fallo, pagherà dodici soldi e tre all'erario regio. Chi avrà preso un Franco pe' capegli, pagherà dodici soldi e quattro all'erario regio; (i capelli biondi e ondeggianti sugli omeri al Franco eran l'insegna della libertà). Chi gli avrà fatto perder sangue senza colpa sua, darà dodici soldi e quattro all'erario. Chi manometta il patrimonio d'un Franco, pagherà sei soldi, e quattro all'erario. Ad un uom libero si daranno a risarcimento soldi otto e quattro all'erario; ad un lido, quattro soldi e altrettanti all'erario; ad un servo due soldi e quattro all'erario.» Poi viene a stabilire le diverse ammende o multe pe' rubamenti e altre per disobbedienza a certi ordini superiori, e termina col seguente statuto: «Se un Franco, ha due figliuoli maschi, e li lasci eredi delle sue foreste, delle sue terre, de' suoi schiavi e delle sue greggie, le figlie pure sieno eredi della madre.» Tale si è la regola della legge salica: la parte ha da essere uguale tra fratello e sorella; la figlia è chiamata a succeder nel feudo; tutti i figli d'un medesimo padre hanno egual diritto all'eredità sua, fosse pure d'una corona.

Quest'ultimo capitolare, quasi unicamente destinato alla legislazione dei Franchi, sembra opera d'un'assemblea, in cui i conti e i vescovi di questa nazione abbiano avuto maggior parte che altri. Carlomagno siede nel suo palazzo d'Aquisgrana, una delle città d'Austrasia, primo nido dei Carolingi: i Bavari e i Sassoni, domati dalla conquista, son due famiglie germaniche che a Carlomagno oramai appartengono per diritto d'alta signoria; ond'è che affievolito, l'imperatore, vuol farsi appoggio dei Franchi, de' suoi più valenti guerrieri, de' suoi leudi più fidi, quindi è largo con essi di concessioni; l'intento suo è di perpetuare la corona nella propria famiglia, d'assieparla di conti e di vescovi franchi, e pensa quindi ad ampliar la legge salica e la ripense, e a porvi alquanto più d'ordine e d'unità. Tale si è tutta la cura degli ultimi anni suoi. Ora si vuol ripigliar questo scorcio dell'imperial sua vita, e veder quale fu il suo lignaggio, e che fine avessero le sue testamentarie predisposizioni in quell'impero da lui con tante cure e fatiche fondato.

CAPITOLO IX.

FAMIGLIA DI CARLOMAGNO E GLI ULTIMI TRE ANNI DELLA SUA VITA.

Mogli di Carlomagno. — Imeltruda. — Desiderata o Ermengarda. — Ildegarda. — Fastrada. — Luitgarda. — Figli. — Pipino soprannominato il _Gobbo_. — Congiura di lui contro il padre. — Carlo. — Pipino re d'Italia. — Lodovico re d'Aquitania. — Figlie. — Altre figliuole. — Emma e la leggenda di Eginardo. — Ultimi anni di Carlomagno. — Sua stanza in Aquisgrana. — Accordo con gli Schiavoni e i Danesi. — Testamento di Carlomagno. — Spartizion dell'impero. — Suoi patimenti. — Sua morte. — Considerasi il modo suo di governo. — Forza e debolezza dell'impero.

768 — 814.

I cronisti religiosi, custodi della castità del tetto domestico, acconciaron la vita di Carlomagno in modo da schierare per ordine di tempi le mogli che l'imperatore si tenne in casa dorante il lungo suo regno. Eglino non si attentaron di dire che questo principe di vigorosa natura e d'ardenti e robuste passioni, ebbe sei o sette mogli ad un tempo, alla maniera degli Austrasii, venuti dalle rive del Reno e dell'Elba; ma la storia, solenne e veridica, non ammette punto siffatte reticenze e distinzioni: no, Carlomagno non ebbe rispetto mai all'unità del matrimonio. La prima sposa sua, dai Benedettini vituperata col nome di concubina, chiamavasi Imeltruda o Imiltrude, d'ignota origine, che abitò i palazzi d'Aquisgrana e di Magonza, seguì Carlomagno nella prima sua spedizione, e gli porse un figlio di nome Pipino e di soprannome il _Gobbo_. Ella viveva tuttavia quando Carlomagno sposò Desiderata o Ermengarda, figlia di Desiderio re dei Longobardi, la quale ei non tenne seco che un anno appena. Eginardo stesso non sa spiegar questo procedere del suo signore. Perchè ripudiare Ermengarda? Il monaco di San Gallo ne adduce a motivo: «ch'essa era incapace a procreare figliuoli.» Anche Adalardo, pronipote di Pipino ed un dei leudi della corte, insorge contro questo divorzio in certa sua lettera di singolar caldezza, nè sa comprendere qual cagione abbia potuto far cacciare una sposa sì bella e pudica. «Ildegarda, la terza moglie, usciva d'una illustre casa di Svevia, e moltissime sono le pie fondazioni che si riconoscono da questa nobile Alemanna, la quale, vissuta undici anni sposa castissima e in dolce unione col suo potente signore[106], morì, e Paolo diacono, a quei giorni vescovo di Metz, le scrisse l'epitafio.» Carlomagno condusse indi in moglie Fastrada, figliuola del conte Rodolfo, Franco di nazione, e fu colei che ebbe maggior impero d'ogni altra sull'animo del consorte; per lei furon composte le litanie nelle quali pregasi per l'imperatore e i _sacratissimi_ suoi figli, Carlo, Pipino e Lodovico[107]. Di questo modo l'imperatore ebbe una moglie lombarda, una germanica ed una franca, quasi a conformarsi e corrispondere alle tre maggiori nazioni da lui governate. Finalmente, al fianco suo, nei palazzi d'Aquisgrana, di Liegi e di Francoforte, regnar fece Luitgarda, la quale morì poi nel monastero di San Martino di Tours[108]. Le quali spose vissero simultaneamente in nodo coniugale con Carlomagno, nè dice giusto chi le fa l'una all'altra succedere, chè l'imperatore, a par de' suoi conti e leudi, prendeva e lasciava una povera donna, come la sua pelle di lontra o il suo manto di porpora delle corti plenarie.

Dall'union sua con Imeltruda Carlomagno ebbe, com'è detto, Pipino il Gobbo, suo primo nato, che da fanciullo era bellissimo di volto, e avea bionda la capigliatura, e nobile e gentil guardo che bene additava l'origine sua, ma era mal fatto della persona e tutto rattratto. Intrepido com'era costui di natura e operosissimo, si diede ad audacissime imprese, e paventando di non avere la parte sua della paterna eredità, tramò una congiura contro il padre. Ritornando questi dalle sue guerre di Pannonia, era venuto per passar l'inverno in Baviera, quando seppe di questa cospirazione del figlio con alcuni grandi della sua corte, per usurpargli la corona e partecipar del retaggio; e avendo bisogno di far rispettare l'ancor contrastata podestà sua, sì da non poter lasciare impunito un tanto attentato. Pipino fu raso in una corte plenaria e costretto ad abbracciare lo stato monastico nel convento di Prumia, intantochè i suoi complici, condannati all'esilio, aveano abbacinati gli occhi nella forma che usavasi alla corte di Costantinopoli, poichè le costumanze di Bisanzio già si diffondevano per le corti d'Occidente, e ci aveano rivoluzioni di palazzo e crudeltà di eunuchi, nè il cavar gli occhi ad un leudo era punto negli usi dei Franchi.

Il gran lignaggio di Carlomagno non si attenne quindi più che a tre figli, i quali, tutti e tre da lui fatti compagni nell'opera sua, lo assecondarono nello svolgimento dei politici suoi pensamenti. Il maggiore fu quel Carlo o Carlotto di cui parlano le croniche e i romanzi cavallereschi, degno e forte appoggio di Carlomagno, benchè i baroni si studiassero di renderlo spregevole e odioso appunto perchè egli era il figliuolo ben amato del loro signore. Ebbe corta ma operosissima vita, e alcuni documenti il fanno figliuolo d'Ildegarda, mentre altri dicono che ei fu bastardo e parto di concubina. Egli era nato nell'anno 772, nè era giunto ancora all'anno suo dodicesimo, che già seguiva il padre nella guerra contro i Sassoni; il che era per quei giovani Franchi un dovere; dopo la prima educazione, la guerra, nè ci avea scusa d'età. Or questo giovinetto seppe farsi glorioso di buon'ora, poichè posto a capitano d'una schiera d'Austrasii, ch'ei guidava in persona, ruppe i Sassoni in battaglia, dopo di che egli sparisce per cinque anni dai campi militari, nè le croniche altro più parlan di lui, se non colà dove accennano che fu da suo padre mandato a reggere i popoli del Maine. A qual ragione gli fu confidato questo governo? Doveva egli re essere o duca? E in quei tempi di confusione che le dignità non aveano ancora lor grado distinto, duca o re non significava egualmente conduttore d'eserciti? «Spesso, dicono i Benedettini, le provincie e i ducati dipendenti dalla corona pigliano il nome di regni, e _regno_ è usato altresì a significare un semplice ducato.» La podestà del duca era di que' giorni amplissima. «Noi ti confidiamo questo ducato affinchè tu mantenga la disciplina nel soldati e la sicurtà sulle frontiere.» Laonde, poco importa sapere se il figliuol beniamino di Carlomagno fu re o duca; basti ch'ei governò le provincie del miluogo, l'antica Neustria, siccome evidentemente si pare.

Poi ritorna in campo il giovine Carlo, al fianco sempre del padre nelle guerre contro gli Unni, in Baviera, in Sassonia, con questo accomunando i riposi delle corti plenarie e le fatiche del campo, sempre il più caro de' figliuoli suoi, e accompagnalo a Roma quand'ei va ad assumervi la corona imperiale; ivi dal pontefice è consacrato re, a quel modo che il padre suo è consacrato imperatore; e d'indi in poi il giovine piglia quel titolo, e gli scrivono: «All'illustrissimo, onorevolissimo e nobilissimo Carlo il giovane.» Alcuino, in una delle sue epistole, gli dice: «Ho udito che il papa, di consentimento di Carlomagno, vi ha confidato il titolo di re, ponendovi in fronte la corona, insegna di questa dignità, e io mi congratulo assai dell'onore che vi procaccia siffatto titolo non solo, ma e della podestà che l'accompagna.» Teodolfo, vescovo d'Orleans, anch'ei gl'indirizza versi di lode: in tutte le grandi spedizioni è parola del giovine Carlo: egli è deputato a venire incontro a papa Leone[109]; e Alcuino, il gran consigliere della famiglia carolina, di nuovo gli scrive: «Abbiate per fedeli e leudi vostri uomini saggi, accorti, pii, timorati di Dio, che si lascin governare dalla giustizia e dalla verità, non dalla cupidigia... Nè lasciate che la dignità vostra sia macchiata dalle inique azioni dei malvagi, che abusar vorrebbero del vostro nome.» I quali consigli danno necessariamente a supporre che al giovin Carlo fosse effettivamente commesso il governo d'uno Stato, e che il nome di re in lui non fosse altrimenti un semplice titolo d'onore. Carlotto muove da ultimo contro gli Slavi, e capitanando, sotto il supremo comando dell'imperatore, gli Austrasii, fa rizzar castelli e fortezze sull'Elba, nè mai depone l'armi se non alla morte sua che avvien tre anni prima di quella del padre.

Tale si fu la vita di Carlo, il primogenito dei figliuoli di Carlomagno, almeno per quanto ritrar si può dai diplomi e dalle croniche. Già dissi più sopra che le canzoni eroiche gli diedero altro destino. Innanzi tratto, secondo esse, Carlo, come parto ch'egli è della nobile Ildegarda, non è altrimenti figlio legittimo di Carlomagno, ma bastardo; il quale troppo soggetto è, troppo ubbidiente, da far che i trovieri, rappresentanti come sono del genio riottoso e contumace dei grandi vassalli di Francia, contro di non lui si sollevino; e però alcuni di loro lo fanno un dappoco, altri un traditore e un ribaldo, a cui il padre perdona ogni sorta di capricci e di gofferie. A udir costoro, egli oltraggia i più prodi fra i paladini, egli è in dispregio appo tutti nelle corti plenarie, egli è come un altro Ganalone di Maganza infido al pari di lui, se non che meno scaltro, e per giunta un accattabrighe, a segno che egli punge Rinaldo di Montalbano, chiamandolo figlio di putta, onde questi gli fracassa il cranio con un colpo di scacchiere.

Pipino, il secondogenito dei figliuoli dell'imperatore, nasceva cinque anni dopo Carlo, e al dir della cronica, da una madre medesima, Ildegarda, e la vita sua fu operosa al par di quella del fratello. Tutti i figli del grande imperatore avean titolo di nobilissimo, e il meritavano per le gloriose opere loro. Pipino incomincia la vita sua militare più giovinetto ancora di Carlo, e già re d'Italia a quattr'anni d'età, ei muove agli undici contro gli Avari, accompagnato dal conte Berlinghieri o Berengario, datogli a guida dal padre suo; d'onde si vede come questi giovani di razza germanica esser dovean forti per tempo. Tre anni dopo Pipino trovasi nel ducato di Benevento, e di colà il padre suo gli commette le spedizioni in Pannonia, sulla Drava e sul Danubio, fortunatissimo in tutte; e già vedemmo dalle croniche celebrato il ricco bottino da lui preso agli Unni e recato alla corte plenaria di Aquisgrana. Giunto all'età di ventun anno, il vediam governare il regno d'Italia; se non che il padre, poco di lui soddisfatto, e temendo per avventura di non lasciare ai figli suoi troppo libero il freno, gli dà una guida in Adalardo, abbate di Corbeia; e l'animoso principe, degno di sì gran genitore, si travaglia in continue guerre di terra e di mare; caccia in persona i Saracini dall'isola di Corsica, e batte i Veneziani per modo che quei mercatanti repubblicani sono costretti riparare in Rialto, l'isola ridente e incantata cui l'Adriatico bagna co' flutti suoi, finchè la morte viene a rapirlo in età di soli trentaquattr'anni.

Altro figliuolo adunque non rimane a Carlomagno, che Lodovico il re d'Aquitania, il principe meridionale, la cui vita militare comincia al vestir la toga virile. Infatti noi vediamo quest'ultimo de' suoi figli far solennemente nell'anno 791, tredicesimo dell'età sua, il primo suo militar tirocinio nella guerra al Danubio sotto il comando del re suo padre, poi volar di colà in Aquitania, farvi leva d'un esercito, e condurlo in Italia ad aiuto di suo fratello Pipino. Ecco dunque tre figli che tutti e tre, fanciulli ancora, si cacciano in mezzo alle battaglie, siccome richiede il dover loro, chè a voler comandare ai Franchi è d'uopo sprezzare ogni sorta di pericoli. Ben vede Carlomagno che eglino esser deggiono i suoi luogotenenti naturali, i partecipi del pensier suo, ma pur li fa sopravvedere, ed ombroso dell'indipendenza loro, gli affida a tutori, li fa seguir passo per passo dai conti franchi, gl'indirizza con lettere continue, nè li lascia far cosa di rilievo senza consiglio o comando suo. In certi casi anche disapprova il fatto da loro, e ad essi scrive in termini duri e imperativi. Lodovico, esempigrazia, ha nominato un conte che non gli garba, ed ei lo cassa. Pipino non si conduce a senno suo, e gli pone addosso un tutore; un'altra volta, scontento del modo in cui Lodovico amministra le finanze del regno d'Aquitania, vi manda suoi commessarii a ricoverare i beni del fisco. Un diploma del 795 ci porge un altro esempio dell'autorità che Carlomagno esercitava negli Stati de' suoi figliuoli; da quello apparendo che un Franco, a cui Lodovico re d'Aquitania avea donato certa terra da coltivare nel proprio reame, fu obbligato di ottener la confermazione del dono da Carlomagno stesso, che gliela concesse ad istanza del re suo figliuolo. Ed in ogni cosa si vede questa soprantendenza dell'imperatore sul governo de' suoi, chè tutte le menti supreme son così fatte, concetto ch'esse abbiano qualche gran disegno, raro accolgono i consigli, nè mai le opposizioni degli altri, e se taluno esce dal cerchio delle idee da loro segnato, lo sterminano; se alcuna volontà si attraversa alla loro, la scrollano. Ogni grande intelletto altro non vuol che strumenti, nè sostiene uguali e molto men superiori.

Le figlie dell'imperatore furono in maggior numero che i figli maschi. Abitavan elle ne' suoi palazzi, sotto gli occhi suoi, e sempre ei si mostrò tenerissimo verso di queste fanciulle, alle quali le croniche danno i seguenti nomi: Rotrude, che fu per pochi dì fidanzata all'imperatore Costantino Porfirogenito, e poi maritata a Roricone, conte del Maine; Berta[110], la seconda, che fu sposa ad Angilberto; dopo di queste si trovano nelle carte i nomi di Teodala e d'Eltruda, figlie pur esse di Carlomagno, e abbadessa l'una d'Argenteuil, l'altra di Marmoutier[111]. Ma la più famosa tra queste figliuole, colei che lasciò lunghe tracce nelle memorie dei leggendari, si fu Imma o Emma, che dalla tradizione si dà per amante e consorte a Eginardo, lo storico, il cancelliere di Carlomagno, che diligentissimo raccolse ogni minimo fatto del suo signore. Il racconto di questa patetica leggenda trovasi appunto nella cronica del monastero di Lauresheim, pia fondazione di Eginardo, posta nella diocesi di Vormazia, in mezzo alle dilettose e amene montagne d'Eidelberga, dove religiosamente serbavasi quanto render potea cara al popolo la memoria del suo fondatore.